E l'Europa di appresta a decidere se mettere al bando gli agenti più pericolosi di ANTONIO CIANCIULLO ROMA - Permettono di ricostruire la mappa dei ricordi remoti e delle abitudini presenti, ma immergersi in questo flusso di memoria porta a scoperte poco piacevoli. Sono i veleni immagazzinati nel nostro corpo, accumulati in milioni di piccoli atti dall'apparenza innocua, a costituire un archivio del nostro passato che proietta un'ombra preoccupante sul futuro: quale prezzo pagheremo per il contatto troppo ravvicinato con la nuvola chimica che ci avvolge? Se lo è chiesto David Ewing Duncan, il giornalista che, facendosi prelevare 14 fiale di sangue per un campionario completo di analisi, ha fatto da cavia volontaria, pubblicando il risultato del viaggio all'interno di se stesso sul numero del National Geographic che uscirà sabato. Un percorso che lo ha portato a rintracciare il primo momento di contaminazione nell'assunzione, attraverso la placenta e il cordone ombelicale, di una parte della zavorra chimica contenuta nel corpo della madre. Altre molecole indesiderate, come i pesticidi, sono arrivate attraverso il latte materno. E anche il momento dei primi giochi si è rivelato a rischio: il David bambino, alla fine degli Sessanta, ingannava l'afa estiva con i suoi amici su un campetto vicino a casa, nel Kansas. Questo campetto era però una discarica che in seguito sarebbe stata inserita nell'elenco dei siti considerati pericolosi dall'Epa, l'Agenzia per l'ambiente degli Stati Uniti. Nemmeno l'ingresso nell'età adulta, e nell'era di una coscienza ecologica diffusa, è servito a evitare il bombardamento di molecole indesiderate. La delicatezza del profumo di lavanda del suo shampoo era inquinata dalla presenza degli ftalati che fanno parte dei cosiddetti pops, le sostanze organiche e persistenti che possono causare perdita della fertilità e caduta del numero degli spermatozoi, danni al sistema riproduttivo, possibile cancro dei testicoli, delle ovaie o del seno. E un bel pranzetto a base di pesce poteva nascondere un involontario pieno di mercurio, un metallo pesante da cui è bene tenersi alla larga. Più difficile invece identificare il cavallo di Troia attraverso cui sono passati i ritardanti di fiamma, sostanze che all'esterno del nostro corpo svolgono un utile lavoro di prevenzione, ma all'interno si trasformano in minaccia. I ritardanti di fiamma sono nascosti nei tappeti, nella plastica attorno ai televisori, nei materassi, nelle automobili, negli aerei. Introdotte una trentina di anni fa, queste sostanze hanno prodotto uno spray sottilissimo che è arrivato a contaminare i luoghi più lontani e inaccessibili: hanno sconvolto il ciclo vitale degli orsi polari e quello delle orche del Pacifico. Ma cosa si può fare per ridurre il rischio chimico senza rinunciare ai vantaggi e alle sicurezze che la tecnologia offre? "Bisogna intervenire con rapidità perché per l'86 per cento dei 2.500 agenti chimici utilizzati in grande quantità non abbiamo sufficienti informazioni sugli effetti sanitari", risponde Maria Grazia Midulla, responsabile della campagna del Wwf. "Tra pochi giorni la Commissione Ambiente del Parlamento europeo avrà la possibilità di farlo: si dovrà pronunciare sull'obbligo di sostituzione delle sostanze più pericolose nei casi in cui già esistono dei sostituti, un passaggio della direttiva Reach sulla regolamentazione dei prodotti chimici. Sarà quella l'occasione per fare un passo in direzione di una sicurezza senza sacrifici". (26 settembre 2006)
Arsenico da record nel sangue degli abitanti ITALIANI!
