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1989: come si vedevano i cambiamenti climatici

Modelli
Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 03-29-2010 at 10:07 AM
Modelli e previsioni future >> Modelli

L'Espresso 19 FEBBRAIO 1989, Tempo di caos, di Enrico Arosio

Secondo il rapporto di un'agenzia dell’ONU, le condizioni atmosferiche in Europa sono destinate a un mutamento radicale. Nel 2030 in Scandinavia e in URSS la temperatura salirà di sei gradi: si scioglieranno i ghiacci e crescerà il livello del mare. A Sud il caldo farà aumentare la siccità. Ma già adesso...
Il clima in Europa previsto per il 2030. Nel disegno a sinistra: l'aumento delle temperature medie Invernali rispetto a oggi, molto significativo al Nord. Nel disegno a destra: le precipitazioni invernali (in mm/giorno), che aumentano a Nord-Est e diminuiscono al Sud.
Nell’anno del Signore 2030, in Europa, il clima sarà disordinato, instabile, in qualche misura estremista. Farà più freddo al Nord e più caldo al Sud. L'Europa centrale sarà pesantemente colpita dalle piogge acide. Il livello dei mari salirà, e in misura preoccupante. Nei Paesi meridionali aumenteranno i problemi dell'approvvigionamento idrico. Altrove. il sale marino penetrerà nel centro terra recando danno all'agricoltura. In altre parole, si verificherà in dimensioni più violente, più caotiche, ciò che già oggi si mostra sotto diverse maschere: lunghi inverni asciutti seguiti da sproporzionate nevicate a fine primavera, persistenti siccità estive interrotte da devastanti burrasche, punte di caldo africano, nebbie e smog tenacissimi. Il tutto in forme difficili da prevedere, e quindi da prevenire. Chi sarà il responsabile principale del nuovo disordine climatico? Sempre lui, l'effetto serra, cioè il progressivo surriscaldamento dell'atmosfera indotto dai crescenti consumi energetici. E tra quarant’anni lo scenario sopra delineato è ritenuto dagli scienziati, se non certo, molto verosimile. Prevedere come cambierà il clima europeo significa combinare una quantità di variabili: economiche, energetiche, demografiche, geofisiche. In una parola, occorre creare un modello dell'Europa intesa come ecosistema, come sistema ecologico complesso. Lo scenario più aggiornato su questo tema è contenuto nel rapporto "Future Environments for Europe" (Futuri ambienti per l'Europa) redatto da una équipe dello liasa di Vienna (l'Istituto internazionale per l'analisi applicata dei sistemi). Una parte del rapporto si propone di descrivere, sulla base di sofisticati modelli previsionali, come potrebbe essere il clima del nostro continente intorno all'anno 2030, sempre che non subisca bruschi mutamenti l'attuale modello di sviluppo, e quali nuovi problemi si porranno alla futura interazione politica delle nazioni europee. Coordinata dall'americano William S. Stigliani. questa ricerca è stata presentata, in forma succinta, alla recente conferenza internazionale sul tema "Atmosfera, clima e uomo" organizzato a Torino dalla Fondazione San Paolo. Ecco i punti fondamentali della ricerca.
UN'EUROPA PIÙ CALDA
Iniziarne, come farebbe un inglese nel suo quotidiano interrogarsi sul tempo che fa e che farà, con uno sguardo al termometro e uno al ciclo. Basta osservare le cartine riprodotte alle pagine 190-191 per accorgersi che, dalla Lapponia a Gibilterra, la temperatura salirà ovunque, senza eccezione alcuna. D'estate, in gran parte dell'Europa meridionale il termometro salirà tra i due e i quattro gradi, con punte in Spagna e Portogallo, mentre nel Nord farà appena un poco più caldo (con un aumento contenuto entro i due gradi). D'inverno, il trend s'inverte. Al Nord la temperatura salirà notevolmente: di oltre sei gradi, addirittura, in Scandinavia e nelle regioni nord-occidentali dell’URSS; mentre in Europa centrale l'inverno sarà più dolce (più due, quattro gradi) e al Sud la differenza sarà ancora più blanda. Muteranno anche le precipitazioni. D'estate pioverà di più in Nord Europa, mentre al Centro e al Sud il clima si farà più secco, specie in Nord Italia, nei Balcani e nell’URSS. D'inverno, aumenteranno le piogge soprattutto in Scozia, Scandinavia ed Europa centrale; e diminuiranno in misura significativa in Spagna, Portogallo e nella Francia meridionale. In termini generali, inoltre il rapporto liasa avverte che saranno sempre più frequenti gli "eventi estremi": maree eccezionali, ondate di caldo, punte di freddo intenso: un disordine climatico che minaccerà soprattutto la vegetazione nei Paesi mediterranei, abbastanza resistente al grande caldo ma molto vulnerabile ai periodi di freddo intenso. Quali effetti avrà questo disordine climatico sull'ambiente europeo? Vediamo.
ACQUA SOTTO STRESS.
