Punto Nullo
Punto NulloEnglish versionPunto NulloConsulenzePunto NulloRicercaPunto NulloGeoturismoPunto NulloArticoli VariPunto NulloContattiPunto NulloLinkPunto NulloQuadro Generale Sito
Punto Nullo vai Home Page
punto nullo
Punto Nullo Le frane nel Mondo

In questa sezione sono stati raccolti tutti gli articoli inerenti frane e dissesto Idrogeologico raccolti su giornali, internet, ecc. con l'intento di fornire una panoramica aggiornata su tale questione.

Sono presenti, inoltre, anche brevi comunicati flash provenienti dalle agenzie giornalistiche.

Buone Letture


2005, Vajont: quell’onda di fango che tormenta ancora i sopravvissuti

Sezione Frane
Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 06-08-2007 at 3:13 PM
Sezione frane e dissesto Idrogeologico >> Sezione Frane

23/10/2005: da Il Corriere della Sera
di ETTORE MO, Servizio fotografico di Luigi Baldelll
 
LONGARONE — I morti furono 1910, la vittima più giova­ne, Claudio, aveva 21 anni. Nessuno, dirà un testimone ocula­re come ricorda Lucia Vastano nel suo libro Vajont, l'onda lunga, è mai riuscito a lasciarsi quella notte alle spalle. Una notte di 42 anni fa, il 9 ottobre del 1963: data di una catastrofe senza eguali e che s'impone alla memoria ora che — rientrati da più remoti orizzonti — ci stiamo avventurando nelle guer­re dell'acqua di casa nostra.
Una guerra—quella del Vajont — che non si è conclusa con la sepoltura dei cadaveri ma continua tuttora: perché centi­naia di morti e superstiti non furono mai risarciti; perché le responsabilità delle aziende nella costruzione della diga non furono mai completamente accertate e punite; perché la piog­gia di miliardi destinati alle famiglie delle vittime venne sper­perata e utilizzata con «criminale disinvoltura» per altri obiet­tivi, facendo della tragedia un gigantesco business.
Ripercorrendo ora le vie (asfaltate) di Longarone e delle mi­nuscole frazioni travolte dall'onda lunga (Pirago, Rivalta, Villanova, Paè) oltre che i sentieri dei comuni di Erto e Casso, alti sulla roccia, ti senti investito dai rigurgiti di una polemica che negli anni non ha perso nulla dell'originale incandescen­za. È un fatto che a ogni angolo, sulle piazzette o nei vicoli come al bar trovi sempre qualcuno pronto a sfogarsi, a snoc­ciolare in un crescendo rossiniano ricordi, rimpianti, accuse, ammonimenti, insulti, minacce.
Una curva lungo la strada che sale verso il Cadore è il mi­glior «osservatorio» per rivivere la sciagura: siamo alle spalle della diga che non è riuscita a contenere, quella notte, la valanga d'acqua provocata, dalla frana del Monte Toc nel baci­no artificiale del Vajont. È la balconata dei turisti. Un chiosco serve tè, caffè, vin brulé. Trovi sempre uno del posto che rac­conta la propria odissea. Questa volta tocca a Giuseppe Vazza, Bepi da questi parti, che ha passato i settanta: «Eravamo al bar Bezza—ricorda —, come tutte le sere. Si giocava a car­te, c'era la partita Glascow-Real Madrid... Quando sono usci­to dall'osteria per tornare a casa, un ciclone d'acqua e di ven­to mi ha scaraventato non so dove come un pezzo di legno, Longarone non c'era più, solo nebbia, Ho perso la mamma, il nonno, gli zii, i cugini, quindici persone in tutto. Il papa morì due anni dopo, di crepacuore».
Ma per Bepi, come per tanti altri, «il peggio è venuto dopo». «E quando dico il peggio — lamenta — mi riferi­sco al malgoverno delle autorità loca­li, provinciali e regionali e anche ai po­litici di Roma che non hanno fatto nulla. Anzi, hanno agito ai danni dei superstiti. Ognuno doveva arrangiar­si da solo. Io avevo un negozio di ma­celleria e non è stato facile, nelle cir­costanze, ripristinare la licenza: co­me se essere sopravvissuti fosse una colpa. Ci fu una pioggia di soldi, che però finivano spesso nelle tasche di chi non aveva subito al­cun danno. Per riprendere l'attività occorreva firmare una transazione e, nella vertenza, chi ci guadagnava erano gli av­vocati: si son beccati 15 milioni per il mio risarcimento (48 mi­lioni) e per quello di mia sorella (32 milioni)».
