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2006: L'Etna causò enorme tsunami 8000 anni fa

Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 01-23-2008 at 10:48 AM
Sezione Tsunami: Un pò di tutto.. >>

Le prove in una ricerca dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia

Ottomila anni fa una colossale frana di 35 chilometri cubici di materiale lavico, circa un decimo del cono sommitale dell’Etna, si staccò dal fianco orientale del vulcano e si inabissò nel Mare Ionio, causando uno tsunami a confronto del quale quello del 2004 nel Sudest asiatico impallidisce. Probabilmente il più grande tsunami dalla comparsa dell'uomo sulla Terra. Durante i dieci minuti che la frana impiegò a fermarsi sui fondali dello Ionio, si sollevò in mare una muraglia di acqua a forma di anfiteatro alta fino a 50 metri. Poi l’ondata, viaggiando a velocità fra i 200 e i 700 km all’ora (più lenta nei fondali bassi e più veloce nel mare profondo), si propagò a Est, investendo, in rapida successione, Sicilia Orientale, Calabria, Puglia, Albania, Grecia, Creta, Turchia, Cipro, Siria e Israele; e a Sud, colpendo l’Africa Settentrionale, dalla Tunisia fino all’Egitto.
LE PROVE - Le prove di quell’antica catastrofe, che spazzò gli insediamenti preistorici costieri del Mediterraneo Orientale e Meridionale, sono state da poco scoperte dai ricercatori dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), grazie a una serie di prospezioni sottomarine e a un’analisi al computer della forma dei depositi abissali. Lo studio, appena pubblicato sull’autorevole rivista scientifica internazionale Geophysical research letters col suggestivo titolo di «Lost tsunami» (lo tsunami dimenticato), è stato finanziato dal Dipartimento di Protezione Civile e rappresenta anche un prezioso contributo per valutare il rischio di possibili maremoti nel Mediterraneo.
ERUZIONE O TERREMOTO - «Non sappiamo quale fu la causa di quell’immane collasso: forse un’eruzione più abbondante del solito, forse un terremoto – spiega il professor Enzo Boschi, presidente dell’Ingv e autore dello studio assieme ai geofisici Maria Teresa Pareschi e Massimiliano Favalli-. Fatto sta che un’enorme quantità di depositi di lava che si erano accumulati per millenni sul ripido versante dell’Etna affacciato sul Mare Jonio, precipitò giù e finì in parte sulla costa ai piedi del vulcano, e per la maggior parte sul fondo del mare, fino a circa 20 km dalla costa stessa. Le prove del megatsunami e dell’epoca in cui esso avvenne le abbiamo raccolte lì e nei fondali del Mediterraneo, fra gli strati dei sedimenti sottomarini. Sull’Etna, quella che oggi chiamiamo la Valle del Bove, una grande concavità sul fianco orientale del vulcano che raccoglie gli attuali flussi di lava diretti verso Est, è la cicatrice residua di quel lontano evento, in gran parte colmata dalle successive eruzioni».
TSUNAMI DIMENTICATO - Ma perché si parla di "tsunami dimenticato"? «Perché le tracce, sotto forma di depositi caotici scaraventati dalle onde del maremoto sulle coste del Mediterraneo, oggi non sono più visibili – aggiunge l’altro autore dello studio, la professoressa Maria Teresa Pareschi della sede Ingv di Pisa -. Infatti, negli ultimi 8000 anni, il livello del mare è ovunque salito di diversi metri a causa della deglaciazione. Quelle che erano le località costiere di allora, ora sono sommerse». Allo scopo di ricostruire gli effetti del cataclisma, spiega la Pareschi, sono stati necessari due