27.06.2006
Tirando le fila di un lavoro durato molti anni, i ricercatori della Ohio State University sono riusciti a tracciare la prima mappa dei cambiamenti climatici avvenuti durante gli ultimi 5000 anni nelle regioni tropicali. In base ai risultati della ricerca – che appare sul numero odierno dei Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) – risulta che 5000 anni fa era iniziato un periodo di progressivo “raffreddamento” che si è interrotto in tempi recenti, per virare decisamente verso un accentuato riscaldamento. Se continuerà la tendenza attuale, le conseguenze potrebbero essere drammatiche: “Circa il 70 per cento della popolazione mondiale – ha osservato Lonnie Thompson, uno degli estensori dell’articolo – vive nelle aree tropicali. Se il clima cambiasse, l’impatto sarebbe verosimilmente enorme.” Per portare a termine la ricerca, Thompson ha diretto quasi 50 spedizioni per eseguire carotaggi nei ghiacciai presenti nelle regioni tropicali, da quelli dell’Huascaran e del Quelccaya in Perù fino a quelli cinesi di Guliya, Puruogangri e Dasuopu. Grazie ai carotaggi e alla misurazione, nei diversi strati del ghiaccio, dei rapporti fra O-16 e O-18 – rapporti correlati alla temperatura ambientale – i ricercatori sono riusciti a tracciare una mappa annuale delle temperature per gli ultimi 400 anni e decennale per gli ultimi 2000. In queste registrazioni climatiche si notano anche i riflessi del periodo relativamente caldo che interessò le alte latitudini, e in particolare l’Europa, fra 1000 e 700 anni fa, e della successiva “piccola glaciazione”. Ma un altro elemento che, secondo Thompson, conferma in modo drammatico l’attuale fase di riscaldamento è la scoperta di piante da clima caldo-umido non fossilizzate in 28 siti ai margini del ghiacciaio di Quelccaya, che si sta ritirando. La datazione al radiocarbonio fa risalire questi vegetali a 6500-5000 anni fa. “Ciò significa – ha sottolineato Thompson – che il clima in quella regione non è mai stato così caldo da almeno 5000 anni, altrimenti le piante si sarebbero decomposte.”© 1999 - 2006 Le Scienze S.p.A Lo rivela un articolo di Nature
2006: L’effetto serra cambia i venti: Con conseguenze su clima e pesca Tra le varie conseguenze dell'effetto serra ci sarebbe anche una sensibile alterazione dei venti.
STATI UNITI – Si chiama «corrente di Walker» e da millenni regola le tendenze del clima del Pacifico. Oggi, secondo uno studio pubblicato sulla rivista Nature, il paziente lavoro di stabilizzazione di questo fenomeno cruciale nella circolazione atmosferica della terra potrebbe essere severamente alterato dall’intervento umano. Con conseguenze difficilmente calcolabili sull’ecosistema e sull’economia della regione. L’ECOSISTEMA DEL PACIFICO – Di fatto, la corrente di Walker non è altro che un flusso di aria tropicale che si innalza dalle regioni tropicali del Pacifico occidentale per raffreddarsi e abbassarsi a Est. Un’azione costante che provoca un flusso di venti che si spostano dall’area di alta pressione che si crea nelle zone orientali a quelle di bassa pressione dell’Ovest contribuendo così, fra l’altro, alla formazione di correnti marine che trasportano acqua ricca di nutrimento nel Pacifico orientale, rendendo così queste zone adatte alla pesca. Questo delicato sistema è oggi minacciato. Secondo i dati raccolti dalla quadra di ricerca di Gabriel Vecchi della U.S. National Oceanic and Atmospheric Administration a partire dal 1861 la differenza di pressione (e quindi di intensità dei venti) tra Est e Ovest sta diminuendo e con questa