di Emiliano Fittipaldi Una ricerca del Cnr conferma che il comune di Gela è tra le aeree più inquinate del mondo. Nel sangue dei campioni esaminati ci sono veleni di ogni tipo. Dal piombo al mercurio Ora avete il petrolio, disse l'ingegnere. "Il petrolio? Mi creda, se lo succhiano - disse il professore - se lo succhiano. E così finisce col petrolio: una canna lunga da Milano a Gela, e se lo succhiano". Leonardo Sciascia aveva capito. Aveva scritto in un racconto del 1966, 'Il mare colore del vino', che il petrolchimico della città siciliana non avrebbe portato una lira nelle tasche dei suoi abitanti. Mai, però, avrebbe potuto immaginare che, dopo 40 anni, la città sarebbe diventata famosa in tutto il mondo per i tassi mostruosi di malformazioni e tumori. L'area di Gela è una delle più inquinate del mondo, ed è cosa nota. Ma ora l'Oms ha scoperto che nelle vene degli abitanti scorre anche arsenico. Il biomonitoraggio effettuato dal Cnr è durato mesi, e ha dato risultati choccanti: il sangue del 20 per cento del campione, composto in tutto da 262 persone, è pieno di veleno. Oltre all'arsenico ci sono tracce di rame, piombo, cadmio e mercurio. Non si tratta di operai esposti sul lavoro, ma di casalinghe, impiegati, giovani sotto i 44 anni. Residenti a Gela, Niscemi e Butera. Nelle loro urine sono stati trovati livelli di arsenico superiori del 1.600 per cento al tasso-limite. Facendo una proporzione sul totale dei residenti, a rischio avvelenamento potrebbero trovarsi più di 20 mila persone. Non stupiscono, visti i risultati delle analisi, i nuovi dati sulla mortalità e le malattie, statistiche che arrivano fino al 2007: "Nell'area in studio", si legge nel rapporto pubblicato su 'Epidemiologia&Prevenzione', si osserva una mortalità generale per tutti i tumori significativamente più elevata, sia negli uomini sia nelle donne". Il boom riguarda il cancro alla pleura, ai bronchi e ai polmoni, con eccessi di patologie per lo stomaco, la laringe, il colon e il retto. Un disastro sanitario che è evidente anche nelle tabelle sulle malattie generiche, con troppi ricoveri per malattie psichiatriche e avvelenamenti. Che a Gela si muore d'ambiente sembra provarlo anche un'altro report firmato dall'Istituto superiore di sanità: tra i lavoratori del petrolchimico, i più a rischio sono quelli che, finito il turno, tornano a casa in città. I pendolari non residenti hanno tassi di mortalità per cancro polmonare molto più bassi. Lo studio è uno spartiacque. Per la prima volta gli scienziati hanno in mano un potenziale nesso tra inquinamento del territorio e mortalità in eccesso. Un legame che dovrebbe indurre le istituzioni a darsi una mossa, mettendo in campo politiche di prevenzione più efficaci: anche se non sappiamo ancora il tipo di arsenico che circola nel corpo dei gelesi (quello inorganico è cancerogeno, quello organico è tossico, ma assai meno pericoloso) gli scienziati chiedono subito maggiori controlli sugli alimenti, in particolare su verdure, pesci e crostacei. Fabrizio Bianchi, epidemiologo del Cnr, ha coordinato la ricerca e non nasconde la sua preoccupazione: "L'impatto ambientale è indubitabile. In mare, nelle acque, sulla terra ci sono concentrazione di metalli superiori fino a un milione di volte i livelli accettabili. L'arsenico non era già presente in forme naturali, come dice qualcuno, ma è stato immesso dall'uomo. La 'pistola fumante'? Diciamo che abbiamo trovato i proiettili, ora dobbiamo capire chi ha sparato". La procura indaga, ma il compito dei pm non è facile. Oggi a Gela è attiva la grande raffineria dell'Eni, ma nell'area per decenni hanno fabbricato clorosoda, acido cloridico e altri prodotti chimici. Le bonifiche già partite sono poche, la stragrande maggioranza dei veleni resta a terra. "Siamo ancora alle conferenze istruttorie", chiosa Bianchi: "Bisognerebbe accelerare l'iter, anche perché l'arsenico è un composto che non rimane a lungo nel corpo. Le grandi quantità che abbiamo trovato dimostrano che l'esposizione è tutt'ora in corso". (31 luglio 2009) link articolo
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