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05.12.2006
Entro pochi decenni uno tsunami generato da un altro grande terremoto subacqueo potrebbe abbattersi sulle popolose coste di Sumatra: è questa la conclusione a cui è arrivato un gruppo di geologi dell’Università della Southern California e del California Institute of Technology (Caltech) dopo aver elaborato un modello dei processi che hanno portato allo tsunami del 26 dicembre 2004 integrandolo con i dati relativi a campionamenti della situazione geologica della zona e, in particolare, alle tracce lasciate sui fondali da precedenti eventi di questo tipo. Come riferiscono sul numero odierno dei Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) la faglia che ha causato l’ultimo terremoto, si estende molto più a sud, fino in prossimità delle coste di Sumatra. Alla sua rottura all’altezza delle isole Mentawai vanno imputati i due terremoti e tsunami che si verificarono nel 1797 e nel 1833, e che sembrano seguire un ciclo di circa 230 anni. Se l’evento si ripetesse, l’esperienza insegna che sarebbero particolarmente a rischio le città di Bengkalu e di Padang: "La popolazione di Bengkalu nel 1797 e nel 1833 era di poche migliaia di persone – ha osservato Kerry Sieh, uno degli autori della ricerca – ma ora conta circa 80.000 abitanti, e buona parte di essi vive a pochi metri dal mare. Noi speriamo che questi risultati preliminari servano da stimolo per attività di protezione civile e per cambiamenti nelle infrastrutture di città e villaggi posti sulle coste di Sumatra”. Interventi che dovrebbero avere carattere di urgenza dato che, secondo il modello previsionale dei geologi statunitensi, appare plausibile, pur con tutte le incertezze del caso, che l’evento possa verificarsi entro i prossimi trent’anni.
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Storia geologica degli tsunami Negli strati di terra sotto le sabbie costiere vi sono tracce di altri tre tsunami catastrofici che hanno interessato il Sud Est asiatico negli ultimi 2800 anni
"Molti nel Sud Est asiatico credono, o vorrebbero credere, che uno tsunami come quello del 2004 non si verificherà mai più, ma in realtà la zona ha una storia di tsunami rari e catastrofici", dice Kruawun Jankaew, geologo della Chulalongkorn University, in Thailandia, che ha condotto con Brian Atwater, dell'Università di Washington, uno studio sulla storia geologica degli tsunami nel Sud Est asiatico, ora pubblicata su "Nature".I ricercatori hanno trovato dati di precedenti tsunami grazie a perforazioni in 150 siti su un isola situata a 250 chilometri dalla nota località turistica di Phuket, interessata dallo tsunami del 2004 generato da un terremoto sottomarino di magnitudo 9,2 verificatosi 500 chilometri più a occidente.In venti siti i ricercatori hanno trovato strati di sabbia bianca di circa una decina di centimetri alternati da strati di scuro suolo torboso. Testimoni hanno confermato che il primo strato superiore, appena sotto la sabbia, era stato lasciato dallo tsunami del 2004.La datazione al radiocarbonio di detriti ritrovati nel secondo strato di sabbia hanno indotto gli scienziati a stimare che un forte tsunami precedente a quello del 2004 deve essersi verificato fra il 1300 e il 1450 d.C. Altre tracce indicano due ulteriori tsunami che devono essere avvenuti fra 2500 e 2800 anni fa.Singolarmente non si hanno resoconti scritti dello tsunami avvenuto fra il 1300 e il 1450, nonostante la zona sia stata visitata all'incirca in quel periodo da diverse spedizioni, come quelle dell'arabo Ibn Battuta e di alcune missioni esplorative militari della flotta cinese della dinastia Ming. "La ricerca dimostra che la geologia degli tsunami, recenti e passati, può aiutarci ad ampliare il catalogo ben al di là dei resoconti storici", ha detto Atwater.Le nuove scoperte possono essere utili anche per le regioni della regione di Cascadia, ovvia quelle che si affacciano sulla costa Pacifica nord occidentale del Nord America, dove i geologi ritengono che a intervalli di centinaia di anni si verifichino catastrofici tsunami generati dalla zona di subduzione della Cascadia. (gg)(31 ottobre 2008) © 1999 - 2008 Le Scienze S.p.A.
