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Economia, Giovedì 20/10/1994
II deserto fa il pieno d'acqua: un progetto da 17.000 miliardi. Entro il '98 il “Grande fiume” sarà pronto
Servizio di Paolo Morelli
TRIPOLI (Libia) — II deserto del Sahara diventerà un'immensa area verde in cui coltivare frutta e verdura per rifornire il Nord Africa e l'Europa? Sembra uno scenario fantascientifico, ma potrebbe cominciare a diventare realtà tra pochi anni. Sotto il deserto, infatti, c'è un immenso giacimento di acqua potabile che attende solo di essere portata in superficie per essere sfruttata. Si tratta di acqua fossile, racchiusa da migliaia di anni in una enorme sacca sotterranea la cui parte principale è sotto la Libia meridionale, ma che probabilmente si estende anche sotto l'Egitto e il Marocco. M giacimento è stato scoperto una quindicina di anni fa nella zona del Sarir nell'ambito nelle perforazioni per la ricerca del petrolio. Le successive ricerche geologiche e un modello matematico sviluppato all'Università di Pisa hanno calcolato che la grandezza del giacimento è paragonabile a quella del mar Mediterraneo.
Il leader libico Gheddafi ha capito l'importanza della scoperta e ha subito dato il via all'operazione “Grande fiume fatto dall'uomo” per portare un milione di litri di acqua al giorno dalla parte meridionale del paese a quella settentrionale in modo da rifornire della preziosa acqua i campi, le industrie e le case degli abitanti di Tripoli, Bengasi e delle città vicine. Un progetto mastodontico, per il quale si prevede una spesa di circa undici miliardi di dollari, oltre 17.000 miliardi di lire, finanziato con l'esportazione dell'ottimo petrolio libico. Il progetto è stato elaborato da ingegneri americani che poi hanno dovuto formalmente abbandonarlo per il rigido embargo decretato dagli Stati Uniti nei confronti della Libia dopo l'attentato che fece precipitare un Jumbo della Pan Am a Lockerbie. Ma, come si dice, fatta la legge trovato l'inganno: per la direzione dei lavori è stata creata la Brown-Root inglese, che formalmente non ha legami con l'azienda americana che ha lo stesso nome e opera nello stesso settore, e quindi non è tenuta a rispettare l'embargo.
I lavori del “Grande fiume fatto dall'uomo” sono iniziati nel 79-80, affidati alla Dongh-Ah, gruppo imprenditoriale coreano che ha un bilancio dell'ordine di quello dello Stato italiano e che, solo in Libia, da lavoro a dodicimila persone. Il lavoro da fare è ciclopico: si tratta di scavare circa mille pozzi del diametro di 45 centimetri con profondità variabile da 600 a 800 metri, poi di costruire circa tremila chilometri di condotte idriche del diametro di quattro metri (la larghezza di una corsia d'autostrada) per portare cinque milioni di metri cubi di acqua al giorno fino alle porte delle città ai bacini di accumulo del diametro di un chilometro e mezzo. Per avere un'idea della difficoltà di quest'opera, basti pensare che le condotte idriche vengono realizzate in spezzoni lunghi quattro metri del peso di 70 tonnellate; per costruire questi pezzi (hanno un anima metallica con doppio rivestimento di cemento e rinforzo in tondino di ferro) sono stati realizzati due stabilimenti all'inizio e alla fine delle condotte. La prima parte del “Grande fiume” è già stata realizzata dalla zona del Sarir a Bengasi, ma non funziona a pieno regime perché solo una quarantina dei 120 pozzi perforati dalla brasiliana Bras Petrq è attiva; entro la fine di quest'anno però dovrebbe essere completamente funzionante. Nel giro di un paio di mesi, poi, saranno assegnati i lavori per realizzare altri 120 pozzi nella zona di Tazerbo, sulla stessa direttrice del Sarir, mentre stanno per iniziare i lavori di perforazione di 240 pozzi nella zona di Fezzan. Per quest'ultimo insediamento l'appalto è stato vinto dalla Dong-Ah che ha commissionato Te macchine di perforazione alla Soilmec di Cesena. Si tratta di sei perforatrici complete G100 della serie Advance, le stesse già al lavoro in Siberia per la perforazione di pozzi petroliferi, del costo di un miliardo e mezzo l'una; la prima è già partita per la Libia ed entrerà in funzione tra poche settimane, le altre saranno completate negli stabilimenti del gruppo Trevi di Pieve sestina entro gennaio '95. Dovrebbero ultimare il loro lavoro nel '97; l'anno dopo il “Grande fiume fatto dall'uomo” dovrebbe essere terminato e funzionante al 100%. La Soilmec non è l'unica azienda italiana che collabora al progetto di Gheddafi: molti dei camion, anche per i trasporti speciali, sono Iveco, e il tondino arriva a centinaia di tonnellate dalle acciaiane bresciane. Queste commesse possono essere accettate dalle aziende italiane poiché l'embargo decretato alla Libia dall’ONU è molto meno rigido di quello degli Stati Uniti: riguarda solo gli aerei e le ricerche petrolifere.
