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L’ESPRESSO - 25 DICEMBRE 1988
di Alberto Dentice
Come la maggior parte delle persone, anch‘io ritenevo che un’oasi Fosse uno dei tanti scherzi della natura: una serie di sorgenti disseminate per il deserto, pochi gruppi di palme, qualche casupola, forse un caravanserraglio per la sosta delle carovane in transito». Chi parla è uno dei più eminenti architetti-antropologi del nostro tempo, il professor Joseph Rykwert, docente alla Philadelphia University e autore, tra l’altro, di due opere come “L’idea di città” (Adelphi) e “La casa di Adamo in Paradiso” (Einaudi). A far cambiare idea al pìofessor Rykwert è stato l’incontro con un giovane architetto italiano, Pietro Laureano, autore di un libro, “Sahara, giardino sconosciuto” (288 pagine, 48 mila lire, edizioni Giunti), di imminente pubblicazione, che ribalta vecchie e radicate convinzioni sul più grande deserto del mondo. Il Sahara non appare più un enorme spazio vuoto e arido ma un luogo ricco di vita, di storia, di cultura, in cui l’uomo sfruttando una natura ostile è riuscito con tecniche millenarie a creare un modello di interazione perfetta tra sé e il proprio ambiente.
Lo stesso Laureario confessa di aver considerato per anni il deserto come sinonimo di vuoto e desolazione. Quando lasciò l’università di Firenze e accettò di lavorare per’ un organismo statale algerino con l’incarico, che suonava paradossale, di “urbanista del deserto”, egli stesso non sapeva bene a che cosa sarebbe andato incontro. Ma nei due anni passati nelle oasi (tra il 1978 e il 1981) e nelle successive missioni, come esperto della cooperazione italiana all’estero, avrebbe imparato a decifrare il misterioso linguaggio di quel territorio.
Il giovane architetto capisce innanzitutto che i molteplici elementi che costituiscono l’habitat delle oasi sono una creazione artificiale basata su un insieme di conoscenze millenarie che soltanto l’incomprensione consente di continuare a ritenere frutto di una civiltà arretrata. Si accorge di come questo delicato equilibrio sia minacciato; ma capisce che i guai maggiori non sì devono all’incuria e all’abbandono ma piuttosto all’introduzione di tecniche costruttive e di materiali che, importati dall’Occidente, producono effetti catastrofici.
«All’epoca, agli stessi algerini sembrava del tutto logico, per esempio, che fatiscenti complessi di sabbia e terra cruda venissero rasi al suolo e sostituiti con moderni insediamenti in asfalto e cemento armato», dice Laureano. Nel 1986 una sua relazione presentata alla Conferenza internazionale di Algeri ha convinto l’UNESCO a inserire le oasi nella lista dei “patrimoni dell’umanità” da salvaguardare e proteggere. E’ il primo importante riscontro dopo anni di lavoro. Ma non è l’ultimo. Nella primavera del 1988, il governo algerino ha iniziato i lavori per il primo imponente restauro di un’antica città-oasi, quella di Tamentit. E il 17 dicembre a Palazzo Vecchio, in occasione della presentazione del suo libro, l’UNESCO, il Comune di Firenze e l’ambasciata di Algeria lo hanno festeggiato. Le rivelazioni contenute in questo volume non sono in effetti di poco conto. Secondo Laureano un attento esame dei graffiti e delle pitture rupestri dell’altopiano dei Tassili e dei monti Hoggart dimostrerebbero l’esistenza di una civiltà sahariana del neolitico, più arcaica di due millenni rispetto a quella egizia e a quella mesopotamica dalla quale, invece, la si è sempre voluta far derivare. E’ certo, infatti, che su questi terrazzamenti elevati, sufficientemente umidi e protetti dalle alternanze climatiche del deserto, l’uomo del Neolitico cominciò a praticare le prime tecniche agricole, ad addomesticare gli animali, a selezionare le specie adatte a riprodursi in queste nicchie ecologiche: da qui nasce, secondo l’autore, l’idea stessa di oasi.
«Una via di palme e di città», scrive Abu Obcid cI Hekri, geografo musulmano del XI secolo, «mette in comunicazione il Mediterraneo con l’Africa sub-sahariana». Fino a tutto il Medioevo, questo “mare interno” (pari in estensione alla superficie degli interi Stati Uniti) è attraversato dalle carovane che trasportano rame, sale, schiavi e soprattutto oro; luogo d’incontro per i mercanti di tutti i paesi e di fervida attività culturale attraverso la rete delle “zauias”, le università del deserto che diventano il centro di una vera e propria civiltà sahariana. Nessuna significativa variazione dei fattori climatici giustifica la decadenza sopravvenuta nelle epoche seguenti. E’ con la crisi del commercio transahanano dell’oro dovuto alla circumnavigazione del golfo della Guinea, alla fine del XV secolo, che viene meno il supporto economico per la manutenzione delle colture delle oasi e così la grande via degli ksur (collinette calcaree fortificate dove rimontano per capillarità le acque delle falde sotterranee) ritorna all’immobilità del deserto.
