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2006, autunno: Le eruzioni vulcaniche distruggono l'ozono

Scoperte e Novità nel mondo del Clima
Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 05-19-2009 at 9:07 AM
Articoli sul Clima >> Scoperte e Novità nel mondo del Clima

09.11.2006
I gas rilasciati durante le eruzioni vulcaniche possono accelerare le reazioni che portano alla distruzione dell’ozono atmosferico e anche eruzioni relativamente piccole hanno l’effetto di creare buchi localizzati nella stratosfera.
In precedenza, i ricercatori si erano concentrati sugli effetti climatici del particolato creato dal biossido di zolfo, emesso durante le eruzioni. Per la prima volta, analizzando i dati dell’eruzione del vulcano Hekla avvenuta nel 2000, i ricercatori del Dipartimento di scienze della terra dell’Università di Cambridge hanno scoperto che i gas vulcanici possono portare anche alla formazione di particelle di ghiaccio e di acido nitrico.
“Abbiamo mostrato come le eruzioni vulcaniche possano raggiungere la stratosfera e portare alla formazione del tipo di nubi in grado promuovere le reazioni con il cloro che distruggono l’ozono”, ha spiegato Genevieve Millard, che ha partecipato allo studio.
Le perdite di ozono dovute alla piccola eruzione dell’Hekla sono durate circa due settimane, dopo le quali i livelli sono tornati normali.
"Ora vogliamo sapere che cosa potrebbe succedere nel caso di eruzione di maggiore entità”, ha commentato David Pyle, dell’Università di Oxford. “Per esempio: si verificherebbe in tal caso un incremento della radiazione ultravioletta alle basse latitudini? Sarebbe utile avere queste informazioni sia per capire che cosa successe nel passato sia che cosa potrebbe succedere nel futuro.”
© 1999 - 2006 Le Scienze S.p.A.
Cambiamento climatico: la sorpresa ozono
Il recupero dell’ozono stratosferico potrebbe rallentare un flusso d’aria cruciale che soffia verso ovest vicino alla superficie terrestre, riscaldando ulteriormente la bassa stratosfera e l’alta troposfera
Se il buco nell’ozono stratosferico continuerà a restringersi fino al 2050, potrebbe scatenare un inatteso cambiamento climatico nell’emisfero meridionale della Terra. Tale processo verrebbe innescato perché il recupero dell’ozono potrebbe frenare le correnti eoliche ad alta velocità, almeno durante l’estate, durante il suo moto intorno al mondo. Il risultato, ottenuto da un gruppo internazionale di ricercatori sarebbe contrario alle previsioni convenzionali, contenute nella Quarta valutazione (AR4) dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). Utilizzando le più recenti previsioni dei modelli utilizzate in una esercitazione nota come Chemistry-Climate Model Validation (CCMVal), Seok-woo Son della Columbia University di New York e colleghi mostrano come il recupero dell’ozono stratosferico possa rallentare un flusso d’aria cruciale che soffia verso ovest vicino alla superficie terrestre - riscaldando ulteriormente la bassa stratosfera e l’alta troposfera, e influenzando gli schemi dei venti e della pressione. Poiché il getto subtropicale rallenta nei pressi del Polo Sud, esso può anche intensificarsi nei pressi dell’equatore. Nell’emisfero Sud, tale cambiamento potrebbe influenzare le temperature superficiali dell’Oceano, i ghiacci marini, le rotte delle tempeste, e la localizzazione delle regioni aride, gli schemi di circolazione oceanica e lo scambio naturale di biossido di carbonio. Comprendere questi cambiamenti sulla base di previsioni sempre migliori  sarà essenziale, concludono i ricercatori nell’articolo apparso su “Science” intitolato, "The Impact of Stratospheric Ozone Recovery on the Southern Hemisphere Westerly Jet". (fc)
(13 giugno 2008) © 1999 - 2008 Le Scienze S.p.A.