le correnti marine. LA MANO DELL’UOMO – C’entra l’uomo in tutto questo? Secondo lo studio pubblicato da Nature, sotto questo aspetto i dati elaborati sono compatibili con due modelli. Il primo prevede che l’alterazione della corrente di Walker sia causata esclusivamente da un intervento umano, il secondo chiama in causa tanto fattori umani quanto naturali. Quello che può essere escluso, poiché incompatibile con le evidenze empiriche, è un terzo modello, l’unico che non tiene in conto dell’influsso dell’uomo. E’ dunque certo, secondo gli autori dello studio, che l’intervento antropico sia in parte responsabile di un’alterazione climatica che potrebbe avere forti conseguenze sulla pesca lungo le coste di Perù ed Ecuador, che diventerebbero assai meno appetibili per i pesci . EL NINO – Ma gli effetti della diminuzione della corrente di Walker non si fermano qui. Secondo i ricercatori ci dobbiamo aspettare un aumento del fenomeno chiamato El Niño. Anche questo con conseguenze rilevanti e asimmetriche. «Gli effetti – spiega Mark Cane della Columbia University – sarebbero positivi per la costa Ovest e altre regioni di media latitudine che sono soggette alla siccità. Ma non molto positive per le regioni tropicali che soffrono siccità proprio durante El Niño». Raffaele Mastrolonardo 05 maggio 2006 da il Corriere della Sera online
La scoperta fatta grazie ai dati rilevati da satellite 2006: Sabbia anti-uragano (un ulteriore fattore nelle complesse dinamiche legate al clima)
10.10.2006 I fattori che determinano la frequenza e l’intensità degli uragani nell’oceano Atlantico potrebbero essere ancora più complessi di quanto finora considerato. A questa conclusione sono giunti alcuni ricercatori dell’Università del Wisconsin a Madison che in un articolo sulle Geophysical Research Letters indicano l’esistenza di un legame fra la frequenza di questi devastanti fenomeni meteorologici e la densità delle nubi di sabbia che periodicamente i venti africani sollevano dal deserto del Sahara e trasportano verso le coste americane. Basandosi sull’esame dei dati raccolti da satellite nell’arco di 25 anni, dal 1981 al 2006, i ricercatori hanno infatti notato una singolare correlazione: negli anni di intensa attività degli uragani, le polveri presenti nell’atmosfera sopra l’oceano erano scarse, mentre negli anni in cui si nel Sahara si verificavano imponenti tempeste che sollevavano ingenti quantitativi di sabbia per trasportarla verso occidente, il numero di uragani atlantici era ridotto, probabilmente per l'interferenza delle polveri con le dinamiche atmosferiche. “Non si aveva idea del potenziale impatto di queste polveri fino a che i satelliti non ci hanno permesso di vedere quanto imponenti siano le tempeste di sabbia”, ha detto Jonathan Foley, che ha diretto la ricerca. Si tratta infatti di molti milioni di tonnellate di materiale. La scoperta potrebbe rivelarsi utile per una previsione a più lungo termine dell’insorgenza di uragani. © 1999 - 2006 Le Scienze S.p.A.
BackIn questa sezione si è cercato di raggruppare tutti gli articoli e/o pubblicazioni che possono avere delle attinenze alle problematiche legate allo studio ed alle scoperte sul clima. Ogni tanto mi sono capitate per le mani anche alcune notizie curiose (a dir poco) e quindi perché togliergli la dignità di farle "gironzolare" in rete?
Maggio 2006:
Vi segnalo questo link,
in esso potete trovare le ultime elaborazioni, curate dall'ESA, in ambito degli incendi planetari visibili in contemporanea per tutto il mondo ... c'è da mettersi le mani nei capelli!!!!
