Punto Nullo
Punto NulloEnglish versionPunto NulloConsulenzePunto NulloRicercaPunto NulloGeoturismoPunto NulloArticoli VariPunto NulloContattiPunto NulloLinkPunto NulloQuadro Generale Sito
Punto Nullo vai Home Page
punto nullo
Punto Nullo Sezione dedicata al Clima e dintorni...


2005: Estinzioni e glaciazioni

PaleoClima
Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 10-05-2010 at 12:54 PM
Articoli sul Clima >> PaleoClima

29.04.2005

Estinzioni e glaciazioni: La vita marina sembrerebbe relativamente resistente all'estinzione

Un ricercatore della Johns Hopkins University di Baltimora potrebbe aver scoperto perché i tassi di estinzione per molti dei gruppi principali della vita marina sono stati così bassi durante una delle più grandi ere glaciali, quella avvenuta da circa 330 a 290 milioni di anni fa, nel tardo Paleozoico. La probabile risposta è che le forme di vita acquatiche sopravvissute durante la glaciazione fossero singolarmente equipaggiate per resistere a forti fluttuazioni della temperatura e del livello dei mari. Le specie meno adattabili scomparvero in un'estinzione di massa che annunciò l'arrivo dell'era glaciale. "Questi risultati - spiega Matthew Powell, l'autore dello studio - non soltanto suggeriscono cosa può essere accaduto milioni di anni fa, ma presentano implicazioni anche per comprendere gli ecosistemi marini moderni. Se gli schemi che ho individuato fossero veri anche al giorno d'oggi, e i dati di altri ricercatori sembrano confermarlo, allora la vita marina moderna potrebbe essere relativamente resistente all'estinzione. Eppure, molte specie stanno scomparendo con un tasso davvero allarmante: forse gli esseri umani hanno alterato l'ambiente a tal punto da causare l'estinzione di specie che dovrebbero esserne relativamente immuni". Lo studio è stato presentato in un articolo pubblicato sul numero di maggio della rivista "Geology".
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.
2006: Scienziati Usa hanno decretato l'inizio della sesta estinzione sulla Terra, la prima provocata dall'uomo
Sono molti gli animali che mutano le loro abitudini per via delle trasformazioni dell'habitat
di ANTONIO CIANCIULLO
ROMA - Sono piccole, ricche di colori e povere di futuro. Le rane arlecchino stanno scomparendo. Muoiono disidratate, con le pelle mangiata da un fungo che le ricopre come un sudario, bloccando la traspirazione. Assieme ad altre migliaia di specie, si estinguono travolte dalla violenta accelerazione dell'effetto serra che sta trasformando il normale avvicendamento delle forme di vita in un buco nero che inghiotte la biodiversità del pianeta. Il fenomeno ha raggiunto una dimensione tale da spingere molti biologi a descrivere quanto sta accadendo sotto i nostri occhi come la sesta estinzione di massa nella storia della Terra, la prima che porta la firma dell'uomo.
