MILANO - A quanto pare l’adagio secondo il quale «non ci sono più mezze stagioni» non è solo pura retorica da «quattro chiacchiere in ascensore». E che la primavera sia diventata cosa rara e difficile da riconoscere tra le nevicate tardo-invernali e il caldo afoso dell’estate precoce lo sanno bene gli animali. Al punto che - per non perdere del tutto «la bussola» - l’orologio biologico di alcune specie ha finito con l’adattarsi al nuovo clima. NON SOLO ADATTAMENTO - Si è sempre pensato che tali adattamenti fossero essenzialmente il frutto della capacità degli individui di modificare il proprio comportamento, la propria morfologia o fisiologia in risposta all’alterazione delle condizioni ambientali, ma studi più recenti hanno dimostrato che le cose non stanno solo così, e che i mutamenti climatici hanno finito col modificare anche il patrimonio genetico di intere popolazioni di animali, come per esempio è avvenuto per gli scoiattoli, gli uccelli e le zanzare. L'EVOLUZIONE DEI PIÙ FORTI - I cambiamenti climatici cui abbiamo assistito nel corso degli ultimi decenni, in particolare alle latitudini più settentrionali, hanno fatto sì che molte specie si siano spinte in aree diverse da quelle in cui da sempre si trova il loro habitat naturale, portandole inoltre ad anticipare i tempi di migrazione e riproduzione rispetto alle consuete «scadenze stagionali». Secondo uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Science, tutto questo sarebbe dovuto all’influsso che proprio le alterazioni nei ritmi stagionali hanno avuto (e hanno) sui geni delle specie che hanno appreso che per assicurarsi maggiori probabilità di sopravvivenza è necessario modificare le proprie abitudini. Quindi, di generazione in generazione, la nuova informazione genetica si affermerà come propria di quella specifica popolazione animale, portando con sé tutte le abitudini apprese sulla spinta dei mutamenti climatici.Alessandra Carboni09 giugno 2006, da Il Corriere della Sera Online
Le stagioni impazziscono: invasione degli "alieni" Allarme dagli Usa: così le specie esotiche migrano e rivoluzionano gli habitat E in questo modo si moltiplicano i rischi per il mondo animale e per l'uomo
di MAC MARGOLISGrande e grossa, scura e brutta, l'achatina fulica non è proprio ciò che si vorrebbe ammirare sulla spiaggia di Ipanema. Da quando ha conquistato una testa di ponte in Brasile 19 anni fa questo poco adorabile mollusco, meglio noto come lumaca di terra gigante dell'Africa, si è rivelato inarrestabile. Importato alla chetichella nel 1988 come sostituto economico delle escargot, le lumache edibili, è divenuto una piaga che affligge il più grande Paese dell'America Latina come uno strano virus: può crescere fino a raggiungere le dimensioni di un pugno umano, arriva a pesare un chilo o più, depone 2.000 uova al giorno e mangia cibo per un decimo del suo peso, divorando di tutto, dall'insalata alle feci di topo, ai suoi stessi compagni morti. E può essere portatore della filaria dei ratti, un parassita che penetra nel cervello umano provocando la meningite. "Penetra nei giardini, si arrampica sui muri, striscia sul pavimento", dice Silvana Thiengo, esperta di lumache della Fondazione brasiliana Osvaldo Cruz. "E l'abbiamo trovata a Copacabana!".La ripugnante lumacona del Brasile è solo una delle molteplici varietà di bestie e agenti patogeni che in tutto il mondo hanno abbandonato il loro habitat naturale. I biologi le chiamano "specie esotiche", mentre il resto del mondo le chiama per ciò che sono: "bioinvasori". Si tratta di esseri viventi di tutte le forme, dai microbi agli alberi, dalle zanzare alle manguste. In comune hanno un debole per la furtività: si spostano nel pianeta sulle ali degli uccelli migratori, annidati nei fili dei tessuti, nuotando nell'apparato circolatorio dell'uomo. I bioinvasori sono concorrenti feroci: al riparo dai predatori del loro habitat naturale prosperano nei territori vergini, monopolizzando le scorte di cibo e riproducendosi a un ritmo che fa impallidire i conigli. Una volta insediatisi in un nuovo territorio, le specie occupanti potrebbero non andarsene più.Non c'è niente di nuovo né di catastrofico in sé nella fauna e nella flora selvatica che si spostano ed emigrano da sole. Senza questa millenaria forma di dislocazione, l'umanità non avrebbe di che nutrirsi e star bene. "Oltre il 90% delle culture, come il grano, il mais e il riso, e quasi tutte le specie di bestiame sono specie esotiche", dice David Pimentel della Cornell University. Ma la