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2006: Immenso vulcano sottomarino in Sicilia

Scoperte Geologiche (brevi)
Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 07-03-2006 at 10:47 AM
Articoli Geologici >> Scoperte Geologiche (brevi)

Battezzato «Empedocle», si è formato milioni di anni fa

La Sicilia scopre di avere un immenso vulcano sottomarino, ancora attivo, grande alla base quanto l’Etna. E’ stato battezzato «Empedocle», dal nome del filosofo e naturalista greco che si gettò a capofitto nel cratere dell’Etna per svelare il segreto della sua incessante attività eruttiva, e si trova di fronte a Sciacca, a una trentina di chilometri dalla costa meridionale siciliana.
ISOLA MISTERIOSA - La scoperta è stata fatta nel corso di una crociera oceanografica nata col proposito di fare un documentario scientifico-divulgativo su quel che resta dell’Isola Ferdinandea, la mitica «isola che non c’è più», emersa proprio di fronte a Sciacca nel giugno del 1831, e inabissatasi pochi mesi dopo, mentre era ancora in corso una vivace disputa sul suo possesso fra il Regno delle due Sicilie, l’Inghilterra e la Francia. «Il nostro intento era quello di effettuare riprese e campionamenti con tecnologie avanzate, per verificare, navigando a bordo della nave oceanografica "Universitatis" messa a disposizione dal Conisma, il Consorzio interuniversitario per lo studio delle scienze del mare, lo stato dell’Isola Ferdinandea, oggi ridotta a un banco vulcanico sottomarino che si spinge fino a 6 – 7 metri sotto il livello del mare e che ancora risulta molto attivo sotto il profilo delle emissioni di gas», spiega il professor Giovanni Lanzafame, dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), sezione di Catania. «Grazie a rilievi condotti con un sonar multifascio e con "rov", un mezzo robotizzato, abbiamo potuto estendere le nostre indagini su un’area molto ampia e renderci conto che la Ferdinandea e altri vicini 
Una stampa che riproduce l'isola Ferdinandea, misteriosamente comparsa e scomparsa nel 1831 (da Internet)
banchi sottomarini chiamati coi nomi di "Terribile" e "Nerita", non sono altro che i coni accessori di un più vasto apparato vulcanico a forma di ferro di cavallo che misura alla base ben 25 x 30 km, e che quindi è paragonabile per dimensioni all’Etna, anche se è più basso, in quanto si solleva solo per circa 500 metri dal fondo del mare». A conclusione della campagna oceanografica i ricercatori hanno fissato su una parete rocciosa di Empedocle una targa commemorativa che ricorda il filosofo della Magna Grecia.
MILIONI DI ANNI - La formazione del vulcano Empedocle risale, secondo gli studiosi dell’Ingv, a svariati milioni di anni fa, quando a causa della collisione fra Africa e Europa, si sono aperte profonde fratture che hanno dato vita al Canale di Sicilia, provocando l’ascesa di magmi profondi e la formazione di diversi vulcani sottomarini. «L’idea di un più vasto apparato vulcanico sottomarino in questa zona si era già affacciata, come ipotesi di lavoro, ma le prospezioni sottomarine svolte nell’ambito di questa campagna la rendono più concreta e ci sollecitano a ulteriori ricerche per meglio conoscere il vulcanismo attivo, anche se non pericoloso, del Canale di Sicilia», ha commentato con soddisfazione il professor Enzo Boschi, presidente dell’Ingv. E’ notevole pure il fatto che la ricerca coordinata dal professor Lanzafame risulta da una vasta collaborazione che vede coinvolti, con notevole impegno, vari soggetti privati e pubblici come, il consorzio interuniversitario per lo studio delle Scienze del Mare Conisma, diversi atenei, la casa di produzione di documentari GA&A e Mediaset.
Franco Foresta Martin

22 giugno 2006, da Il Corriere della Sera Online
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Scienze_e_Tecnologie/2006/06_Giugno/21/vulcano.shtml



e sempre sull'area siciliana..

Nuovo progetto di ricerche della crosta terrestre: Le radici geologiche della Sicilia. Nella regione che è teatro della collisione fra Europa e Africa, 28 milioni di euro per nuove reti di monitoraggio sismico e vulcanico. 
 
