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2006, Si alza il mare, così scompare un'isola

Modelli
Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 01-22-2008 at 3:28 PM
Modelli e previsioni future >> Modelli

Da la Repubblica del 28/12/2006
È la prima terra abitata cancellata dal cambio di clima: 10mila evacuati
ANTONIO CIANCIULLO
ROMA — II cambiamento climatico ha cominciato a mutare le carte geografiche partendo da uno dei luoghi più popolati del pianeta. Là dove il Gange e il Brahmaputra si gettano nella Baia del Bengala è sparita Lohachara, diecimila persone evacuate, la prima isola abitata risucchiata nel gorgo del mare in crescita, la prima terra pagata come «danno collaterale» prodotto dal bombardamento di carbonio in cielo.
La notizia rimbalza dal sito del giornale inglese The lndependent e segue il calvario degli isolotti già conquistati per giorni o settimane dall'oceano che si alza rabbioso: non una risalita lineare, ma ondate violente che cadono come un colpo di frusta sugli atolli dell'oceano Indiano e del Pacifico sconvolgendo i villaggi, i campi, le riserve di acqua dolce. Un'invasione che mette alla prova la sopravvivenza fisica e psicologica degli abitanti. Quanto è possibile sopportare? Quando è ora di arrendersi? Nelle isole Tuvalu l'esasperazione ha portato 12mila abitanti a un passo dalla fuga, dall'esilio volontario: hanno già chiesto asilo ambientale alla Nuova Zelanda e presto se ne andranno perché sanno di non poter più fermare il mare.
Negli arcipelaghi più ricchi, jassu come le Hawaii, si  difendono ancora divorando le isole meno redditizie a favore di quelle con più sdraio e ombrelloni. Spostano la sabbia da un punto all'altro per costruire i sea walls, muri che, anno dopo anno, si rivelano sempre più fragili e precari: un breve rinvio della crisi più che una soluzione.
L'oceano Indiano, con la sua temperatura particolarmente alta, fa da apripista alla risalita degli oceani guadagnando in alcune zone anche il doppio della media globale che ormai viaggia sopra i 3 millimetri di crescita annuale. Solo nel Golfo del Bengala, assieme alle 400 tigri che stanno per passare dall'estinzione potenziale all'estinzione di fatto, sono a rischio immediato una dozzina di isole abitate da 70 mila persone. E' l'avanguardia dell'esercito dei profughi ambientali che sta per mettersi in campo. Nel raggio di cento chilometri dalla costa vivono oggi un miliardo e 200 milioni di persone, che nel 2080 raddoppieranno o triplicheranno. Secondo i calcoli di Robert Nicholls, uno dei ricercatori che da più tempo lavorano sulle previsioni climatiche, nello scenario peggiore, equivalente alla crescita di un metro del livello del mare per il 2080, decine di milioni di persone dovranno lasciare le loro case: più di 50 milioni nell'area dell'oceano Indiano, tra i 10 e i 50 milioni nella zona del Pacifico e di una parte dell'Atlantico, quasi 10 milioni di Africa e nel Mediterraneo.
Questo scenario comporta anche forti perdite di territorio in tutti i continenti. Il 46 per cento delle zone umide costiere verrebbe invaso dal mare: perdite particolarmente gravi si avrebbero sulla costa orientale degli Stati Uniti, nel golfo del Messico, nel Mar Baltico, nel Mar Nero e nel Mediterraneo.
I primi ad essere colpiti sarebbero quelli che portano le responsabilità minori del disastro ambientali prodotto principalmente dall'uso dei combustibili fossili. Un abitante delle piccole isole usa una minima frazione dell'energia utilizzata da uno statunitense, che è in cima alla piramide dei consumi, ma per molti arcipelaghi il destino appare segnato: dalle Tuvalu alle Maldive, dalle Kiribati alle Marshall, dalle Tonga alle Cook sembra scattato il conto alla rovescia. Tanto che gli abitanti di queste terre precarie, un pelo sopra il livello del mare, si sono consorziati in un cartello, l'Aosis (Alliance of Small Island States) che raggruppa 40 paesi. Per loro la battaglia del clima è una questione di sopravvivenza fisica.
Secondo le stime in questa partì del mondo il mare si alzerà di 1,4 metri entro il 2100.