bioinvasione ha fatto passi da gigante in un mondo sempre più senza frontiere, nel quale miliardi di persone e tonnellate di merci attraversano il pianeta nel giro di poche ore, mentre le ispezioni doganali e le quarantene sono sempre più una pura formalità. In realtà le forze stesse che rendono prospera l'economia internazionale - commercio, viaggi, trasporti e turismo - la rendono vulnerabile per le specie invadenti.Nel corso dell'ultimo mezzo secolo il commercio globale è cresciuto di 20 volte: le navi cargo, gli aerei e i camion forniscono un passaggio gratis a un numero sterminato d'insetti e germi, in un epico subbuglio genetico che Jeffrey NcNeely del World Conservation Union, ha denominato "il grande reshuffling", rimpasto. L'Accademia Nazionale delle Scienze ha riferito che ogni anno nei porti Usa sono intercettate 13.000 malattie delle piante. Eppure gli ispettori doganali esaminano appena il 2% dei cargo in ingresso e dei bagagli. "È il prezzo della globalizzazione", dice Charles Perrings, economista ambientale dell'Università Statale dell'Arizona.Qualsiasi animale o insetto nocivo, straniero o no, può essere una seccatura, ma i bioinvasori sono particolarmente dannosi. alcuni sono in grado di far fuori interi raccolti, intasare le vie d'acqua, inaridire l'ambiente lasciando strada libera a roghi e incendi spontanei. Alcuni microbi letali sono in grado di scatenare pandemie, come la mucca pazza e l'Aids. Inoltre, perfino quando non sono una minaccia diretta, le piante, gli animali e gli agenti patogeni esotici impoveriscono la natura, emarginando una serie di specie locali o creando ibridi e incroci. Un numero sempre maggiore di studiosi concorda che la bioinvasione è la più immediata minaccia alla vita sul pianeta, dopo la deforestazione e lo sviluppo a rotta di collo. "Una volta che in un sistema ci s'imbatte in una pianta o in una specie animale non originaria è molto difficile ripristinare l'habitat come era in precedenza", dice Mark Spencer, esperto di bioinvasioni del Museo di Storia Naturale di Londra.Secondo Pimentel, si calcola che negli Usa solo circa 50.000 bioinvasori provochino danni all'agricoltura, agli alberi e agli allevamenti di pesci per 120 miliardi di dollari. Sommando India, Regno Unito, Australia, Sudafrica e Brasile, i costi raddoppiano, arrivando a 228 miliardi di dollari. A livello globale lo scotto della bioinvasione per l'economia e l'ambiente (risultante da danni alle riserve idriche, degrado del suolo ed estinzione delle specie naturali) può raggiungere la sbalorditiva cifra di 1,4 trilioni di dollari l'anno. Se la maggioranza degli esperti ha ragione, la bioinvasione provocherà spese che potranno solo peggiorare.Al pari di molte altre cose del mercato globale, il fardello della bioinvasione ricade in modo diverso sui vari Paesi. Il bilancio delle vittime è spesso devastante per i Paesi più poveri, dove un raccolto mancato può innescare una carestia. Gli agenti nocivi esotici più implacabili, come lo pseudococco della manioca, la macchia grigia delle foglie e l'erba strega, dimezzano da soli il raccolto dei Paesi più poveri, ponendo "una seria minaccia alla vita e alle condizioni di vita", dice Guy Preston del programma Working for Water.Poiché le specie esotiche hanno la tendenza a prosperare in un clima più mite, il riscaldamento del pianeta ha allargato le frontiere di tutta una serie di organismi che amano il calore. "Le specie invadenti sono di certo in vantaggio in un mondo sempre più caldo", dice Pimentel.Ma importare la natura può anche essere una benedizione. Una vespa parassita del Sudamerica ha contribuito a far sì che milioni di coltivatori africani potessero tenere sotto controllo lo pseudococco della manioca che devasta i raccolti, mentre l'Australia è riuscita a trasformare con successo un virus killer proveniente dalla Repubblica ceca in uno sterminatore dell'onnipresente e dilagante coniglio europeo. Spesso, però, la natura dà i suoi contraccolpi. La mangusta indiana spedita nelle Indie Occidentali per dare la caccia ai topi, ha finito col divorare tutto quello che striscia o gracchia. Una manciata di uccelli che nidificano al suolo e fino a una dozzina di rettili e anfibi sono quasi giunti all'estinzione.In realtà il peggior lascito dei bioinvasori potrebbe essere la devastazione che implicano per qualsiasi altra forma di vita naturale. Negli Usa fino al 40% delle specie estinte è imputabile alle erbe, ai predatori o agli agenti patogeni invasori, secondo Pimentel. E liberarsi