Sumatra in attesa del big one Il devastante terremoto di magnitudo 9,2 del 26 dicembre del 2004 ha avuto luogo in corrispondenza di una zona di subduzione
La zona di subduzione che ha causato il terremoto e lo tsunami di Sumatra-Andaman nel 2004 è a rischio di un altro grande evento, nonostante la sequenza di sismi avvenuta nell’area delle isole Mentawai nel 2007, secondo un gruppo di sismologi guidati dagli studiosi del Tectonics Observatory del California Institute of Technology (Caltech). Come molti ricordano, il devastante terremoto di magnitudo 9,2 che ha avuto come epicentro le coste occidentali di Sumatra il 26 dicembre del 2004 e che ha scatenato il devastante tsunami che ha investito tutte le coste dell’oceano indiano ha avuto luogo in corrispondenza di una zona di subduzione, dove una zolla della crosta terrestre affonda nel mantello scatenando sismi anche di notevoli intensità. Ed è proprio questa zona di subduzione che ha interessato i ricercatori del Caltech. L’attività sismica nella regione, infatti, è continuata anche successivamente. Ma è possibile ipotizzare che questi recenti terremoti siano riusciti a liberare l’energia che si era accumulata nell’arco di un secolo di stress sismici? Per rispondere a questa domanda, sono stati considerati alcuni casi recenti collegati a analoghi eventi storici. L’area a sud del sisma del 2004, è stata colpita da un sisma di magnitudo 8,6 nel 2005, ha spiegato Jean-Philippe Avouac in un articolo sulla rivista “Nature”, così come, raccontano gli annali, da un grande sisma nel 1861. Quello del 2005, ritengono i sismologi, è stata una buona occasione per rilasciare l’energia delle tensioni che si sono accumulate a partire dall’evento ottocentesco; il tempo necessario perché ciò avvenga è evidentemente dell’ordine di uno o più secoli. La stessa cosa non si può dire invece, per quanto riguarda un’area più a sud lungo la stessa zona di subduzione in prossimità dell’arcipelago Mentawai, una catena di circa 70 isole a ovest di Sumatra e dell’Indonesia. Tale area, infatti, è stata colpita da due terremoti giganti nel passato: il primo di magnitudo 8,8 nel 1797 e il secondo di magnitudo 9,0 nel 1833. Più recentemente, nel settembre del 2007, si sono verificati due sismi di magnitudo 8,4 e 7,9, rispettivamente, separati soltanto da 12 ore. I ricercatori del Caltech, insieme con Kerry Sieh, ora alla Nanyang Technological University di Singapore, hanno utilizzato per lungo tempo l’analisi degli anelli di crescita dei coralli per quantificare gli schemi di lento sollevamento e subsidenza nell’area delle isole Mentawai. Tali schemi sono il risultato delle tensioni dell’interfaccia delle due zolle, che infine verranno rilasciate nei futuri grandi sismi. Purtroppo, però, tali tensioni non sono compatibili con l’evento del 2007, almeno stando all’analisi delle registrazioni sismologiche con i sensori della rete (inSAR), le misurazioni sul campo e le quelle e che trovate grazie alle stazioni GPS denominate SuGAr (Sumatra Geodetic Array). Nell’articolo di “Nature”, gli autori infatti sottolineato come sia stato osservato solo un quarto del momento sismico - un parametro che misura le dimensioni del terremoto e rende conto di quanto una zolla scivola sull’altra - che si è accumulato negli ultimi due secoli. (fc) (05 dicembre 2008)© 1999 - 2008 Le Scienze S.p.A.
BackLo sapevate che ...:
- La più grande onda di tsunami mai osservata nel mondo fu generata da una frana sottomarina di circa 40 milioni di m3di roccia e scatenata da un terremoto: tutto ciò generò una gigantesca onda solitaria di circa 520 metri di altezza che inondò, alla velocità di 160 Km/h, le sponde della baia di Littuya Bay, in Alaska nel 1958.
- L'Etna ha causato un mega tsunami nel Mar Mediterraneo con onde alte anche (sembra) 50 metri!
- Nel 2800 a.C. sia avvenuto uno spaventoso tsunami (vedi articolo) con onde alte anche 200 metri nell'oceano Indiano!