DESERTO/LE INCOGNITE
Ma mister Gheddafi non farà Scherzi?
TRIPOLI (Libia) — II “Grande fiume fatto dall'uomo” non rappresenta solo la speranza di dare vita a un'ampia zona della Libia, ma anche una serie di problemi non indifferenti. In primo luogo quello dell'equilibrio geologico: l'estrazione dal sottosuolo dì grandi quantità di acqua in modo continuativo provocherà probabilmente un fenomeno di subsidenza (lento abbassamento del terreno che non è più sostenuto dall'acqua presente nel sottosuolo, un po' quello che è accaduto nella pianura padana) non solo in Libia, nelle zone dove vengono realizzati i pozzi, ma anche nei paesi confinanti. Anche se il modello matematico elaborato dall'Università di Pisa prevede che per almeno cinquant’anni non ci siano movimenti significativi le preoccupazioni di Egitto e Marocco sono comprensibili. La subsidenza infatti non è un fenomeno particolarmente grave in zone interne e scarsamente abitate, ma continuando nell'estrazione dell'acqua la crosta terrestre non più sostenuta dalla pressione dell'acqua, potrebbe cedere bruscamente causando terremoti.
Ma c'è un altro aspetto che preoccupa soprattutto gli Stati Uniti e la Francia: le condotte del “Grande fiume” sono in pratica delle grandi vie di comunicazione sotterranee nelle quali l'occhio dei satelliti/spia non può arrivare. Gheddafi potrebbe quindi tentare di utilizzarle come autostrade (ma i problemi tecnici non sono pochi) per accumulare un grande arsenale nella parte meridionale della Libia e varcare di sorpresa il confine per invadere il Ciad. [pa.mo.]
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Che cosa Tratta?
Questa sezione si prefigge lo scopo di raccogliere materiale pubblicato tramite diversi mezzi e fonti, al fine di fornire (in modo schematico), una serie di contributi ai vari lettori: attenzione che spesso si tratta di tracce di tipo divulgativo e, quindi, se desidera approfondire maggiormente determinati argomenti occorrerà rivolgersi alle classiche biblioteche o simili.
Un sito interessante in merito alle tematiche da impatto meteorico e relative dinamiche cinetiche: giusto per schiarirsi un poco le idee.LINK 1
LINK 2
LINK 3
Ecco invece un sito con un'interessante raccolta di articoli in ambito paleontologico.
Un interessante sito che analizza i risultati storici (e gli effetti) dei vulcani nel tempo con tabelle ricostruite e riassuntive dei maggiori eventi:
Dove possiamo trovare i supervulcani? Queste sono le zone in cui potrebbe risvegliarsi un supervulcano (attenzione il termine supervulcano non è scientifico ma nasce impropriamente da una trasmissione/documentario fatta dal National Geographic):
- Mount Aniakchak, Alaska, Stati Uniti
- Aso, Kyushu, Giappone
- Campi Flegrei, Campania, Italia
- Kikai Caldera, Ryukyu Islands, Giappone
- Long Valley Caldera, California, Stati Uniti
- Monte Mazama, Oregon, Stati Uniti (ora Crater Lake)
- Lago Taupo, North Island, Nuova Zelanda
- Lago Toba, Sumatra, Indonesia
- Valle Grande, New Mexico, Stati Uniti
- Monte Warning, Nuovo Galles del Sud, Australia
- Yellowstone Caldera, Wyoming, Stati Uniti
- Mar Mediterraneo, Sicily, Italy
Vi segnalo questo indirizzo per fare ricerche in databases veramente enorme sugli tsunami del passato (è quello da cui ho attinto anch'io per integrare la sezione "Storia della Terra" (sulla cronologia dei grandi eventi del passato).
Le Storegga Slides (fra le più grandi frane sottomarine mai registrate) avvenute nella piattaforma continentale della Norvegia intorno al 6.100 a.C. (vedi anche la pagina la storia del pianeta).