PALERMO - La Sicilia, stretta nella morsa di due continenti che si scontrano, l'Africa e l'Eurasia, rappresenta un rompicapo geologico per gli studiosi che devono capire le cause dei suoi frequenti terremoti e delle eruzioni vulcaniche; e per quelli che devono trovare risorse vitali come le sorgenti d'acqua dolce. «Alcune zone sismogenetiche, per esempio quella che ha provocato il disastroso terremoto del Belice del 1968, sono ancora un mistero -spiega il professor Enzo Boschi, presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv)-. E se l'Etna per noi è, tutto sommato, un vulcano prevedibile da cui ci si può difendere, una maggiore apprensione destano alcuni centri eruttivi delle isole Eolie, come Stromboli e Vulcano, che nei secoli scorsi hanno dato vita a ripetute crisi violente». Insomma, ammoniscono gli esperti, il puzzle geologico della Sicilia deve essere al più presto completato, aggiungendovi dei fondamentali pezzi ancora mancanti. A questo lavoro va dato un impulso per diversi buoni motivi: non solo l’ avanzamento delle conoscenze scientifiche, ma soprattutto la prevenzione dai disastri naturali e il più efficace sfruttamento delle risorse.
PROGETTO - Con questi precisi obiettivi l'Ingv ha annunciato un nuovo progetto di ricerca denominato SICIS, dalle iniziali di «Struttura interna della crosta in Sicilia». In pratica, una mobilitazione straordinaria di geologi, geofisici, geochimici e vulcanologi che saranno impegnati, nei prossimi quattro anni, a potenziare le reti strumentali di monitoraggio del terreno e a elaborare i dati raccolti. «Il progetto di ricerca avrà come punto di partenza un'intensa attività di osservazione della crosta sia superficiale sia profonda con le più moderne tecnologie oggi a disposizione della geofisica -riassume il professor Rocco Favara, direttore della Sezione Ingv di Palermo e presidente del consorzio di ricerca Sicis appena costituito-. Nuove stazioni sismiche da installare in prossimità di faglie che potrebbero attivarsi generando terremoti; sensori geochimici per l'analisi di gas e fluidi la cui presenza è associata sia all'attività sismica sia a quella vulcanica; altri sensori geofisici e geochimici per la ricerca di risorse idriche e per la valutazione della loro qualità, in modo da attingervi a seconda delle necessità: potabili, irrigui o industriali».
NUOVE RISORSE - Una volta completato, il monitoraggio effettuato nell’ambito di Sicis porterà all’aggiornamento delle mappe geologico-strutturali della Sicilia e avrà ricadute positive per la Protezione Civile perché aiuterà a identificare con maggiore dettaglio le aree a rischio sismico e vulcanico. «Ma non escludiamo la possibilità di attingere a nuove risorse energetiche, attraverso la scoperta di giacimenti di idrocarburi e di campi geotermici», aggiunge il professor Favara. «Sicis, che è finanziato dal Ministero per l’Università e la Ricerca con 28 milioni di euro, si riallaccia storicamente a un vecchio studio geologico finalizzato alla valorizzazione delle risorse idropotabili dell’isola, lanciato dalla Regione Sicilia nell’immediato dopoguerra –ricorda il Ministro per le Regioni Enrico La Loggia, uno dei maggiori sostenitori dell’attuale iniziativa-. Ora intendiamo rilanciare quel progetto, ampliandolo e pensando anche alla mitigazione dei rischi naturali».
Franco Foresta Martin

05 aprile 2006, dal Corriere della Sera online

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Che cosa Tratta?

Questa sezione si prefigge lo scopo di raccogliere materiale pubblicato tramite diversi mezzi e fonti, al fine di fornire (in modo schematico), una serie di contributi ai vari lettori: attenzione che spesso si tratta di tracce di tipo divulgativo e, quindi, se desidera approfondire maggiormente determinati argomenti occorrerà rivolgersi alle classiche biblioteche o simili.


Un sito interessante in merito alle tematiche da impatto meteorico e relative dinamiche cinetiche: giusto per schiarirsi un poco le idee.
LINK 1

LINK 2

LINK 3


Ecco invece un sito con un'interessante raccolta di articoli in ambito paleontologico.
Un interessante sito che analizza i risultati storici (e gli effetti) dei vulcani nel tempo con tabelle ricostruite e riassuntive dei maggiori eventi:

Dove possiamo trovare i supervulcani? Queste sono le zone in cui potrebbe risvegliarsi un supervulcano (attenzione il termine supervulcano non è scientifico ma nasce impropriamente da una trasmissione/documentario fatta dal National Geographic):

  • Mount Aniakchak, Alaska, Stati Uniti
  • Aso, Kyushu, Giappone
  • Campi Flegrei, Campania, Italia
  • Kikai Caldera, Ryukyu Islands, Giappone
  • Long Valley Caldera, California, Stati Uniti
  • Monte Mazama, Oregon, Stati Uniti (ora Crater Lake)
  • Lago Taupo, North Island, Nuova Zelanda
  • Lago Toba, Sumatra, Indonesia
  • Valle Grande, New Mexico, Stati Uniti
  • Monte Warning, Nuovo Galles del Sud, Australia
  • Yellowstone Caldera, Wyoming, Stati Uniti
  • Mar Mediterraneo, Sicily, Italy

Vi segnalo questo indirizzo per fare ricerche in databases veramente enorme sugli tsunami del passato (è quello da cui ho attinto anch'io per integrare la sezione "Storia della Terra" (sulla cronologia dei grandi eventi del passato).


