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2001: Il meteorite che cambiò la storia

Teorie Geologiche Varie
Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 12-12-2008 at 3:10 PM
Articoli Geologici >> Teorie Geologiche Varie

da La Repubblica, Martedì, 6 Novembre 2001
Il meteorite che cambiò la storia
Un geologo svela il mistero della civiltà scomparse: 6mila anni fa i grandi imperi crollarono uno dopo l'altro. In Iraq le tracce dell'evento che causò terremoti, incendi e inondazioni
CINZIA DAL MASO
ROMA - Fu forse un meteorite a far crollare, verso la fine del terzo millennio a.C., tutte le civiltà urbane dal Nilo all'Indo. Un meteorite davvero grande, che si è schiantato sulla terra con una violenza pari a centinaia di bombe nucleari, provocando ovunque terremoti, incendi, inondazioni. Nell'impatto ha formato un cratere di oltre 3 chilometri di diametro, visibile ancor oggi in Iraq non molto lontano dalla confluenza del Tigri e dell'Eufrate.
La clamorosa scoperta è stata annunciata dal geologo Sharad Master dell'Università di Witwatersrand, Johannesburg, in un recente numero della rivista Meteoritics & Planetary Science. Clamorosa anche perché del tutto casuale. «Stavo leggendo un articolo di giornale sui progetti di canalizzazioni nel sud dell'Iraq racconta quando notai in una foto aerea una formazione perfettamente circolare». Master cominciò così ad analizzare immagini da satellite della zona degli ultimi vent'anni. Nell'antichità l'area era coperta da acque poco profonde, poi la terra avanzò e sul sito del cratere si formò un lago. Oggi, grazie alle bonifiche di Saddam Hussein, il lago è stato prosciugato, evidenziando al suo interno una cresta circolare, classico segno dell'impatto di un meteorite.
La datazione dell'evento non è ancora certa, ma Master osserva che i sedimenti nella regione sono, geologicamente parlando, molto giovani, e che l'impatto deve essere avvenuto non oltre i 6.000 anni fa. Dunque il candidato più probabile, se non l'unico, sono proprio i misteriosi avvenimenti della fine del III millennio. Quando accadde proprio di tutto. Crollarono i primi imperi centralizzati della storia, l'Antico regno in Egitto e il regno di Sargon di Akkad in Mesopotamia. Intere città furono rase al suolo o incendiate, da Troia a Byblos a Ugarit a Gerico. Altre furono improvvisamente abbandonate, come i molti centri della Siria settentrionale.
Già nel 1948 l'archeologo Schaeffer (lo scavatore di Ugarit) aveva pensato che solo una colossale catastrofe naturale avrebbe potuto causare tutto questo. Ma allora la sua idea non fu accolta dall'establishment accademico, tutto teso a credere che solo l'uomo sia attore della propria storia. E che dunque si dovessero cercare cause singole per ogni fenomeno. Si è parlato di eccessiva grandezza degli imperi o di forte incremento demografico che ha esautorato le risorse, ma in realtà fino a oggi nessuna spiegazione ha funzionato.
Solo qualche anno fa l'idea di una causa unitaria e naturale ha ripreso vigore grazie a Harvey Weiss dell'Università di Yale e alla sua équipe di geologi e climatologi. Hanno analizzato tutta l'area mesopotamica, dal lago Van fino al golfo dell'Oman, concludendo che all'epoca vi fu una grandissima siccità, con venti fortissimi che spazzarono via ogni cosa. Ma la siccità può solo essere l'effetto di una causa che rimane sconosciuta. Se la datazione del cratere iracheno dovesse rivelarsi corretta, avremo finalmente la soluzione del mistero.