tipi di ricerche: «Da un lato una campagna di prospezioni sismiche, con terremoti artificiali effettuati nel Mare Jonio di fronte all’Etna, che ci ha permesso di ricostruire i profili dei detriti franati giù e di concludere che i volumi del materiale oggi sommerso corrispondono a quel che si staccò dal monte, formando la Valle del Bove. Dall’altro una simulazione dello tsunami al computer, grazie alla quale abbiamo potuto ricostruire sia le modalità di propagazione delle onde di maremoto, sia le perturbazioni risentite fin negli abissi, dove i sedimenti che giacevano sul fondo del mare, furono violentemente sconvolti, assumendo un configurazione caratteristica. Analizzando poi le attuali carte batimetriche, cioè della topografia del fondo marino, abbiamo ritrovato proprio quel tipo di configurazione descritta dalla nostra simulazione al computer».
SIMULAZIONE - Ma eccola la simulazione del «Lost tsunami», un'animazione tridimensionale a colori, che i ricercatori ci illustrano mentre le immagini scorrono su un grande schermo nei laboratori Ingv di Roma. Mostra, innanzitutto, la muraglia d’acqua che, pochi minuti dopo il grande "splash", si abbatte sulla costa orientale della Sicilia: Catania, Siracusa e Messina, senza passare praticamente nel Tirreno grazie allo sbarramento dello Stretto. Quindi, dopo un quarto d’ora, viaggiando nello Jonio, raggiunge la Calabria, dove le onde sono ancora alte 40 metri. Fra una e due ore dopo tocca alle zone costiere dell’Albania e della Grecia di essere sommerse da 10-15 metri d’acqua. Due-tre ore dopo è la volta della Libia, della Tunisia e dell’Egitto, raggiunte da ondate di 8-13 metri. Tre-quattro ore dopo, vengono inondate le spiagge del Libano, Israele e Siria, ma stavolta con altezze dell’onda più modeste (si fa per dire), attorno a 4 metri. A quei tempi la civilta’ neolitica era fiorente nella Mesopotamia (fra il Tigri e l' Eufrate), con molti villaggi dediti all’agricoltura e all’allevamento del bestiame; ma ancora diradata nel Mediterraneo. Tuttavia, sulle sponde del Vicino Oriente e dell’Africa Settentrionale dovevano esistere diversi insediamenti costieri che furono spazzati via dalle ondate. «Proprio in Israele c’è, secondo noi, l’unica testimonianza tuttora emersa del disastroso impatto costiero dello tsunami: il villaggio neolitico di Atlit-Yam che, come risulta dagli scavi archeologici, fu abbandonato improvvisamente – riferisce la Pareschi, che ora sta estendendo l’appassionante ricerca ad alcuni aspetti paleoambientali -».
SANTORINI E ATLANTIDE - Una ricaduta storica della nostra ricerca consiste nell’aver provato che alcuni depositi sottomarini del Mediterraneo Orientale, prima attribuiti a un’eruzione del vulcano Santorini, in Grecia, sono invece dovuti al collasso dell’Etna di 8000 anni fa. E perché no, lo stesso mito di Atlandide, la misteriosa isola inghiottita dalle onde di cui parla Platone, potrebbe essere nato dal megatsunami dell’Etna". Il passo successivo che i ricercatori dell’Ingv intendono compiere è di verificare se le mega-frane dell’Etna in grado di suscitare maremoti hanno, come si sospetta, una certa periodicità. La caccia alle tracce sotto forma di particolari depositi terrestri e sottomarini è aperta: «Con lo scopo di essere consapevoli di eventuali rischi ricorrenti e di allestire per tempo adeguate misure di controllo e di prevenzione», conclude il professor Boschi.
Franco Foresta Martin
03 dicembre 2006 dal sito del Corriere della Sera