Il modello previsionale per il 2030 suddivide i livelli di abbondanza o scarsità di acqua in quattro categorie. I Paesi meno fortunati saranno Belgio e Polonia, che già oggi soffrono dì "stress" al sistema di approvvigionamento idrico; li raggiungeranno, però, tra quarant'anni, Italia, Spagna e Grecia. Un po' meno peggio (difficoltà di distribuzione dell'acqua) staranno la Francia e i Paesi dell'area balcanica. Miglioreranno, invece. Olanda, Gran Bretagna e Germania federale. Ma gli unici a godere di "eccedenze idriche" saranno l'Austria e i Paesi scandinavi.
SALINIZZAZIONE
E una questione a torto sottovalutata, osserva lo studio di William Stigliani. Riguarda in particolare il bacino del Mediterraneo. Il problema è serio: il sale marino penetra attraverso gli estuari (ma non solo) nelle falde acquifere costiere, introducendosi nel ciclo di irrigazione agricolo, e cosi facendo non solo rende i terreni meno fertili, ma ne diminuisce la resistenza alle sostanze tossiche come i metalli pesanti e i pesticidi. La salinizzazione del suolo riguarderà vaste aree, anche interne, della Spagna e del Portogallo, e i bacini del Rodano e del Po. Ma in Italia gli inconvenienti maggiori saranno nel Mezzogiorno: in Puglia, Calabria, Sicilia. Sardegna. Le zone più esposte, per penetrazione diretta, saranno le Murge e il Salente; per penetrazione indiretta, il delta del Po, la laguna veneta, la Maremma.
DEGRADO DELLE COSTE
E' un fenomeno che, com'è noto, riguarda in misura rilevante le coste atlantiche (Bretagna, Normandia) e il Mare del Nord (Germania). I Paesi nordeuropei hanno però affrontato il problema, con qualche successo, già da alcuni anni. In Italia, specie per quanto riguarda l'Alto Adriatico, si è solo all'inizio. Una ragione in più per leggere con attenzione quanto il rapporto Stigliani mette in evidenza circa la penisola italiana. Se il livello marino salirà, com'è previsto in misura preoccupante {alcune protezioni parlano di un metro e mezzo entro la metà del ventunesimo secolo), saranno a rischio di erosione e inondazioni le coste meno protette, come l'Alto Adriatico e la Versilia. E non solo le spiagge, ma i porti e le infrastrutture costiere. Altre osservazioni riguardano gli estuari e le lagune italiane. Quando ai cedimenti geologici si somma l'azione violenta del mare, i processi erosivi si amplificano, come dimostra il caso del delta del Po. Appaiono quindi urgenti le opere di difesa costiere (come il sistema per disciplinare l'acqua alta a Venezia). Ma l'aumento del livello del mare potrebbe distruggere le barriere di sabbia che caratterizzano le maggiori lagune italiane (Venezia, Marano. Orbetello). Non si tratta, sottolinea il rapporto, di un problema marginale. Queste aree sono ecosistemi preziosi: utili all'industria della pesca, rimuovono una parte delle sostanze inquinanti di origine fognaria.
ENERGIA ESTIVA.
In Europa, diversamente dagli Stati Uniti, i consumi di energia sono nettamente più alti in inverno che d'estate. Ma anche questo scenario potrebbe cambiare: se si diffonderà, a livello di massa, l'uso dell'aria condizionata; se le popolazioni mediterranee aumenteranno stagionalmente sull'onda del turismo; se i mutamenti climatici porteranno all'estremo le ondate di caldo intenso. Maggiori consumi di energia significheranno perciò più elevate quantità di ossidi di azoto emessi nell'atmosfera da parte delle centrali elettriche. Le aree più vulnerabili saranno metropoli come Roma, Madrid, Barcellona e Atene.
PIOGGE ACIDE
Il rapporto Stigliani si basa su un modello previsionale sofisticato (il modello Rains) che esamina le emissioni di zolfo nell'atmosfera. E qui le previsioni sono, per alcune regioni d'Europa, pessime. Le aree più colpite, ben oltre l'estensione delle sole zone industrializzate, coprono buona parte della Germania Est, della Polonia e della Cecoslovacchia. In misura minore si segnalano il nord dell'Ungheria e della Jugoslavia e alcune sparse aree industriali, quali l'asse Manchester-Birmingham, Atene, Barcellona, e in Italia il triangolo tra Milano, Torino e il Po. Nonostante le prossime strategie per ridurre le emissioni, avverte lo liasa, nel 2030 il 40 per cento dei terreni forestali dell'Europa centrale avranno un valore di acidità elevatissimo (pH inferiore a 4). Prima di allora sul continente europeo saranno anche leggermente variate le modalità di trasporto e di deposizione di zolfo. In sostanza è molto probabile che l'"esportazione" di zolfo da ovest verso est diminuirà nei mesi invernali; in estate, invece, questa esportazione aumenterà da sud verso nord, mentre diminuirà dall'Europa centrale verso Oriente.
