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2006, autunno: Scoperte in Siberia bolle di metano che aumentano l'effetto serra

Scoperte e Novità nel mondo del Clima
Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 12-22-2010 at 9:52 AM
Articoli sul Clima >> Scoperte e Novità nel mondo del Clima

Laghi frizzanti riscaldano la Terra

FAIRBANKS (ALASKA) – Le acque dei laghetti polari stanno diventando frizzanti più dello champagne appena versato in una coppa. Bolle di gas ancora congelate, grandi quanto una moneta, emergono a grappoli dal fondo e rimangono a galleggiare sulla superficie fino a che si scongelano, liberando metano nell’atmosfera. Potrebbe sembrare una divertente curiosità da raccontare all’università agli studenti dei corsi di geologia; invece è un preoccupante segnale che il riscaldamento globale sta innescando dei processi noti col nome di feedback positivo, come dire un effetto che esalta la causa da cui ha origine. I fenomeni, di vastissima portata, sono stati di recente scoperti nei laghi siberiani da Katey Walter, una ricercatrice dell’Istituto di Biologia Artica all’Università di Fairbanks in Alaska, e sono stati illustrati in un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Nature. La Walter e la sua equipe studiano da anni il comportamento del permafrost, un tipo di terreno così chiamato perché le sue temperature si mantengono permanentemente sotto lo zero, in una sorta di freezer naturale in cui i resti degli organismi vegetali e animali rimangono surgelati per millenni.
SCONGELAMENTO -Ma ora il permafrost, a causa dell’aumento dell’effetto serra, si sta sgelando a ritmi crescenti -osserva la Walter-. Tutto ciò porta alla decomposizione del materiale organico intrappolato nei ghiacci e al rilascio nell’atmosfera di ingenti quantità di metano, che è potente gas a effetto serra. Grazie a varie campagne di monitoraggio dall’alto e da terra abbiamo potuto documentare questo fenomeno nei laghetti che costellano la regione di Cherskii in Siberia». Attualmente, il principale gas responsabile dell’effetto serra provocato dall’uomo è l’anidride carbonica, in quanto è relativamente il più abbondante. Ma il metano ha un potenziale riscaldante 21 volte superiore a quello dell’anidride carbonica e un suo rilascio in atmosfera in grandi quantità farebbe schizzare un alto la colonnina del termometro del pianeta, più di qualunque pessimistica previsione finora avanzata dai modelli matematici. Secondo le stime più aggiornate il permafrost si estende per 22 milioni di km quadrati, interessando circa il 24% delle terre emerse dell’emisfero Nord, non solo le alte latitudini polari, ma anche gli altipiani dell’Asia Centrale. Il contributo in termini di gas serra causato dal suo eventuale scongelamento sarebbe catastrofico.
Franco Foresta Martin
26 settembre 2006 dal Corriere Sera online



Entro 10-20 anni sarà possibile passare dall'Atlantico al Pacifico
L'Artico perde pezzi, presto in nave al Polo
Registrata dal satellite dell'Esa la diminuzione dello strato di ghiaccio perenne.
Più vicina l'apertura del passaggio a Nord-Est