dei bioinvasori è assai problematico. Forse l'unico modo veramente sicuro per porre freno alla bioinvasione è sigillare i buchi che si allargano alle frontiere internazionali. Se le ispezioni doganali negli Usa sono poco meticolose, in buona parte del resto del mondo sono addirittura risibili. Solo nel 2005 l'India è arrivata a chiedere ai passeggeri in arrivo se trasportavano frutta, vegetali o piante, tutti importanti mezzi di trasmissione delle malattie. Ma i controlli doganali hanno pur sempre i loro limiti nell'economia globale. Grazie a severe e rigide leggi import l'Australia ha messo a punto una delle più efficaci difese contro la bioinvasione di qualsiasi altro Paese, eppure alla fine degli anni '90 gli allevatori canadesi di salmone hanno accusato l'Australia di avere normative doganali poco corrette. L'Organizzazione mondiale del commercio condivise le loro accuse costringendo l'Australia ad aprire il suo mercato, decisioni che potrebbero compromettere i regolamenti relativi alla quarantena.E in un'epoca in cui i germi e gli agenti patogeni possono volare nei cieli e viaggiare sui mari, perfino i controlli più meticolosi alle frontiere potrebbero rivelarsi poco utili. Nella maggior parte dei Paesi le specie esotiche sono troppo ambientate per essere sradicate. Memori di ciò che diceva Ralph Waldo Emerson - "un'erba infestante è una pianta le cui virtù non sono state ancora scoperte" - alcuni studiosi stanno cercando di studiare i bioinvasori: in India un team di ricercatori sta aiutando le famiglie nelle campagne a trasformare la lantana camara, erbaccia infestante che invade i boschi, in un utile sostituto del bambù. Non tutte le specie nocive e gli agenti patogeni potranno prestarsi a un uso positivo, ma ciò non significa che gli studiosi debbano rinunciare. "Il vero problema non è arrestare la bioinvasione, ma comprenderla", dice Perrings. In definitiva significa imparare a convivere con il nemico.Copyright Newsweek - Repubblica Traduzione di Anna Bissanti(8 gennaio 2007
BackIn questa sezione si è cercato di raggruppare tutti gli articoli e/o pubblicazioni che possono avere delle attinenze alle problematiche legate allo studio ed alle scoperte sul clima. Ogni tanto mi sono capitate per le mani anche alcune notizie curiose (a dir poco) e quindi perché togliergli la dignità di farle "gironzolare" in rete?
Maggio 2006:
Vi segnalo questo link,
in esso potete trovare le ultime elaborazioni, curate dall'ESA, in ambito degli incendi planetari visibili in contemporanea per tutto il mondo ... c'è da mettersi le mani nei capelli!!!!
Agosto 2006
Ed ecco un link che merita per approfondire o capire la teoria del caos (o dell'effetto farfalla) ... molto importante per comprendere alcune teorie legate al clima:
Gennaio 2007:
Per vedere l'andamento delle temperature nel Nord Atlantico
Per vedere l'andamento delle temperature nel mar Artico
Ipotesi di Mercer
Uno dei primi eminenti geologi a sollevare l'allarme sulla possibilità che il riscaldamento globale potesse dare il via ad un collasso della coltre glaciale antartica fu J.H.. Mercer della Ohio State University. Il ragionamento dello studioso nasce dalla considerazione che lo spesso strato di ghiaccio che ricopre grati parte dell'Antartide occidentale poggia su un substrato roccioso molto al di sotto del livello del mare pertanto l'americano ipotizzò come implicitamente questa coltre di ghiacci fosse assai instabile. Pertanto se l'effetto serra dovesse riscaldare la regione polare antartica la calotta glaciale galleggiante che circonda l'Antartide occidentale inizierebbe a scomparire. Di conseguenza privata di questo contrafforte, la coltre continentale si disintegrerebbe rapidamente provocando l'inondazione delle zone costiere di tutto il mondo. Il disastroso scenario dipinto da Mercer era in gran parte teorico, ma egli faceva rilevare come la calotta glaciale dell'Antartide occidentale potesse di fatto essersi fusa almeno una volta in passato. Tra circa 110.000 e 130.000 anni fa la Terra sperimentò una storia climatica eccezionalmente simile a ciò che si è verificato negli ultimi 20.000 anni, ovvero un riscaldamento relativamente brusco dopo i rigori di una glaciazione. Quell'antico riscaldamento potrebbe avere portato a condizioni un poco più calde delle attuali. Molti geologi ritengono che il livello del mare di allora fosse circa cinque metri più elevato di quanto sia oggi: proprio la differenza che verrebbe prodotta dalla fusione della coltre glaciale dell'Antartide occidentale.