CLIMA E RIFIUTI TOSSICI
Per tutto il ventesimo secolo le terre d'Europa hanno accumulato residui tossici come metalli pesanti e idrocarburi clorurati. Ma gli ecosistemi adibiti a ciò non hanno una capacità di assorbimento illimitata. E i mutamenti climatici possono indurre questi ecosistemi a espellere gradualmente sostanze tollerate, in precedenza, per decenni. Un primo esempio è rappresentato dai metalli pesanti sedimentati negli estuari dei grandi fiumi nordeuropei, come i depositi di cadmio sulle coste del mare del Nord e del Baltico. Un secondo esempio sono lagune e zone paludose, ambienti con caratteristiche chini iene particolari. Bonifiche e recuperi di queste aree per destinazione agricola possono causare l'emissione di grandi quantità di nitrati nelle acque di falda, oppure la riduzione di solfati a solfiti insolubili e dannosi. Il lago Blamissusjon in Svezia, parzialmente drenato per recuperare terra coltivabile, ha oggi un'acidità in pH di valore 3. Poiché le aree paludose servono anche per trattenere metalli tossici, il loro probabile prosciugarsi in seguito all'aumento della temperatura, specie in Nord Europa, causerà ulteriori inconvenienti all'equilibrio ambientale. In conclusione, suggerisce il rapporto liasa, la questione ecologica non va più considerata in una dimensione particolaristica (che è l'ottica prevalente in Italia dove, spesso sull'onda emotiva, le campagne ambientali si concentrano su obiettivi isolali, come il ruolo di singole industrie in ambiti locali), ma attraverso forme di programmazione tra i governi. La scala dei problemi ecologici europei e determinata in larga misura da istanze sovranazionali, come i mutamenti climatici. "L'importanza di questo fatto", osserva Stigliani, "probabilmente oggi non è ancora pienamente apprezzala". E' un modo educato per suggerire che forse, quando si guarda alle tematiche ambientali, bisogna cambiare occhiali, e cominciare a pensare in grande.
Effetto serra in Inghilterra
Caldo, zanzare, siesta pomeridiana e "calo culture". E' lo scenario ambiguo di come potrebbe essere la Gran Bretagna nel 2050. Ed è da addebitare al Grande Pericolo che in Inghilterra sta mobilitando mass media, governo e enti di ricerca: l'incombente innalzamento della temperatura causato dall'effetto serra. Gli inglesi sono spaventati: quasi non passa giorno senza che stampa e televisione non dedichino un intervento autorevole a questo problema. E certo non è un timore infondato: se davvero le previsioni dei fisici dell'atmosfera non sono errate, allora il Regno Unito, paese a clima temperato, subirà drammatiche mutazioni climatiche ed ecologiche. La mobilitazione di intelligente e risorse è generale. Una ricerca del dipartimento dell'Ambiente, condotta da sei gruppi di scienziati, prevede una "mediterraneizzazione" del Regno (con temperature da due a cinque gradi più elevate entro i prossimi sessant‘anni. La tipica giornata calda dell'estate inglese del 2050 potrebbe superare fa temuta barriera dei 30 gradi, spingersi fino ai 32. E allora le piantagioni di frumento, orzo, patate, barbabietole da zucchero non potrebbero più essere la base dell'agricoltura del Sud ricco del Paese. I suoli del Devon, dell'Hampshire, del Sussex, del Kent diventerebbero troppo secchi costringendo le piante che da secoli costituiscono la base dell'alimentazione dei sudditi del Regno, a emigrare In Scozia, mentre attorno al Vallo di Adriano crescerebbe rigogliosa la vite. Il Sud diventerebbe terra buona solo per il mais, alimento considerato "meridionale". Ma l'affronto peggiore ai coltivatori britannici verrebbe dallo spuntare di centinaia di migliaia di piantine di caffè "open air" attratte dal sole della Cornovaglia. David Everest, caso dell'ufficio scientifico del dipartimento per l'Ambiente, è convinto che anche la flora tradizionale britannica è destinata a sparire: l'abete rosso e altre conifere verrebbero sostituiti con il castagno, la quercia rossa, l'ontano rosso, l'acero. Le nobili foreste avioniche verrebbero minacciate anche da una popolazione di alberi tipicamente sudamericani come i grandi faggi e 1 giganteschi tigli che crescono a sud del Rio Grande. Questa nuova flora, insidiata da continui incendi, sarebbe il rifugio ideale per una ricca popolazione di serpenti e di insetti mai conosciuti prima. Gli studi condotti da Nicholas Middlcton dell'Università di Oxford ipotizzano addirittura un'inversione di tendenza nella crescita della natalità: la fertilità femminile sarebbe "molto meno frequente nella stagione calda" che, d'altronde, abbasserebbe la quantità di spermatozoi vitali nei maschi. E a sostegno delle sue Idee mobilita una statistica secondo la quale la punta massima dei concepimenti in Gran Bretagna avverrebbe quando la temperatura oscilla tra i 14 e i 16 gradi. Dio salvi l'Inghilterra!
SCIENZE, ROMEO BASSOLI

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