05.04.2006 Nel quadro del progetto Surface Ocean Lower Atmosphere Study (SOLAS), sviluppato dal Natural Environment Research Council (NERC) britannico, un gruppo di ricercatori dell’Universtità dell’East Anglia e di Reading ha studiato la sabbia del deserto - che è ricca di sostanze azotate, fostati e ferro – e il loro effetto sull’ecosistema dell’oceano, e in particolare sulla produzione del plancton che è alla base della catena alimentare. Prelevando campioni da bordo di una nave e da un aereo, con voli a diverse quote, hanno studiato la composizione e le proprietà di dispersione e di deposizione delle sabbie che dall’Africa occidentale si spostano sull’Atlantico. Il quantitativo totale di polveri sarebbe pari a circa 500 milioni di tonnellate; esse in parte assorbono e in parte riflettono la radiazione solare, e complessivamente sembra che tendano a riscaldare l’atmosfera, ma a raffreddare la superficie dell’oceano. Data la grande variabilità della composizione, che comprende sabbia vera e propria ma anche grandi quantitativi di cenere derivata da incendi di praterie e foreste di vario tipo, non è possibile includere questi dati nei modelli meteorologici e climatologici, anche se appare indubbio che l'effetto di queste polveri sia significativo. I ricercatori hanno invece appurato l’importanza del loro apporto per la vita degli organismi marini, prevedendo con successo, grazie a un modello di simulazione messo a punto per lo studio, massicce fioriture di plancton. © 1999 - 2006 Le Scienze S.p.A.
La polvere e il riscaldamento dell'Atlantico Le polveri prodotte da tempeste di sabbia ed eruzioni riducono l'irraggiamento delle acque oceaniche. La loro diminuzione comporta un aumento, oltre che degli uragani, anche delle temperature dell'acqua
La recente tendenza al riscaldamento manifestata dall'Oceano Atlantico - pari a circa un quarto di grado rispetto al 1980 - sarebbe in buona parte dovuta alla riduzione di polveri e particolato immessi in atmosfera dalle eruzioni vulcaniche e dalle tempeste di sabbia africane nel corso degli ultimi 30 anni. Ad affermarlo è uno studio di ricercatori dell'Università del Wisconsin a Madison e della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), pubblicato su "Science".Oltre due terzi di questo aumento, osserva Amato Evan, che ha diretto lo studio, va attribuito ai cambiamenti nelle tempeste di polvere e nell'attività dei vulcani tropicali in quell'arco di tempo.In studi precedenti, Evan e collaboratori avevano già dimostrato che la polvere africana e altro particolato può frenare lo sviluppo degli uragani riducendo l'insolazione della superficie marina e il suo riscaldamento, mostrando che i loro livelli sono correlati all'intensità e la frequenza delle tempeste.Nel nuovo studio, combinando dati da satellite e modelli climatologici, hanno calcolato gli effetti concorrenti delle tempeste di polvere e delle eruzioni vulcaniche - e in particolare di quella di El Chichón in Mexico nel 1982 e del Pinatubo, nelle Filippine, nel 1991 - sul riscaldamento delle acque oceaniche. Ne è risultato che circa il 70 per cento è correlato all'effetto combinato di eruzioni e tempeste di polvere e che queste, da sole, incidono per un quarto.Il risultato suggerisce che soltanto il 30 per cento dell'aumento di temperatura dell'Atlantico sia legato ad altri fattori, come il riscaldamento globale. Evans osserva che i valori che si ottengono depurandoli dal fattore "polveri" danno un incremento di temperatura analogo a quello che si è registrato in altre regioni, e soprattutto nel Pacifico: "La cosa è ragionevole, dato che non ci aspettavamo che il riscaldamento globale aumentasse così rapidamente la temperatura oceanica". L'attività vulcanica è imprevedibile e difficile da inserire nei modelli climatologici: nessuno di questi, finora, ha considerato le tempeste di polvere come un fattore rilevante per il riscaldamento degli oceani. "Non sappiamo realmente come la polvere alteri queste proiezioni climatiche, che potrebbero avere un effetto davvero positivo o negativo", osserva Evans. (gg)(27 marzo 2009)
BackIn questa sezione si è cercato di raggruppare tutti gli articoli e/o pubblicazioni che possono avere delle attinenze alle problematiche legate allo studio ed alle scoperte sul clima. Ogni tanto mi sono capitate per le mani anche alcune notizie curiose (a dir poco) e quindi perché togliergli la dignità di farle "gironzolare" in rete?
