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2006: Scoperto nel Sahara un cratere vecchio di decine di milioni di anni

Scoperte Geologiche (brevi)
Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 07-03-2006 at 9:39 AM
Articoli Geologici >> Scoperte Geologiche (brevi)

Da La Repubblica OnLine
http://www.repubblica.it/2006/c/sezioni/scienza_e_tecnologia/cratafrica/cratafrica/cratafrica.html

Scoperto nel Sahara un cratere vecchio di decine di milioni di anni
di LUIGI BIGNAMI

 
HA un diametro di 31 km e per decine di milioni di anni è rimasto sepolto sotto le sabbie del deserto del Grande Sahara nel nord Africa. Ora Faruk El-Baz dell'Università di Boston lo ha scoperto utilizzando fotografie satellitari. Il cratere ha un doppio anello, simile a molti crateri che si trovano sulla Luna, e certamente si formò decine di milioni di anni fa, anche se al momento la data precisa dell'impatto dell'asteroide con la Terra è sconosciuta. Il cratere è il più grande mai scoperto in Africa. Prima il record spettava a un avvallamento presente nel Ciad, il quale possiede un diametro di circa 12 km. Stando alle prime analisi, i ricercatori ipotizzano che l'asteroide che colpì la Terra doveva avere un diametro di almeno 1.200 metri, più o meno simile a quello che plasmò il famoso Meteor Crater in Arizona. Al-Baz ha chiamato il cratere da lui scoperto "Kebira", perché in arabo significa "grande" ma anche perché si trova nella regione sud-occidentale dell'Egitto nota come Gilf Kebir. Ciò che meraviglia i ricercatori è il fatto che un cratere di tali dimensioni sia sfuggito fino ad oggi alle osservazioni fatte dai geologi. Spiega El-Baz: "Kebira potrebbe essere sfuggito perché è molto grande e sul terreno le sue caratteristiche sfuggono ai rilevamenti. E' possibile intravederne le caratteristiche solo se lo si osserva dall'alto". El-Baz è riuscito anche a scoprire che il cratere è stato attraversato da due antichi fiumi che lo hanno percorso da est ad ovest ed è stato eroso profondamente anche dal vento. Stando alle prime analisi le rocce che sono presenti all'interno di Kebir sono identiche a quelle che formano gran parte di quella regione del Sahara e avrebbero un'età di circa 100 milioni di anni. Quindi il cratere dovrebbe essere un po' più vecchio di quelle rocce per poterle avere al suo interno. Ora El-Baz spera di poter organizzare una spedizione sul posto, così da studiare i particolari e soprattutto l'età del cratere e del correlato impatto. Fino a oggi sulla Terra sono stati scoperti circa 150 grandi crateri causati dall'impatto di asteroidi ma molti altri sono stati cancellati dall'erosione e dagli eventi geologici che hanno interessato la crosta terrestre. L'età dei crateri terrestri va da alcune migliaia fino a quasi due miliardi di anni, anche se sono pochi quelli più vecchi di 200 milioni di anni. Si trovano di preferenza nell'interno dei continenti, cioè in regioni relativamente stabili dal punto di vista geologico. Si conoscono alcuni crateri anche sul fondo dell'oceano (uno è stato recentemente scoperto nel Mare del Nord), ma la loro ricerca è complessa e la loro vita è più breve di quelli presenti sui continenti, in quanto gli oceani si consumano nell'arco di poche centinaia di milioni di anni andando ad infilarsi sotto i continenti. Le stime correnti del numero di crateri sulla Terra suggeriscono che ogni milione di anni si formano fino a tre crateri con un diametro superiore ai 20 chilometri. In base a questo valore, dovrebbero esistere numerosi crateri non ancora scoperti.

(5 marzo 2006)

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Che cosa Tratta?

Questa sezione si prefigge lo scopo di raccogliere materiale pubblicato tramite diversi mezzi e fonti, al fine di fornire (in modo schematico), una serie di contributi ai vari lettori: attenzione che spesso si tratta di tracce di tipo divulgativo e, quindi, se desidera approfondire maggiormente determinati argomenti occorrerà rivolgersi alle classiche biblioteche o simili.


Un sito interessante in merito alle tematiche da impatto meteorico e relative dinamiche cinetiche: giusto per schiarirsi un poco le idee.
LINK 1

LINK 2

LINK 3


Ecco invece un sito con un'interessante raccolta di articoli in ambito paleontologico.
Un interessante sito che analizza i risultati storici (e gli effetti) dei vulcani nel tempo con tabelle ricostruite e riassuntive dei maggiori eventi:

Dove possiamo trovare i supervulcani? Queste sono le zone in cui potrebbe risvegliarsi un supervulcano (attenzione il termine supervulcano non è scientifico ma nasce impropriamente da una trasmissione/documentario fatta dal National Geographic):

