Punto Nullo
Punto NulloEnglish versionPunto NulloConsulenzePunto NulloRicercaPunto NulloGeoturismoPunto NulloArticoli VariPunto NulloContattiPunto NulloLinkPunto NulloQuadro Generale Sito
Punto Nullo vai Home Page
punto nullo
Punto Nullo Sezione pubblicazioni, articoli e notizie in ambito Geologico-Palentologico & Simili

2005: Lo spessore dell'altopiano del Tibet

Teorie Geologiche Varie
Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 01-07-2010 at 12:39 PM
Articoli Geologici >> Teorie Geologiche Varie

13.11.2005
Lo spessore dell'altopiano del Tibet
Alcuni anni fa, il fisico Martyn Unsworth dell'Università dell'Alberta aveva contribuito a risolvere il mistero del "galleggiamento" dell'altopiano tibetano. Ora lo scienziato ha scoperto nuovi indizi sul plateau più alto della Terra, una regione immensa che per anni aveva fatto scervellare i ricercatori sul motivo della sua elevazione. In passato, Unsworth e colleghi di Cina e Stati Uniti avevano usato onde radio di bassa frequenza per rivelare che la crosta media dell'altopiano è come un gigantesco "letto ad acqua". Le rocce calde e fuse che sostengono il plateau sono meno dense di quelle fredde, il che significa che salgono lentamente come un palloncino di aria calda. La scoperta aveva fornito una spiegazione alla crescita graduale del Tibet nel corso di milioni di anni. Ora Unsworth è tornato in Tibet e ha scoperto che questa conformazione geologica è caratteristica dell'Himalaya per tutta la sua lunghezza, e non solo di una piccola regione. "Inizialmente - ha commentato - pensavamo che questo strato potesse essere una struttura locale, ma non è così". Il nuovo studio è stato pubblicato sulla rivista "Nature". L'altopiano tibetano non contiene soltanto il monte Everest, ma quasi tutti i territori della Terra superiori ai 4000 metri. L'area si è formata quando l'India ha cominciato a scontrarsi con l'Asia, circa 50 milioni di anni fa, ed è considerata un caso esemplare della tettonica a zolle. Anche se erano state proposte molte teorie per spiegare l'insolito spessore del plateau - la sua crosta è spessa quasi il doppio di quella media del resto del mondo - per anni la difficoltà di effettuare ricerche sul campo aveva impedito agli scienziati di chiarire la questione. Il Tibet è rimasto chiuso ai ricercatori stranieri fino agli anni ottanta, quando alcuni scienziati francesi hanno collaborato per la prima volta con colleghi cinesi per studiare l'altopiano. I nuovi risultati hanno consentito a Unsworth e colleghi di quantificare la viscosità che ha luogo sotto l'altopiano. "Si tratta di modelli importanti - spiega Unsworth - perché forniscono dati che limitano molte teorie sulla formazione delle montagne. Le implicazioni sono valide per diverse aree della geologia, poiché tutti i continenti si sono formati mediante una serie di collisioni".
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.

2006: Come si è formato il Tibet
Come si è formato il Tibet
Si ipotizza che si sia allargato via via che si sollevava per effetto della tettonica delle zolle
Lo chiamano spesso il Tetto del mondo e, secondo quanto si apprende leggendo l\'ultimo numero della rivista “Nature”, lo è stato per ben 35 milioni di anni, mantenendo pressoché costante la sua altezza. Questo risultato riguardante l’Altopiano del Tibet è il frutto di una ricerca condotta da David Rowley dell’ Università di Chicago e Brian Currie della Miami University, in Ohio. I due ricercatori alla fine degli anni novanta hanno sviluppato una tecnica per determinare la quota di antiche superfici terrestri basata sulla misurazione dell’abbondanza degli isotopi dell’ossigeno, che permette di determinare – con una notevole precisione tra i 3 e i 5 chilometri – l’altitudine a cui tali rocce si sono formate.
Prima della loro ultima spedizione in Tibet, i due geologi si aspettavano di trovare che il plateau si fosse sollevato 35 milioni di anni fa, come risultato della tettonica delle placche che ha spinto l’India contro l’Asia a partire da 50 milioni di anni fa. Essi hanno trovato invece che il plateau è rimasto alla sua attuale quota per almeno 35 milioni di anni, il che porterebbe a modificare almeno in parte il modello che ne spiega la formazione.
Secondo la teoria più diffusa sia la crosta terrestre sia lo strato esterno del mantello che si trova sotto la crosta subirebbero un ispessimento quando i continenti collidono per effetto della tettonica delle placche. La ricerca di Rowley e Curie, finanziata dalla National Science Foundation, farebbe invece pensare che la collisione abbia deformato la crosta ma non il mantello. La migliore spiegazione del risultato è che lo stesso altopiano si sia allargato via via che si sollevava.
© 1999 - 2006 Le Scienze S.p.A.

