2006: Nasce un primo nucleo di monitoraggio per il mediterraneo per identificare fenomeni geologici capaci di generare onde distruttive |
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| Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 01-23-2008 at 10:53 AM |
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Localizzazione dei principali eventi di maremoto (240) finora accertati negli ultimi 2000 anni nell’area euro-mediterranea(Ingv-Unesco)
ROMA – Il primo nucleo di un sistema di monitoraggio dei maremoti nella regione euro-mediterranea sarà pronto entro il 2007 e rappresenterà il punto di partenza di un’organizzazione intergovernativa continentale che avrà come scopo l’identificazione di tutti i fenomeni geologici capaci di generare ondate distruttive, dando l’allarme alle popolazioni minacciate. L’annuncio dell’imminente realizzazione di questo nuovo apparato scientifico e di difesa civile, proposto dopo il devastante tsunami asiatico del dicembre 2004 dal presidente dell’Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) professor Enzo Boschi, è stato dato nell’ambito di un seminario dedicato alla recente scoperta del grande maremoto causato da una mega-frana dell’Etna ottomila anni fa. «Diverse ricerche di carattere geologico e geofisico, ma anche storico-archeologico, confermano che maremoti potenzialmente distruttivi si verificano con una certa frequenza anche nei nostri mari per varie cause: forti terremoti, eruzioni vulcaniche sottomarine o subaeree, frane –ha spiegato Boschi-. Quindi il nostro compito è di allestire un sistema di sorveglianza per tutte queste sorgenti potenziali di maremoti e, al verificarsi di un evento, stabilire tempestivamente la probabilità che esso sollevi onde distruttive». CAMPAGNE DI EDUCAZIONE - Certo, passare dall’accertamento di un potenziale rischio maremoto a un vero e proprio sistema di allerta rapido per la popolazione civile non sarà cosa facile, ha precisato il capo del Dipartimento di Protezione Civile Guido Bertolaso: «Non basta da sola la rete di sensori sismici, boe e ondametri per affermare di aver risolto il problema. Questa dovrà essere abbinata a una capillare campagna di educazione e informazione della popolazione. Allo scattare di sirene e all’arrivo dei messaggi sul rischio incombente, la gente deve sapere cosa fare e dove andare per mettersi al riparo. Se pensiamo alla vastità delle zone potenzialmente a rischio in tutto il bacino del Mediterraneo, l’impresa presenta notevoli difficoltà». ESPERIMENTI - Bertolaso ha ricordato che un primo esperimento di allerta della popolazione per il rischio maremoto fu effettuato in Italia durante la crisi del vulcano Stromboli nel 2002-2003. Il 30 dicembre 2003 circa 4 milioni di metri cubici di materiali lavici accumulati lungo il ripido pendio noto come «la sciara del fuoco» caddero in mare, scatenando un maremoto che devastò le coste della stessa isola di Stromboli e si propagò in diverse località della Sicilia e della Calabria. «Siamo stati fortunati. Se fosse successo in piena estate, quando la gente affolla le spiagge e le scogliere, i morti si sarebbero contati a decine», ha detto Bertolaso. Dunque, fra le tante emergenze italiane, c’è da prendere in considerazione anche la prevenzione dal rischio maremoti. Ma, poiché le risorse non sono illimitate, ha fatto notare il responsabile della Protezione Civile, non si può fare a meno di stabilire un ordine di priorità, dando la precedenza a situazioni più urgenti, per esempio la messa in sicurezza degli edifici scolastici in zone altamente sismiche. Il primo nucleo della rete di monitoraggio euro-mediterranea dei maremoti sarà costituito da stazioni sismometriche e da mareografi (misuratori del livello dei mari) già esistenti, ma che stanno per essere integrati in un’unica rete di controllo, ha spiegato il professor Stefano Tinti, geofisico dell’università di Bologna, di recente nominato coordinatore del progetto internazionale che si sta sviluppando sotto la guida dell’Unesco e di cui l’italiano l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia è uno dei principali attori. STATISTICHE - Che cosa insegnano le statistiche sulla frequenza dei maremoti che ci possono riguardare direttamente, o perché originati nei nostri mari o perché hanno la forza di propagarsi fino a noi da sorgenti lontane? «Dai cataloghi che abbiamo compilato risulta che, negli ultimi 2000 anni, in tutta la vasta