Ancora oggi, a ogni ksur è associato un sistema di gallerie drenanti, chiamate “foggara”, che raccolgono l’acqua indispensabile alla vita e alle coltivazioni. Nel Gourara e nel Touat, tutto il sottosuolo è letteralmente sventrato da questa rete di tunnel. In superficie, lunghe file di pozzi, posti alla distanza di 8-10 metri permettono di identificare il tracciato sotterraneo.
Penetrata nel villaggio, la foggara viene sottoposta a una complessa opera di ripartizione e distribuzione. Il diritto alle quote d’acqua costituisce il bene più importante dell’oasi e determina il valore delle proprietà fondiarie. Queste vengono ripartite allo sbocco della canalizzazione in un bacino triangolare (il qasri), mediante un particolare dispositivo di pietra a forma di pettine (la kesnia). Gli interspazi tra i “denti” quantificano l’acqua spettante a ciascun proprietario e la distribuiscono negli orti attraverso un’intricata trama di condotti sempre più piccoli. La determinazione degli interspazi della kesria è un compito molto delicato e importante ed è affidato ai maestri dell’acqua, depositari di complesse conoscenze di calcolo la cui base sessagesimale ne attesta l’arcaicità. «Nei flussi d’acqua che si ripartiscono e si mescolano disegnando il paesaggio dell’oasi è possibile seguire l’evolversi del sistema di proprietà e ricostruire la struttura, per così dire,
idro-genealogica delle famiglie». Nell’oasi, gli elementi del paesaggio e della natura, così come le vicende dell’uomo e le sue realizzazioni diventano frammenti di un compiuto sistema di spiegazione del mondo. Anche nella tessitura dei tappeti, per esempio, la donna sahariana tramanda il racconto e le indicazioni legate alla produzione dell’acqua e alla creazione delle oasi. Ancora un esempio: la mano disegnata sulla porta delle abitazioni, o riprodotta in un ciondolo da portare al collo a scopo protettivo, ha spesso al centro del palmo un occhio. La parola occhio, sia in berbero che in arabo ha anche il significato di “fonte”.
Nell’universo simbolico sahariano, la palma è la pianta pilota che crea l’ombra e l’umidità per tutte le altre specie vegetali, ed e oggetto di una particolare “sacralizzazione”. «La palma», si dice, «affonda i piedi nell’acqua e innalza la testa nel fuoco». Essa rappresenta l’albero cosmico, il legame tra la sfera lunare e solare, fra il mondo sotterraneo e il firmamento. Gli antichi egizi definivano il “giardino dei beati” con lo stesso termine (tuat) usato dai berberi per indicare la regione del Sahara in cui esiste la maggiore concentrazione di oasi. Il parallelo tra “giardino terreno” e Paradiso li rincorrerà poi in altre religioni. Ma concettualmente nasce qui, nell’oasi, in questo giardino creato dall’uomo in mezzo al deserto. Come sostiene l’antropologo Vivian Paque, «nello studio delle oasi sahanane si è immediatamente colpiti dall’estrema povertà delle tecniche e dei prodotti fabbricati: ma lo si è ancora di più dalla complessità infinita delle rappresentazioni ideali che ricoprono l’oggetto più semplice». In altri termini, se ci si ferma all’apparenza materiale si può pensare di avere a che fare con un popolo sottosviluppato. In realtà, secondo Laureano, la salvaguardia di tutto il delicato sistema è affidata a questa unità tra concezione spirituale e tecnologia, alla stretta intel-azione tra aspetto estetico, carattere didattico e dimensione rituale: «Nelle oasi un unico linguaggio lega nelle loro forme essenziali la trama dei tappeti, le decorazioni sulle ceramiche, l’acconciatura delle capigliature femminili, i campi coltivati e i sistemi d’irrigazione». E’ come se l’oasi fosse uno spazio globale in cui cultura e ambiente sono indissolubilmente legati. E’ uno spazio da salvare a tutti i costi.
