29.09.2004
Alcuni habitat si sono conservati, mentre altri sono stati spazzati via
Quando i polinesiani si sono diffusi per tutto il Pacifico, alcuni hanno prosperato in isole che sono diventate veri paradisi naturali, mentre altri hanno deforestato le isole colonizzate e in seguito, come sull'Isola di Pasqua, hanno sperimentato guerre e cannibalismo. Da tempo gli archeologi si chiedono quali fattori possano aver scatenato questi fenomeni. Ora un'interessante analisi su larga scala identifica i fattori ambientali che hanno congiurato contro alcuni colonizzatori. Lo studio, opera dell'archeologo Barry Rolett dell'Università delle Hawaii e dell'antropologo Jared Diamond dell'Università della California di Los Angeles, è nato quando Diamond ha chiesto a Rolett perché le isole Marquesas, a differenza dell'Isola di Pasqua, avevano mantenuto le proprie foreste. Rolett ha esaminato l'impatto ambientale dei polinesiani, concentrandosi particolarmente sulle Marquesas, 1200 chilometri a est di Tahiti, ma la questione gli ha ispirato un'analisi ancora più larga.I due ricercatori hanno studiato 69 isolette in tutto l'Oceano Pacifico, esaminando i diari dei primi esploratori (come James Cook) per stimare la forestazione delle isole e altre variabili ambientali al tempo dei primi contatti con gli europei. Hanno così scoperto che le isole più calde e umide sono quelle che hanno resistito maggiormente alla deforestazione, così come le isole più grandi, quelle il cui terreno aspro o irregolare rendeva difficile le coltivazioni, e quelle ricoperte spesso da cenere vulcanica. Il modello, descritto in un articolo pubblicato sulla rivista " Nature", suggerisce che i guai dei colonizzatori dell'Isola di Pasqua non furono interamente colpa loro. "Si trovarono in una situazione molto difficile, - spiega Rolett - su una delle isole più delicate dal punto di vista ambientale". Anche l'isolamento, che rese più difficile il trasporto di piante addomesticate, costrinse i colonizzatori ad affidarsi a un'agricoltura meno sostenibile, basata sulla distruzione delle foreste. Al contrario le Marquesas, ugualmente piccole e aride, hanno mantenuto le proprie foreste perché lì i polinesiani coltivarono alberi da frutta e le foreste fornivano loro tutto il cibo desiderato".© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A
"Salviamo la Terra con un miliardo di alberi" (un'idea interessante e abbastanza fattibile!) L'ambientalista africana ha avanzato la sua proposta al vertice Onu di Nairobi sul clima L'iniziativa permetterebbe di "catturare" 250 milioni di tonnellate di CO2 La proposta del premio Nobel Maathai
L'idea è sostenuta dalle Nazioni Unite: "Avremmo tutti da guadagnarci"Wangari Maathai presenta la sua iniziativaNAIROBI - Piantare un miliardo di alberi nel corso del 2007 per aiutare il pianeta a evitare un collasso da anidride carbonica. Ad avanzare la proposta, a margine della conferenza internazionale sui cambiamenti climatici in corso a Nairobi, è il premio Nobel per la pace Wangari Maathai. L'ambientalista africana, premiata con il riconoscimento della Fondazione di Oslo per la sua battaglia per il rimboschimento dell'Africa, è convinta che per quanto ambizioso, si tratti di un progetto fattibile."Chiunque - ha spiegato - può scavare una buca, metterci dentro un albero e poi innafiarlo, prendendosi cura che non muoia. Nel mondo siamo sei miliardi di persone e se anche solo una ogni sei piantasse un albero l'obiettivo sarebbe raggiunto".Maathai, 66 anni, nativa del Kenya, ha vinto il Nobel nel 2004 proprio grazie a un'iniziativa simile lanciata in Africa dal Green Belt Movement che ha combattuto desertificazione ed erosione del suolo piantando circa 30 milioni di alberi. Un impegno che ha contribuito a contrastare la povertà e a disinnescare potenziali conflitti per l'accaparramento di materiali da costruzione e legna da ardere.La proposta di Wangari Maathai ha trovato consensi tra i delegati riuniti a Nairobi. Achim Steiner, direttore del programma delle Nazioni Unite per l'ambiente, ha ricordato come spesso le discussioni in corso in questi vertici internazionali appaiano dall'esterno di difficile comprensione e producano dei risultati solo molto lentamente. "Ma mentre i governi portano avanti i loro negoziati - ha spiegato - i cittadini possono agire e piantare alberi è un modo di agire che può dare solo benefici, come pochi altri sono in grado di fare".Riuscire nell'impresa di piantare un miliardo di alberi, ha spiegato ancora Steiner, porterebbe a un assorbimento di circa 250 milioni di tonnellate di anidride carbonica responsabili dell'innalzamento delle temperature. Una quota piccola, ma non trascurabile, se si calcola che l'Europa stando al Protocollo di Kyoto dovrebbe ridurre entro il 2012 l'8% dei suoi 35 miliardi di tonnellate di anidride carbonica prodotti annualmente. Complessivamente si calcola che la deforestazione selvaggia in corso soprattutto in Asia, Africa e America Latina contribuisca per circa un quinto all'aumento dei gas serra. Al di là del sostegno dato a parole, l'Onu non ha però intenzione di finanziare il progetto del premio Nobel.(8 novembre 2006) dal sito online di Repubblica
BackIn questa sezione si è cercato di raggruppare tutti gli articoli e/o pubblicazioni che possono avere delle attinenze alle problematiche legate allo studio ed alle scoperte sul clima. Ogni tanto mi sono capitate per le mani anche alcune notizie curiose (a dir poco) e quindi perché togliergli la dignità di farle "gironzolare" in rete?