area euro-mediterranea, si sono verificati circa 240 maremoti rilevanti, ma si tratta di un catalogo ancora da completare –spiega il professor Tinti-. Più precisi possiamo essere sulla frequenza dei maremoti italiani degli ultimi secoli, per i quali abbiamo informazioni da fonti storiche attendibili: ne abbiamo registrato 60 dal 1600 a oggi. Dunque la frequenza risulta di una quindicina ogni secolo». CAUSE - Quanto alle sorgenti che generano i maremoti nostrani, si può trattare dello scatto improvviso di faglie, che scatenano, ad un tempo, violenti terremoti e ondate di maremoto, come accadde a Catania nel 1693 e a Messina nel 1908. Oppure di grandi frane da coni vulcanici, come quella di ottomila anni fa scoperta dai professori Boschi e Pareschi grazie a indagini geofisiche sui sedimenti marini. Oppure ancora a crolli di pezzi di montagne provocate da terremoti, come accadde nel 1783 in Calabria, quando il distacco e la caduta in mare di una porzione del Monte Paci sommerse sotto una valanga d’acqua di 10 metri gli abitanti di Scilla e dintorni. Insomma, gli studi scientifici suggeriscono di inquadrare il rischio maremoti fra quelli da prendere in seria considerazione e d’altra parte lo stesso Bertolaso rivendica con orgoglio il fatto che l’Italia è l’unico paese europeo in cui la Protezione Civile, oltre a provvedere alle innumerevoli emergenze sul campo, finanzia con propri fondi la ricerca scientifica che è fondamentale per orientare la macchina della Protezione Civile. Franco Foresta Martin
06 dicembre 2006 dal sito online del Corriere della Sera
2007, Uno 'tsunamometro' per l'Europa Si tratta del primo strumento di monitoraggio e previsione adatto alle condizioni dei mari europei
Nel 1755 il tratto di costa che si estende al di fuori delle Colonne d'Ercole fu distrutto da un'onda di maremoto, generata dal più grande terremoto mai avvenuto in Europa occidentale di cui si ha memoria storica. "Le strutture tettoniche responsabili di tali eventi sono infatti molto vicine alla linea di costa, ponendo a tutto il Mediterraneo il drammatico problema di allertare in tempi brevi la popolazione", ricorda Nevio Zitellini, dell'Ismar-Cnr (Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche) di Bologna. Nel Golfo di Cadice, il tempo che intercorrerebbe tra la generazione di uno tsunami e il suo impatto sulle coste più vicine in Algarve è di soli 15 minuti. "Le tecniche di monitoraggio finora sviluppate dai paesi più sottoposti al rischio, quali Giappone e Stati Uniti, - aggiunge Zitellini - non sono direttamente applicabili a queste zone e, allo stato attuale delle nostre conoscenze, non siamo in grado di prevedere se dopo un grande terremoto avvenuto in mare si generi o no uno tsunami, come confermato anche dal recente sisma avvenuto al largo del Perù, che nonostante l'elevata magnitudo non ha prodotto tsunami". Per porre rimedio a questa lacuna, l'Ismar-Cnr - che coordina il progetto Nearest della Commissione Europea con la partecipazione tra gli altri dell'Istituto nazionale di vulcanologia e geofisica (Ingv) - ha messo a punto e installato una stazione abissale, posta a oltre 3200 metri di profondità su una gigantesca struttura geologica, larga circa 50 chilometri e lunga circa 100 nel Golfo di Cadice. Il cuore di Geostar è uno ‘tsunamometro' di nuova concezione che si basa su un doppio controllo del segnale sismico e di pressione e tiene conto dei movimenti del fondo del mare: rileva, misura e registra i cambiamenti che avvengono sul fondo ed è in grado di elaborare i dati per riconoscere variazioni di pressione minori di un centimetro nella colonna d'acqua", spiega Nevio Zitellini, dell'Ismar-Cnr. "Lo studio dell'accoppiamento fra il moto del fondo del mare e la perturbazione della colonna d'acqua da esso generata è infatti una delle chiavi per comprendere l'irrisolto problema scientifico della generazione degli tsunami in seguito a forti terremoti".Per garantirne l'efficienza, si sono dovute superare notevoli sfide in quanto, spiega Zitellini, "in mare tutto diventa estremamente complicato. L'illuminazione a 3000 metri di profondità è nulla e anche un riflettore molto potente garantisce pochi metri di visibilità. In acqua, poi, non è possibile trasmettere onde radio e i sistemi di posizionamento si devono avvalere di trasmissioni acustiche, esattamente come fanno le balene per comunicare tra loro".(31 agosto 2007), © 1999-2007 Le Scienze S.p.A.