  • Mount Aniakchak, Alaska, Stati Uniti
  • Aso, Kyushu, Giappone
  • Campi Flegrei, Campania, Italia
  • Kikai Caldera, Ryukyu Islands, Giappone
  • Long Valley Caldera, California, Stati Uniti
  • Monte Mazama, Oregon, Stati Uniti (ora Crater Lake)
  • Lago Taupo, North Island, Nuova Zelanda
  • Lago Toba, Sumatra, Indonesia
  • Valle Grande, New Mexico, Stati Uniti
  • Monte Warning, Nuovo Galles del Sud, Australia
  • Yellowstone Caldera, Wyoming, Stati Uniti
  • Mar Mediterraneo, Sicily, Italy

Vi segnalo questo indirizzo per fare ricerche in databases veramente enorme sugli tsunami del passato (è quello da cui ho attinto anch'io per integrare la sezione "Storia della Terra" (sulla cronologia dei grandi eventi del passato).


Le Storegga Slides (fra le più grandi frane sottomarine mai registrate) avvenute nella piattaforma continentale della Norvegia intorno al 6.100 a.C. (vedi anche la pagina la storia del pianeta).

Comunque sia si tratta di una teoria emersa con forza negli ultimi anni e studiata soprattutto dalle Università del nord Europa in quanto gli effetti ricostruiti di tale evento hanno colpito soprattutto gli stati che si affacciano sul mare del nord. In sintesi si tratterebbe di una gigantesca frana sottomarina che ha coinvolto la scarpata continentale e che, come conseguenza, generò un gigantesco tsunami (secondo alcuni ricercatori esso sarebbe stato ben più consistente di quello di Sumatra 2004).
Alcuni studiosi riconducono tali assestamento geomorfologici sottomarini agli idrati di metano e/o a cambiamenti climatici.

Un paio di considerazioni sugli Idrati di Metano:

[1]  Fondali marini agli idrati di metano 
Solo ora gli scienziati sembrano cominciare a interessarsi ai depositi di biidrati di metano ghiacciati che si trovano sul fondo dei mari.Si tratta di una particolare composizione chimica molto diffusa sui fondali marini a una profondità superiore ai trecento metri e che potrebbero rappresentare delle novità rilevanti per comprendere meglio il ciclo del carbonio sulla Terra e avere delle interessanti applicazioni commerciali. Lo studio di questi depositi, soprattutto per motivi estrattivi, è estremamente complesso. Un blocco di idrati di gas ha la consistenza del ghiaccio. Portato alla superficie, fonde e rilascia metano, uno dei gas serra. Le riserve di metano contenute in questi depositi sono enormi. Per la prima volta sono stati presentati a Nizza nel corso del meeting della European Geophysical Society, della American Geophysical Union e della European Union of Geosciences i risultati di una campagna scientifica in alto mare condotta proprio allo scopo di analizzare questi particolarissimi cristalli. I prelievi sono stati effettuati al largo delle coste dell'Oregon (USA) e hanno permesso di portare in superficie una serie di questi particolari fiocchi di neve.Secondo Erwin Suess del Research Center for Marine Geosciences (GEOMAR) di Kiel "a quelle particolari condizioni di pressione e temperatura il metano non potrebbe esistere in quelle forma". 14 aprile 2003
http://ulisse.sissa.it/site/public/ScienzaSette/s7_18apr03_5.htm

[2]  Idrati di metano: rischi di tsunami
Il pericolo non è imminente ma già 8.000 anni fa l'Europa del nord venne sconvolta da un repentino innalzamento della temperature che sciolse gli idrati di metano che si trovano lungo la scarpata della piattaforma continentale. Da un articolo in Inglese:
http://www.thisisnorthscotland.co.uk/displayNode.jsp?nodeId=149483&command=displayContent&sourceNode=149251&contentPK=13348453

Gli idrati di metano, cosa sono
Di che si tratta? «Si tratta di cristalli di ghiaccio – o gas idrati – composti di gas e metano, intrappolati da milioni di anni sotto ai margini continentali a causa dell’alta pressione e delle basse temperature», spiega John Farrell, responsabile scientifico della ricerca, che vede impegnati i migliori istituti oceanografici di venti nazioni, Italia compresa: «Riteniamo che sotto gli oceani ne esistano giacimenti immensi». A sollevare euforia tra gli esperti è la possibilità del loro sfruttamento commerciale in tempi forse, brevi. «Molto dipende dal prezzo del gas naturale», si sbilancia Farrel, «se la domanda fosse alta, basterebbero quindici anni». Nel frattempo, «la prima cosa da fare è censire i punti dove noi riteniamo possano trovarsi i giacimenti maggiori, un compito che potrebbe richiedere anni».
Già, dove sono i giacimenti? «Quasi sicuramente le zone più ricche corrispondono alle cosiddette zone di subduzione, dove i margini di una zolla tettonica scendono al di sotto di un’altra», spiega l’esperto. Una circostanza, questa, in grado di guardare all’Oceano Pacifico – martoriato da vulcani e terremoti – come area privilegiata, e che spiega il grande interesse alle ricerche del Giappone, quasi del tutto privo di giacimenti di petrolio ma potenzialmente ricco di metano all’interno delle acque territoriali. Non a caso, ricercatori giapponesi hanno lanciato la prima idea pompare acqua calda in modo da disaggregare le molecole di acqua e gas e formare pozze di metano “pronto da estrarre”.

