11.12.2006 Anche se regionale e su piccola scala, un conflitto nucleare potrebbe causare più morti dirette dell’intera seconda guerra mondiale e devastare il clima di tutto il pianeta per più di un decennio: è questa la conclusione a cui è arrivato uno studio condotto da un gruppo interdisciplinare di ricercatori della Rutgers University, dell’Università del Colorado a Boulder e dell’Università della California a Los Angeles (UCLA), presentato oggi all’annuale convegno dell’American Geophysical Union in corso a San Francisco. Prima del crollo dell’Unione Sovietica, i rapporti sui possibili scenari di una guerra nucleare erano piuttosto frequenti, ma si concentravano sostanzialmente sulla possibilità di annientare al primo colpo il nemico, che mirava a conservare comunque una capacità di rappresaglia tale da distruggere a sua volta il contendente. La potenza distruttiva messa in gioco portava in ogni caso nel dominio dell’overkill, ossia era sufficiente a distruggere completamente il pianeta decine se non centinaia di volte. Quello presentato oggi è invece il primo rapporto pubblico sulle possibili conseguenze di un conflitto nucleare regionale, un’evenienza divenuta, secondo gli autori, meno fantapolitica a causa del continuo aumento di Stati che dispongono o potrebbero disporre in tempi relativamente brevi di un arsenale atomico. "È verosimile – ha osservato Owen "Brian" Toon, uno degli autori – che un paese piccolo diriga le sue armi contro centri popolati, così da massimizzare i danni al nemico e ottenere il massimo vantaggio, provocando un numero di vittime variabile fra i 2,6 milioni e i 16,7 milioni." Per quanto questi stati possano disporre solo di armi nucleari 'piccole', si tratta comunque di ordigni dotati di una potenza cinquanta volte superiore a quella usata a Hiroshima, che era di 15 chilotoni. A ciò bisognerebbe aggiungere, nel caso di un conflitto nell’area mediorientale, un raffreddamento di diversi gradi delle temperature medie, a seguito dell’inverno nucleare indotto dalle polveri sollevate, inverno nucleare che – applicando i più recenti modelli sviluppati per valutare l’impatto delle eruzioni vulcaniche sul clima – durerebbe diversi anni. Secondo tali modelli, le conseguenze climatiche si sono rilevate inaspettatamente grandi rispetto alle dimensioni del conflitto ipotizzato, nel quale è stato considerato l’equivalente di uno scambio di 100 testate da 15 chiloton, pari allo 0,03 per cento dell’arsenale nucleare oggi esistente. © 1999 - 2006 Le Scienze S.p.A.
BackIn questa sezione si è cercato di raggruppare tutti gli articoli e/o pubblicazioni che possono avere delle attinenze alle problematiche legate allo studio ed alle scoperte sul clima. Ogni tanto mi sono capitate per le mani anche alcune notizie curiose (a dir poco) e quindi perché togliergli la dignità di farle "gironzolare" in rete?
Maggio 2006:
Vi segnalo questo link,
in esso potete trovare le ultime elaborazioni, curate dall'ESA, in ambito degli incendi planetari visibili in contemporanea per tutto il mondo ... c'è da mettersi le mani nei capelli!!!!
Agosto 2006
Ed ecco un link che merita per approfondire o capire la teoria del caos (o dell'effetto farfalla) ... molto importante per comprendere alcune teorie legate al clima:
Gennaio 2007:
Per vedere l'andamento delle temperature nel Nord Atlantico
Per vedere l'andamento delle temperature nel mar Artico
Ipotesi di Mercer
Uno dei primi eminenti geologi a sollevare l'allarme sulla possibilità che il riscaldamento globale potesse dare il via ad un collasso della coltre glaciale antartica fu J.H.. Mercer della Ohio State University. Il ragionamento dello studioso nasce dalla considerazione che lo spesso strato di ghiaccio che ricopre grati parte dell'Antartide occidentale poggia su un substrato roccioso molto al di sotto del livello del mare pertanto l'americano ipotizzò come implicitamente questa coltre di ghiacci fosse assai instabile. Pertanto se l'effetto serra dovesse riscaldare la regione polare antartica la calotta glaciale galleggiante che circonda l'Antartide occidentale inizierebbe a scomparire. Di conseguenza privata di questo contrafforte, la coltre continentale si disintegrerebbe rapidamente provocando l'inondazione delle zone costiere di tutto il mondo. Il disastroso scenario dipinto da Mercer era in gran parte teorico, ma egli faceva rilevare come la calotta glaciale dell'Antartide occidentale potesse di fatto essersi fusa almeno una volta in passato. Tra circa 110.000 e 130.000 anni fa la Terra sperimentò una storia climatica eccezionalmente simile a ciò che si è verificato negli ultimi 20.000 anni, ovvero un riscaldamento relativamente brusco dopo i rigori di una glaciazione. Quell'antico riscaldamento potrebbe avere portato a condizioni un poco più calde delle attuali. Molti geologi ritengono che il livello del mare di allora fosse circa cinque metri più elevato di quanto sia oggi: proprio la differenza che verrebbe prodotta dalla fusione della coltre glaciale dell'Antartide occidentale.
Con poche eccezioni, gli scienziati ritengono di avere stabilito un valore attendibile per il tasso del recente sollevamento del livello marino: 2 mm all'anno. Ma la questione fondamentale che ancora deve essere risolta è: questa tendenza è destinata a rimanere costante o il sollevamento accelererà in risposta al riscaldamento climatico? Per risolvere questo problema, i geologi hanno cercato di ricostruire le fluttuazioni de! livello del mare nel passato, avvenute in risposta a cambiamenti climatici. Fairbariks, per esempio, ha studiato una specie di corallo che cresce In prossimità della superficie marina, particolarmente nei Caraibi. Facendo profondi sondaggi nelle scogliere coralline di Barbados e individuando antichi campioni di questa specie, egli e i suoi colleghi hanno potuto seguire l'innalzamento del livello del mare a partire dalla fine dell'ultima glaciazione, quando enormi quantità d'acqua erano ancora intrappolate nelle calotte glaciali polari e gli oceani erano circa 120 metri più bassi di quanto non siano oggi. Anche se la documentazione ricavata dai coralli mostra episodi corrispondenti a una crescita del livello del mare anche di 2-3 centimetri all'anno, Fairbanks fa notare che questi valori si riferiscono a una situazione assai differente da quella attuale. A quei tempi, da 10.000 a 20.000 anni fa, le grandi coltri di ghiaccio che avevano ricoperto buona parte del Nord America e dell'Europa erano nel pieno della fusione e gli oceani stavano ricevendo immani quantità d'acqua da questi continenti. La documentazione più recente relativa al livello del mare indica una progressiva diminuzione del tasso di crescita, con una sostanziale stagnazione negli ultimissimi millenni. Quindi l'attuale regime climatologico sembrerebbe tendere a livelli del mare relativamente stabili.
Ma Joln B. Anderson della Rice Umversity non è d'accordo Questo ricercatore sostiene che negli ultimi 10.000 anni, vi sono stati almeno tre episodi di rapido incremento del livello del mare, ma essi sono invisibili nella documentazione fornita dai coralli (utilizzati in altre ricerche per trovare prove di innalzamenti e/o abbassamenti del livello medio marino). Il più recente episodio di improvviso innalzamento del livello del mare che Anderson riconosce avviene intorno al 2000 a.C..
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