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Lo sapevate che ...:
  • La più grande onda di tsunami mai osservata nel mondo fu generata da una frana sottomarina di circa 40 milioni di m3di roccia e scatenata da un terremoto: tutto ciò generò una gigantesca onda solitaria di circa 520 metri di altezza che inondò, alla velocità di 160 Km/h, le sponde della baia di Littuya Bay, in Alaska nel 1958.
  • L'Etna ha causato un mega tsunami nel Mar Mediterraneo con onde alte anche (sembra) 50 metri!
  • Nel 2800 a.C. sia avvenuto uno spaventoso tsunami (vedi articolo) con onde alte anche 200 metri nell'oceano Indiano!
  • Più della metà (53.3 %) degli tsunami della terra si verificano nel suo maggiore oceano, il Pacifico (per questioni di estensione!);
  • Gli scienziati convengono che sia la Nuova Zelanda che l’Australia orientale furono colpite da uno tsunami di proporzioni insolitamente grandi verso la metà del XV secolo;

28 luglio 2006
Vi aggiorno su un test brillantemente riuscito da parte dell'INGV in merito ad una nuova classe di sensori marini per il monitoraggio di attività sismica in mare. Presso il seguente sito potrete trovare tutte le notizie in dettaglio:
link a sito 1
o
link a sito 2
Elenco dei vulcani sommersi del Mare Tirreno, (Sono tutti sottomarini e geologicamente attivi)
  • Alcione
  • Enarete
  • Eolo
  • Lamentini
  • Marsili 
  • Palinuro
  • Sisifo 
  • Anchise


Elenco dei vulcani sommersi del Mare Egeo: (provvisoria e in costruzione)
  • Vulcano Colombo (a nord dell'Isola di Santorini);


Tutto il territorio delle Isole Eolie è di origine vulcanica. Le isole altro non erano che vulcani sottomarini emersi dalle acque circa 700.000 anni fa nel seguente ordine: Panarea, Filicudi, Alicudi, Salina, Lipari, Vulcano e per ultimo Stromboli il quale forse ha circa 40.000 anni di età. Da ricordare l'emersione di Vulcanello avvenuta nel 183 a.C., mentre le ultime colate di pomice ed ossidiana sul monte Pelato a Lipari, sono avvenute circa 1.500 anni fa.

Nelle profondità del mar Tirreno è accertata da tempo la presenza di grandi complessi vulcanici sommersi. Recenti studi effettuati dall'INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), tramite la stazione geomarina Orion Geostar 3, sul Marsili, situato a nord delle isole Eolie, hanno permesso di rilevare che il gruppo ha una base abissale con diametro di circa 50 km, si eleva per 3.260 metri (l'Etna è alto 3.323 metri) arrivando a circa 500 metri dalla superficie, e possiede numerosi apparati vulcanici satellitari con crateri simili per dimensione a quello dell'isola di Vulcano.
I fondali del Tirreno sono modellati dalla collisione tra la zolla eurasiatica e quella africana, che ha consentito la formazione di numerosi vulcani sottomarini. Il più imponente tra questi è il Marsili, che è anche il più grande vulcano europeo (65 km di lunghezza, 40 di larghezza e oltre 3.000 m di altezza).
Studi sempre più approfonditi, grazie anche alle applicazioni di tecnologie sempre più sofisticate, progressivamente hanno rivelato preziosi dati sull'origine e sull'evoluzione delle bocche di fuoco coperte dai nostri mari: e, per la precisione, del nostro Mar Tirreno. Sono quattro i dormienti, cosiddetti "fratellastri" che interessano da vicino il "nostro" Vesuvio, "vulcani giganti" sommersi nel Mar Tirreno costituendone una cintura di fuoco non indifferente. Vulcani di enorme potenziale nascosti negli abissi, localizzati e battezzati dai loro scopritori.

Alto 3.000 m il Marsili dista 150 km a sud del golfo di Napoli e 70 km dalle isole Eolie. Si sviluppa da 3.000 a 505 m di profondità. Lungo 65 km e largo 40, ha due milioni di anni, le sue fumarole furono riprese nel 1990 da un video-robot di ricercatori americani. Poi c'è il Magnaghi: uno dei più grossi vulcani del sistema sottomarino. Tre milioni di anni di età. Localizzato a 220 km sud-est di Napoli, misura in profondità fra 1.465 e 3.000 m di cui soltanto la parte superiore è di circa 2.300 m, ha le caratteristiche di un edificio vulcanico. Dallo studioso sovietico Valilov che ne scoprì l'esistenza, prende parte anch'esso alla famosa mappatura del Tirreno. Il Vulcano Valilov ha come datazione 6-7 milioni di anni. Localizzato a 160 km sud-est del golfo di Napoli, ha una profondità compresa tra i 3.000 e 733 metri. Ultimo, ma non meno pericoloso è il Palinuro, altro vulcano sommerso della cintura Tirrenica. Dista circa a 150 km dal golfo partenopeo e a 83 dalla costa calabra di Diamante, in direzione nord-est rispetto al Marsili. L'origine risale a meno di due milioni di anni fa.