- Più della metà (53.3 %) degli tsunami della terra si verificano nel suo maggiore oceano, il Pacifico (per questioni di estensione!);
- Gli scienziati convengono che sia la Nuova Zelanda che l’Australia orientale furono colpite da uno tsunami di proporzioni insolitamente grandi verso la metà del XV secolo;
28 luglio 2006
Vi aggiorno su un test brillantemente riuscito da parte dell'INGV in merito ad una nuova classe di sensori marini per il monitoraggio di attività sismica in mare. Presso il seguente sito potrete trovare tutte le notizie in dettaglio:
link a sito 1 o link a sito 2
Elenco dei vulcani sommersi del Mare Tirreno, (Sono tutti sottomarini e geologicamente attivi)
- Alcione
- Enarete
- Eolo
- Lamentini
- Marsili
- Palinuro
- Sisifo
- Anchise
Elenco dei vulcani sommersi del Mare Egeo: (provvisoria e in costruzione)
- Vulcano Colombo (a nord dell'Isola di Santorini);
Tutto il territorio delle Isole Eolie è di origine vulcanica. Le isole altro non erano che vulcani sottomarini emersi dalle acque circa 700.000 anni fa nel seguente ordine: Panarea, Filicudi, Alicudi, Salina, Lipari, Vulcano e per ultimo Stromboli il quale forse ha circa 40.000 anni di età. Da ricordare l'emersione di Vulcanello avvenuta nel 183 a.C., mentre le ultime colate di pomice ed ossidiana sul monte Pelato a Lipari, sono avvenute circa 1.500 anni fa.
Nelle profondità del mar Tirreno è accertata da tempo la presenza di grandi complessi vulcanici sommersi. Recenti studi effettuati dall'INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), tramite la stazione geomarina Orion Geostar 3, sul Marsili, situato a nord delle isole Eolie, hanno permesso di rilevare che il gruppo ha una base abissale con diametro di circa 50 km, si eleva per 3.260 metri (l'Etna è alto 3.323 metri) arrivando a circa 500 metri dalla superficie, e possiede numerosi apparati vulcanici satellitari con crateri simili per dimensione a quello dell'isola di Vulcano.
I fondali del Tirreno sono modellati dalla collisione tra la zolla eurasiatica e quella africana, che ha consentito la formazione di numerosi vulcani sottomarini. Il più imponente tra questi è il Marsili, che è anche il più grande vulcano europeo (65 km di lunghezza, 40 di larghezza e oltre 3.000 m di altezza). Studi sempre più approfonditi, grazie anche alle applicazioni di tecnologie sempre più sofisticate, progressivamente hanno rivelato preziosi dati sull'origine e sull'evoluzione delle bocche di fuoco coperte dai nostri mari: e, per la precisione, del nostro Mar Tirreno. Sono quattro i dormienti, cosiddetti "fratellastri" che interessano da vicino il "nostro" Vesuvio, "vulcani giganti" sommersi nel Mar Tirreno costituendone una cintura di fuoco non indifferente. Vulcani di enorme potenziale nascosti negli abissi, localizzati e battezzati dai loro scopritori. Alto 3.000 m il Marsili dista 150 km a sud del golfo di Napoli e 70 km dalle isole Eolie. Si sviluppa da 3.000 a 505 m di profondità. Lungo 65 km e largo 40, ha due milioni di anni, le sue fumarole furono riprese nel 1990 da un video-robot di ricercatori americani. Poi c'è il Magnaghi: uno dei più grossi vulcani del sistema sottomarino. Tre milioni di anni di età. Localizzato a 220 km sud-est di Napoli, misura in profondità fra 1.465 e 3.000 m di cui soltanto la parte superiore è di circa 2.300 m, ha le caratteristiche di un edificio vulcanico. Dallo studioso sovietico Valilov che ne scoprì l'esistenza, prende parte anch'esso alla famosa mappatura del Tirreno. Il Vulcano Valilov ha come datazione 6-7 milioni di anni. Localizzato a 160 km sud-est del golfo di Napoli, ha una profondità compresa tra i 3.000 e 733 metri. Ultimo, ma non meno pericoloso è il Palinuro, altro vulcano sommerso della cintura Tirrenica. Dista circa a 150 km dal golfo partenopeo e a 83 dalla costa calabra di Diamante, in direzione nord-est rispetto al Marsili. L'origine risale a meno di due milioni di anni fa.