Maggio 2006:
Vi segnalo questo link,
in esso potete trovare le ultime elaborazioni, curate dall'ESA, in ambito degli incendi planetari visibili in contemporanea per tutto il mondo ... c'è da mettersi le mani nei capelli!!!!
Agosto 2006
Ed ecco un link che merita per approfondire o capire la teoria del caos (o dell'effetto farfalla) ... molto importante per comprendere alcune teorie legate al clima:
Gennaio 2007:
Per vedere l'andamento delle temperature nel Nord Atlantico
Per vedere l'andamento delle temperature nel mar Artico
Ipotesi di Mercer
Uno dei primi eminenti geologi a sollevare l'allarme sulla possibilità che il riscaldamento globale potesse dare il via ad un collasso della coltre glaciale antartica fu J.H.. Mercer della Ohio State University. Il ragionamento dello studioso nasce dalla considerazione che lo spesso strato di ghiaccio che ricopre grati parte dell'Antartide occidentale poggia su un substrato roccioso molto al di sotto del livello del mare pertanto l'americano ipotizzò come implicitamente questa coltre di ghiacci fosse assai instabile. Pertanto se l'effetto serra dovesse riscaldare la regione polare antartica la calotta glaciale galleggiante che circonda l'Antartide occidentale inizierebbe a scomparire. Di conseguenza privata di questo contrafforte, la coltre continentale si disintegrerebbe rapidamente provocando l'inondazione delle zone costiere di tutto il mondo. Il disastroso scenario dipinto da Mercer era in gran parte teorico, ma egli faceva rilevare come la calotta glaciale dell'Antartide occidentale potesse di fatto essersi fusa almeno una volta in passato. Tra circa 110.000 e 130.000 anni fa la Terra sperimentò una storia climatica eccezionalmente simile a ciò che si è verificato negli ultimi 20.000 anni, ovvero un riscaldamento relativamente brusco dopo i rigori di una glaciazione. Quell'antico riscaldamento potrebbe avere portato a condizioni un poco più calde delle attuali. Molti geologi ritengono che il livello del mare di allora fosse circa cinque metri più elevato di quanto sia oggi: proprio la differenza che verrebbe prodotta dalla fusione della coltre glaciale dell'Antartide occidentale.
Con poche eccezioni, gli scienziati ritengono di avere stabilito un valore attendibile per il tasso del recente sollevamento del livello marino: 2 mm all'anno. Ma la questione fondamentale che ancora deve essere risolta è: questa tendenza è destinata a rimanere costante o il sollevamento accelererà in risposta al riscaldamento climatico? Per risolvere questo problema, i geologi hanno cercato di ricostruire le fluttuazioni de! livello del mare nel passato, avvenute in risposta a cambiamenti climatici. Fairbariks, per esempio, ha studiato una specie di corallo che cresce In prossimità della superficie marina, particolarmente nei Caraibi. Facendo profondi sondaggi nelle scogliere coralline di Barbados e individuando antichi campioni di questa specie, egli e i suoi colleghi hanno potuto seguire l'innalzamento del livello del mare a partire dalla fine dell'ultima glaciazione, quando enormi quantità d'acqua erano ancora intrappolate nelle calotte glaciali polari e gli oceani erano circa 120 metri più bassi di quanto non siano oggi. Anche se la documentazione ricavata dai coralli mostra episodi corrispondenti a una crescita del livello del mare anche di 2-3 centimetri all'anno, Fairbanks fa notare che questi valori si riferiscono a una situazione assai differente da quella attuale. A quei tempi, da 10.000 a 20.000 anni fa, le grandi coltri di ghiaccio che avevano ricoperto buona parte del Nord America e dell'Europa erano nel pieno della fusione e gli oceani stavano ricevendo immani quantità d'acqua da questi continenti. La documentazione più recente relativa al livello del mare indica una progressiva diminuzione del tasso di crescita, con una sostanziale stagnazione negli ultimissimi millenni. Quindi l'attuale regime climatologico sembrerebbe tendere a livelli del mare relativamente stabili.
Ma Joln B. Anderson della Rice Umversity non è d'accordo Questo ricercatore sostiene che negli ultimi 10.000 anni, vi sono stati almeno tre episodi di rapido incremento del livello del mare, ma essi sono invisibili nella documentazione fornita dai coralli (utilizzati in altre ricerche per trovare prove di innalzamenti e/o abbassamenti del livello medio marino). Il più recente episodio di improvviso innalzamento del livello del mare che Anderson riconosce avviene intorno al 2000 a.C..
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