Le Storegga Slides (fra le più grandi frane sottomarine mai registrate) avvenute nella piattaforma continentale della Norvegia intorno al 6.100 a.C. (vedi anche la pagina la storia del pianeta).

Comunque sia si tratta di una teoria emersa con forza negli ultimi anni e studiata soprattutto dalle Università del nord Europa in quanto gli effetti ricostruiti di tale evento hanno colpito soprattutto gli stati che si affacciano sul mare del nord. In sintesi si tratterebbe di una gigantesca frana sottomarina che ha coinvolto la scarpata continentale e che, come conseguenza, generò un gigantesco tsunami (secondo alcuni ricercatori esso sarebbe stato ben più consistente di quello di Sumatra 2004).
Alcuni studiosi riconducono tali assestamento geomorfologici sottomarini agli idrati di metano e/o a cambiamenti climatici.

Un paio di considerazioni sugli Idrati di Metano:

[1]  Fondali marini agli idrati di metano 
Solo ora gli scienziati sembrano cominciare a interessarsi ai depositi di biidrati di metano ghiacciati che si trovano sul fondo dei mari.Si tratta di una particolare composizione chimica molto diffusa sui fondali marini a una profondità superiore ai trecento metri e che potrebbero rappresentare delle novità rilevanti per comprendere meglio il ciclo del carbonio sulla Terra e avere delle interessanti applicazioni commerciali. Lo studio di questi depositi, soprattutto per motivi estrattivi, è estremamente complesso. Un blocco di idrati di gas ha la consistenza del ghiaccio. Portato alla superficie, fonde e rilascia metano, uno dei gas serra. Le riserve di metano contenute in questi depositi sono enormi. Per la prima volta sono stati presentati a Nizza nel corso del meeting della European Geophysical Society, della American Geophysical Union e della European Union of Geosciences i risultati di una campagna scientifica in alto mare condotta proprio allo scopo di analizzare questi particolarissimi cristalli. I prelievi sono stati effettuati al largo delle coste dell'Oregon (USA) e hanno permesso di portare in superficie una serie di questi particolari fiocchi di neve.Secondo Erwin Suess del Research Center for Marine Geosciences (GEOMAR) di Kiel "a quelle particolari condizioni di pressione e temperatura il metano non potrebbe esistere in quelle forma". 14 aprile 2003
http://ulisse.sissa.it/site/public/ScienzaSette/s7_18apr03_5.htm

[2]  Idrati di metano: rischi di tsunami
Il pericolo non è imminente ma già 8.000 anni fa l'Europa del nord venne sconvolta da un repentino innalzamento della temperature che sciolse gli idrati di metano che si trovano lungo la scarpata della piattaforma continentale. Da un articolo in Inglese:
http://www.thisisnorthscotland.co.uk/displayNode.jsp?nodeId=149483&command=displayContent&sourceNode=149251&contentPK=13348453

Gli idrati di metano, cosa sono
Di che si tratta? «Si tratta di cristalli di ghiaccio – o gas idrati – composti di gas e metano, intrappolati da milioni di anni sotto ai margini continentali a causa dell’alta pressione e delle basse temperature», spiega John Farrell, responsabile scientifico della ricerca, che vede impegnati i migliori istituti oceanografici di venti nazioni, Italia compresa: «Riteniamo che sotto gli oceani ne esistano giacimenti immensi». A sollevare euforia tra gli esperti è la possibilità del loro sfruttamento commerciale in tempi forse, brevi. «Molto dipende dal prezzo del gas naturale», si sbilancia Farrel, «se la domanda fosse alta, basterebbero quindici anni». Nel frattempo, «la prima cosa da fare è censire i punti dove noi riteniamo possano trovarsi i giacimenti maggiori, un compito che potrebbe richiedere anni».
Già, dove sono i giacimenti? «Quasi sicuramente le zone più ricche corrispondono alle cosiddette zone di subduzione, dove i margini di una zolla tettonica scendono al di sotto di un’altra», spiega l’esperto. Una circostanza, questa, in grado di guardare all’Oceano Pacifico – martoriato da vulcani e terremoti – come area privilegiata, e che spiega il grande interesse alle ricerche del Giappone, quasi del tutto privo di giacimenti di petrolio ma potenzialmente ricco di metano all’interno delle acque territoriali. Non a caso, ricercatori giapponesi hanno lanciato la prima idea pompare acqua calda in modo da disaggregare le molecole di acqua e gas e formare pozze di metano “pronto da estrarre”.