I fenomeni vulcanici sul Monte Marsili sono tuttora attivi e sui fianchi si stanno sviluppando numerosi apparati vulcanici satelliti, molti dei quali hanno dimensioni comparabili con il cratere dell'Isola di Vulcano, nell'arcipelago delle Eolie. Sono state inoltre identificate le tracce di enormi collassi di materiale dai fianchi di alcuni dei vulcani sottomarini.

L'attività vulcanica recente risulta anche dalla circolazione di fluidi ad alta temperatura all'interno della crosta. Aree in cui questi fluidi vengono emessi sono state identificate nei vulcani sottomarini e nella porzione sommersa dell'edificio vulcanico di Panarea. In queste zone, depositi di solfuri di piombo, rame e zinco, ossidi ed idrossidi di ferro e manganese si formano sul fondo marino, originando giacimenti che, in un futuro prossimo, potrebbero essere attivamente sfruttati.

Studio effettuato dal Prof. Franco Ortolani Ordinario di Geologia Università di Napoli Federico II e con i colleghi Silvana Pagliuca del CNR e Leonello Serva dell'APAT
Lo studio, avviato dopo il maremoto del 30 dicembre 2002 che interessò Stromboli, le isole vicine e la costa compresa tra Milazzo (Sicilia) e Marina di Camerota (Campania), ha evidenziato che negli ultimi 1000 anni vi sono stati 71 movimenti anomali del mare che hanno interessato le coste italiane.
Gli eventi si sono verificati con una media di uno ogni 12,5 anni; 18 sono avvenuti durante il periodo balneare.
Le aree interessate sono le seguenti:

    • Liguria (14 eventi);
    • Stretto di Messina- Sicilia Orientale-Calabria meridionale tirrenica- Isole Eolie (23 eventi);
    • Adriatico (10 eventi);
    • Golfo di Napoli (10 eventi);
    • Toscana (3 eventi);
    • Sicilia settentrionale (2 eventi);
    • Sicilia meridionale (2 eventi);
    • Calabria settentrionale ionica (1 evento);
    • Lazio (1 evento).
La massima altezza che l'acqua marina ha raggiunto invadendo l'area emersa (Runup) è stata valutata tra 6 e 15 m.
Il maggior numero di eventi è stato provocato da grandi e rapide frane sottomarine innescate prevalentemente da terremoti avvenuti anche in aree distanti dalla costa.
Lo studio ha evidenziato che il maremoto del 1908 non fu provocato direttamente dal sisma, come finora si è ritenuto, ma da una grande frana sottomarina, verificatasi nello Stretto di Messina a sud di Reggio Calabria, che fu innescata dallo scuotimento sismico. La ricerca espletata nelle aree più colpite dal maremoto ha messo in luce che se si ripetesse oggi un evento simile durante il periodo balneare si registrerebbero scene drammatiche e luttuose.

Si ha notizia di:

    • 15 eventi nel 1900
    • 23 eventi nel 1800
    • 16 eventi nel 1700
    • 11 eventi nel 1600
    • 3 eventi nel 1500
    • 1 evento nel 1300
    • 2 eventi nel 1100
Effetti degli tsunami
I danni principali che gli tsunami sono capaci di arrecare sono connessi alla natura distruttiva delle onde. Effetti secondari sono rappresentati dai detriti scagliati come proiettili dall’onda, dall’erosione rapida che può compromettere le fondamenta delle costruzioni, dagli incendi che possono essere conseguenza della distruzione delle linee elettriche e delle condutture del gas. Gli effetti terziari riguardano la possibilità di compromettere la fertilità dei terreni e la potabilità delle falde acquifere.
Scala di Ambraseys-Sieberg di intensita' degli tsunami
    • I - molto debole
      Onda percettibile solo dai mareografi.
    • II - debole
      Onda avvertita da persone che vivono vicino alla spiaggia e hanno familiarita’ col mare. Osservata solo su spiagge molto piatte.
    • III - abbastanza forte
      Onda avvertita da tutti. Inondazione di coste a dolce pendenza. Piccole imbarcazioni spinte sulla spiaggia. Modesti danni alle strutture leggere vicino alla costa. Negli estuari inversione dlla corrente dei fiumi.
    • IV – forte
      Inondazione delle spiagge fino a una altezza definita caso per caso. Leggera erosione dei terreni non consolidati. Danni alle strutture leggere prossime alla riva. Piccoli danni alle strutture in muratura sulla costa. Insabbiamento di imbarcazioni o loro trascinamento al largo. Detriti galleggianti lungo le coste.
    • V - molto forte
      Inondazione delle spiagge fino a una altezza definita nelle diverse zone. Danni significativi alle strutture in muratura lungo la spiaggia. Distruzione delle strutture leggere. Forte erosione. Oggetti galleggianti e animali marini sparsi sulla riva e lungo la costa. Tutti i tipi di imbarcazione, a parte le grandi navi, sono scaraventate a terra o trascinate in mare aperto. Alte ondate sugli estuari dei fiumi. Danni alle costruzioni portuali. Persone affogate. Onda accompagnata da un forte rombo.
    • VI - disastroso
      Totale o parziale distruzione di tutte le costruzioni fino a una determinata distanza dalla spiaggia. Inondazione della costa fino a una notevole altezza. Danni forti anche alle grandi navi. Alberi sradicati e troncati. Molte vittime.



