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Elaborata un’immagine tridimensionale dell’interno del nostro pianeta
E’ proprio l’immagine di un fiero pasto. Si vede una fetta di crosta terrestre scendere giù nello stomaco ribollente del nostro pianeta, fino a essere inghiottita e digerita dal nucleo. E’ la prima volta che i geofisici riescono a fare una specie di fotografia dell’interno della Terra in cui sono evidenziati non solo il movimento di immersione (subduzione) di una porzione di placca crostale nel sottostante mantello, ma addirittura l’accartocciarsi della crosta a mano a mano che scende verso il centro del pianeta; e poi la sua inevitabile fusione a contatto con le altissime temperature del nucleo terrestre. Non pensate a una speciale macchina fotografica calata nelle viscere della Terra, né a un fantastico viaggio agli inferi come quello sognato da Jules Verne. La straordinaria immagine è stata realizzata per mezzo delle onde sismiche generate dai grandi terremoti. Elaborando al computer i dati relativi a centinaia di scosse verificatesi nell’America del Sud e rimbalzate negli Stati Uniti, i geofisici dell’università dell’Arizona sono riusciti a costruire una radiografia a tre dimensioni dell’inaccessibile interno terrestre (una tomografia sismica, precisano gli studiosi), che ha rivelato particolari finora mai evidenziati da precedenti ricerche. «La crosta coinvolta nell’abissale discesa è una porzione della Placca dell’Oceano Pacifico che si immerge sotto il continente Nord americano, proprio in corrispondenza della West Coast -spiega Edward Garnero, geofisico dell’Università dell’Arizona, uno degli autori della ricerca pubblicata su Nature (Volume 441, N.7091, 18 maggio 2006)-. L’immagine che abbiamo ricostruito mostra la placca come una tovaglia che scivola da un lato della tavola e si adagia sul pavimento piegandosi in varie volute». NUCLEO TERRESTRE - Il pavimento di cui parla Garnero è, in questo caso, il guscio del nucleo terrestre, a 2900 km di profondità. Proprio questo è l’aspetto più innovativo dello studio dell’Arizona University. Finora si pensava che le placche coinvolte in un movimento di subduzione, fondessero completamente nella parte più alta del mantello (lo strato intermedio fra la crosta e il nucleo) che si può immaginarecome un oceano sotterraneo di magma a temperature fra i 1000 e i 4000 gradi. Invece, l’elaborazione sviluppata dai geofisici americani mostra la crosta che si mantiene quasi intatta attraverso tutto il mantello, fino al nucleo. Con la differenza che, nella parte superiore del mantello, la porzione di crosta terrestre mantiene l’aspetto di un piano inclinato a circa 45 gradi; poi, a causa delle temperature più elevate, si accortoccia formando delle pieghe, come il miele denso versato da un barattolo. L’altro aspetto notevole messo in evidenza dai geofisici americani riguarda l’arco temporale in cui si è sviluppato il lentissimo movimento di immersione della porzione di crosta analizzata: ben 50 milioni di anni. Lo studio dei geofisici americani è un’ulteriore prova della teoria della tettonica delle placche, che descrive la crosta terrestre come formata una ventina di placche galleggianti sul sottostante mantello e animate da movimenti reciproci. Lungo alcuni margini, per esempio lungo le dorsali oceaniche, le placche si allontanano facendo emergere dal mantello magma che crea nuova crosta; lungo altri margini le placche sprofondano l’una sotto l’altra, in una sorta di processo di digestione della vecchia crosta. Da tutti questi movimenti si generano terremoti, vulcani e catene montuose. Franco Foresta Martin, 18 maggio 2006, da Il sito del Corriere della Sera http://www.corriere.it/Primo_Piano/Scienze_e_Tecnologie/2006/05_Maggio/18/crosta.shtml
Un 'ponte' australe sprofondato verso il centro della Terra Fra 50 e 20 milioni di anni fa Nuova Caledonia e Nuova Zelanda erano unite da una stretta e lunga placca tettonica che può avere facilitato le migrazioni di piante e animali