Lo ha annunciato il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti Giappone: allarme tsunami sui cellulari I cittadini avvisati in tempo reale sui telefonini e sugli schermi dei navigatori elettronici montati di serie sulle auto
TOKYO - Il Giappone, nazione tra quelle con il più alto rischio maremoti del mondo, realizzerà un nuovo sistema di allarme tsunami che potrà essere ricevuto sui telefoni cellulari. Lo ha annunciato giovedì il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti. Il nuovo sistema sarà ancora più perfezionato di quello già in funzione e potrà avvisare i cittadini del pericolo quasi in tempo reale sui telefonini, sugli schermi dei navigatori elettronici che quasi tutti i giapponesi hanno di serie nelle loro auto e anche sui monitor dei macchinisti dei treni e delle metropolitane. Un gruppo di esperti dell'Università di Kyoto sta studiando l'utilizzazione delle nuove tecnologie per l'allarme sismico ed entro un mese dovrebbero esservi i primi risultati. Questo nuovo sistema è pensato - dicono fonti ministeriali - per coloro che non hanno accesso alla televisione o alla radio. 24 febbraio 2005
BackLo sapevate che ...:
- La più grande onda di tsunami mai osservata nel mondo fu generata da una frana sottomarina di circa 40 milioni di m3di roccia e scatenata da un terremoto: tutto ciò generò una gigantesca onda solitaria di circa 520 metri di altezza che inondò, alla velocità di 160 Km/h, le sponde della baia di Littuya Bay, in Alaska nel 1958.
- L'Etna ha causato un mega tsunami nel Mar Mediterraneo con onde alte anche (sembra) 50 metri!
- Nel 2800 a.C. sia avvenuto uno spaventoso tsunami (vedi articolo) con onde alte anche 200 metri nell'oceano Indiano!
- Più della metà (53.3 %) degli tsunami della terra si verificano nel suo maggiore oceano, il Pacifico (per questioni di estensione!);
- Gli scienziati convengono che sia la Nuova Zelanda che l’Australia orientale furono colpite da uno tsunami di proporzioni insolitamente grandi verso la metà del XV secolo;
28 luglio 2006
Vi aggiorno su un test brillantemente riuscito da parte dell'INGV in merito ad una nuova classe di sensori marini per il monitoraggio di attività sismica in mare. Presso il seguente sito potrete trovare tutte le notizie in dettaglio:
link a sito 1 o link a sito 2
Elenco dei vulcani sommersi del Mare Tirreno, (Sono tutti sottomarini e geologicamente attivi)
- Alcione
- Enarete
- Eolo
- Lamentini
- Marsili
- Palinuro
- Sisifo
- Anchise
Elenco dei vulcani sommersi del Mare Egeo: (provvisoria e in costruzione)
- Vulcano Colombo (a nord dell'Isola di Santorini);
Tutto il territorio delle Isole Eolie è di origine vulcanica. Le isole altro non erano che vulcani sottomarini emersi dalle acque circa 700.000 anni fa nel seguente ordine: Panarea, Filicudi, Alicudi, Salina, Lipari, Vulcano e per ultimo Stromboli il quale forse ha circa 40.000 anni di età. Da ricordare l'emersione di Vulcanello avvenuta nel 183 a.C., mentre le ultime colate di pomice ed ossidiana sul monte Pelato a Lipari, sono avvenute circa 1.500 anni fa.