Ghiaccio esplosivo
Sembrerebbe facile, ma non lo è. Gli stessi esperti americani non nascondono gli ostacoli ancora da scavalcare. Il rischio è che l’affare si trasformi in un boomerang per il clima terrestre: «Improvvisi rilasci di gas metano, che incombusto è un potente gas serra, potrebbe accelerare il riscaldamento globale», ammette Farrell, «con conseguenze disastrose sul clima e sugli oceani». Ugualmente inquietante è la possibilità di esplosioni accidentali. «Basta un leggero rialzo della temperatura dell’acqua di qualche grado», spiega Farrell, «perché le molecole di gas, altamente instabili, esplodano provocando voragini sul fondo oceanico. Se questo accadesse in prossimità di oleodotti li farebbe saltare in aria, provocando colossali sversamenti in mare».
Deflagrazioni accidentali del “ghiaccio esplosivo”, come è stato subito battezzato dai ricercatori, si sarebbero già verificati in passato. A testimoniarlo sarebbero soprattutto le analisi sul plankton, alcune anomalie di crescita del quale sembrano essere giustificate – secondo gli esperti – solo con il rilascio di gas metano in mare. In alcuni casi, queste esplosioni hanno avuto effetti davvero catastrofici: «Verissimo», conferma Farrell, «scoppi accidentali di depositi di gas idrati potrebbero essere all’origine di alcuni cambiamenti climatici degli ultimi 50mila anni, e di frane e cataclismi sottomarini. Per esempio, la gigantesca onda tsunami che ha investito il Nord Europa 8000 anni fa».
Rischi non trascurabili, insomma, ma che non sembrano spegnere l’entusiasmo dei ricercatori. Dopo il successo dell’ultima spedizione nell’Atlantico, è stata già annunciata una nuova partenza: colonna portante delle ricerche, ancora una volta, la nave Joideas Resolution, il più sofisticato laboratorio scientifico navigante del mondo, in grado di compiere trivellazioni fino a 8200 metri di profondità, estrarre campioni di roccia e portarli intatti in superficie. Stavolta farà rotta nel Pacifico settentrionale, proprio di fronte alla coste dell’Oregon. Qui, trivellazioni sperimentali hanno evidenziato un giacimento di cristalli di gas ancora più ricco di quello dell’Atlantico. Il prezzo del petrolio continua a crescere, e la ricerca continua.
http://italy.indymedia.org/news/2005/10/910556.php  (teoria di storegga)

oppure no ...?

L'origine del riscaldamento climatico (di 40.000 anni fa)
Uno studio individua nelle zone umide l'origine del fenomeno, in contrasto con la teoria secondo cui una grande quantità di metano fu liberata dai clatrati presenti nell'oceano


Forse è attinente oppure no, ma dategli un'occhiata 

19.04.2006
Il ciclo del carbonio tra Giurassico e Cretaceo
Secondo le ipotesi, fu sconvolto da un improvviso rilascio di CO2 o di metano dal fondo dell'oceano
Un'improvvisa emissione di carbonio su larga scala, dovuta al rilascio di riserve di anidride carbonica immagazzinata sul fondo dell’Oceano: fu questa probabilmente la causa di un notevole incremento relativo del carbonio 12 rispetto al carbonio 13 scoperto nei sedimenti vecchi di centinaia di milioni di anni da Yvonne van Breugel dell’Università di Utrecht.
Si tratta, a ben guardare, di un processo simile a quello in atto tutt’ora. Si sta assistendo attualmente all’incremento della concentrazione di biossido di carbonio in atmosfera in conseguenza della massiccia utilizzazione di combustibili fossili, che apparentemente ha portato con sé un incremento relativo dell’isotopo del carbonio con 12 neutroni. Come conseguenza, il rapporto degli isotopi stabili C13/C12 ha mostrato una diminuzione dello 0,1 per cento. Tenuto conto di ciò, non è chiaro quale fenomeno naturale abbia potuto innescare tra i periodi Giurassico e Cretaceo, tra 180 e 120 milioni di anni fa, un processo simile, quattro volte più intenso. Nei fossili di alghe marine e piante terrestri datate a quel periodo, infatti, la van Breugel ha trovato un decremento di tale rapporto pari allo 0,4 per cento. Secondo la ricercatrice, ciò indicherebbe variazioni del ciclo del carbonio su larga scala, e su una scala temporale di alcune decine di migliaia di anni, dovute a un improvviso rilascio in atmosfera di C12, legato in molecole di anidride carbonica o metano, probabilmente proveniente dai gas idrati immagazzinati sul fondo dell’oceano entrati in contatto con magma.
© 1999 - 2006 Le Scienze S.p.A.

 

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