Con poche eccezioni, gli scienziati ritengono di avere stabilito un valore attendibile per il tasso del recente sollevamento del livello marino: 2 mm all'anno. Ma la questione fondamentale che ancora deve essere risolta è: questa tendenza è destinata a rimanere costante o il sollevamento accelererà in risposta al riscaldamento climatico? Per risolvere questo problema, i geologi hanno cercato di ricostruire le fluttuazioni de! livello del mare nel passato, avvenute in risposta a cambiamenti climatici. Fairbariks, per esempio, ha studiato una specie di corallo che cresce In prossimità della superficie marina, particolarmente nei Caraibi. Facendo profondi sondaggi nelle scogliere coralline di Barbados e individuando antichi campioni di questa specie, egli e i suoi colleghi hanno potuto seguire l'innalzamento del livello del mare a partire dalla fine dell'ultima glaciazione, quando enormi quantità d'acqua erano ancora intrappolate nelle calotte glaciali polari e gli oceani erano circa 120 metri più bassi di quanto non siano oggi. Anche se la documentazione ricavata dai coralli mostra episodi corrispondenti a una crescita del livello del mare anche di 2-3 centimetri all'anno, Fairbanks fa notare che questi valori si riferiscono a una situazione assai differente da quella attuale. A quei tempi, da 10.000 a 20.000 anni fa, le grandi coltri di ghiaccio che avevano ricoperto buona parte del Nord America e dell'Europa erano nel pieno della fusione e gli oceani stavano ricevendo immani quantità d'acqua da questi continenti. La documentazione più recente relativa al livello del mare indica una progressiva diminuzione del tasso di crescita, con una sostanziale stagnazione negli ultimissimi millenni. Quindi l'attuale regime climatologico sembrerebbe tendere a livelli del mare relativamente stabili.
Ma Joln B. Anderson della Rice Umversity non è d'accordo Questo ricercatore sostiene che negli ultimi 10.000 anni, vi sono stati almeno tre episodi di rapido incremento del livello del mare, ma essi sono invisibili nella documentazione fornita dai coralli (utilizzati in altre ricerche per trovare prove di innalzamenti e/o abbassamenti del livello medio marino). Il più recente episodio di improvviso innalzamento del livello del mare che Anderson riconosce avviene intorno al 2000 a.C..
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| Scoperta la "centrale energetica" delle barriere corallineLe spugne crescono in profonde e oscure cavità al di sotto delle barriere, e il 90% della loro dieta è costituito da carbonio organico disciolto, che viene convertito in cellule cenocitiche utilizzabili da tutte le specie | | Clima e popolamento | | Uno scudo artificiale di aerosol per bloccare il global warmingPotrebbe essere uno strumento da affiancare al taglio delle emissioni, comunque necessario | | il buco nell'ozono si richiude: rischio global warmingNegli ultimi decenni l'assottigliamento dello strato di ozono sull'Antartide aveva compensato il riscaldamento dell'emisfero australe da gas serra: ma ora il fenomeno potrebbe cessare | | L'allarme idrico per l'Himalaya resta altissimoScuse ufficiali del presidente dell'Organismo scientifico vincitore del Nobel | | 2009 Ghiacciai inquinati come le città: fusione accelerata del 24% | | Risolto il "paradosso climatico" della TerraCiò che impedì un'era glaciale a quel tempo non fu l'alta concentrazione di CO2 in atmosfera ma il fatto che lo strato di nubi era molto più sottile di quanto sia oggi 3.8 miliardi di anni fa | | Individuato un gas naturale in grado di raffreddare il pianetaL’isoprene è un gas alla dottor Jekyll e Mister Hyde perché è in grado sia di riscaldare che di raffreddare la Terra | | Emisfero che vai, tempesta che trovi
Il riscaldamento globale influirà sulle tempeste in modo differente nei due emisferi: nel nostro si avranno tempeste più intense in inverno e più deboli e meno frequenti in estate | | On-off della circolazione Atlantica durante l'Era GlacialeI risultati documentano quanto possa essere dinamica e sensibile la circolazione oceanica | | Nella Fossa delle Marianne e il futuro del nostro climaUna piattaforma depositata in un canyon sul fondo dell'Oceano Pacifico dimostra che le fosse oceaniche fungono da ricettori di anidride carbonica. | | 2011 Usa: nuove tempeste di neve, voli ko | | Le cause della megasiccità del Paleolitico La stessa sorte toccò anche al lago Tana in Etiopia e al lago Van in Turchia. | | Un eccezionale episodio di riscaldamento globale avvenuto 56 milioni di anni fa
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