Maggio 2006:
Vi segnalo questo link,
in esso potete trovare le ultime elaborazioni, curate dall'ESA, in ambito degli incendi planetari visibili in contemporanea per tutto il mondo ... c'è da mettersi le mani nei capelli!!!!
Agosto 2006
Ed ecco un link che merita per approfondire o capire la teoria del caos (o dell'effetto farfalla) ... molto importante per comprendere alcune teorie legate al clima:
Gennaio 2007:
Per vedere l'andamento delle temperature nel Nord Atlantico
Per vedere l'andamento delle temperature nel mar Artico
Ipotesi di Mercer
Uno dei primi eminenti geologi a sollevare l'allarme sulla possibilità che il riscaldamento globale potesse dare il via ad un collasso della coltre glaciale antartica fu J.H.. Mercer della Ohio State University. Il ragionamento dello studioso nasce dalla considerazione che lo spesso strato di ghiaccio che ricopre grati parte dell'Antartide occidentale poggia su un substrato roccioso molto al di sotto del livello del mare pertanto l'americano ipotizzò come implicitamente questa coltre di ghiacci fosse assai instabile. Pertanto se l'effetto serra dovesse riscaldare la regione polare antartica la calotta glaciale galleggiante che circonda l'Antartide occidentale inizierebbe a scomparire. Di conseguenza privata di questo contrafforte, la coltre continentale si disintegrerebbe rapidamente provocando l'inondazione delle zone costiere di tutto il mondo. Il disastroso scenario dipinto da Mercer era in gran parte teorico, ma egli faceva rilevare come la calotta glaciale dell'Antartide occidentale potesse di fatto essersi fusa almeno una volta in passato. Tra circa 110.000 e 130.000 anni fa la Terra sperimentò una storia climatica eccezionalmente simile a ciò che si è verificato negli ultimi 20.000 anni, ovvero un riscaldamento relativamente brusco dopo i rigori di una glaciazione. Quell'antico riscaldamento potrebbe avere portato a condizioni un poco più calde delle attuali. Molti geologi ritengono che il livello del mare di allora fosse circa cinque metri più elevato di quanto sia oggi: proprio la differenza che verrebbe prodotta dalla fusione della coltre glaciale dell'Antartide occidentale.
Con poche eccezioni, gli scienziati ritengono di avere stabilito un valore attendibile per il tasso del recente sollevamento del livello marino: 2 mm all'anno. Ma la questione fondamentale che ancora deve essere risolta è: questa tendenza è destinata a rimanere costante o il sollevamento accelererà in risposta al riscaldamento climatico? Per risolvere questo problema, i geologi hanno cercato di ricostruire le fluttuazioni de! livello del mare nel passato, avvenute in risposta a cambiamenti climatici. Fairbariks, per esempio, ha studiato una specie di corallo che cresce In prossimità della superficie marina, particolarmente nei Caraibi. Facendo profondi sondaggi nelle scogliere coralline di Barbados e individuando antichi campioni di questa specie, egli e i suoi colleghi hanno potuto seguire l'innalzamento del livello del mare a partire dalla fine dell'ultima glaciazione, quando enormi quantità d'acqua erano ancora intrappolate nelle calotte glaciali polari e gli oceani erano circa 120 metri più bassi di quanto non siano oggi. Anche se la documentazione ricavata dai coralli mostra episodi corrispondenti a una crescita del livello del mare anche di 2-3 centimetri all'anno, Fairbanks fa notare che questi valori si riferiscono a una situazione assai differente da quella attuale. A quei tempi, da 10.000 a 20.000 anni fa, le grandi coltri di ghiaccio che avevano ricoperto buona parte del Nord America e dell'Europa erano nel pieno della fusione e gli oceani stavano ricevendo immani quantità d'acqua da questi continenti. La documentazione più recente relativa al livello del mare indica una progressiva diminuzione del tasso di crescita, con una sostanziale stagnazione negli ultimissimi millenni. Quindi l'attuale regime climatologico sembrerebbe tendere a livelli del mare relativamente stabili.
Ma Joln B. Anderson della Rice Umversity non è d'accordo Questo ricercatore sostiene che negli ultimi 10.000 anni, vi sono stati almeno tre episodi di rapido incremento del livello del mare, ma essi sono invisibili nella documentazione fornita dai coralli (utilizzati in altre ricerche per trovare prove di innalzamenti e/o abbassamenti del livello medio marino). Il più recente episodio di improvviso innalzamento del livello del mare che Anderson riconosce avviene intorno al 2000 a.C..
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