MILANO - Gli oceani stanno male. Oltre 200 aree con diverse dimensioni sono state dichiarate "dead zone", aree morte, luoghi della Terra in cui l'inquinamento è così elevato da uccidere i pesci o mutarne alcune caratteristiche, danneggia le forme di vita vegetale e ha ripercussioni sulle persone la cui esistenza dipende da quelle aree. E' questo il quadro dell'ultimo lavoro delle Nazioni Unite sullo stato degli oceani e che riguarda, in particolare, le aree costiere. Le fasce fortemente inquinate, che vanno da 2 a 75.000 chilometri quadrati di superficie, sono aumentate del 34% rispetto a 5 anni fa.La causa del fenomeno è ormai chiara agli scienziati. Un'area marina muore quando viene consumato gran parte dell'ossigeno in essa contenuta. Ciò succede per due motivi principali. Il primo si verifica quando arriva un eccesso di sostanze nutrienti, in particolare azoto e fosforo e loro composti, come conseguenza di un uso inopportuno di fertilizzanti in agricoltura e in seguito alle emissioni dai veicoli e dalle centrali termiche a combustibili fossili.In una cascata di effetti, queste sostanze danno modo al fitoplanton (microrganismi vegetali) di moltiplicarsi a dismisura. Poiché di fitoplancton si nutre lo zooplancton (microrganismi animali), anch'esso cresce in modo smisurato. Quando questi organismi muoiono vengono decomposti da batteri in un processo che richiede grandi quantità di ossigeno, che viene sottratto dal mare.L'altra causa che porta alla morte di un tratto di mare sono le inondazioni. Quando grandi quantità di acqua dolce arriva in mare, forma un sottile strato che galleggia su quella salata che è più densa. Ciò causa una barriera tra l'acqua dell'oceano e l'ossigeno dell'atmosfera, impedendone l'assorbimento. Per un motivo e per l'altro la maggior parte dei pesci muore o è costretta ad abbandonare l'habitat.Secondo il rapporto il fenomeno peggiorerà nel tempo, perché entro il 2030 si prevede che l'azoto che verrà scaricato in mare aumenterà del 14% rispetto al 1990. Spiega Nancy Rabalais, Direttore del Louisiana Universities Marine Consortium (Usa) che ha analizzato la ricerca dell'Onu: "Sorprende che alcune nuove "aree morte" si trovino vicino a Paesi che hanno un notevole riguardo per l'ambiente, come la Finlandia o la Gran Bretagna. Altre nuove "aree morte" sono state portate alla luce di fronte alle coste dell'Africa (in prossimità del Ghana), della Cina (vicino agli estuari del fiume Pearl e del fiume Changjiang) della Grecia, del Portogallo e dell'America Latina. Ciò che preoccupa è il fatto che negli ultimi due anni l'aumento di simili aree è cresciuto quasi esponenzialmente".Fortunatamente non tutte le "dead zone" sono tali per tutto l'arco dell'anno. Alcune di esse ritornano ad avere una quantità di ossigeno sufficiente per la vita marina quando, ad esempio, i venti rimescolano le acque, ma per altre il fenomeno è diventato permanente. Non c'è più nulla da fare per queste zone? Spiega Rabalais: "Per fortuna il danno può essere riparato. Il Mar Morto negli anni Settanta possedeva la peggiore "dead zone" del pianeta, ma in seguito a una forte riduzione dei fertilizzanti utilizzati dall'agricoltura sulle sue sponde dopo la caduta dell'Unione Sovietica, il mare sta tornando ad avere vita. Ancora oggi è tra le aree peggiori del pianeta, ma potrebbe ritornare ad essere un mare ricco di pesci tra non più di 5 anni".Ma se il ritorno alla vita del Mar Morto è un fatto non intenzionale le Nazioni Unite additano come esempio un'altra situazione incoraggiante: quella del Mare del Nord. Tra il 1985 e il 2000 l'azoto arrivato dal Fiume Reno è stato ridotto del 37% e il mare è ritornato ad essere vivo.(22 ottobre 2006) dal sito di La Repubblica
Si espande l'Oceano povero di ossigeno Fra i 300 e i 700 metri di profondità il tasso di diminuzione annua è stato stimato tra 0,09 e 0,34 micromoli per chilogrammo in mezzo secolo