Comunque sia si tratta di una teoria emersa con forza negli ultimi anni e studiata soprattutto dalle Università del nord Europa in quanto gli effetti ricostruiti di tale evento hanno colpito soprattutto gli stati che si affacciano sul mare del nord. In sintesi si tratterebbe di una gigantesca frana sottomarina che ha coinvolto la scarpata continentale e che, come conseguenza, generò un gigantesco tsunami (secondo alcuni ricercatori esso sarebbe stato ben più consistente di quello di Sumatra 2004). Alcuni studiosi riconducono tali assestamento geomorfologici sottomarini agli idrati di metano e/o a cambiamenti climatici.
Un paio di considerazioni sugli Idrati di Metano:
[1] Fondali marini agli idrati di metano Solo ora gli scienziati sembrano cominciare a interessarsi ai depositi di biidrati di metano ghiacciati che si trovano sul fondo dei mari.Si tratta di una particolare composizione chimica molto diffusa sui fondali marini a una profondità superiore ai trecento metri e che potrebbero rappresentare delle novità rilevanti per comprendere meglio il ciclo del carbonio sulla Terra e avere delle interessanti applicazioni commerciali. Lo studio di questi depositi, soprattutto per motivi estrattivi, è estremamente complesso. Un blocco di idrati di gas ha la consistenza del ghiaccio. Portato alla superficie, fonde e rilascia metano, uno dei gas serra. Le riserve di metano contenute in questi depositi sono enormi. Per la prima volta sono stati presentati a Nizza nel corso del meeting della European Geophysical Society, della American Geophysical Union e della European Union of Geosciences i risultati di una campagna scientifica in alto mare condotta proprio allo scopo di analizzare questi particolarissimi cristalli. I prelievi sono stati effettuati al largo delle coste dell'Oregon (USA) e hanno permesso di portare in superficie una serie di questi particolari fiocchi di neve.Secondo Erwin Suess del Research Center for Marine Geosciences (GEOMAR) di Kiel "a quelle particolari condizioni di pressione e temperatura il metano non potrebbe esistere in quelle forma". 14 aprile 2003 http://ulisse.sissa.it/site/public/ScienzaSette/s7_18apr03_5.htm
[2] Idrati di metano: rischi di tsunami Il pericolo non è imminente ma già 8.000 anni fa l'Europa del nord venne sconvolta da un repentino innalzamento della temperature che sciolse gli idrati di metano che si trovano lungo la scarpata della piattaforma continentale. Da un articolo in Inglese: http://www.thisisnorthscotland.co.uk/displayNode.jsp?nodeId=149483&command=displayContent&sourceNode=149251&contentPK=13348453
Gli idrati di metano, cosa sono Di che si tratta? «Si tratta di cristalli di ghiaccio – o gas idrati – composti di gas e metano, intrappolati da milioni di anni sotto ai margini continentali a causa dell’alta pressione e delle basse temperature», spiega John Farrell, responsabile scientifico della ricerca, che vede impegnati i migliori istituti oceanografici di venti nazioni, Italia compresa: «Riteniamo che sotto gli oceani ne esistano giacimenti immensi». A sollevare euforia tra gli esperti è la possibilità del loro sfruttamento commerciale in tempi forse, brevi. «Molto dipende dal prezzo del gas naturale», si sbilancia Farrel, «se la domanda fosse alta, basterebbero quindici anni». Nel frattempo, «la prima cosa da fare è censire i punti dove noi riteniamo possano trovarsi i giacimenti maggiori, un compito che potrebbe richiedere anni». Già, dove sono i giacimenti? «Quasi sicuramente le zone più ricche corrispondono alle cosiddette zone di subduzione, dove i margini di una zolla tettonica scendono al di sotto di un’altra», spiega l’esperto. Una circostanza, questa, in grado di guardare all’Oceano Pacifico – martoriato da vulcani e terremoti – come area privilegiata, e che spiega il grande interesse alle ricerche del Giappone, quasi del tutto privo di giacimenti di petrolio ma potenzialmente ricco di metano all’interno delle acque territoriali. Non a caso, ricercatori giapponesi hanno lanciato la prima idea pompare acqua calda in modo da disaggregare le molecole di acqua e gas e formare pozze di metano “pronto da estrarre”.