L'altopiano tibetano cresce ancora?
Proposta una nuova teoria geologica sulle dinamiche del Tibet

22.11.2004
Secondo una nuova ricerca pubblicata sul numero di novembre 2004 della rivista "Geology", le spettacolari rift valleys dell'altopiano tibetano non corrono tutte da nord a sud, come si pensava finora. Le vallate in realtà curvano - alcune verso est, altre verso ovest - a causa della pressione del subcontinente indiano contro il Tibet.
"Quasi tutti gli esperti che hanno studiato le valli - spiega il geologo Paul Kapp dell'Università dell'Arizona - affermano che vanno da nord a sud. Io le ho osservate bene, e dico che non è affatto così". Il suo studio contraddice la teoria secondo cui le valli sono una conseguenza del lento scorrere del Tibet sull'estremità settentrionale dell'India.
La nuova ricerca sostiene invece che attualmente l'altopiano tibetano viene ancora compresso fra il subcontinente indiano a sud e il solido blocco costituito dalla Cina settentrionale, e sfida l'ipotesi che l'altopiano tibetano, la regione più elevata della Terra, stia perdendo altitudine. Studi precedenti avevano affermato che l'altopiano aveva raggiunto la sua elevazione massima otto milioni di anni fa, e che è ora sottoposto a deflazione.
"La mia ipotesi - dichiara Kapp - predice che l'altopiano sta ancora crescendo. Altre teorie suggeriscono invece che stia collassando. Si tratta di un luogo dove i continenti urtano fra loro, e come conseguenza vediamo queste rift valley, dovute allo stiramento dell'altopiano da est a ovest".
© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A.

Back


Che cosa Tratta?

Questa sezione si prefigge lo scopo di raccogliere materiale pubblicato tramite diversi mezzi e fonti, al fine di fornire (in modo schematico), una serie di contributi ai vari lettori: attenzione che spesso si tratta di tracce di tipo divulgativo e, quindi, se desidera approfondire maggiormente determinati argomenti occorrerà rivolgersi alle classiche biblioteche o simili.


Un sito interessante in merito alle tematiche da impatto meteorico e relative dinamiche cinetiche: giusto per schiarirsi un poco le idee.
LINK 1

LINK 2

LINK 3


Ecco invece un sito con un'interessante raccolta di articoli in ambito paleontologico.
Un interessante sito che analizza i risultati storici (e gli effetti) dei vulcani nel tempo con tabelle ricostruite e riassuntive dei maggiori eventi:

Dove possiamo trovare i supervulcani? Queste sono le zone in cui potrebbe risvegliarsi un supervulcano (attenzione il termine supervulcano non è scientifico ma nasce impropriamente da una trasmissione/documentario fatta dal National Geographic):

  • Mount Aniakchak, Alaska, Stati Uniti
  • Aso, Kyushu, Giappone
  • Campi Flegrei, Campania, Italia
  • Kikai Caldera, Ryukyu Islands, Giappone
  • Long Valley Caldera, California, Stati Uniti
  • Monte Mazama, Oregon, Stati Uniti (ora Crater Lake)
  • Lago Taupo, North Island, Nuova Zelanda
  • Lago Toba, Sumatra, Indonesia
  • Valle Grande, New Mexico, Stati Uniti
  • Monte Warning, Nuovo Galles del Sud, Australia
  • Yellowstone Caldera, Wyoming, Stati Uniti
  • Mar Mediterraneo, Sicily, Italy

Vi segnalo questo indirizzo per fare ricerche in databases veramente enorme sugli tsunami del passato (è quello da cui ho attinto anch'io per integrare la sezione "Storia della Terra" (sulla cronologia dei grandi eventi del passato).


Le Storegga Slides (fra le più grandi frane sottomarine mai registrate) avvenute nella piattaforma continentale della Norvegia intorno al 6.100 a.C. (vedi anche la pagina la storia del pianeta).