"Finalmente abbiamo le prove del cataclisma"
Rosaria Belgiorno, archeologa del Cnr
ROMA - «Pare l'uovo di Colombo. Se confermato, l'impatto del meteorite potrebbe davvero spiegare ogni cosa». L'archeologa del Cnr Rosaria Belgiorno è euforica. Durante l'ultima campagna di scavo nel sito cipriota di Pyrgos, ha scoperto che fu un terremoto violentissimo a distruggere l'intero insediamento. Proprio alla fine del III millennio a.C.
Dunque Pyrgos è l'ultima pedina aggiunta al mosaico dell'età delle rivoluzioni.
«Certo, ed è molto importante perché, essendo uno scavo ancora in corso, sarà possibile verificare sul campo l'ipotesi del cataclisma raccogliendo quei dati che altrove sono oramai distrutti. Per questo a dicembre riprenderò lo scavo assieme a un geologo e un sismologo».
Lei è dunque convinta che ci sia una sola causa, un cataclisma, a monte di tutte le distruzioni?
Convintissima. Perché non può neppure essere una semplice siccità, come sostiene Weiss. Il cambiamento climatico provoca un impoverimento progressivo, mentre l'archeologia prova che ci furono distruzioni improvvise di civiltà tutte al loro apogeo. Le datazioni dei fenomeni nei diversi luoghi non sono però sempre coincidenti.
«Le datazioni sono state fatte da studiosi dei singoli luoghi e sono spesso molto vaghe. Ma dovunque la si esamini, la catastrofe ha un nome solo, si chiama crollo della civiltà del Bronzo antico. Per assurdo solo la catastrofe, una volta individuata, potrà datare con certezza tutti i fenomeni correlati dal Mediterraneo all'Indo».
Cosa caratterizzò il Bronzo antico?
«Fu una vera età dell'oro. Si lavorarono con raffinatezza i metalli, in Egitto si costruirono le piramidi e in Asia minore e in Grecia i megaron, grandi aule di proporzioni enormi. Per fare tutto ciò, servivano tecnologie avanzatissime. Poi tutto si interruppe, e ci vollero un paio di secoli per vedere i primi segni di ripresa. Basta pensare all'Egitto: del primo periodo intermedio egiziano, quello successivo alla catastrofe, non conosciamo quasi nulla. Non può essere un caso». (c.d.m.)


Caduto all'alba del 29 giugno del 3123 avanti Cristo
L'Austria colpita da un asteoride 5 mila anni fa. Lo dice una tavoletta sumera
Appena al di là dell'attuale frontiera italiana. Danni anche a migliaia di km di distanza
LONDRA – Descriverebbe una delle più antiche catastrofi naturali avvenute sulla Terra e osservate dall’occhio umano. Dopo 150 anni di inutili studi e bizzarre teorie interpretative, sembra che le misteriose iscrizioni cuneiformi disegnate su una tavoletta d'argilla scoperta dall’archeologo inglese Herny Layard nel 1845 tra i resti della libreria del palazzo reale di Ninive, capitale del regno assiro, vicino all’odierna città irachena di Mosul e custodita nel British Museum, siano state finalmente interpretate da due studiosi britannici: costoro, dopo otto anni di ricerche avrebbero «tradotto» i segni presenti su una tavoletta sumerica (tra l'altro molto parziale e rimaneggiata) che narrerebbero «eventi avvenuti nel cielo prima dell'alba del 29 giugno del 3123 avanti Cristo» e farebbero riferimento all'avvistamento di un meteorite che successivamente avrebbe colpito la Terra, appena oltre l'attuale frontiera italiana.
STUDIO - Lo studio, da cui è nato il libro A Sumerian Observation of Köfels scritto da Alan Bond, direttore di Reaction Engines, una compagnia inglese specializzata nello sviluppo di sistemi di propulsione spaziale e da Mark Hempsell, docente di astronautica alla Bristol University, afferma che sulla tavoletta (conosciuta dagli esperti con il nome di Planisfera e con il numero d'archivio K8538) sarebbe raccontata la comparsa nei cieli di un grande asteroide che poi si sarebbe schiantato sul territorio austriaco dove oggi sorge la città di Köfels. A Köfels c'è un cratere da impatto di 1,5 km di diametroLe conseguenze di questo tremendo impatto sarebbero state catastrofiche: numerosi territori, anche lontani, sarebbero stati distrutti e decine di migliaia di persone sarebbero morte. La tavoletta risalirebbe al 700 a. C. e su di essa sarebbero stati copiati alcuni appunti di un astronomo sumero che realmente avrebbe visto l'asteroide avvicinarsi alla Terra in quella lontana notte di 5 mila anni fa. Costui avrebbe descritto il corpo celeste come una enorme «pietra bianca che si avvicinava», e che avrebbe spazzato via tutto quello che c’era intorno.
TESTIMONIANZA SCIENTIFICA - Sulla tavoletta sumerica oltre al testo cuneiforme, scrittura usata dai sumeri, la più antica civiltà conosciuta al mondo, compaiono anche disegni che descrivono la posizioni di alcune costellazioni. Nel corso degli anni sono state formulate le più assurde spiegazioni per dare senso all'oscura trascrizione persente sulla tavoletta. Ad esempio secondo uno storico dell’Azerbaigian queste iscrizioni narravano l’arrivo di un'astronave aliena sulla Terra. La ricerca di Bonde e di Hempsell hanno spazzato via tutte queste bizzarre teorie: i due studiosi infatti sono riusciti prima a tradurre le le trascrizioni cuneiformi e poi, grazie alle più moderne tecnologie, hanno ricostruito al computer esattamente ciò che accadde quella notte di tanti anni fa. I due ricercatori affermano che alcuni simboli presenti sulla tavoletta descrivono con precisione la traiettoria di un grande oggetto che attraversava la costellazione dei Pesci e che si avvicinava sempre di più alla Terra. Metà dei simboli presenti sulla tavoletta fanno riferimento all’asteroide. Tutti gli altri descrivono la posizione delle nuvole e delle costellazioni. «È una perfetta testimonianza scientifica», afferma entusiasta Mark Hempsell alla stampa britannica. «L’esplosione creò un’enorme nuvola a forma di fungo, mentre il fumo si diffuse nell’aria e poteva essere visto per centinaia di chilometri. Probabilmente la maggior parte delle persone morì soffocata».
Francesco Tortora, 31 marzo 2008