Nelle profondità del mar Tirreno è accertata da tempo la presenza di grandi complessi vulcanici sommersi. Recenti studi effettuati dall'INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), tramite la stazione geomarina Orion Geostar 3, sul Marsili, situato a nord delle isole Eolie, hanno permesso di rilevare che il gruppo ha una base abissale con diametro di circa 50 km, si eleva per 3.260 metri (l'Etna è alto 3.323 metri) arrivando a circa 500 metri dalla superficie, e possiede numerosi apparati vulcanici satellitari con crateri simili per dimensione a quello dell'isola di Vulcano.
I fondali del Tirreno sono modellati dalla collisione tra la zolla eurasiatica e quella africana, che ha consentito la formazione di numerosi vulcani sottomarini. Il più imponente tra questi è il Marsili, che è anche il più grande vulcano europeo (65 km di lunghezza, 40 di larghezza e oltre 3.000 m di altezza). Studi sempre più approfonditi, grazie anche alle applicazioni di tecnologie sempre più sofisticate, progressivamente hanno rivelato preziosi dati sull'origine e sull'evoluzione delle bocche di fuoco coperte dai nostri mari: e, per la precisione, del nostro Mar Tirreno. Sono quattro i dormienti, cosiddetti "fratellastri" che interessano da vicino il "nostro" Vesuvio, "vulcani giganti" sommersi nel Mar Tirreno costituendone una cintura di fuoco non indifferente. Vulcani di enorme potenziale nascosti negli abissi, localizzati e battezzati dai loro scopritori. Alto 3.000 m il Marsili dista 150 km a sud del golfo di Napoli e 70 km dalle isole Eolie. Si sviluppa da 3.000 a 505 m di profondità. Lungo 65 km e largo 40, ha due milioni di anni, le sue fumarole furono riprese nel 1990 da un video-robot di ricercatori americani. Poi c'è il Magnaghi: uno dei più grossi vulcani del sistema sottomarino. Tre milioni di anni di età. Localizzato a 220 km sud-est di Napoli, misura in profondità fra 1.465 e 3.000 m di cui soltanto la parte superiore è di circa 2.300 m, ha le caratteristiche di un edificio vulcanico. Dallo studioso sovietico Valilov che ne scoprì l'esistenza, prende parte anch'esso alla famosa mappatura del Tirreno. Il Vulcano Valilov ha come datazione 6-7 milioni di anni. Localizzato a 160 km sud-est del golfo di Napoli, ha una profondità compresa tra i 3.000 e 733 metri. Ultimo, ma non meno pericoloso è il Palinuro, altro vulcano sommerso della cintura Tirrenica. Dista circa a 150 km dal golfo partenopeo e a 83 dalla costa calabra di Diamante, in direzione nord-est rispetto al Marsili. L'origine risale a meno di due milioni di anni fa.
I fenomeni vulcanici sul Monte Marsili sono tuttora attivi e sui fianchi si stanno sviluppando numerosi apparati vulcanici satelliti, molti dei quali hanno dimensioni comparabili con il cratere dell'Isola di Vulcano, nell'arcipelago delle Eolie. Sono state inoltre identificate le tracce di enormi collassi di materiale dai fianchi di alcuni dei vulcani sottomarini.