Le acque povere di ossigeno occupano ampi volumi degli oceani tropicali orientali di profondità intermedia. Le condizioni di scarsità di ossigeno hanno infatti un impatto ad ampio raggio sugli ecosistemi, dal momento che importanti macrorganismi mobili evitano tali zone, ma anche in tal modo non riescono a sopravvivere. I modelli climatici prevedono un declino nell’ossigeno disciolto nell’oceano a causa del riscaldamento globale. Nell’articolo Expanding Oxygen-Minimum Zones in the Tropical Oceans pubblicato sull'ultimo numero di "Science", Lothar Stramma e colleghi dell’Università di Kiel e del Leibniz Insitute for Baltic Sea Research Warnemünde di Rostock in Germania, in collaborazione con la National Oceanic and Atmospheric Administration di Seattle, nello stato di Washington, Stati Uniti, e della Scripps Institution of Oceanography di La Jolla, in California, mostrano le serie storiche degli ultimi 50 anni della concentrazione di ossigeno disciolto per alcune regioni oceaniche tropicali ottenute completando le registrazioni storiche con gli ultimi dati che si sono resi disponibili. Questa serie rivela l’espansione verticale avvenuta negli ultimi cinque decenni di queste zone di bassi livelli di ossigeno alle profonde intermedie nel Atlantico tropicale orientale e nel Pacifico equatoriale. Nello strato compreso tra i 300 e i 700 metri di profondità, il tasso di diminuzione annua è stato stimato tra 0,09 e 0,34 micromoli per chilogrammo. Si tratta di riduzioni significative che, se non corrette nei prossimi anni, non mancheranno di avere drammatiche e conseguenze per gli ecosistemi costieri e sulle economie basate sul loro sfruttamento. (fc) (02 maggio 2008)© 1999 - 2008 Le Scienze S.p.A
Rischio ecologico anche per il ciclo dell'azoto La produzione massiccia di fertilizzanti e l'uso di combustibili fossili ha immesso nell’ambiente un'enorme quantità di composti reattivi dell’azoto
Due nuovi articoli firmati da importanti studiosi pubblicati sull’ultimo numero della rivista “Science” discutono dell’impatto che le attività umane, tra cui la produzione di cibo e di energia, stanno determinando sull’accumulo di azoto nel suolo, nelle acque, nell’atmosfera e nelle zone costiere degli oceani, contribuendo all’effetto serra, all’inquinamento, alle piogge acide, alle zone morte lungo le coste e all’impoverimento dell’ozono nella stratosfera. "L’opinione pubblica non è molto informata sull’azoto, ma per molti aspetti si tratta di un problema grave quanto quello del carbonio, in virtù anche delle interazioni tra i due elementi, dal momento che la loro produzione è intrinsecamente collegata alla produzione di cibo e di energia. E anch'essa pone anche notevoli problemi dal punto di vista ambientale globale”, ha spiegato James Galloway, docente di scienze ambientali dell’Università della Virginia, coautore di entrambi gli articoli. "Stiamo accumulando azoto reattivo nell’ambiente con una velocità preoccupante, ponendo un rischio per l’ambiente simile a quello del biossido di carbonio. Aspetto unico e sconvolgente è il fatto che un solo atomo di azoto rilasciato nell’ambiente possa causare una cascata di eventi che produce come risultato una perturbazione dell’equilibrio naturale dell’ecosistema e in definitiva anche un rischio per la nostra salute", Galloway. Nella sua forma inerte, l’azoto è innocuo ed estremamente abbondante, dal momento che costituisce il 78% dell’atmosfera terrestre. A cominciare dal secolo scorso tuttavia, la produzione massiccia di fertilizzanti a base di azoto e la combustione su larga scala di combustibili fossili ha fatto sì che un enorme quantità di composti reattivi dell’azoto, come l’ammoniaca, siano entrati nell’ambiente. Un atomo di azoto inizialmente parte di un composto che finisce nell’atmosfera può in seguito depositarsi nei laghi e nelle foreste come acido nitrico, nocivo sia per i pesci sia per gli insetti. In seguito, trasportato verso le coste, lo stesso atomo di azoto può contribuire al fenomeno della fioritura algale e a quello delle “zone morte”, in cui un forte deficit di ossigeno porta a un notevole depauperamento delle forme di vita. Infine l’azoto viene riportato nell’atmosfera come parte del gas serra ossido di di azoto, che distrugge l’ozono atmosferico. Nell’ambito dello studio oggetto del secondo articolo, firmato da autori della Texas A&M University e dell'Università dell’East Anglia (UEA) si è calcolato che circa il 30% dell’azoto che entra negli oceani di tutto il pianeta dall’atmosfera deriva dalle attività umane. Ciò ha importanti conseguenze per il cambiamento climatico globale poiché l’azoto aumenta l’attività biologica marina e l’assorbimento del CO2, che a sua volta produce ossido di azoto. Al fine di ridurre l’impatto del problema gli autori auspicano che si arrivi a un maggior controllo dell’uso di fertilizzanti in agricoltura e del consumo dei combustibili fossili per la produzione energia e per il traffico veicolare. (fc) (17 maggio 2008)© 1999 - 2008 Le Scienze S.p.A.
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