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Che cosa Tratta?

Questa sezione si prefigge lo scopo di raccogliere materiale pubblicato tramite diversi mezzi e fonti, al fine di fornire (in modo schematico), una serie di contributi ai vari lettori: attenzione che spesso si tratta di tracce di tipo divulgativo e, quindi, se desidera approfondire maggiormente determinati argomenti occorrerà rivolgersi alle classiche biblioteche o simili.


Un sito interessante in merito alle tematiche da impatto meteorico e relative dinamiche cinetiche: giusto per schiarirsi un poco le idee.
LINK 1

LINK 2

LINK 3


Ecco invece un sito con un'interessante raccolta di articoli in ambito paleontologico.
Un interessante sito che analizza i risultati storici (e gli effetti) dei vulcani nel tempo con tabelle ricostruite e riassuntive dei maggiori eventi:

Dove possiamo trovare i supervulcani? Queste sono le zone in cui potrebbe risvegliarsi un supervulcano (attenzione il termine supervulcano non è scientifico ma nasce impropriamente da una trasmissione/documentario fatta dal National Geographic):

  • Mount Aniakchak, Alaska, Stati Uniti
  • Aso, Kyushu, Giappone
  • Campi Flegrei, Campania, Italia
  • Kikai Caldera, Ryukyu Islands, Giappone
  • Long Valley Caldera, California, Stati Uniti
  • Monte Mazama, Oregon, Stati Uniti (ora Crater Lake)
  • Lago Taupo, North Island, Nuova Zelanda
  • Lago Toba, Sumatra, Indonesia
  • Valle Grande, New Mexico, Stati Uniti
  • Monte Warning, Nuovo Galles del Sud, Australia
  • Yellowstone Caldera, Wyoming, Stati Uniti
  • Mar Mediterraneo, Sicily, Italy

Vi segnalo questo indirizzo per fare ricerche in databases veramente enorme sugli tsunami del passato (è quello da cui ho attinto anch'io per integrare la sezione "Storia della Terra" (sulla cronologia dei grandi eventi del passato).


Le Storegga Slides (fra le più grandi frane sottomarine mai registrate) avvenute nella piattaforma continentale della Norvegia intorno al 6.100 a.C. (vedi anche la pagina la storia del pianeta).

Comunque sia si tratta di una teoria emersa con forza negli ultimi anni e studiata soprattutto dalle Università del nord Europa in quanto gli effetti ricostruiti di tale evento hanno colpito soprattutto gli stati che si affacciano sul mare del nord. In sintesi si tratterebbe di una gigantesca frana sottomarina che ha coinvolto la scarpata continentale e che, come conseguenza, generò un gigantesco tsunami (secondo alcuni ricercatori esso sarebbe stato ben più consistente di quello di Sumatra 2004).
Alcuni studiosi riconducono tali assestamento geomorfologici sottomarini agli idrati di metano e/o a cambiamenti climatici.