Nota Tecnica
Nonostante la carenza di piogge, il Sahara non è completamente arido. Soltanto, il ciclo idrologico si svolge quasi esclusivamente nel sottosuolo, sfruttando l’imponente struttura dei fiumi che l’irrigavano fino all’inizio del Quaternario (gli “uadi”) convergendo, come in un immenso catino, verso l’interno continentale. Questa arcaica rete idrica costituisce tutt’ora lo scheletro fossile di uno straordinario sistema di drenaggio. I primi fossili (“uadi”), in apparenza secchi, rendono possibile, attraverso il flusso sotterraneo, la comparsa di pozzi e sorgenti fin nel cuore più profondo del deserto. Ciò facendo alimentano la falda che scorre sotto I’ “erg”, cioè il sistema di dune che come un’enorme massa spugnosa trattiene l’acqua nelle sabbie, impedendole di evaporare.
A seconda dell’ambito geografico da cui sono tratte le risorse idriche, le oasi assumono caratteristiche differenti e possono essere classificate in oasi di “uadi”, oasi di “erg” o oasi di “sebkha” (gli antichi laghi fossili).
Le oasi di “uadi” utilizzano il letto di fiumi fossili per il palmeto e le colture. A questo tipo appartengono i villaggi dell’Oued Saura, il cui corso contorna il “Grande erg occidentale”. Quest’ultimo fornisce l’acqua per le necessità domestiche, grazie a un unico grande canale che drena la falda sotterranea, alimenta le abitazioni e, infine, si riversa nel palmeto e negli orti.
Le “oasi di erg” sono localizzate interamente tra le sabbie. La loro esistenza, resa possibile, anche in questo caso, dalla produzione di acque sotterranee, risulta una vera creazione di spazio, dato che ogni palmo di terreno è conteso letteralmente alle dune. Vista l’impossibilità di bloccare l’azione continua del vento e delle sabbie contro le quali qualsiasi opposizione drastica è votata all’insuccesso, barriere artificiali di foglie di palma piantate nel terreno, provocano l’accumulazione di sabbia e favoriscono la formazione controllata di catene dunarie, chiamate “afreg”, che costituiscono il sistema protettivo delle colture stesse. Il clima oasiano così costituito, ombreggiato dalla chioma compatta delle palme. umidificato da un sistema di canalizzazioni a cielo aperto, dà vita a un habitat che è interamente frutto de li ‘ingegno umano.
Le “oasi dl sebkha” sono disposte lungo i bordi di arcaici laghi disseccati, che sebbene aridi e sterili risultano essere il centro di convergenza delle acque raccolte sugli altopiani e nell’erg. Attraverso imponenti lavori idraulici captano l’acqua sotterranea che converge verso l’antico lago e la sottraggono alla evaporazione sui fondo della depressione sauna. In questo quadro geologico assolutamente ostile, i popoli del Sahara hanno saputo dar vita ad una civiltà idraulica sahariana basata su vere e proprie “miniere d’acqua”.
A.D.
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Che cosa Tratta?
Questa sezione si prefigge lo scopo di raccogliere materiale pubblicato tramite diversi mezzi e fonti, al fine di fornire (in modo schematico), una serie di contributi ai vari lettori: attenzione che spesso si tratta di tracce di tipo divulgativo e, quindi, se desidera approfondire maggiormente determinati argomenti occorrerà rivolgersi alle classiche biblioteche o simili.
Un sito interessante in merito alle tematiche da impatto meteorico e relative dinamiche cinetiche: giusto per schiarirsi un poco le idee.LINK 1
LINK 2
LINK 3
Ecco invece un sito con un'interessante raccolta di articoli in ambito paleontologico.
Un interessante sito che analizza i risultati storici (e gli effetti) dei vulcani nel tempo con tabelle ricostruite e riassuntive dei maggiori eventi:
Dove possiamo trovare i supervulcani? Queste sono le zone in cui potrebbe risvegliarsi un supervulcano (attenzione il termine supervulcano non è scientifico ma nasce impropriamente da una trasmissione/documentario fatta dal National Geographic):
- Mount Aniakchak, Alaska, Stati Uniti
- Aso, Kyushu, Giappone
- Campi Flegrei, Campania, Italia
- Kikai Caldera, Ryukyu Islands, Giappone
- Long Valley Caldera, California, Stati Uniti
- Monte Mazama, Oregon, Stati Uniti (ora Crater Lake)
- Lago Taupo, North Island, Nuova Zelanda
- Lago Toba, Sumatra, Indonesia
- Valle Grande, New Mexico, Stati Uniti
- Monte Warning, Nuovo Galles del Sud, Australia
- Yellowstone Caldera, Wyoming, Stati Uniti
- Mar Mediterraneo, Sicily, Italy
Vi segnalo questo indirizzo per fare ricerche in databases veramente enorme sugli tsunami del passato (è quello da cui ho attinto anch'io per integrare la sezione "Storia della Terra" (sulla cronologia dei grandi eventi del passato).