L'ultimo allarme viene dalla rivista Newsweek che ha messo a fuoco alcuni segnali biologici utili per misurare il processo di riscaldamento in corso. Nelle Montagne Rocciose le marmotte dalla pancia gialla escono dal letargo 23 giorni prima rispetto al loro ritmo abituale di 30 anni fa. In Gran Bretagna per 65 specie di uccelli il periodo di cova scatta con un anticipo di 9 giorni, e venti specie di libellule hanno spostato il loro habitat 90 chilometri più a Nord rispetto agli anni Sessanta. In Spagna l'onda calda ha ridotto a un terzo lo spazio vitale di 16 specie di farfalle. E la volpe rossa canadese ha invaso il territorio della volpe artica, spingendosi fin nelle isole Baffin, 900 chilometri più a Nord dei suoi confini tradizionali.
Ma non tutti riescono a sopravvivere spostandosi o mutando le loro abitudini: molti non hanno il tempo, o lo spazio, per scappare. Per le rane arlecchino del Costa Rica il nuovo clima è stato fatale. Le notti sempre più calde e lo strato di nuvole in crescita che durante il giorno blocca parte della radiazione solare hanno favorito la proliferazione di un fungo patogeno che attacca la pelle delle rane impedendo l'assorbimento dell'acqua attraverso i pori. Questa piccola mutazione climatica è bastata a far scomparire due terzi delle 110 specie di rane arlecchino dell'America latina in un arco di tempo estremamente ridotto.
Il fenomeno fu segnalato dai biologi per la prima volta nel 1990. E in appena 16 anni il problema è esploso finendo per travolgere buona parte delle popolazioni di rane, tritoni e salamandre. Secondo i dati dell'Iucn (International Union for the Conservation of Nature and Natural Resources), ad essere a rischio ormai è l'intera classe degli anfibi: su un totale di 5.700 specie, ben 1.800 sono in via di estinzione.
"I cambiamenti climatici, provocati principalmente dal consumo di combustibili fossili, sono diventati la principale minaccia per la sopravvivenza di molte specie", osserva Massimiliano Rocco, responsabile del settore Traffic del Wwf. "E purtroppo questa non è una tendenza arginabile nel breve periodo. Si potrebbe però intervenire con efficacia immediata per bloccare almeno le altre concause dell'estinzione di massa che ci troviamo a fronteggiare: la perdita degli habitat, determinata soprattutto dalla deforestazione, e il commercio illegale di specie protette. Entrambe hanno effetti drammatici nell'accelerazione della scomparsa di specie. Ad esempio il rospo dorato del Costa Rica ha pagato un prezzo molto caro per la sua bellezza che lo rendeva preda ambita dei collezionisti disposti a tutto: è stato avvistato per l'ultima volta tre anni fa. E in Madagascar la grande diversità di rane mantella, che si erano andate radicando nelle valli, nei laghetti, nei boschi planiziali mantenendo il loro specifico corredo genetico, ha subito un colpo durissimo per colpa della deforestazione che ha cancellato buona parte degli habitat naturali".
Quello che preoccupa è la progressiva accelerazione del mutamento climatico. La temperatura sale a una velocità che per molte specie è insostenibile: non riescono a sviluppare processi di adattamento ed escono di scena. Tra gli animali che sembrano destinati a non superare la soglia del ventunesimo secolo ci sono gli orsi polari, la tigre, il leopardo delle nevi, l'antilope tibetana.
(9 ottobre 2006) dal sito online di La Repubblica