Se si chiude il buco dell'ozono: per la scienza è ancora mistero
Le previsioni sostengono che entro pochi decenni dovrebbe tornare a livelli di prima degli anni '70. Con quali effetti?
di LUIGI BIGNAMI
ROMA - Il buco nell'ozono si va richiudendo. Forse. Ma sarà un bene? Sulla questione si stanno interrogando scienziati di mezzo mondo. Con l'obiettivo di capire se il "rattoppo" nell'atmosfera provocherà conseguenze negative o positive sul riscaldamento globale.
Del buco nell'ozono si parlò molto - e con grande preoccupazione - negli anni '80 e '90, poi il problema è passato quasi nel dimenticatoio. Eppure ancora durante l'inverno australe di 3 anni fa aveva raggiunto il record per dimensioni (circa 9 volte la superficie dell'Italia) e durante l'ultimo inverno era solo di poco più piccolo (25 milioni di km/quadrati contro i 27 del 2006-07) e aveva anche raggiunto i minimi valori di densità presenti sull'Antartide. Nell'ultimo decennio poi si è registrata anche una diminuzione dell'ozono a latitudini inferiori a quelle polari, fino a raggiungere quelle intermedie.
L'ozono è una fascia dell'atmosfera posta tra i 20 e i 50 km di quota dove vengono assorbiti i raggi ultravioletti provenienti dal Sole, i quali, se arrivassero in maggiori quantità sulla superficie terrestre, sarebbero assai dannosi per l'uomo e per la vita in genere. Erano stati i CFC (clorofluorocarburi) immessi dall'uomo nell'atmosfera a provocare reazioni chimiche tra il cloro e l'ozono (che è una molecola composta da 3 atomi di ossigeno) distruggendolo. Poi con il Protocollo di Montreal, nel 1987, tali sostanze vennero messe al bando. Negli ultimi anni da più parti, nel mondo scientifico, si sostiene che tale iniziativa stia permettendo la ricostruzione dell'ozono atmosferico, tant'è che le previsioni sostengono che entro pochi decenni esso dovrebbe tornare a livelli che si registravano prima degli anni '70.
Ma ora un recente studio dimostra come i gas che producono l'effetto serra sul nostro pianeta interferiscono notevolmente con la ricostruzione della fascia d'ozono e quel che succederà nei prossimi anni non è del tutto chiaro. Il modello proposto da Feng Li, un ricercatore dell'atmosfera del Goddard Earth Sciences and Technology Center della Nasa, mostra come in alcune parti del pianeta l'ozono potrebbe raggiungere valori di densità superiori a quelli che vi erano decenni or sono, ma in altre e non necessariamente solo sull'Antartide, potrebbe rimanere assai ridotto. Sarebbe dunque, più che una ricucitura, un "rappezzo" dell'atmosfera. "Se nel modello al computer si considerano solo i composti del cloro, allora il buco nell'ozono lo si vede effettivamente ricucirsi entro pochi decenni, ma se si tiene conto di tutti i fenomeni che impattano sull'atmosfera, soprattutto dell'anidride carbonica e del metano, allora le cose non sono così semplici", ha spiegato Li, il cui studio è pubblicato si Atmospheric Chemistry and Physics.
Del fatto che dell'ozono si conosce ancora poco ne è testimonianza un'altra ricerca del British Antarctic Survey e della Nasa che è stata pubblicata sull'ultimo numero di Geophysical Research Letters. Secondo John Turner, responsabile dello studio, il buco nell'ozono avrebbe una particolare influenza sulla crescita dei ghiacci in alcune aree attorno al continenti antartico, dove numerose lingue di ghiaccio marino crescono anziché diminuire, come avviene nel resto del pianeta. "Abbiamo potuto verificare che la minor quantità di ozono degli anni scorsi ha alterato la circolazione dei venti che ruotano attorno all'Antartide e questo ha portato alcuni di essi, molto freddi, a creare le condizioni di gelo intenso al punto da impedire al ghiaccio che scende dal continente verso il mare di sciogliersi una volta raggiunta la superficie marina".
Anche di questo, dicono gli scienziati, bisognerà tener conto nel momento in cui il buco dell'ozono dovesse tornare effettivamente a richiudersi.
(24 aprile 2009) link articolo


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In questa sezione si è cercato di raggruppare tutti gli articoli e/o pubblicazioni che possono avere delle attinenze alle problematiche legate allo studio ed alle scoperte sul clima. Ogni tanto mi sono capitate per le mani anche alcune notizie curiose (a dir poco) e quindi perché togliergli la dignità di farle "gironzolare" in rete?


Maggio 2006:

Vi segnalo questo link,

in esso potete trovare le ultime elaborazioni, curate dall'ESA, in ambito degli incendi planetari visibili in contemporanea per tutto il mondo ... c'è da mettersi le mani nei capelli!!!!