L'attività vulcanica recente risulta anche dalla circolazione di fluidi ad alta temperatura all'interno della crosta. Aree in cui questi fluidi vengono emessi sono state identificate nei vulcani sottomarini e nella porzione sommersa dell'edificio vulcanico di Panarea. In queste zone, depositi di solfuri di piombo, rame e zinco, ossidi ed idrossidi di ferro e manganese si formano sul fondo marino, originando giacimenti che, in un futuro prossimo, potrebbero essere attivamente sfruttati. Studio effettuato dal Prof. Franco Ortolani Ordinario di Geologia Università di Napoli Federico II e con i colleghi Silvana Pagliuca del CNR e Leonello Serva dell'APAT Lo studio, avviato dopo il maremoto del 30 dicembre 2002 che interessò Stromboli, le isole vicine e la costa compresa tra Milazzo (Sicilia) e Marina di Camerota (Campania), ha evidenziato che negli ultimi 1000 anni vi sono stati 71 movimenti anomali del mare che hanno interessato le coste italiane. Gli eventi si sono verificati con una media di uno ogni 12,5 anni; 18 sono avvenuti durante il periodo balneare. Le aree interessate sono le seguenti:
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Liguria (14 eventi);
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Stretto di Messina- Sicilia Orientale-Calabria meridionale tirrenica- Isole Eolie (23 eventi);
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Adriatico (10 eventi);
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Golfo di Napoli (10 eventi);
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Toscana (3 eventi);
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Sicilia settentrionale (2 eventi);
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Sicilia meridionale (2 eventi);
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Calabria settentrionale ionica (1 evento);
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Lazio (1 evento).
La massima altezza che l'acqua marina ha raggiunto invadendo l'area emersa (Runup) è stata valutata tra 6 e 15 m. Il maggior numero di eventi è stato provocato da grandi e rapide frane sottomarine innescate prevalentemente da terremoti avvenuti anche in aree distanti dalla costa. Lo studio ha evidenziato che il maremoto del 1908 non fu provocato direttamente dal sisma, come finora si è ritenuto, ma da una grande frana sottomarina, verificatasi nello Stretto di Messina a sud di Reggio Calabria, che fu innescata dallo scuotimento sismico. La ricerca espletata nelle aree più colpite dal maremoto ha messo in luce che se si ripetesse oggi un evento simile durante il periodo balneare si registrerebbero scene drammatiche e luttuose.
Si ha notizia di:
- 23 eventi nel 1800
- 16 eventi nel 1700
- 11 eventi nel 1600
- 3 eventi nel 1500
- 1 evento nel 1300
- 2 eventi nel 1100
Effetti degli tsunami
I danni principali che gli tsunami sono capaci di arrecare sono connessi alla natura distruttiva delle onde. Effetti secondari sono rappresentati dai detriti scagliati come proiettili dall’onda, dall’erosione rapida che può compromettere le fondamenta delle costruzioni, dagli incendi che possono essere conseguenza della distruzione delle linee elettriche e delle condutture del gas. Gli effetti terziari riguardano la possibilità di compromettere la fertilità dei terreni e la potabilità delle falde acquifere. Scala di Ambraseys-Sieberg di intensita' degli tsunami
- I - molto debole
Onda percettibile solo dai mareografi.
- II - debole
Onda avvertita da persone che vivono vicino alla spiaggia e hanno familiarita’ col mare. Osservata solo su spiagge molto piatte.
- III - abbastanza forte
Onda avvertita da tutti. Inondazione di coste a dolce pendenza. Piccole imbarcazioni spinte sulla spiaggia. Modesti danni alle strutture leggere vicino alla costa. Negli estuari inversione dlla corrente dei fiumi.
- IV – forte
Inondazione delle spiagge fino a una altezza definita caso per caso. Leggera erosione dei terreni non consolidati. Danni alle strutture leggere prossime alla riva. Piccoli danni alle strutture in muratura sulla costa. Insabbiamento di imbarcazioni o loro trascinamento al largo. Detriti galleggianti lungo le coste.