Back

In questa sezione si è cercato di raggruppare tutti gli articoli e/o pubblicazioni che possono avere delle attinenze alle problematiche legate allo studio ed alle scoperte sul clima. Ogni tanto mi sono capitate per le mani anche alcune notizie curiose (a dir poco) e quindi perché togliergli la dignità di farle "gironzolare" in rete?


Maggio 2006:

Vi segnalo questo link,

in esso potete trovare le ultime elaborazioni, curate dall'ESA, in ambito degli incendi planetari visibili in contemporanea per tutto il mondo ... c'è da mettersi le mani nei capelli!!!!


Agosto 2006

Ed ecco un link che merita per approfondire o capire la teoria del caos (o dell'effetto farfalla) ... molto importante per comprendere alcune teorie legate al clima:


Gennaio 2007:

Per vedere l'andamento delle temperature nel Nord Atlantico

Per vedere l'andamento delle temperature nel mar Artico


Ipotesi di Mercer

Uno dei primi eminenti geologi a sollevare l'allarme sulla possibilità che il riscaldamento globale potesse dare il via ad un collasso della coltre glaciale antartica fu J.H.. Mercer della Ohio State University. Il ragionamento dello studioso nasce dalla considerazione che lo spesso strato di ghiaccio che ricopre grati parte dell'Antartide occidentale poggia su un substrato roccioso molto al di sotto del livello del mare pertanto l'americano ipotizzò come implicitamente questa coltre di ghiacci fosse assai instabile. Pertanto se l'effetto serra dovesse riscaldare la regione polare antartica la calotta glaciale galleggiante che circonda l'Antartide occidentale inizierebbe a scomparire. Di conseguenza privata di questo contrafforte, la coltre continentale si disintegrerebbe rapidamente provocando l'inondazione delle zone costiere di tutto il mondo.
Il disastroso scenario dipinto da Mercer era in gran parte teorico, ma egli faceva rilevare come la calotta glaciale dell'Antartide occidentale potesse di fatto essersi fusa almeno una volta in passato. Tra circa 110.000 e 130.000 anni fa la Terra sperimentò una storia climatica eccezionalmente simile a ciò che si è verificato negli ultimi 20.000 anni, ovvero un riscaldamento relativamente brusco dopo i rigori di una glaciazione. Quell'antico riscaldamento potrebbe avere portato a condizioni un poco più calde delle attuali. Molti geologi ritengono che il livello del mare di allora fosse circa cinque metri più elevato di quanto sia oggi: proprio la differenza che verrebbe prodotta dalla fusione della coltre glaciale dell'Antartide occidentale.


Con poche eccezioni, gli scienziati ritengono di avere stabilito un valore attendibile per il tasso del recente sollevamento del livello marino: 2 mm all'anno. Ma la questione fondamentale che ancora deve essere risolta è: questa tendenza è destinata a rimanere costante o il sollevamento accelererà in risposta al riscaldamento climatico? Per risolvere questo problema, i geologi hanno cercato di ricostruire le fluttuazioni de! livello del mare nel passato, avvenute in risposta a cambiamenti climatici.
Fairbariks, per esempio, ha studiato una specie di corallo che cresce In prossimità della superficie marina, particolarmente nei Caraibi. Facendo profondi sondaggi nelle scogliere coralline di Barbados e individuando antichi campioni di questa specie, egli e i suoi colleghi hanno potuto seguire l'innalzamento del livello del mare a partire dalla fine dell'ultima glaciazione, quando enormi quantità d'acqua erano ancora intrappolate nelle calotte glaciali polari e gli oceani erano circa 120 metri più bassi di quanto non siano oggi.
Anche se la documentazione ricavata dai coralli mostra episodi corrispondenti a una crescita del livello del mare anche di 2-3 centimetri all'anno, Fairbanks fa notare che questi valori si riferiscono a una situazione assai differente da quella attuale. A quei tempi, da 10.000 a 20.000 anni fa, le grandi coltri di ghiaccio che avevano ricoperto buona parte del Nord America e dell'Europa erano nel pieno della fusione e gli oceani stavano ricevendo immani quantità d'acqua da questi continenti. La documentazione più recente relativa al livello del mare indica una progressiva diminuzione del tasso di crescita, con una sostanziale stagnazione negli ultimissimi millenni. Quindi l'attuale regime climatologico sembrerebbe tendere a livelli del mare relativamente stabili.


Ma Joln B. Anderson della Rice Umversity non è d'accordo
Questo ricercatore sostiene che negli ultimi 10.000 anni, vi sono stati almeno tre episodi di rapido incremento del livello del mare, ma essi sono invisibili nella documentazione fornita dai coralli (utilizzati in altre ricerche per trovare prove di innalzamenti e/o abbassamenti del livello medio marino).
Il più recente episodio di improvviso innalzamento del livello del mare che Anderson riconosce avviene intorno al 2000 a.C..

Ungrouped links
punto nullo
Cerca
login
User:
Pass:
Valid HTML 4.01!
Valid CSS!
Tutti i diritti su loghi e contenuti sono riservati: © 2005-2008 Gabriele Ponzoni p.iva 01798371207 info: info@exploratetide.com