Contrariamente a quanto finora ritenuto, Nuova Caledonia e Nuova Zelanda erano un tempo unite da una stretta e lunga placca tettonica che fra 50 e 20 milioni di anni fa può avere facilitato le migrazioni di piante e animali.Grazie a un modello computerizzato Wouter Schellart della Monash University e collaboratori hanno anche potuto ricostruire il cataclisma preistorico che ebbe luogo quando una placca tettonica fra l'Australia e la Nuova Zelanda sprofondò per 1100 chilometri all'interno della terra, lasciando dietro di sé un lungo arco di isole vulcaniche.La ricerca, condotta in collaborazione con ricercatori dell'Australian National University di Canberra e dell'Università dei Paesi Bassi a Utrecht, è pubblicata sull'ultimo numero della rivista Earth and Planetary Science Letters. "Finora la maggioranza dei geologi guardava alla Nuova Caledonia e alla Nuova Zelanda come a due regioni completamente separate, senza alcun collegamento", ha osservato Schellart. "Nella nostra ricostruzione siamo potuti risalire a una regione molto più vasta che comprendeva l'Australia orientale, la Nuova Zelanda, le Fiji, Vanuatu, la Nuova Caledonia e la Nuova Guinea, osservando numerose similarità in termini di struttura geologica, vulcanismo e temporizzazione degli eventi geologici fra la Nuova Caledonia e la Nuova Zelanda settentrionale", ha osservato. "Abbiamo quindi cercato nelle profondità della Terra le prove di un collegamento e a 1100 chilometri di profondità al largo del Mare della Tasmania abbiamo trovato le prove di una spessa 70 chilometri, lunga 2500 e larga 700 che poi è sprofondata. La scoperta implica che fra 50 e 20 milioni di anni fa esisteva un collegamento fra Nuova Caledonia e nuova Zelanda, costellata di una serie lunga catena di isole vulcaniche, un fatto che potrebbe essere stato importante per la migrazione di specie animali e vegetali. "placca tettonica che aveva subito una subduzione." (gg)(09 marzo 2009), © 1999 - 2009 Le Scienze S.p.A.
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Che cosa Tratta?
Questa sezione si prefigge lo scopo di raccogliere materiale pubblicato tramite diversi mezzi e fonti, al fine di fornire (in modo schematico), una serie di contributi ai vari lettori: attenzione che spesso si tratta di tracce di tipo divulgativo e, quindi, se desidera approfondire maggiormente determinati argomenti occorrerà rivolgersi alle classiche biblioteche o simili.
Un sito interessante in merito alle tematiche da impatto meteorico e relative dinamiche cinetiche: giusto per schiarirsi un poco le idee.LINK 1
LINK 2
LINK 3
Ecco invece un sito con un'interessante raccolta di articoli in ambito paleontologico.
Un interessante sito che analizza i risultati storici (e gli effetti) dei vulcani nel tempo con tabelle ricostruite e riassuntive dei maggiori eventi:
Dove possiamo trovare i supervulcani? Queste sono le zone in cui potrebbe risvegliarsi un supervulcano (attenzione il termine supervulcano non è scientifico ma nasce impropriamente da una trasmissione/documentario fatta dal National Geographic):
- Mount Aniakchak, Alaska, Stati Uniti
- Aso, Kyushu, Giappone
- Campi Flegrei, Campania, Italia
- Kikai Caldera, Ryukyu Islands, Giappone
- Long Valley Caldera, California, Stati Uniti
- Monte Mazama, Oregon, Stati Uniti (ora Crater Lake)
- Lago Taupo, North Island, Nuova Zelanda
- Lago Toba, Sumatra, Indonesia
- Valle Grande, New Mexico, Stati Uniti
- Monte Warning, Nuovo Galles del Sud, Australia
- Yellowstone Caldera, Wyoming, Stati Uniti
- Mar Mediterraneo, Sicily, Italy
Vi segnalo questo indirizzo per fare ricerche in databases veramente enorme sugli tsunami del passato (è quello da cui ho attinto anch'io per integrare la sezione "Storia della Terra" (sulla cronologia dei grandi eventi del passato).
Le Storegga Slides (fra le più grandi frane sottomarine mai registrate) avvenute nella piattaforma continentale della Norvegia intorno al 6.100 a.C. (vedi anche la pagina la storia del pianeta).
Comunque sia si tratta di una teoria emersa con forza negli ultimi anni e studiata soprattutto dalle Università del nord Europa in quanto gli effetti ricostruiti di tale evento hanno colpito soprattutto gli stati che si affacciano sul mare del nord. In sintesi si tratterebbe di una gigantesca frana sottomarina che ha coinvolto la scarpata continentale e che, come conseguenza, generò un gigantesco tsunami (secondo alcuni ricercatori esso sarebbe stato ben più consistente di quello di Sumatra 2004). Alcuni studiosi riconducono tali assestamento geomorfologici sottomarini agli idrati di metano e/o a cambiamenti climatici.