16.12.2006
Il mare si innalzerà di 140 centimetri entro il 2100
Molte aree costiere verrebbero sommerse
140 centimetri entro il 2100: questa è la stima dell’innalzamento massimo del livello dei mari secondo uno studio eseguito da Stefan Rahmstorf, del Centro di ricerche sul clima di Postdam, in Germania, pubblicato sull’ultimo numero di Science.
I dati esposti da Rahmstorf – che, per essere più precisi, indica un innalzamento compreso fra i 50 e i 140 centimetri – sono sensibilmente più alti di quelli indicati da precedenti ricerche – come quella dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) che, basata sulle previsioni di modelli climatologici sviluppati al computer, indica valori variabili fra i 9 e gli 88 centimetri. La differenza sarebbe legata, secondo l’autore, al fatto che “i modelli attuali sottostimano l’aumento del livello del mare già avvenuto”. Rahmstorf ha invece ottenuto i suoi valori basandosi proprio sull’osservazione delle temperature atmosferiche e dei cambiamenti nel livello marino avvenuti nel passato, e i dati da lui raccolti indicano che dal 1900 a oggi si sarebbe verificato un innalzamento di ben 20 centimetri. Se il livello del mare aumentasse di un metro, molte isole del Pacifico scomparirebbero, vaste aree del Bangladesh e della Florida sarebbero sommerse e anche città costiere come New York e Buenos Aires (per non parlare di Venezia) dovrebbero comunque correre ai ripari. Rahmstorf osserva che 20.000 anni fa, quando durante l’epoca glaciale le temperature medie erano di 4-7°C più basse di quelle odierne, il mare si trovava circa 120 metri al di sotto del livello attuale, mentre nel Pliocene, con temperature di 2-3 gradi più elevate, il mare era dai 25 ai 35 metri più alto di oggi. Da ciò si ricava, secondo il ricercatore, una variazione del livello marino medio di 10-30 metri per grado Celsius. "La mia conclusione principale – sottolinea Rahmstorf – non è che le mie previsioni siano migliori delle altre, ma semplicemente che il margine di incertezza è molto superiore di quanto si ritenga, considerata la differenza di risultati ottenuti con metodi tutti ragionevoli. La possibilità di un innalzamento più rapido del livello del mare andrebbe preso in considerazione pianificando azioni di difesa delle coste adeguate.”
Tanto più che “ci sono aspetti della fisica di questi processi che ancora non siamo in grado di comprendere”, come per esempio l’influsso delle correnti sul differente livello di innalzamento fra i due emisferi: se rallentate la Corrente del Nord Atlantico – esemplifica Rahmstorf, otterrete un maggiore aumento in quell’Oceano.”
© 1999 - 2006 Le Scienze S.p.A.


Entro il 2050 le inondazioni nella Grande Mela aumenteranno di 4 volte
Pericolo acqua alta a New York   
Gli eventi atmosferici che fino a pochi anni fa si realizzavano una volta ogni cento anni torneranno ogni vent'anni
NEW YORK (Stati Uniti) – Il surriscaldamento della Terra fa espandere la massa oceanica e regala maggior vigore agli uragani. In futuro, secondo le ipotesi di alcuni scienziati, gli uragani potranno formarsi sempre più a nord, arrivando a toccare New York. La Grande Mela andrà incontro a vere e proprie inondazioni poiché il livello del mare crescerà a ritmo galoppante e ogni 4 anni circa si verificheranno alluvioni apocalittiche. Unica soluzione è rappresentata dalla ritirata della vita umana dalle zone pianeggianti, poiché qualsiasi soluzione tecnica di controllo della acque è di impossibile realizzazione in una città così affollata e vecchia in termini di infrastrutture . Questo è il verdetto del Goddard Institute for Space Studies (Giss), che ha studiato le correlazioni tra riscaldamento globale ed eventi atmosferici.
C'ERA UNA VOLTA – Un tempo certi fenomeni naturali si verificavano circa ogni 100 anni, ora ogni venti. Colpa dell'uomo, e madre Natura si ribella. Il panorama delineato dagli esperti del Giss è catastrofico e riguarda anche stati ecologicamente corretti, come la California. Non esiste una muraglia forte abbastanza da respingere l'invasione delle acque e il livello dell'oceano continuerà a salire inesorabilmente. Del resto già prima di Katrina il Dipartimento di protezione ambientale di New York aveva istituito una task force proprio per monitorare gli effetti del cambiamento climatico sull'ambiente nel lungo periodo. Secondo Klaus Jacob, autore di numerosi scritti sulla vulnerabilità di New York, la Grande Mela è in pericolo, poiché la maggior parte della città è appena a 290 metri sopra il livello del mare e dunque sarebbe sufficiente un uragano di terza categoria per causare un'inondazione.
Emanuela Di Pasqua, 09 novembre 2006 dal sito del Corriere della Sera

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