Agosto 2006
Ed ecco un link che merita per approfondire o capire la teoria del caos (o dell'effetto farfalla) ... molto importante per comprendere alcune teorie legate al clima:
Gennaio 2007:
Per vedere l'andamento delle temperature nel Nord Atlantico
Per vedere l'andamento delle temperature nel mar Artico
Ipotesi di Mercer
Uno dei primi eminenti geologi a sollevare l'allarme sulla possibilità che il riscaldamento globale potesse dare il via ad un collasso della coltre glaciale antartica fu J.H.. Mercer della Ohio State University. Il ragionamento dello studioso nasce dalla considerazione che lo spesso strato di ghiaccio che ricopre grati parte dell'Antartide occidentale poggia su un substrato roccioso molto al di sotto del livello del mare pertanto l'americano ipotizzò come implicitamente questa coltre di ghiacci fosse assai instabile. Pertanto se l'effetto serra dovesse riscaldare la regione polare antartica la calotta glaciale galleggiante che circonda l'Antartide occidentale inizierebbe a scomparire. Di conseguenza privata di questo contrafforte, la coltre continentale si disintegrerebbe rapidamente provocando l'inondazione delle zone costiere di tutto il mondo. Il disastroso scenario dipinto da Mercer era in gran parte teorico, ma egli faceva rilevare come la calotta glaciale dell'Antartide occidentale potesse di fatto essersi fusa almeno una volta in passato. Tra circa 110.000 e 130.000 anni fa la Terra sperimentò una storia climatica eccezionalmente simile a ciò che si è verificato negli ultimi 20.000 anni, ovvero un riscaldamento relativamente brusco dopo i rigori di una glaciazione. Quell'antico riscaldamento potrebbe avere portato a condizioni un poco più calde delle attuali. Molti geologi ritengono che il livello del mare di allora fosse circa cinque metri più elevato di quanto sia oggi: proprio la differenza che verrebbe prodotta dalla fusione della coltre glaciale dell'Antartide occidentale.
Con poche eccezioni, gli scienziati ritengono di avere stabilito un valore attendibile per il tasso del recente sollevamento del livello marino: 2 mm all'anno. Ma la questione fondamentale che ancora deve essere risolta è: questa tendenza è destinata a rimanere costante o il sollevamento accelererà in risposta al riscaldamento climatico? Per risolvere questo problema, i geologi hanno cercato di ricostruire le fluttuazioni de! livello del mare nel passato, avvenute in risposta a cambiamenti climatici. Fairbariks, per esempio, ha studiato una specie di corallo che cresce In prossimità della superficie marina, particolarmente nei Caraibi. Facendo profondi sondaggi nelle scogliere coralline di Barbados e individuando antichi campioni di questa specie, egli e i suoi colleghi hanno potuto seguire l'innalzamento del livello del mare a partire dalla fine dell'ultima glaciazione, quando enormi quantità d'acqua erano ancora intrappolate nelle calotte glaciali polari e gli oceani erano circa 120 metri più bassi di quanto non siano oggi. Anche se la documentazione ricavata dai coralli mostra episodi corrispondenti a una crescita del livello del mare anche di 2-3 centimetri all'anno, Fairbanks fa notare che questi valori si riferiscono a una situazione assai differente da quella attuale. A quei tempi, da 10.000 a 20.000 anni fa, le grandi coltri di ghiaccio che avevano ricoperto buona parte del Nord America e dell'Europa erano nel pieno della fusione e gli oceani stavano ricevendo immani quantità d'acqua da questi continenti. La documentazione più recente relativa al livello del mare indica una progressiva diminuzione del tasso di crescita, con una sostanziale stagnazione negli ultimissimi millenni. Quindi l'attuale regime climatologico sembrerebbe tendere a livelli del mare relativamente stabili.
Ma Joln B. Anderson della Rice Umversity non è d'accordo Questo ricercatore sostiene che negli ultimi 10.000 anni, vi sono stati almeno tre episodi di rapido incremento del livello del mare, ma essi sono invisibili nella documentazione fornita dai coralli (utilizzati in altre ricerche per trovare prove di innalzamenti e/o abbassamenti del livello medio marino). Il più recente episodio di improvviso innalzamento del livello del mare che Anderson riconosce avviene intorno al 2000 a.C..
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