Poi ci sono le ONDE ANOMALE. Si tratta (nonostante siano spesso confuse con quelle descritte sopra) di onde solitarie di spaventosa altezza situate/ubicate in mare aperto (e questa è una prima grossa differenza dagli TSUNAMI).
Per farVi un'idea leggetevi questo articolo:
MILANO - Un muro d'acqua alto otto piani appare improvvisamente a poppa della superpetroliera Esso Languedoc, impegnata a condurre una difficile navigazione al largo delle coste sudafricane, disturbata da marosi alti tra i 5 e i 10 metri. Il gigante marino raggiunge l'imbarcazione e si abbatte sul ponte, ma date le dimensioni del mezzo causa solo danni minori. Un ufficiale di bordo, Philippe Lijour, ha la prontezza di spirito di fare una foto. Siamo nel 1980, e questa sarà una delle poche testimonianze verificabili dell'esistenza delle cosiddette onde anomale, formazioni rare e improvvise che di bocca in bocca sono entrate nella leggenda di chi va per mare. Ma ora è la scienza a dare corpo a questi incubi.
I satelliti dell'Ente spaziale europeo, all'interno di un progetto di ricerca battezzato MaxWave, hanno realizzato delle foto meno suggestive, ma indiscutibili, di masse d'acqua gigantesche che attraversano i nostri oceani.
STATISTICA - Fino ad oggi gli scienziati avevano sviluppato teorie che escludevano, o consideravano statisticamente più che rare (una ogni centinaio d'anni) le onde anomale.
Eppure le evidenze non mancavano: a parte la foto di Lijour, c'è una misurazione laser fatta in una base petrolifera nel Mare del nord, colpita da un maroso di 26 metri, e altri episodi in mare aperto: nel febbraio 1995 la Queen Elizabeth II incontra un gigante da 29 metri nel nord Atlantico; nel febbraio 2001 la nave passeggeri Bremen è colpita da un'onda di 30 metri; nel marzo 2001 la Caledonian Star finisce sotto un'onda anomala. In tutti questi casi i danni sono stati minimi e la paura tanta, ma - scrive l'Esa nel suo sito - si contano in varie decine le storie di navi anche di grandi dimensioni scomparse in mare dopo l'incontro con onde gigantesche e devastanti.
LO STUDIO - Per confermare queste evidenze, spesso attribuite alla fantasia dei marinai e alla loro voglia di raccontare leggende, l'ESA ha messo al lavoro due satelliti impegnati ad analizzare la terra, l'ERS-1 e l'ERS-2, puntando i loro radar sulle acque invece che, come consuetudine, sulle terre emerse. Gli occhi elettronici hanno prodotto 30mila immagini durante tre settimane. Risultato: dalla scansione appaiono chiaramente 10 giganti, ognuno alto più di 25 metri. «Sono più di quanto ci si potesse aspettare» ha dichiarato Wolfgang Rosenthal, scienziato dell'istituto tedesco GKSS Research Centre di Geesthacht, che ha analizzato i dati forniti dai satelliti. «Il passo dopo sarà quello di utilizzare i dati per prevedere il fenomeno». Per farlo la ricerca deve procedere utilizzando l'intera base informativa, ancora in possesso dell'Esa
http://www.esa.int/esaCP/SEMJ2FM26WD_Switzerland_it_2.html

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