Le Storegga Slides (fra le più grandi frane sottomarine mai registrate) avvenute nella piattaforma continentale della Norvegia intorno al 6.100 a.C. (vedi anche la pagina la storia del pianeta).
Comunque sia si tratta di una teoria emersa con forza negli ultimi anni e studiata soprattutto dalle Università del nord Europa in quanto gli effetti ricostruiti di tale evento hanno colpito soprattutto gli stati che si affacciano sul mare del nord. In sintesi si tratterebbe di una gigantesca frana sottomarina che ha coinvolto la scarpata continentale e che, come conseguenza, generò un gigantesco tsunami (secondo alcuni ricercatori esso sarebbe stato ben più consistente di quello di Sumatra 2004). Alcuni studiosi riconducono tali assestamento geomorfologici sottomarini agli idrati di metano e/o a cambiamenti climatici.
Un paio di considerazioni sugli Idrati di Metano:
[1] Fondali marini agli idrati di metano Solo ora gli scienziati sembrano cominciare a interessarsi ai depositi di biidrati di metano ghiacciati che si trovano sul fondo dei mari.Si tratta di una particolare composizione chimica molto diffusa sui fondali marini a una profondità superiore ai trecento metri e che potrebbero rappresentare delle novità rilevanti per comprendere meglio il ciclo del carbonio sulla Terra e avere delle interessanti applicazioni commerciali. Lo studio di questi depositi, soprattutto per motivi estrattivi, è estremamente complesso. Un blocco di idrati di gas ha la consistenza del ghiaccio. Portato alla superficie, fonde e rilascia metano, uno dei gas serra. Le riserve di metano contenute in questi depositi sono enormi. Per la prima volta sono stati presentati a Nizza nel corso del meeting della European Geophysical Society, della American Geophysical Union e della European Union of Geosciences i risultati di una campagna scientifica in alto mare condotta proprio allo scopo di analizzare questi particolarissimi cristalli. I prelievi sono stati effettuati al largo delle coste dell'Oregon (USA) e hanno permesso di portare in superficie una serie di questi particolari fiocchi di neve.Secondo Erwin Suess del Research Center for Marine Geosciences (GEOMAR) di Kiel "a quelle particolari condizioni di pressione e temperatura il metano non potrebbe esistere in quelle forma". 14 aprile 2003 http://ulisse.sissa.it/site/public/ScienzaSette/s7_18apr03_5.htm
[2] Idrati di metano: rischi di tsunami Il pericolo non è imminente ma già 8.000 anni fa l'Europa del nord venne sconvolta da un repentino innalzamento della temperature che sciolse gli idrati di metano che si trovano lungo la scarpata della piattaforma continentale. Da un articolo in Inglese: http://www.thisisnorthscotland.co.uk/displayNode.jsp?nodeId=149483&command=displayContent&sourceNode=149251&contentPK=13348453
Gli idrati di metano, cosa sono Di che si tratta? «Si tratta di cristalli di ghiaccio – o gas idrati – composti di gas e metano, intrappolati da milioni di anni sotto ai margini continentali a causa dell’alta pressione e delle basse temperature», spiega John Farrell, responsabile scientifico della ricerca, che vede impegnati i migliori istituti oceanografici di venti nazioni, Italia compresa: «Riteniamo che sotto gli oceani ne esistano giacimenti immensi». A sollevare euforia tra gli esperti è la possibilità del loro sfruttamento commerciale in tempi forse, brevi. «Molto dipende dal prezzo del gas naturale», si sbilancia Farrel, «se la domanda fosse alta, basterebbero quindici anni». Nel frattempo, «la prima cosa da fare è censire i punti dove noi riteniamo possano trovarsi i giacimenti maggiori, un compito che potrebbe richiedere anni». Già, dove sono i giacimenti? «Quasi sicuramente le zone più ricche corrispondono alle cosiddette zone di subduzione, dove i margini di una zolla tettonica scendono al di sotto di un’altra», spiega l’esperto. Una circostanza, questa, in grado di guardare all’Oceano Pacifico – martoriato da vulcani e terremoti – come area privilegiata, e che spiega il grande interesse alle ricerche del Giappone, quasi del tutto privo di giacimenti di petrolio ma potenzialmente ricco di metano all’interno delle acque territoriali. Non a caso, ricercatori giapponesi hanno lanciato la prima idea pompare acqua calda in modo da disaggregare le molecole di acqua e gas e formare pozze di metano “pronto da estrarre”.