Un paio di considerazioni sugli Idrati di Metano:
[1] Fondali marini agli idrati di metano Solo ora gli scienziati sembrano cominciare a interessarsi ai depositi di biidrati di metano ghiacciati che si trovano sul fondo dei mari.Si tratta di una particolare composizione chimica molto diffusa sui fondali marini a una profondità superiore ai trecento metri e che potrebbero rappresentare delle novità rilevanti per comprendere meglio il ciclo del carbonio sulla Terra e avere delle interessanti applicazioni commerciali. Lo studio di questi depositi, soprattutto per motivi estrattivi, è estremamente complesso. Un blocco di idrati di gas ha la consistenza del ghiaccio. Portato alla superficie, fonde e rilascia metano, uno dei gas serra. Le riserve di metano contenute in questi depositi sono enormi. Per la prima volta sono stati presentati a Nizza nel corso del meeting della European Geophysical Society, della American Geophysical Union e della European Union of Geosciences i risultati di una campagna scientifica in alto mare condotta proprio allo scopo di analizzare questi particolarissimi cristalli. I prelievi sono stati effettuati al largo delle coste dell'Oregon (USA) e hanno permesso di portare in superficie una serie di questi particolari fiocchi di neve.Secondo Erwin Suess del Research Center for Marine Geosciences (GEOMAR) di Kiel "a quelle particolari condizioni di pressione e temperatura il metano non potrebbe esistere in quelle forma". 14 aprile 2003 http://ulisse.sissa.it/site/public/ScienzaSette/s7_18apr03_5.htm
[2] Idrati di metano: rischi di tsunami Il pericolo non è imminente ma già 8.000 anni fa l'Europa del nord venne sconvolta da un repentino innalzamento della temperature che sciolse gli idrati di metano che si trovano lungo la scarpata della piattaforma continentale. Da un articolo in Inglese: http://www.thisisnorthscotland.co.uk/displayNode.jsp?nodeId=149483&command=displayContent&sourceNode=149251&contentPK=13348453
Gli idrati di metano, cosa sono Di che si tratta? «Si tratta di cristalli di ghiaccio – o gas idrati – composti di gas e metano, intrappolati da milioni di anni sotto ai margini continentali a causa dell’alta pressione e delle basse temperature», spiega John Farrell, responsabile scientifico della ricerca, che vede impegnati i migliori istituti oceanografici di venti nazioni, Italia compresa: «Riteniamo che sotto gli oceani ne esistano giacimenti immensi». A sollevare euforia tra gli esperti è la possibilità del loro sfruttamento commerciale in tempi forse, brevi. «Molto dipende dal prezzo del gas naturale», si sbilancia Farrel, «se la domanda fosse alta, basterebbero quindici anni». Nel frattempo, «la prima cosa da fare è censire i punti dove noi riteniamo possano trovarsi i giacimenti maggiori, un compito che potrebbe richiedere anni». Già, dove sono i giacimenti? «Quasi sicuramente le zone più ricche corrispondono alle cosiddette zone di subduzione, dove i margini di una zolla tettonica scendono al di sotto di un’altra», spiega l’esperto. Una circostanza, questa, in grado di guardare all’Oceano Pacifico – martoriato da vulcani e terremoti – come area privilegiata, e che spiega il grande interesse alle ricerche del Giappone, quasi del tutto privo di giacimenti di petrolio ma potenzialmente ricco di metano all’interno delle acque territoriali. Non a caso, ricercatori giapponesi hanno lanciato la prima idea pompare acqua calda in modo da disaggregare le molecole di acqua e gas e formare pozze di metano “pronto da estrarre”.