I fenomeni vulcanici sul Monte Marsili sono tuttora attivi e sui fianchi si stanno sviluppando numerosi apparati vulcanici satelliti, molti dei quali hanno dimensioni comparabili con il cratere dell'Isola di Vulcano, nell'arcipelago delle Eolie. Sono state inoltre identificate le tracce di enormi collassi di materiale dai fianchi di alcuni dei vulcani sottomarini.
L'attività vulcanica recente risulta anche dalla circolazione di fluidi ad alta temperatura all'interno della crosta. Aree in cui questi fluidi vengono emessi sono state identificate nei vulcani sottomarini e nella porzione sommersa dell'edificio vulcanico di Panarea. In queste zone, depositi di solfuri di piombo, rame e zinco, ossidi ed idrossidi di ferro e manganese si formano sul fondo marino, originando giacimenti che, in un futuro prossimo, potrebbero essere attivamente sfruttati. Studio effettuato dal Prof. Franco Ortolani Ordinario di Geologia Università di Napoli Federico II e con i colleghi Silvana Pagliuca del CNR e Leonello Serva dell'APAT Lo studio, avviato dopo il maremoto del 30 dicembre 2002 che interessò Stromboli, le isole vicine e la costa compresa tra Milazzo (Sicilia) e Marina di Camerota (Campania), ha evidenziato che negli ultimi 1000 anni vi sono stati 71 movimenti anomali del mare che hanno interessato le coste italiane. Gli eventi si sono verificati con una media di uno ogni 12,5 anni; 18 sono avvenuti durante il periodo balneare. Le aree interessate sono le seguenti:
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Liguria (14 eventi);
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Stretto di Messina- Sicilia Orientale-Calabria meridionale tirrenica- Isole Eolie (23 eventi);
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Adriatico (10 eventi);
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Golfo di Napoli (10 eventi);
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Toscana (3 eventi);
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Sicilia settentrionale (2 eventi);
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Sicilia meridionale (2 eventi);
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Calabria settentrionale ionica (1 evento);
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Lazio (1 evento).
La massima altezza che l'acqua marina ha raggiunto invadendo l'area emersa (Runup) è stata valutata tra 6 e 15 m. Il maggior numero di eventi è stato provocato da grandi e rapide frane sottomarine innescate prevalentemente da terremoti avvenuti anche in aree distanti dalla costa. Lo studio ha evidenziato che il maremoto del 1908 non fu provocato direttamente dal sisma, come finora si è ritenuto, ma da una grande frana sottomarina, verificatasi nello Stretto di Messina a sud di Reggio Calabria, che fu innescata dallo scuotimento sismico. La ricerca espletata nelle aree più colpite dal maremoto ha messo in luce che se si ripetesse oggi un evento simile durante il periodo balneare si registrerebbero scene drammatiche e luttuose.
Si ha notizia di:
- 23 eventi nel 1800
- 16 eventi nel 1700
- 11 eventi nel 1600
- 3 eventi nel 1500
- 1 evento nel 1300
- 2 eventi nel 1100
Effetti degli tsunami
I danni principali che gli tsunami sono capaci di arrecare sono connessi alla natura distruttiva delle onde. Effetti secondari sono rappresentati dai detriti scagliati come proiettili dall’onda, dall’erosione rapida che può compromettere le fondamenta delle costruzioni, dagli incendi che possono essere conseguenza della distruzione delle linee elettriche e delle condutture del gas. Gli effetti terziari riguardano la possibilità di compromettere la fertilità dei terreni e la potabilità delle falde acquifere. Scala di Ambraseys-Sieberg di intensita' degli tsunami
- I - molto debole
Onda percettibile solo dai mareografi.
- II - debole
Onda avvertita da persone che vivono vicino alla spiaggia e hanno familiarita’ col mare. Osservata solo su spiagge molto piatte.
- III - abbastanza forte
Onda avvertita da tutti. Inondazione di coste a dolce pendenza. Piccole imbarcazioni spinte sulla spiaggia. Modesti danni alle strutture leggere vicino alla costa. Negli estuari inversione dlla corrente dei fiumi.
- IV – forte
Inondazione delle spiagge fino a una altezza definita caso per caso. Leggera erosione dei terreni non consolidati. Danni alle strutture leggere prossime alla riva. Piccoli danni alle strutture in muratura sulla costa. Insabbiamento di imbarcazioni o loro trascinamento al largo. Detriti galleggianti lungo le coste.