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V - molto forte
Inondazione delle spiagge fino a una altezza definita nelle diverse zone. Danni significativi alle strutture in muratura lungo la spiaggia. Distruzione delle strutture leggere. Forte erosione. Oggetti galleggianti e animali marini sparsi sulla riva e lungo la costa. Tutti i tipi di imbarcazione, a parte le grandi navi, sono scaraventate a terra o trascinate in mare aperto. Alte ondate sugli estuari dei fiumi. Danni alle costruzioni portuali. Persone affogate. Onda accompagnata da un forte rombo.
- VI - disastroso
Totale o parziale distruzione di tutte le costruzioni fino a una determinata distanza dalla spiaggia. Inondazione della costa fino a una notevole altezza. Danni forti anche alle grandi navi. Alberi sradicati e troncati. Molte vittime.
Poi ci sono le ONDE ANOMALE. Si tratta (nonostante siano spesso confuse con quelle descritte sopra) di onde solitarie di spaventosa altezza situate/ubicate in mare aperto (e questa è una prima grossa differenza dagli TSUNAMI).
Per farVi un'idea leggetevi questo articolo:
MILANO - Un muro d'acqua alto otto piani appare improvvisamente a poppa della superpetroliera Esso Languedoc, impegnata a condurre una difficile navigazione al largo delle coste sudafricane, disturbata da marosi alti tra i 5 e i 10 metri. Il gigante marino raggiunge l'imbarcazione e si abbatte sul ponte, ma date le dimensioni del mezzo causa solo danni minori. Un ufficiale di bordo, Philippe Lijour, ha la prontezza di spirito di fare una foto. Siamo nel 1980, e questa sarà una delle poche testimonianze verificabili dell'esistenza delle cosiddette onde anomale, formazioni rare e improvvise che di bocca in bocca sono entrate nella leggenda di chi va per mare. Ma ora è la scienza a dare corpo a questi incubi. I satelliti dell'Ente spaziale europeo, all'interno di un progetto di ricerca battezzato MaxWave, hanno realizzato delle foto meno suggestive, ma indiscutibili, di masse d'acqua gigantesche che attraversano i nostri oceani. STATISTICA - Fino ad oggi gli scienziati avevano sviluppato teorie che escludevano, o consideravano statisticamente più che rare (una ogni centinaio d'anni) le onde anomale. Eppure le evidenze non mancavano: a parte la foto di Lijour, c'è una misurazione laser fatta in una base petrolifera nel Mare del nord, colpita da un maroso di 26 metri, e altri episodi in mare aperto: nel febbraio 1995 la Queen Elizabeth II incontra un gigante da 29 metri nel nord Atlantico; nel febbraio 2001 la nave passeggeri Bremen è colpita da un'onda di 30 metri; nel marzo 2001 la Caledonian Star finisce sotto un'onda anomala. In tutti questi casi i danni sono stati minimi e la paura tanta, ma - scrive l'Esa nel suo sito - si contano in varie decine le storie di navi anche di grandi dimensioni scomparse in mare dopo l'incontro con onde gigantesche e devastanti. LO STUDIO - Per confermare queste evidenze, spesso attribuite alla fantasia dei marinai e alla loro voglia di raccontare leggende, l'ESA ha messo al lavoro due satelliti impegnati ad analizzare la terra, l'ERS-1 e l'ERS-2, puntando i loro radar sulle acque invece che, come consuetudine, sulle terre emerse. Gli occhi elettronici hanno prodotto 30mila immagini durante tre settimane. Risultato: dalla scansione appaiono chiaramente 10 giganti, ognuno alto più di 25 metri. «Sono più di quanto ci si potesse aspettare» ha dichiarato Wolfgang Rosenthal, scienziato dell'istituto tedesco GKSS Research Centre di Geesthacht, che ha analizzato i dati forniti dai satelliti. «Il passo dopo sarà quello di utilizzare i dati per prevedere il fenomeno». Per farlo la ricerca deve procedere utilizzando l'intera base informativa, ancora in possesso dell'Esa http://www.esa.int/esaCP/SEMJ2FM26WD_Switzerland_it_2.html
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