Non meno angosciosa l'esperienza vissuta da Vincenzo («Cencio» per gli amici) Teza e da sua moglie Carolina, anche se il tempo è riuscito a mitigare in parte l'amarezza dei ricor­di. È l'ora di. cena e nella sua casetta di Pirago, Cencio, piutto­sto massiccio e laconico, stappa una bottiglia di buon vino che forse gli renderà meno penosa la rievocazione di quei giorni. Per fortuna c'è Carolina che gli fa da spalla e riduce al mini­mo i suoi interventi. Tornato dalla Germania dov'era emigra­to per lavoro, Vincenzo si ritrova solo, completamente solo: «Aveva 21 anni — racconta la moglie —, l'acqua gli aveva spaz­zato via e sepolto l'intera famiglia: il padre, la madre, la non­na, più i tre fratelli e la sorellina. Si mise a cercare i corpi lun­go il fiume e li trovò tutti, uno dopo l'altro, straziati dalla cor­rente. Riuscì a seppellirli prima di tornare in Germania a lavorare».
Esperienza che lo ha segnato per la vita (insonnia, incubi, incapacità di comunicare, chiuso a riccio com'era dentro se stesso) e non sorprende che per anni non abbia più voluto parlare del Vajont e della sua disgrazia: anche perché angu­stiato e offeso dal trattamento riservato ai superstiti dalle au­torità. Essendo venuta a mancare un'indagine che stabilisse la diretta responsabilità dello Stato e degli enti Sade-Enel per la costruzione della diga, Cencio e i suoi compagni di sven­tura hanno avuto come risarcimento uno sputo in faccia: «A voi superstiti—fu detto loro brutalmente — non spetta nien­te!».
Secondo la graduatoria dei risarcimenti, erano previsti un milione e mezzo (delle vecchie lire) per i genitori e 800 mila lire per i fratelli. Ma per chi avesse perso il nonno o la nonna non toccava nulla, grazie ad un cavillo legale escogitato da un gruppo di esperti di cui faceva parte anche l'avvocato Giovan­ni Leone (il futuro Presidente) che militava nel collegio di di­fesa della controparte.
Vincenzo Teza dovette contentarsi, per i suoi sette morti, di poco più di 6 milioni. Ma non fu certo questo inadeguato trattamento economico a invelenirgli il sangue e a provocare in lui un senso profondo d'indignazione quando sbottò nella famosa (e mai negata) invettiva: «Mi vergogno di essere italia­no». Erano altre le cose che facevano incazzare Cencio: «Co­me quando — interviene Carolina — gli avevano chiesto da dove venisse e lui aveva risposto... da Longarone. Per sentirsi dire da quei farabutti: "Beati voi che vi siete arricchiti coi vo­stri morti. Con le tasche piene, si piange meglio"».
Cinismo e avidità che si manifestano, altrettanto spudo­ratamente, quando il flusso illimitato del denaro da ogni parte del mondo giunge a destinazione per essere equa­mente distribuito con criteri d'emergenza. In Italia si fan­no gare di solidarietà per raccogliere fondi destinati al Vajont. La Rai, il Corriere della Sera, altri giornali ed enti finanziari spediscono a Longarone somme ingenti, centinaia di miliardi. Il quotidiano l'Unità, su cui spiccano i drammatici resoconti della sua corrispondente Tina Merlin (che avrebbe poi scritto un libro — Sulla pelle viva — sull'argomento) raccoglie da sola 965 milioni. Ma a tutt'oggi nessuno sembra aver scoperto che fine abbiano fat­to quei soldi, destinati ai superstiti e, soprattutto, agli or-fanelli. In parte avrebbero dovuto anche finanziare le ope­razioni di ricerca dì 451 vittime, mai ritrovate. In quel peri­odo, alcune aziende private hanno visto una fioritura ex­trastagionale dei propri affari. Nel nome del Vajont.
La mattina dopo, la notizia dell'apocalisse del Longaro­ne ha già fatto il giro del mondo, ma i media italiani si muo­vono lentamente, con circospezione, cautela, anche se già emergono i primi sospetti sulle responsabilità dell'uomo, cioè dello Stato. Al contrario, la tesi ufficiale, granitica e inattaccabile nei primi giorni, è quella di una catastrofe naturale, imprevedibile. La sostiene a denti stretti la De, che nel suo Settimanale, La discussione, attribuisce prati­camente la tragedia alla volontà (imperscrutabile) di Dio. Quanto vi si legge, nell'incipit dell'articolo, è raggelante: «Perché sono morti? Quella notte nella Valle del Vajont si è compiuto un misterioso disegno d'amore». Cosa mai avevano fatto le 1910 vittime per meritarsi tanta... benevo­lenza?
Ma anche le grandi testate e le grandi firme—Montanel­li, Suzzati, Bocca — sottoscrivono la certezza dell'estra­neità dell'uomo alla sciagura, anche se nell’«ambiente» qualcuno insinuava con insistenza che gli esperti della Sade-Enel «sapevano benissimo che la montagna (il Monte Toc, che precipitò nel lago dietro la diga, ndr) stava per crollare». Dino Buzzati, che più di ogni altro, essendo di Belluno, soffriva per lo sconquasso subito dal paesaggio della sua infanzia montanara, scrive che «la diga del Vajont era un capolavoro perfino dal lato estetico» e che «tutto era stato calcolato alla perfezione». Ma in qualche modo l'uomo aveva modificato la Natura e la Natura «si è vendicata».