PARIGI (Francia) - Il Polo Nord? Presto sarà forse raggiungibile anche via nave e, addirittura, si potrà pensare alla possibiità di un attraversamento, almeno parziale, della calotta artica. La previsione si desume da uno studio dell'agenzia spaziale europea, l'Esa, che attraverso il satellite Envisat ha registrato una sostanziale diminuzione dello strato di ghiaccio perenne, quello più impenetrabile e capace di bloccare anche le navi rompighiaccio.
IL VARCO - In particolare sono state alcune immagini registrate tra il 23 e il 25 agosto a dare la conferma dei grandi cambiamenti in atto. Secondo l'Esa a Nord di Svalbard si sarebbe creato un varco esteso tanto quanto le isole britanniche e allargato anche all'area russa dell'artico. Secondo gli scienziati sarebbe del 5-10% la percentuale di ghiaccio perenne ad essere interessata dal fenomeno dello scioglimento o della frammentazione. Alla base di tutto ci sarebbero state alcune tempeste estive.
PASSAGGIO A NORD-EST - «La situazione è come mai la si era osservata fino ad oggi - conferma Mark Drinkwater, dell'unità Oceani e ghiacci dell'Esa -. E' facile immaginare che una nave potrebbe presto passare da Spitzbergen o dalla Siberia occidentale attraverso quello che normalmente è pack ghiacciato e raggiungere senza difficoltà il Polo Nord. Se questa tendenza continuasse, il passaggio a Nord-Est tra l'Europa e l'Asia potrebbe essere aperto presto. Nel giro di 10-20 anni potrebbe addirittura essere possibile navigare da una parte all'altra del mondo transitando direttamente dall'oceano artico». Un passaggio dall'Atlantico al Pacifico, insomma, senza necessità di circumnavigare l'Africa o le Americhe.
IMMAGINI A CONFRONTO - Le conseguenze del riscaldamento atmosferico sono note da tempo. Negli ultimi 25 anni l'Esa aveva già registrato una riduzione dell'artico dai circa 8 milioni di chilometri quadrati dell'inizio degli anini 80 ai 5,5 milioni del 2005. Ma ad essere veramente impressionante è il confronto tra le immagini scattate nell'agosto 2005 e quelle rilevate nell'agosto 2006. In questa stagione, in particolare, è stato registrato un incremento delle aree frammentate con una progressiva perdita di compattezza del pack che rende il Polo Nord realmente a portata di nave.
21 settembre 2006, link articolo

30.000 anni di metano in atmosfera
I ricercatori hanno sviluppato un metodo analitico che ha permesso di quantificare i rapporti fra 12CH4 e 13CH4 nei campioni di ghiaccio ricavati dai carotaggi effettuati in Antartide
Grazie a una nuova tecnica di analisi isotopica i ricercatori di EPICA (European Project for Ice Coring In Antarctica) sono stati in grado si identificare i principali processi responsabili delle variazioni nelle concentrazioni di metano nel periodo a cavallo fra l'ultima era glaciale e l'attuale periodo più caldo, mostrando che le regioni umide emettevano molto meno metano nell'epoca glaciale, mentre sono sempre rimasti costanti le emissioni legate agli incedi delle foreste.
Durante il periodo glaciale le concentrazioni di metano erano in media di circa 350 parti per miliardo (in volume), per aumentare a 700 parti per miliardo nel successivo periodo interglaciale con un iniziale balzo improvviso di 200 parti per miliardo. Le concentrazioni hanno poi iniziato a impennarsi nel corso dell'ultimo secolo, arrivando fino fino a 1750 parti per miliardo. Quest'ultimo aumento è chiaramente collegato alle emissioni prodotte dalle attività umane, ma le ragioni che causarono il precedente raddoppio della presenza di CH4 in atmosfera non erano finora state chiarite.
I ricercatori dell'Alfred-Wegener-Institute for Polar and Marine Research, che partecipa a EPICA, sono ora riusciti a rispondere sviluppando un metodo analitico che ha permesso loro di quantificare i rapporti fra 12CH4 e 13CH4 nei campioni di ghiaccio ricavati dai carotaggi effettuati in Antartide.
Dall'analisi di questi dati risulta che le regioni umide tropicali emettevano molto meno metano durante le glaciazioni, verosimilmente a causa dei diversi schemi all'epoca presenti nelle precipitazioni monsoniche. Inoltre, le fonti di metano delle zone umide presenti nelle latitudini più elevate dell'emisfero settentrionale erano di fatto inattive per l'espansione dei ghiacciai e le temperature molto rigide. Queste fonti si sono però rapidamente riattivate non appena il clima ha iniziato a riscaldarsi. Per contro le considerevoli emissioni di metano dovuta agli incendi nelle foreste sembrano essere rimaste costanti nel tempo. Anche le riserve di gas idrati presenti in mare non sembrano aver subito fenomeni di destabilizzazione nel corso del periodo di riscaldamento del clima. "Questi dati sono essenziali per migliorare le nostre previsioni di come il ciclo del metano reagirà al crescente riscaldamento futuro", ha commentato Hubertus Fischer, che ha coordinato la ricerca.  (gg)
(17 aprile 2008)© 1999 - 2008 Le Scienze S.p.A.