Agosto 2006

Ed ecco un link che merita per approfondire o capire la teoria del caos (o dell'effetto farfalla) ... molto importante per comprendere alcune teorie legate al clima:


Gennaio 2007:

Per vedere l'andamento delle temperature nel Nord Atlantico

Per vedere l'andamento delle temperature nel mar Artico


Ipotesi di Mercer

Uno dei primi eminenti geologi a sollevare l'allarme sulla possibilità che il riscaldamento globale potesse dare il via ad un collasso della coltre glaciale antartica fu J.H.. Mercer della Ohio State University. Il ragionamento dello studioso nasce dalla considerazione che lo spesso strato di ghiaccio che ricopre grati parte dell'Antartide occidentale poggia su un substrato roccioso molto al di sotto del livello del mare pertanto l'americano ipotizzò come implicitamente questa coltre di ghiacci fosse assai instabile. Pertanto se l'effetto serra dovesse riscaldare la regione polare antartica la calotta glaciale galleggiante che circonda l'Antartide occidentale inizierebbe a scomparire. Di conseguenza privata di questo contrafforte, la coltre continentale si disintegrerebbe rapidamente provocando l'inondazione delle zone costiere di tutto il mondo.
Il disastroso scenario dipinto da Mercer era in gran parte teorico, ma egli faceva rilevare come la calotta glaciale dell'Antartide occidentale potesse di fatto essersi fusa almeno una volta in passato. Tra circa 110.000 e 130.000 anni fa la Terra sperimentò una storia climatica eccezionalmente simile a ciò che si è verificato negli ultimi 20.000 anni, ovvero un riscaldamento relativamente brusco dopo i rigori di una glaciazione. Quell'antico riscaldamento potrebbe avere portato a condizioni un poco più calde delle attuali. Molti geologi ritengono che il livello del mare di allora fosse circa cinque metri più elevato di quanto sia oggi: proprio la differenza che verrebbe prodotta dalla fusione della coltre glaciale dell'Antartide occidentale.


Con poche eccezioni, gli scienziati ritengono di avere stabilito un valore attendibile per il tasso del recente sollevamento del livello marino: 2 mm all'anno. Ma la questione fondamentale che ancora deve essere risolta è: questa tendenza è destinata a rimanere costante o il sollevamento accelererà in risposta al riscaldamento climatico? Per risolvere questo problema, i geologi hanno cercato di ricostruire le fluttuazioni de! livello del mare nel passato, avvenute in risposta a cambiamenti climatici.
Fairbariks, per esempio, ha studiato una specie di corallo che cresce In prossimità della superficie marina, particolarmente nei Caraibi. Facendo profondi sondaggi nelle scogliere coralline di Barbados e individuando antichi campioni di questa specie, egli e i suoi colleghi hanno potuto seguire l'innalzamento del livello del mare a partire dalla fine dell'ultima glaciazione, quando enormi quantità d'acqua erano ancora intrappolate nelle calotte glaciali polari e gli oceani erano circa 120 metri più bassi di quanto non siano oggi.
Anche se la documentazione ricavata dai coralli mostra episodi corrispondenti a una crescita del livello del mare anche di 2-3 centimetri all'anno, Fairbanks fa notare che questi valori si riferiscono a una situazione assai differente da quella attuale. A quei tempi, da 10.000 a 20.000 anni fa, le grandi coltri di ghiaccio che avevano ricoperto buona parte del Nord America e dell'Europa erano nel pieno della fusione e gli oceani stavano ricevendo immani quantità d'acqua da questi continenti. La documentazione più recente relativa al livello del mare indica una progressiva diminuzione del tasso di crescita, con una sostanziale stagnazione negli ultimissimi millenni. Quindi l'attuale regime climatologico sembrerebbe tendere a livelli del mare relativamente stabili.


Ma Joln B. Anderson della Rice Umversity non è d'accordo
Questo ricercatore sostiene che negli ultimi 10.000 anni, vi sono stati almeno tre episodi di rapido incremento del livello del mare, ma essi sono invisibili nella documentazione fornita dai coralli (utilizzati in altre ricerche per trovare prove di innalzamenti e/o abbassamenti del livello medio marino).
Il più recente episodio di improvviso innalzamento del livello del mare che Anderson riconosce avviene intorno al 2000 a.C..

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