Ghiaccio esplosivo
Sembrerebbe facile, ma non lo è. Gli stessi esperti americani non nascondono gli ostacoli ancora da scavalcare. Il rischio è che l’affare si trasformi in un boomerang per il clima terrestre: «Improvvisi rilasci di gas metano, che incombusto è un potente gas serra, potrebbe accelerare il riscaldamento globale», ammette Farrell, «con conseguenze disastrose sul clima e sugli oceani». Ugualmente inquietante è la possibilità di esplosioni accidentali. «Basta un leggero rialzo della temperatura dell’acqua di qualche grado», spiega Farrell, «perché le molecole di gas, altamente instabili, esplodano provocando voragini sul fondo oceanico. Se questo accadesse in prossimità di oleodotti li farebbe saltare in aria, provocando colossali sversamenti in mare».
Deflagrazioni accidentali del “ghiaccio esplosivo”, come è stato subito battezzato dai ricercatori, si sarebbero già verificati in passato. A testimoniarlo sarebbero soprattutto le analisi sul plankton, alcune anomalie di crescita del quale sembrano essere giustificate – secondo gli esperti – solo con il rilascio di gas metano in mare. In alcuni casi, queste esplosioni hanno avuto effetti davvero catastrofici: «Verissimo», conferma Farrell, «scoppi accidentali di depositi di gas idrati potrebbero essere all’origine di alcuni cambiamenti climatici degli ultimi 50mila anni, e di frane e cataclismi sottomarini. Per esempio, la gigantesca onda tsunami che ha investito il Nord Europa 8000 anni fa».
Rischi non trascurabili, insomma, ma che non sembrano spegnere l’entusiasmo dei ricercatori. Dopo il successo dell’ultima spedizione nell’Atlantico, è stata già annunciata una nuova partenza: colonna portante delle ricerche, ancora una volta, la nave Joideas Resolution, il più sofisticato laboratorio scientifico navigante del mondo, in grado di compiere trivellazioni fino a 8200 metri di profondità, estrarre campioni di roccia e portarli intatti in superficie. Stavolta farà rotta nel Pacifico settentrionale, proprio di fronte alla coste dell’Oregon. Qui, trivellazioni sperimentali hanno evidenziato un giacimento di cristalli di gas ancora più ricco di quello dell’Atlantico. Il prezzo del petrolio continua a crescere, e la ricerca continua.
http://italy.indymedia.org/news/2005/10/910556.php  (teoria di storegga)

oppure no ...?

L'origine del riscaldamento climatico (di 40.000 anni fa)
Uno studio individua nelle zone umide l'origine del fenomeno, in contrasto con la teoria secondo cui una grande quantità di metano fu liberata dai clatrati presenti nell'oceano


Forse è attinente oppure no, ma dategli un'occhiata 

19.04.2006
Il ciclo del carbonio tra Giurassico e Cretaceo
Secondo le ipotesi, fu sconvolto da un improvviso rilascio di CO2 o di metano dal fondo dell'oceano
Un'improvvisa emissione di carbonio su larga scala, dovuta al rilascio di riserve di anidride carbonica immagazzinata sul fondo dell’Oceano: fu questa probabilmente la causa di un notevole incremento relativo del carbonio 12 rispetto al carbonio 13 scoperto nei sedimenti vecchi di centinaia di milioni di anni da Yvonne van Breugel dell’Università di Utrecht.
Si tratta, a ben guardare, di un processo simile a quello in atto tutt’ora. Si sta assistendo attualmente all’incremento della concentrazione di biossido di carbonio in atmosfera in conseguenza della massiccia utilizzazione di combustibili fossili, che apparentemente ha portato con sé un incremento relativo dell’isotopo del carbonio con 12 neutroni. Come conseguenza, il rapporto degli isotopi stabili C13/C12 ha mostrato una diminuzione dello 0,1 per cento. Tenuto conto di ciò, non è chiaro quale fenomeno naturale abbia potuto innescare tra i periodi Giurassico e Cretaceo, tra 180 e 120 milioni di anni fa, un processo simile, quattro volte più intenso. Nei fossili di alghe marine e piante terrestri datate a quel periodo, infatti, la van Breugel ha trovato un decremento di tale rapporto pari allo 0,4 per cento. Secondo la ricercatrice, ciò indicherebbe variazioni del ciclo del carbonio su larga scala, e su una scala temporale di alcune decine di migliaia di anni, dovute a un improvviso rilascio in atmosfera di C12, legato in molecole di anidride carbonica o metano, probabilmente proveniente dai gas idrati immagazzinati sul fondo dell’oceano entrati in contatto con magma.
© 1999 - 2006 Le Scienze S.p.A.

 

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