Un paio di considerazioni sugli Idrati di Metano:

[1]  Fondali marini agli idrati di metano 
Solo ora gli scienziati sembrano cominciare a interessarsi ai depositi di biidrati di metano ghiacciati che si trovano sul fondo dei mari.Si tratta di una particolare composizione chimica molto diffusa sui fondali marini a una profondità superiore ai trecento metri e che potrebbero rappresentare delle novità rilevanti per comprendere meglio il ciclo del carbonio sulla Terra e avere delle interessanti applicazioni commerciali. Lo studio di questi depositi, soprattutto per motivi estrattivi, è estremamente complesso. Un blocco di idrati di gas ha la consistenza del ghiaccio. Portato alla superficie, fonde e rilascia metano, uno dei gas serra. Le riserve di metano contenute in questi depositi sono enormi. Per la prima volta sono stati presentati a Nizza nel corso del meeting della European Geophysical Society, della American Geophysical Union e della European Union of Geosciences i risultati di una campagna scientifica in alto mare condotta proprio allo scopo di analizzare questi particolarissimi cristalli. I prelievi sono stati effettuati al largo delle coste dell'Oregon (USA) e hanno permesso di portare in superficie una serie di questi particolari fiocchi di neve.Secondo Erwin Suess del Research Center for Marine Geosciences (GEOMAR) di Kiel "a quelle particolari condizioni di pressione e temperatura il metano non potrebbe esistere in quelle forma". 14 aprile 2003
http://ulisse.sissa.it/site/public/ScienzaSette/s7_18apr03_5.htm

[2]  Idrati di metano: rischi di tsunami
Il pericolo non è imminente ma già 8.000 anni fa l'Europa del nord venne sconvolta da un repentino innalzamento della temperature che sciolse gli idrati di metano che si trovano lungo la scarpata della piattaforma continentale. Da un articolo in Inglese:
http://www.thisisnorthscotland.co.uk/displayNode.jsp?nodeId=149483&command=displayContent&sourceNode=149251&contentPK=13348453

Gli idrati di metano, cosa sono
Di che si tratta? «Si tratta di cristalli di ghiaccio – o gas idrati – composti di gas e metano, intrappolati da milioni di anni sotto ai margini continentali a causa dell’alta pressione e delle basse temperature», spiega John Farrell, responsabile scientifico della ricerca, che vede impegnati i migliori istituti oceanografici di venti nazioni, Italia compresa: «Riteniamo che sotto gli oceani ne esistano giacimenti immensi». A sollevare euforia tra gli esperti è la possibilità del loro sfruttamento commerciale in tempi forse, brevi. «Molto dipende dal prezzo del gas naturale», si sbilancia Farrel, «se la domanda fosse alta, basterebbero quindici anni». Nel frattempo, «la prima cosa da fare è censire i punti dove noi riteniamo possano trovarsi i giacimenti maggiori, un compito che potrebbe richiedere anni».
Già, dove sono i giacimenti? «Quasi sicuramente le zone più ricche corrispondono alle cosiddette zone di subduzione, dove i margini di una zolla tettonica scendono al di sotto di un’altra», spiega l’esperto. Una circostanza, questa, in grado di guardare all’Oceano Pacifico – martoriato da vulcani e terremoti – come area privilegiata, e che spiega il grande interesse alle ricerche del Giappone, quasi del tutto privo di giacimenti di petrolio ma potenzialmente ricco di metano all’interno delle acque territoriali. Non a caso, ricercatori giapponesi hanno lanciato la prima idea pompare acqua calda in modo da disaggregare le molecole di acqua e gas e formare pozze di metano “pronto da estrarre”.