800.000 anni di storia climatica
Le analisi del ghiaccio antartico mostrano che anche la curva del metano segue assai fedelmente la curva di temperatura:
quando il clima è freddo, c’è meno metano in atmosfera

Nuove carote di ghiaccio estratte in Antartide hanno rivelato due interessanti valori di picco per altrettanti parametri ambientali significativi misurati nell’arco degli ultimi 800.000 anni: il più basso contenuto atmosferico di anidride carbonica (CO2) e un rapido cambiamento nel contenuto di CH4 (metano).
I risultati, pubblicati sull’ultimo numero della rivista “Nature” sono stati ottenuto nell’ambito dello European Project for Ice Coring in Antartica (EPICA) consorzio di ricerca di 10 nazioni europee. Le trivellazioni della copertura glaciale antartica, spessa tre chilometri, presso la Dome C Station di EPICA hanno permesso di ricostruire gli ultimi 800.000 anni di storia climatica del continente, passando per otto periodi glaciali e altrettanti interglaciali. I periodi glaciali sono durati 100.000 anni ciascuno in media, mentre quelli interglaciali, come quello in cui ci troviamo attualmente, sono durati circa 10.000 anni. “La curva della temperatura segue abbastanza fedelmente l’andamento delle concentrazioni di CO2; durante i periodi glaciali, in cui il clima è freddo, c’è meno biossido di carbonio in atmosfera”, ha spiegato Thomas Blunier del Centre for Ice and Climate del Niels Bohr Institute, dell’Università di Copenhagen, in Danimarca, che ha partecipato alla ricerca.
Quando la temperatura è bassa, infatti, la crescita delle piante è limitata e così anche l’assorbimento di CO2 da parte dei vegetali, mentre è maggiore l’assorbimento di tale gas da parte dell’oceano; in definitiva l’effetto netto è una minore concentrazione atmosferica di tale gas, che a sua volta determina un minore effetto serra, e un clima ancora più freddo.
Tuttavia, i nuovi risultati mostrano come durante il periodo glaciale, che copre l’arco di tempo tra 650.00 e 750.000 milano anni fa, il livello di CO2 era estremamente basso, più di qualunque altro valore ottenuto da misurazioni precedenti. Tale circostanza si verificò per due volte in tale periodo, mentre la temperatura non raggiunse valori inferiori rispetto ad altri periodi glaciali. Il metano, o CH4, è un altro importante gas serra e rappresenta un indicatore sensibile delle variazioni climatiche e delle fluttuazioni di temperatura. Esso viene prodotto da alcuni microrganismi e fuoriesce dalle riserve naturali nel sottosuolo.
Le analisi del ghiaccio antartico mostrano che anche la curva del metano segue assai fedelmente la curva di temperatura: quando il clima è freddo, c’è meno metano in atmosfera. Le misurazioni indicano l’esistenza di una forte correlazione tra il contenuto di metano atmosferico con il cammino della Terra intorno al Sole e con l’inclinazione dell’asse terrestre. Inoltre, è stata trovata documentazione di un incremento della circolazione monsonica nei tropici degli ultimi 400.000 anni.
Infine lo studio ha messo in luce come alcuni cambiamenti climatici possono avvenire in modo più rapido di quelli che dovrebbero essere i risultati di cicli a lungo termine che si verificano nello spazio. Circa 770.000 anni fa, sono stati identificati rapidi cambiamenti nella concentrazione sia di CO2 sia di CH4 in atmosfera, che avvennero nell’arco di pochi decenni. Altri cambiamenti simili avvennero circa 40.000 anni fa durante l’ultimo periodo glaciale. (fc)
(15 maggio 2008)© 1999 - 2008 Le Scienze S.p.A.


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In questa sezione si è cercato di raggruppare tutti gli articoli e/o pubblicazioni che possono avere delle attinenze alle problematiche legate allo studio ed alle scoperte sul clima. Ogni tanto mi sono capitate per le mani anche alcune notizie curiose (a dir poco) e quindi perché togliergli la dignità di farle "gironzolare" in rete?


Maggio 2006:

Vi segnalo questo link,

in esso potete trovare le ultime elaborazioni, curate dall'ESA, in ambito degli incendi planetari visibili in contemporanea per tutto il mondo ... c'è da mettersi le mani nei capelli!!!!