Comunque sia si tratta di una teoria emersa con forza negli ultimi anni e studiata soprattutto dalle Università del nord Europa in quanto gli effetti ricostruiti di tale evento hanno colpito soprattutto gli stati che si affacciano sul mare del nord. In sintesi si tratterebbe di una gigantesca frana sottomarina che ha coinvolto la scarpata continentale e che, come conseguenza, generò un gigantesco tsunami (secondo alcuni ricercatori esso sarebbe stato ben più consistente di quello di Sumatra 2004).
Alcuni studiosi riconducono tali assestamento geomorfologici sottomarini agli idrati di metano e/o a cambiamenti climatici.

Un paio di considerazioni sugli Idrati di Metano:

[1]  Fondali marini agli idrati di metano 
Solo ora gli scienziati sembrano cominciare a interessarsi ai depositi di biidrati di metano ghiacciati che si trovano sul fondo dei mari.Si tratta di una particolare composizione chimica molto diffusa sui fondali marini a una profondità superiore ai trecento metri e che potrebbero rappresentare delle novità rilevanti per comprendere meglio il ciclo del carbonio sulla Terra e avere delle interessanti applicazioni commerciali. Lo studio di questi depositi, soprattutto per motivi estrattivi, è estremamente complesso. Un blocco di idrati di gas ha la consistenza del ghiaccio. Portato alla superficie, fonde e rilascia metano, uno dei gas serra. Le riserve di metano contenute in questi depositi sono enormi. Per la prima volta sono stati presentati a Nizza nel corso del meeting della European Geophysical Society, della American Geophysical Union e della European Union of Geosciences i risultati di una campagna scientifica in alto mare condotta proprio allo scopo di analizzare questi particolarissimi cristalli. I prelievi sono stati effettuati al largo delle coste dell'Oregon (USA) e hanno permesso di portare in superficie una serie di questi particolari fiocchi di neve.Secondo Erwin Suess del Research Center for Marine Geosciences (GEOMAR) di Kiel "a quelle particolari condizioni di pressione e temperatura il metano non potrebbe esistere in quelle forma". 14 aprile 2003
http://ulisse.sissa.it/site/public/ScienzaSette/s7_18apr03_5.htm

[2]  Idrati di metano: rischi di tsunami
Il pericolo non è imminente ma già 8.000 anni fa l'Europa del nord venne sconvolta da un repentino innalzamento della temperature che sciolse gli idrati di metano che si trovano lungo la scarpata della piattaforma continentale. Da un articolo in Inglese:
http://www.thisisnorthscotland.co.uk/displayNode.jsp?nodeId=149483&command=displayContent&sourceNode=149251&contentPK=13348453

Gli idrati di metano, cosa sono
Di che si tratta? «Si tratta di cristalli di ghiaccio – o gas idrati – composti di gas e metano, intrappolati da milioni di anni sotto ai margini continentali a causa dell’alta pressione e delle basse temperature», spiega John Farrell, responsabile scientifico della ricerca, che vede impegnati i migliori istituti oceanografici di venti nazioni, Italia compresa: «Riteniamo che sotto gli oceani ne esistano giacimenti immensi». A sollevare euforia tra gli esperti è la possibilità del loro sfruttamento commerciale in tempi forse, brevi. «Molto dipende dal prezzo del gas naturale», si sbilancia Farrel, «se la domanda fosse alta, basterebbero quindici anni». Nel frattempo, «la prima cosa da fare è censire i punti dove noi riteniamo possano trovarsi i giacimenti maggiori, un compito che potrebbe richiedere anni».
Già, dove sono i giacimenti? «Quasi sicuramente le zone più ricche corrispondono alle cosiddette zone di subduzione, dove i margini di una zolla tettonica scendono al di sotto di un’altra», spiega l’esperto. Una circostanza, questa, in grado di guardare all’Oceano Pacifico – martoriato da vulcani e terremoti – come area privilegiata, e che spiega il grande interesse alle ricerche del Giappone, quasi del tutto privo di giacimenti di petrolio ma potenzialmente ricco di metano all’interno delle acque territoriali. Non a caso, ricercatori giapponesi hanno lanciato la prima idea pompare acqua calda in modo da disaggregare le molecole di acqua e gas e formare pozze di metano “pronto da estrarre”.