Ghiaccio esplosivo Sembrerebbe facile, ma non lo è. Gli stessi esperti americani non nascondono gli ostacoli ancora da scavalcare. Il rischio è che l’affare si trasformi in un boomerang per il clima terrestre: «Improvvisi rilasci di gas metano, che incombusto è un potente gas serra, potrebbe accelerare il riscaldamento globale», ammette Farrell, «con conseguenze disastrose sul clima e sugli oceani». Ugualmente inquietante è la possibilità di esplosioni accidentali. «Basta un leggero rialzo della temperatura dell’acqua di qualche grado», spiega Farrell, «perché le molecole di gas, altamente instabili, esplodano provocando voragini sul fondo oceanico. Se questo accadesse in prossimità di oleodotti li farebbe saltare in aria, provocando colossali sversamenti in mare». Deflagrazioni accidentali del “ghiaccio esplosivo”, come è stato subito battezzato dai ricercatori, si sarebbero già verificati in passato. A testimoniarlo sarebbero soprattutto le analisi sul plankton, alcune anomalie di crescita del quale sembrano essere giustificate – secondo gli esperti – solo con il rilascio di gas metano in mare. In alcuni casi, queste esplosioni hanno avuto effetti davvero catastrofici: «Verissimo», conferma Farrell, «scoppi accidentali di depositi di gas idrati potrebbero essere all’origine di alcuni cambiamenti climatici degli ultimi 50mila anni, e di frane e cataclismi sottomarini. Per esempio, la gigantesca onda tsunami che ha investito il Nord Europa 8000 anni fa». Rischi non trascurabili, insomma, ma che non sembrano spegnere l’entusiasmo dei ricercatori. Dopo il successo dell’ultima spedizione nell’Atlantico, è stata già annunciata una nuova partenza: colonna portante delle ricerche, ancora una volta, la nave Joideas Resolution, il più sofisticato laboratorio scientifico navigante del mondo, in grado di compiere trivellazioni fino a 8200 metri di profondità, estrarre campioni di roccia e portarli intatti in superficie. Stavolta farà rotta nel Pacifico settentrionale, proprio di fronte alla coste dell’Oregon. Qui, trivellazioni sperimentali hanno evidenziato un giacimento di cristalli di gas ancora più ricco di quello dell’Atlantico. Il prezzo del petrolio continua a crescere, e la ricerca continua. http://italy.indymedia.org/news/2005/10/910556.php (teoria di storegga)
oppure no ...?
L'origine del riscaldamento climatico (di 40.000 anni fa) Uno studio individua nelle zone umide l'origine del fenomeno, in contrasto con la teoria secondo cui una grande quantità di metano fu liberata dai clatrati presenti nell'oceano
Forse è attinente oppure no, ma dategli un'occhiata
19.04.2006
Il ciclo del carbonio tra Giurassico e Cretaceo
Secondo le ipotesi, fu sconvolto da un improvviso rilascio di CO2 o di metano dal fondo dell'oceano
Un'improvvisa emissione di carbonio su larga scala, dovuta al rilascio di riserve di anidride carbonica immagazzinata sul fondo dell’Oceano: fu questa probabilmente la causa di un notevole incremento relativo del carbonio 12 rispetto al carbonio 13 scoperto nei sedimenti vecchi di centinaia di milioni di anni da Yvonne van Breugel dell’Università di Utrecht.
Si tratta, a ben guardare, di un processo simile a quello in atto tutt’ora. Si sta assistendo attualmente all’incremento della concentrazione di biossido di carbonio in atmosfera in conseguenza della massiccia utilizzazione di combustibili fossili, che apparentemente ha portato con sé un incremento relativo dell’isotopo del carbonio con 12 neutroni. Come conseguenza, il rapporto degli isotopi stabili C13/C12 ha mostrato una diminuzione dello 0,1 per cento. Tenuto conto di ciò, non è chiaro quale fenomeno naturale abbia potuto innescare tra i periodi Giurassico e Cretaceo, tra 180 e 120 milioni di anni fa, un processo simile, quattro volte più intenso. Nei fossili di alghe marine e piante terrestri datate a quel periodo, infatti, la van Breugel ha trovato un decremento di tale rapporto pari allo 0,4 per cento. Secondo la ricercatrice, ciò indicherebbe variazioni del ciclo del carbonio su larga scala, e su una scala temporale di alcune decine di migliaia di anni, dovute a un improvviso rilascio in atmosfera di C12, legato in molecole di anidride carbonica o metano, probabilmente proveniente dai gas idrati immagazzinati sul fondo dell’oceano entrati in contatto con magma.
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Si rischia un altro terremoto: prepararsi a nuove emergenze
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Le macerie non sono state rimosse, la gente vive in un clima d’angoscia crescente. Il numero dei morti, dei suicidi, dei divorzi e dell’uso di psicofarmaci è aumentato nel silenzio generale. Il dottor Alessandro Sirolli, direttore del centro psichiatrico diurno dell’Asl 1 dell’Aquila non ha dubbi: «Ci nascondono le cifre del disastro umano» racconta. Gli effetti distruttivi sulla psiche umana, dopo il sisma e lo stato di crisi, sono stati devastanti.
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