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V - molto forte
Inondazione delle spiagge fino a una altezza definita nelle diverse zone. Danni significativi alle strutture in muratura lungo la spiaggia. Distruzione delle strutture leggere. Forte erosione. Oggetti galleggianti e animali marini sparsi sulla riva e lungo la costa. Tutti i tipi di imbarcazione, a parte le grandi navi, sono scaraventate a terra o trascinate in mare aperto. Alte ondate sugli estuari dei fiumi. Danni alle costruzioni portuali. Persone affogate. Onda accompagnata da un forte rombo.
- VI - disastroso
Totale o parziale distruzione di tutte le costruzioni fino a una determinata distanza dalla spiaggia. Inondazione della costa fino a una notevole altezza. Danni forti anche alle grandi navi. Alberi sradicati e troncati. Molte vittime.
Poi ci sono le ONDE ANOMALE. Si tratta (nonostante siano spesso confuse con quelle descritte sopra) di onde solitarie di spaventosa altezza situate/ubicate in mare aperto (e questa è una prima grossa differenza dagli TSUNAMI).
Per farVi un'idea leggetevi questo articolo:
MILANO - Un muro d'acqua alto otto piani appare improvvisamente a poppa della superpetroliera Esso Languedoc, impegnata a condurre una difficile navigazione al largo delle coste sudafricane, disturbata da marosi alti tra i 5 e i 10 metri. Il gigante marino raggiunge l'imbarcazione e si abbatte sul ponte, ma date le dimensioni del mezzo causa solo danni minori. Un ufficiale di bordo, Philippe Lijour, ha la prontezza di spirito di fare una foto. Siamo nel 1980, e questa sarà una delle poche testimonianze verificabili dell'esistenza delle cosiddette onde anomale, formazioni rare e improvvise che di bocca in bocca sono entrate nella leggenda di chi va per mare. Ma ora è la scienza a dare corpo a questi incubi. I satelliti dell'Ente spaziale europeo, all'interno di un progetto di ricerca battezzato MaxWave, hanno realizzato delle foto meno suggestive, ma indiscutibili, di masse d'acqua gigantesche che attraversano i nostri oceani. STATISTICA - Fino ad oggi gli scienziati avevano sviluppato teorie che escludevano, o consideravano statisticamente più che rare (una ogni centinaio d'anni) le onde anomale. Eppure le evidenze non mancavano: a parte la foto di Lijour, c'è una misurazione laser fatta in una base petrolifera nel Mare del nord, colpita da un maroso di 26 metri, e altri episodi in mare aperto: nel febbraio 1995 la Queen Elizabeth II incontra un gigante da 29 metri nel nord Atlantico; nel febbraio 2001 la nave passeggeri Bremen è colpita da un'onda di 30 metri; nel marzo 2001 la Caledonian Star finisce sotto un'onda anomala. In tutti questi casi i danni sono stati minimi e la paura tanta, ma - scrive l'Esa nel suo sito - si contano in varie decine le storie di navi anche di grandi dimensioni scomparse in mare dopo l'incontro con onde gigantesche e devastanti. LO STUDIO - Per confermare queste evidenze, spesso attribuite alla fantasia dei marinai e alla loro voglia di raccontare leggende, l'ESA ha messo al lavoro due satelliti impegnati ad analizzare la terra, l'ERS-1 e l'ERS-2, puntando i loro radar sulle acque invece che, come consuetudine, sulle terre emerse. Gli occhi elettronici hanno prodotto 30mila immagini durante tre settimane. Risultato: dalla scansione appaiono chiaramente 10 giganti, ognuno alto più di 25 metri. «Sono più di quanto ci si potesse aspettare» ha dichiarato Wolfgang Rosenthal, scienziato dell'istituto tedesco GKSS Research Centre di Geesthacht, che ha analizzato i dati forniti dai satelliti. «Il passo dopo sarà quello di utilizzare i dati per prevedere il fenomeno». Per farlo la ricerca deve procedere utilizzando l'intera base informativa, ancora in possesso dell'Esa http://www.esa.int/esaCP/SEMJ2FM26WD_Switzerland_it_2.html
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