Ghiaccio esplosivo Sembrerebbe facile, ma non lo è. Gli stessi esperti americani non nascondono gli ostacoli ancora da scavalcare. Il rischio è che l’affare si trasformi in un boomerang per il clima terrestre: «Improvvisi rilasci di gas metano, che incombusto è un potente gas serra, potrebbe accelerare il riscaldamento globale», ammette Farrell, «con conseguenze disastrose sul clima e sugli oceani». Ugualmente inquietante è la possibilità di esplosioni accidentali. «Basta un leggero rialzo della temperatura dell’acqua di qualche grado», spiega Farrell, «perché le molecole di gas, altamente instabili, esplodano provocando voragini sul fondo oceanico. Se questo accadesse in prossimità di oleodotti li farebbe saltare in aria, provocando colossali sversamenti in mare». Deflagrazioni accidentali del “ghiaccio esplosivo”, come è stato subito battezzato dai ricercatori, si sarebbero già verificati in passato. A testimoniarlo sarebbero soprattutto le analisi sul plankton, alcune anomalie di crescita del quale sembrano essere giustificate – secondo gli esperti – solo con il rilascio di gas metano in mare. In alcuni casi, queste esplosioni hanno avuto effetti davvero catastrofici: «Verissimo», conferma Farrell, «scoppi accidentali di depositi di gas idrati potrebbero essere all’origine di alcuni cambiamenti climatici degli ultimi 50mila anni, e di frane e cataclismi sottomarini. Per esempio, la gigantesca onda tsunami che ha investito il Nord Europa 8000 anni fa». Rischi non trascurabili, insomma, ma che non sembrano spegnere l’entusiasmo dei ricercatori. Dopo il successo dell’ultima spedizione nell’Atlantico, è stata già annunciata una nuova partenza: colonna portante delle ricerche, ancora una volta, la nave Joideas Resolution, il più sofisticato laboratorio scientifico navigante del mondo, in grado di compiere trivellazioni fino a 8200 metri di profondità, estrarre campioni di roccia e portarli intatti in superficie. Stavolta farà rotta nel Pacifico settentrionale, proprio di fronte alla coste dell’Oregon. Qui, trivellazioni sperimentali hanno evidenziato un giacimento di cristalli di gas ancora più ricco di quello dell’Atlantico. Il prezzo del petrolio continua a crescere, e la ricerca continua. http://italy.indymedia.org/news/2005/10/910556.php (teoria di storegga)
oppure no ...?
L'origine del riscaldamento climatico (di 40.000 anni fa) Uno studio individua nelle zone umide l'origine del fenomeno, in contrasto con la teoria secondo cui una grande quantità di metano fu liberata dai clatrati presenti nell'oceano
Forse è attinente oppure no, ma dategli un'occhiata
19.04.2006
Il ciclo del carbonio tra Giurassico e Cretaceo
Secondo le ipotesi, fu sconvolto da un improvviso rilascio di CO2 o di metano dal fondo dell'oceano
Un'improvvisa emissione di carbonio su larga scala, dovuta al rilascio di riserve di anidride carbonica immagazzinata sul fondo dell’Oceano: fu questa probabilmente la causa di un notevole incremento relativo del carbonio 12 rispetto al carbonio 13 scoperto nei sedimenti vecchi di centinaia di milioni di anni da Yvonne van Breugel dell’Università di Utrecht.
Si tratta, a ben guardare, di un processo simile a quello in atto tutt’ora. Si sta assistendo attualmente all’incremento della concentrazione di biossido di carbonio in atmosfera in conseguenza della massiccia utilizzazione di combustibili fossili, che apparentemente ha portato con sé un incremento relativo dell’isotopo del carbonio con 12 neutroni. Come conseguenza, il rapporto degli isotopi stabili C13/C12 ha mostrato una diminuzione dello 0,1 per cento. Tenuto conto di ciò, non è chiaro quale fenomeno naturale abbia potuto innescare tra i periodi Giurassico e Cretaceo, tra 180 e 120 milioni di anni fa, un processo simile, quattro volte più intenso. Nei fossili di alghe marine e piante terrestri datate a quel periodo, infatti, la van Breugel ha trovato un decremento di tale rapporto pari allo 0,4 per cento. Secondo la ricercatrice, ciò indicherebbe variazioni del ciclo del carbonio su larga scala, e su una scala temporale di alcune decine di migliaia di anni, dovute a un improvviso rilascio in atmosfera di C12, legato in molecole di anidride carbonica o metano, probabilmente proveniente dai gas idrati immagazzinati sul fondo dell’oceano entrati in contatto con magma.
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