Per Giorgio Bocca, questa era «una sciagura pulita», in cui «nessuno ha colpa e nessuno poteva prevedere»; quan­to a Montanelli, non v'era dubbio che la strage degli innocenti di Lon­garone dovesse essere addebitata esclusivamente a «cause naturali». Nel rogo della congettura, la De imbratta i muri di manifesti che met­tono sotto accusa il PC e definisco­no «sciacalli» i comunisti, responsabili di una «spregevole speculazio­ne politica» sulla sciagura del Vajont. «Se proprio devo dire la mia — è Carolina che parla questa volta, con l'aria di voler buttare nel cestino ogni vecchia polemica —, non ho nessuna stima per la stampa, che ci ha anche definiti "parassiti dello Sta­to". Mai visto un giornalista, in quei giorni, che venisse a chiederci come stavano effettivamente le cose. Basta. La­sciamo perdere. Voltiamo pagina».
Inutile visitare il cimitero nuovo di Fortogna, inaugura­to un anno e mezzo fa, allo scopo di ricostruire attraverso la successione delle tombe l'itinerario della sofferenza e il martirio finale del Vajont: poiché, a differenza del vecchio camposanto con le foto ingiallite dei defunti su lapidi e croci sbilenche, ci sono ora 1910 cippi bianchi di marmo, tutti uguali e anonimi che fanno pensare ai cimiteri di guerra. «Sui cippi — spiega Giovanni Danielis, consigliere comunale di Longarone, che mi accompagna nel pellegri­naggio tra i morti — ci sono i nomi di tutte le vittime, an­che di quelle che risultarono disperse e i cui cadaveri non furono mai trovati. È comprensibile il disagio di molti da­vanti a questo camposanto geometrico, quasi teutonico... ma quello vecchio era allo sfascio, senza possibilità di re­stauro. Comunque, il progetto per quello nuovo è stato approvato dopo molte sedute, cui è intervenuta la cittadi­nanza. E certamente esagera chi ci accusa di aver fatto uno scempio».
È un fatto — sento dire — che la gente del luogo ha dira­dato le visite al cimitero. Forse ha un senso la spiegazione di Carolina quando afferma che, rimuovendo le vecchie la­pidi dalle fosse in cui nell'ottobre del '63 vennero affanno­samente interrati i corpi smembrati delle vittime (due teste nella stessa cas­sa, quattro braccia in un'al­tra, non era facile ricompor­re i cadaveri) per evitare il rischio delle epidemie, «hanno distrutto la memo­ria». Ci vollero quattro gior­ni — informano le cronache del tempo — per mettere sottoterra Longarone.
Consci del disagio di gran parte della comunità, le au­torità locali si sono impegnate a ridefinire la fisiono­mia del nuovo cimitero, risi­stemando, dove possibile, i «simboli» di quello vecchio: un compito non facile. Elo­quente, a proposito, l'aned­doto riferito dai giornali, se­condo cui il sindaco del pae­se, trovandosi di fronte una persona che cercava la tom­ba dei suoi cari per deporvi un mazzo di fiori, le avreb­be detto, con poca grazia: «Ma questi non sono più i vostri morti. Sono i morti di Longarone». Cioè, patrimonio comune: da piangere sol­tanto nelle ricorrenze ufficiali.
Certo, nessuno potrà mai illudersi di veder ricomparire nel camposanto-giardino-parco delle rimembranze di For­togna una pietra tombale del vecchio cimitero su cui era stata incisa un'invettiva feroce: «Barbaramente e vilmen­te trucidati per leggerezza e cupidigia umana—diceva —, attendono invano giustizia per l'infame colpa. ECCIDIO PREMEDITATO. L'aveva fatta scrivere Luigino, in me­moria dei suoi cari: la moglie Giovanna, i figli Gianni, Mau­rizio e Roberto, di sette, sei e quattro anni, tutti spazzati via dall'acqua, tutti morti. Questo marito senza più una moglie, questo padre sen­za più figli aveva fatto scolpire sul marmo la certezza che il Vajont non era stato «una tragedia della natura» e che era stato l'uomo (per leggerezza e cupidigia, appunto) a provocarla: certezza e convinzione che l'attore e scrittore Marco Paolini farà sue nel '97 con lo straziante monologo dell'«Orazione civile». Luigino, morto a 60 anni (di dolore e tumore), ebbe dei guai per quell'accusa impressa indelebilmente sulla pietra, ma l'insistenza del magistrato per­ché la togliesse, magari a favore di un più pacifico «riposi­no in pace», non approdò a nulla. Anzi, minacciò Luigino, «chi la tocca è un uomo morto».

Back
Ungrouped links
punto nullo
Cerca
login
User:
Pass:
Valid HTML 4.01!
Valid CSS!
Tutti i diritti su loghi e contenuti sono riservati: © 2005-2008 Gabriele Ponzoni p.iva 01798371207 info: info@exploratetide.com