Ghiaccio esplosivo Sembrerebbe facile, ma non lo è. Gli stessi esperti americani non nascondono gli ostacoli ancora da scavalcare. Il rischio è che l’affare si trasformi in un boomerang per il clima terrestre: «Improvvisi rilasci di gas metano, che incombusto è un potente gas serra, potrebbe accelerare il riscaldamento globale», ammette Farrell, «con conseguenze disastrose sul clima e sugli oceani». Ugualmente inquietante è la possibilità di esplosioni accidentali. «Basta un leggero rialzo della temperatura dell’acqua di qualche grado», spiega Farrell, «perché le molecole di gas, altamente instabili, esplodano provocando voragini sul fondo oceanico. Se questo accadesse in prossimità di oleodotti li farebbe saltare in aria, provocando colossali sversamenti in mare». Deflagrazioni accidentali del “ghiaccio esplosivo”, come è stato subito battezzato dai ricercatori, si sarebbero già verificati in passato. A testimoniarlo sarebbero soprattutto le analisi sul plankton, alcune anomalie di crescita del quale sembrano essere giustificate – secondo gli esperti – solo con il rilascio di gas metano in mare. In alcuni casi, queste esplosioni hanno avuto effetti davvero catastrofici: «Verissimo», conferma Farrell, «scoppi accidentali di depositi di gas idrati potrebbero essere all’origine di alcuni cambiamenti climatici degli ultimi 50mila anni, e di frane e cataclismi sottomarini. Per esempio, la gigantesca onda tsunami che ha investito il Nord Europa 8000 anni fa». Rischi non trascurabili, insomma, ma che non sembrano spegnere l’entusiasmo dei ricercatori. Dopo il successo dell’ultima spedizione nell’Atlantico, è stata già annunciata una nuova partenza: colonna portante delle ricerche, ancora una volta, la nave Joideas Resolution, il più sofisticato laboratorio scientifico navigante del mondo, in grado di compiere trivellazioni fino a 8200 metri di profondità, estrarre campioni di roccia e portarli intatti in superficie. Stavolta farà rotta nel Pacifico settentrionale, proprio di fronte alla coste dell’Oregon. Qui, trivellazioni sperimentali hanno evidenziato un giacimento di cristalli di gas ancora più ricco di quello dell’Atlantico. Il prezzo del petrolio continua a crescere, e la ricerca continua. http://italy.indymedia.org/news/2005/10/910556.php (teoria di storegga)
oppure no ...?
L'origine del riscaldamento climatico (di 40.000 anni fa) Uno studio individua nelle zone umide l'origine del fenomeno, in contrasto con la teoria secondo cui una grande quantità di metano fu liberata dai clatrati presenti nell'oceano
Forse è attinente oppure no, ma dategli un'occhiata
19.04.2006
Il ciclo del carbonio tra Giurassico e Cretaceo
Secondo le ipotesi, fu sconvolto da un improvviso rilascio di CO2 o di metano dal fondo dell'oceano
Un'improvvisa emissione di carbonio su larga scala, dovuta al rilascio di riserve di anidride carbonica immagazzinata sul fondo dell’Oceano: fu questa probabilmente la causa di un notevole incremento relativo del carbonio 12 rispetto al carbonio 13 scoperto nei sedimenti vecchi di centinaia di milioni di anni da Yvonne van Breugel dell’Università di Utrecht.
Si tratta, a ben guardare, di un processo simile a quello in atto tutt’ora. Si sta assistendo attualmente all’incremento della concentrazione di biossido di carbonio in atmosfera in conseguenza della massiccia utilizzazione di combustibili fossili, che apparentemente ha portato con sé un incremento relativo dell’isotopo del carbonio con 12 neutroni. Come conseguenza, il rapporto degli isotopi stabili C13/C12 ha mostrato una diminuzione dello 0,1 per cento. Tenuto conto di ciò, non è chiaro quale fenomeno naturale abbia potuto innescare tra i periodi Giurassico e Cretaceo, tra 180 e 120 milioni di anni fa, un processo simile, quattro volte più intenso. Nei fossili di alghe marine e piante terrestri datate a quel periodo, infatti, la van Breugel ha trovato un decremento di tale rapporto pari allo 0,4 per cento. Secondo la ricercatrice, ciò indicherebbe variazioni del ciclo del carbonio su larga scala, e su una scala temporale di alcune decine di migliaia di anni, dovute a un improvviso rilascio in atmosfera di C12, legato in molecole di anidride carbonica o metano, probabilmente proveniente dai gas idrati immagazzinati sul fondo dell’oceano entrati in contatto con magma.
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