Ghiaccio esplosivo
Sembrerebbe facile, ma non lo è. Gli stessi esperti americani non nascondono gli ostacoli ancora da scavalcare. Il rischio è che l’affare si trasformi in un boomerang per il clima terrestre: «Improvvisi rilasci di gas metano, che incombusto è un potente gas serra, potrebbe accelerare il riscaldamento globale», ammette Farrell, «con conseguenze disastrose sul clima e sugli oceani». Ugualmente inquietante è la possibilità di esplosioni accidentali. «Basta un leggero rialzo della temperatura dell’acqua di qualche grado», spiega Farrell, «perché le molecole di gas, altamente instabili, esplodano provocando voragini sul fondo oceanico. Se questo accadesse in prossimità di oleodotti li farebbe saltare in aria, provocando colossali sversamenti in mare».
Deflagrazioni accidentali del “ghiaccio esplosivo”, come è stato subito battezzato dai ricercatori, si sarebbero già verificati in passato. A testimoniarlo sarebbero soprattutto le analisi sul plankton, alcune anomalie di crescita del quale sembrano essere giustificate – secondo gli esperti – solo con il rilascio di gas metano in mare. In alcuni casi, queste esplosioni hanno avuto effetti davvero catastrofici: «Verissimo», conferma Farrell, «scoppi accidentali di depositi di gas idrati potrebbero essere all’origine di alcuni cambiamenti climatici degli ultimi 50mila anni, e di frane e cataclismi sottomarini. Per esempio, la gigantesca onda tsunami che ha investito il Nord Europa 8000 anni fa».
Rischi non trascurabili, insomma, ma che non sembrano spegnere l’entusiasmo dei ricercatori. Dopo il successo dell’ultima spedizione nell’Atlantico, è stata già annunciata una nuova partenza: colonna portante delle ricerche, ancora una volta, la nave Joideas Resolution, il più sofisticato laboratorio scientifico navigante del mondo, in grado di compiere trivellazioni fino a 8200 metri di profondità, estrarre campioni di roccia e portarli intatti in superficie. Stavolta farà rotta nel Pacifico settentrionale, proprio di fronte alla coste dell’Oregon. Qui, trivellazioni sperimentali hanno evidenziato un giacimento di cristalli di gas ancora più ricco di quello dell’Atlantico. Il prezzo del petrolio continua a crescere, e la ricerca continua.
http://italy.indymedia.org/news/2005/10/910556.php  (teoria di storegga)

oppure no ...?

L'origine del riscaldamento climatico (di 40.000 anni fa)
Uno studio individua nelle zone umide l'origine del fenomeno, in contrasto con la teoria secondo cui una grande quantità di metano fu liberata dai clatrati presenti nell'oceano


Forse è attinente oppure no, ma dategli un'occhiata 

19.04.2006
Il ciclo del carbonio tra Giurassico e Cretaceo
Secondo le ipotesi, fu sconvolto da un improvviso rilascio di CO2 o di metano dal fondo dell'oceano
Un'improvvisa emissione di carbonio su larga scala, dovuta al rilascio di riserve di anidride carbonica immagazzinata sul fondo dell’Oceano: fu questa probabilmente la causa di un notevole incremento relativo del carbonio 12 rispetto al carbonio 13 scoperto nei sedimenti vecchi di centinaia di milioni di anni da Yvonne van Breugel dell’Università di Utrecht.
Si tratta, a ben guardare, di un processo simile a quello in atto tutt’ora. Si sta assistendo attualmente all’incremento della concentrazione di biossido di carbonio in atmosfera in conseguenza della massiccia utilizzazione di combustibili fossili, che apparentemente ha portato con sé un incremento relativo dell’isotopo del carbonio con 12 neutroni. Come conseguenza, il rapporto degli isotopi stabili C13/C12 ha mostrato una diminuzione dello 0,1 per cento. Tenuto conto di ciò, non è chiaro quale fenomeno naturale abbia potuto innescare tra i periodi Giurassico e Cretaceo, tra 180 e 120 milioni di anni fa, un processo simile, quattro volte più intenso. Nei fossili di alghe marine e piante terrestri datate a quel periodo, infatti, la van Breugel ha trovato un decremento di tale rapporto pari allo 0,4 per cento. Secondo la ricercatrice, ciò indicherebbe variazioni del ciclo del carbonio su larga scala, e su una scala temporale di alcune decine di migliaia di anni, dovute a un improvviso rilascio in atmosfera di C12, legato in molecole di anidride carbonica o metano, probabilmente proveniente dai gas idrati immagazzinati sul fondo dell’oceano entrati in contatto con magma.
© 1999 - 2006 Le Scienze S.p.A.

 

Ungrouped links
punto nullo
Cerca
login
User:
Pass:
Valid HTML 4.01!
Valid CSS!
Tutti i diritti su loghi e contenuti sono riservati: © 2005-2008 Gabriele Ponzoni p.iva 01798371207 info: info@exploratetide.com