Ghiaccio esplosivo
Sembrerebbe facile, ma non lo è. Gli stessi esperti americani non nascondono gli ostacoli ancora da scavalcare. Il rischio è che l’affare si trasformi in un boomerang per il clima terrestre: «Improvvisi rilasci di gas metano, che incombusto è un potente gas serra, potrebbe accelerare il riscaldamento globale», ammette Farrell, «con conseguenze disastrose sul clima e sugli oceani». Ugualmente inquietante è la possibilità di esplosioni accidentali. «Basta un leggero rialzo della temperatura dell’acqua di qualche grado», spiega Farrell, «perché le molecole di gas, altamente instabili, esplodano provocando voragini sul fondo oceanico. Se questo accadesse in prossimità di oleodotti li farebbe saltare in aria, provocando colossali sversamenti in mare».
Deflagrazioni accidentali del “ghiaccio esplosivo”, come è stato subito battezzato dai ricercatori, si sarebbero già verificati in passato. A testimoniarlo sarebbero soprattutto le analisi sul plankton, alcune anomalie di crescita del quale sembrano essere giustificate – secondo gli esperti – solo con il rilascio di gas metano in mare. In alcuni casi, queste esplosioni hanno avuto effetti davvero catastrofici: «Verissimo», conferma Farrell, «scoppi accidentali di depositi di gas idrati potrebbero essere all’origine di alcuni cambiamenti climatici degli ultimi 50mila anni, e di frane e cataclismi sottomarini. Per esempio, la gigantesca onda tsunami che ha investito il Nord Europa 8000 anni fa».
Rischi non trascurabili, insomma, ma che non sembrano spegnere l’entusiasmo dei ricercatori. Dopo il successo dell’ultima spedizione nell’Atlantico, è stata già annunciata una nuova partenza: colonna portante delle ricerche, ancora una volta, la nave Joideas Resolution, il più sofisticato laboratorio scientifico navigante del mondo, in grado di compiere trivellazioni fino a 8200 metri di profondità, estrarre campioni di roccia e portarli intatti in superficie. Stavolta farà rotta nel Pacifico settentrionale, proprio di fronte alla coste dell’Oregon. Qui, trivellazioni sperimentali hanno evidenziato un giacimento di cristalli di gas ancora più ricco di quello dell’Atlantico. Il prezzo del petrolio continua a crescere, e la ricerca continua.
http://italy.indymedia.org/news/2005/10/910556.php  (teoria di storegga)

oppure no ...?

L'origine del riscaldamento climatico (di 40.000 anni fa)
Uno studio individua nelle zone umide l'origine del fenomeno, in contrasto con la teoria secondo cui una grande quantità di metano fu liberata dai clatrati presenti nell'oceano


Forse è attinente oppure no, ma dategli un'occhiata 

19.04.2006
Il ciclo del carbonio tra Giurassico e Cretaceo
Secondo le ipotesi, fu sconvolto da un improvviso rilascio di CO2 o di metano dal fondo dell'oceano
Un'improvvisa emissione di carbonio su larga scala, dovuta al rilascio di riserve di anidride carbonica immagazzinata sul fondo dell’Oceano: fu questa probabilmente la causa di un notevole incremento relativo del carbonio 12 rispetto al carbonio 13 scoperto nei sedimenti vecchi di centinaia di milioni di anni da Yvonne van Breugel dell’Università di Utrecht.
Si tratta, a ben guardare, di un processo simile a quello in atto tutt’ora. Si sta assistendo attualmente all’incremento della concentrazione di biossido di carbonio in atmosfera in conseguenza della massiccia utilizzazione di combustibili fossili, che apparentemente ha portato con sé un incremento relativo dell’isotopo del carbonio con 12 neutroni. Come conseguenza, il rapporto degli isotopi stabili C13/C12 ha mostrato una diminuzione dello 0,1 per cento. Tenuto conto di ciò, non è chiaro quale fenomeno naturale abbia potuto innescare tra i periodi Giurassico e Cretaceo, tra 180 e 120 milioni di anni fa, un processo simile, quattro volte più intenso. Nei fossili di alghe marine e piante terrestri datate a quel periodo, infatti, la van Breugel ha trovato un decremento di tale rapporto pari allo 0,4 per cento. Secondo la ricercatrice, ciò indicherebbe variazioni del ciclo del carbonio su larga scala, e su una scala temporale di alcune decine di migliaia di anni, dovute a un improvviso rilascio in atmosfera di C12, legato in molecole di anidride carbonica o metano, probabilmente proveniente dai gas idrati immagazzinati sul fondo dell’oceano entrati in contatto con magma.
© 1999 - 2006 Le Scienze S.p.A.

 

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