di ELENA DUSI ROMA - Non è un dinosauro, ma un minuscolo virus. Proviene dall'alba della storia umana e il tempo ne aveva seppellito ogni vestigia. Oggi, fra le pareti di un laboratorio, alcuni ricercatori francesi sono riusciti a riportarlo in vita e farlo replicare. Lo hanno battezzato Phoenix, come una Fenice che risorge dalle sue ceneri. E' un virus che ha infettato le prime scimmie 30 milioni di anni fa e i primi uomini 5 milioni di anni fa. Poi è scomparso, o meglio ha generato nuovi ceppi di virus più evoluti ed efficienti. Di lui non esistono più tracce in nessun luogo. Ma con un'eccezione: il Dna umano. "L'8 per cento del nostro genoma è formato da sequenze di origine virale. Il virus che abbiamo studiato, in particolare, si è integrato nel nostro Dna circa 5 milioni di anni fa, per poi perdere gradualmente ogni funzione" spiega Thierry Heidmann, virologo del Centre national pour la recherche scientifique francese e autore dell'esperimento descritto sull'ultimo numero di Genome Research. I virus sono organismi talmente primitivi da non essere capaci di riprodursi da soli. Hanno bisogno di infettare una cellula, integrarsi nel suo genoma e utilizzare il meccanismo di replicazione del Dna dell'ospite. Così è accaduto che di generazione in generazione alcuni frammenti di Phoenix (e di tanti altri suoi cugini) si siano integrati nel nostro patrimonio genetico. A Heidmann e colleghi non è rimasto che rintracciarne tutti i frammenti, ricostruire il genoma per intero e resuscitare il virus all'interno di una provetta. Il nostro Dna è dunque terreno di scavo per gli archeologi della vita. "Ma non dobbiamo sottovalutare - spiega Heidmann - l'importanza che questi studi hanno per la cura dei tumori. A volte in alcuni tipi di neoplasie si ritrovano frammenti di proteine di origine virale". E questo spiega come mai parte dei fondi per l'esperimento siano arrivati dalla "Ligue nationale contre le cancer". Dopo aver riportato in vita Phoenix, i ricercatori hanno provato a metterlo a contatto con alcune cellule umane coltivate in provetta. Seppur debolmente, il virus è riuscito a infettarle e a replicarsi al loro interno, sollevando i timori di un gruppo di scienziati d'oltreoceano. "Ogni esperimento volto a riportare in vita agenti patogeni estinti deve essere approvato a livello internazionale e sottoposto a misure di sicurezza molto più rigide rispetto a quelle adottate dai colleghi" lamenta sull'edizione online di Science Richard Ebright, biologo molecolare dell'università del New Jersey. "Non abbiamo sottovalutato i rischi - ribatte Heidmann - e abbiamo modificato il genoma di Phoenix in modo che non potesse replicarsi più di una volta. L'esperimento si è svolto in tutta sicurezza". (18 novembre 2006) dal sito online di Repubblica
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