Agosto 2006

Ed ecco un link che merita per approfondire o capire la teoria del caos (o dell'effetto farfalla) ... molto importante per comprendere alcune teorie legate al clima:


Gennaio 2007:

Per vedere l'andamento delle temperature nel Nord Atlantico

Per vedere l'andamento delle temperature nel mar Artico


Ipotesi di Mercer

Uno dei primi eminenti geologi a sollevare l'allarme sulla possibilità che il riscaldamento globale potesse dare il via ad un collasso della coltre glaciale antartica fu J.H.. Mercer della Ohio State University. Il ragionamento dello studioso nasce dalla considerazione che lo spesso strato di ghiaccio che ricopre grati parte dell'Antartide occidentale poggia su un substrato roccioso molto al di sotto del livello del mare pertanto l'americano ipotizzò come implicitamente questa coltre di ghiacci fosse assai instabile. Pertanto se l'effetto serra dovesse riscaldare la regione polare antartica la calotta glaciale galleggiante che circonda l'Antartide occidentale inizierebbe a scomparire. Di conseguenza privata di questo contrafforte, la coltre continentale si disintegrerebbe rapidamente provocando l'inondazione delle zone costiere di tutto il mondo.
Il disastroso scenario dipinto da Mercer era in gran parte teorico, ma egli faceva rilevare come la calotta glaciale dell'Antartide occidentale potesse di fatto essersi fusa almeno una volta in passato. Tra circa 110.000 e 130.000 anni fa la Terra sperimentò una storia climatica eccezionalmente simile a ciò che si è verificato negli ultimi 20.000 anni, ovvero un riscaldamento relativamente brusco dopo i rigori di una glaciazione. Quell'antico riscaldamento potrebbe avere portato a condizioni un poco più calde delle attuali. Molti geologi ritengono che il livello del mare di allora fosse circa cinque metri più elevato di quanto sia oggi: proprio la differenza che verrebbe prodotta dalla fusione della coltre glaciale dell'Antartide occidentale.


Con poche eccezioni, gli scienziati ritengono di avere stabilito un valore attendibile per il tasso del recente sollevamento del livello marino: 2 mm all'anno. Ma la questione fondamentale che ancora deve essere risolta è: questa tendenza è destinata a rimanere costante o il sollevamento accelererà in risposta al riscaldamento climatico? Per risolvere questo problema, i geologi hanno cercato di ricostruire le fluttuazioni de! livello del mare nel passato, avvenute in risposta a cambiamenti climatici.
Fairbariks, per esempio, ha studiato una specie di corallo che cresce In prossimità della superficie marina, particolarmente nei Caraibi. Facendo profondi sondaggi nelle scogliere coralline di Barbados e individuando antichi campioni di questa specie, egli e i suoi colleghi hanno potuto seguire l'innalzamento del livello del mare a partire dalla fine dell'ultima glaciazione, quando enormi quantità d'acqua erano ancora intrappolate nelle calotte glaciali polari e gli oceani erano circa 120 metri più bassi di quanto non siano oggi.
Anche se la documentazione ricavata dai coralli mostra episodi corrispondenti a una crescita del livello del mare anche di 2-3 centimetri all'anno, Fairbanks fa notare che questi valori si riferiscono a una situazione assai differente da quella attuale. A quei tempi, da 10.000 a 20.000 anni fa, le grandi coltri di ghiaccio che avevano ricoperto buona parte del Nord America e dell'Europa erano nel pieno della fusione e gli oceani stavano ricevendo immani quantità d'acqua da questi continenti. La documentazione più recente relativa al livello del mare indica una progressiva diminuzione del tasso di crescita, con una sostanziale stagnazione negli ultimissimi millenni. Quindi l'attuale regime climatologico sembrerebbe tendere a livelli del mare relativamente stabili.


Ma Joln B. Anderson della Rice Umversity non è d'accordo
Questo ricercatore sostiene che negli ultimi 10.000 anni, vi sono stati almeno tre episodi di rapido incremento del livello del mare, ma essi sono invisibili nella documentazione fornita dai coralli (utilizzati in altre ricerche per trovare prove di innalzamenti e/o abbassamenti del livello medio marino).
Il più recente episodio di improvviso innalzamento del livello del mare che Anderson riconosce avviene intorno al 2000 a.C..

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