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2007: Capodanno con sorpresa nel "cratere dei diamanti"

Scoperte Geologiche (brevi)
Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 02-20-2008 at 2:47 PM
Articoli Geologici >> Scoperte Geologiche (brevi)

E' l'unico luogo al mondo in cui si può cercare senza licenza
di LUIGI BIGNAMI
E' TERMINATO bene l'anno appena trascorso per un appassionato cercatore di diamanti che ha trascorso il 30 di dicembre all'interno del Crater of Diamonds. Qui ha trovato un diamante bianco da 2,37 carati (un carato equivale a 200 milligrammi).
Il Crater of Diamonds, si trova vicino a Murfreesboro, in Arkansas (Usa) ed è l'unico cratere al mondo al cui interno chiunque può cercare qualche diamante senza doversi dotare di particolari licenze. Gary Dunlap, che aveva trascorso circa una dozzina di giornate all'interno del cratere senza mai aver avuto fortuna, ha trovato il "diamante della sua vita", come egli lo ha definito, quasi al termine della giornata di scavi e lo ha chiamato "Star of Thelma", dedicandolo a sua moglie. Nel 2006 sono venuti alla luce 486 diamanti, tra i quali alcuni di notevole valore, come quello scoperto in marzo, di colore giallo e che possedeva 4,21 carati o come quello venuto alla luce in settembre, che possedeva ben 6,35 carati. Il record tuttavia, tra i 25.000 diamanti finora scoperti da quando è possibile cercare pietre preziose ai visitatori, spetta al diamante noto come "Amarillo Starlight" che lo scoprì un visitatore del parco del 1975 e che possedeva ben 16,37 carati.
Il cratere, che oggi non appare più tale, ma è ridotto ad una vera miniera a cielo aperto, ha una superficie di 142.000 metri quadrati e si trova al di sopra di un cono vulcanico ormai spento da 95 milioni di anni ed oggi è completamente eroso. Le sue particolari eruzioni portarono in superficie i diamanti che solitamente si formano a decine di chilometri di profondità, nel "mantello superiore" della Terra. All'interno dell'area si possono trovare, oltre i diamanti, anche ametiste, agate e una quarantina di altre pietre ritenute più o meno preziose. Il primo diamante venne scoperto nel 1906 da John Huddlestone che era il proprietario dell'area. Presto attorno a quel posto si scatenò una vera e propria ricerca al diamante, in quanto la gente pensò di trovarsi di fronte ad una immensa area di pietre preziose, come se ne trovano in Sud Africa o in Russia. Ma poiché ci si rese conto che l'area interessata dalle pietre preziose era molto limitata, nel 1972 lo Stato dell'Arkhansas lo comperò e lo trasformò in un'attrazione turistica. I visitatori non devono necessariamente portarsi i materiali per la ricerca da casa, perché il kit necessario viene offerto dal Parco al costo di 6 dollari per una giornata. Si può utilizzare qualunque tecnica che si vuole per setacciare il terreno, c'è chi preferisce dilavarlo, altri preferiscono setacciarlo, tuttavia i mezzi non devono possedere motori o batterie di alcun genere. In altre parole si deve scavare con la sola forza delle braccia. Da quando si cercano pietre preziose nell'area, il più grande diamante venuto alla luce è "Uncle Sam", che venne scoperto nel 1924 da Wilsson Bassum, quando ancora il cratere non era un parco nazionale. Si trattava di un diamante bianco che pesava 40,23 carati. Dopo la lavorazione si riuscì ad ottenere una pietra da 12,42 carati che nel 1971 venne venduta per 150,000 dollari.
(2 gennaio 2007) dal sito di Repubblica online



CORRIERE DELLA SERA, MARTEDÌ 24 GENNAIO 2006
Diamanti come tartufi
Cercare diamanti, nascosti nelle vene di roccia, come fossero tartufi, seguendo la traccia del profumo proveniente dal sottosuolo, è la tecnica suggerita da geologi dell'Università Lomonosov di Mosca. In collaborazione con una società privata di Àrkhangelsk, hanno analizzato le rocce diamantifere, disseminate lungo la costa dell'Artico, da Àrkhangelsk alla Yakutzia, paragonandole alle rocce delle pianure russe, dove non è mai stato trovato un diamante. Hanno trovato che la presenza in massa, nel sottosuolo, di rocce diamantifere, come la kimberlite, anche nascoste sotto un profondo strato di sedimenti, viene rivelata dalla composizione dei gas assorbiti negli strati superiori. Un eccesso di carboidrati, che traspirano in superficie, «tradisce» la vena diamantifera nascosta in profondità.
Lanfranco Bellori



Pista di ghiaccio per la miniera di diamanti:
Aperta nell'Artico canadese da febbraio ad aprile sui laghi ghiacciati

Ma quest'anno, a causa del caldo, per ora il ghiaccio è meno spesso e potranno passare solo camion più piccoli
TORONTO - I diamanti del Canada viaggiano sul ghiaccio. Da Yellowknife alla miniera d'oro di Lupin, passando dalle miniere di diamanti di Diavik ed Ekati per un totale di 568 chilometri, con l'85% del percorso che si svolge sulla superficie di laghi ghiacciati. La strada deve essere rifatta ogni anno e può essere aperta solo quando il gelo riesce a formare uno strato di ghiaccio sufficiente a sostenere il peso dei Tir, che impiegano dalle 15 alle 19 ore per percorre il tragitto. Quest'anno è stata aperta il 28 gennaio, ma a causa del caldo di questo inverno anomalo, lo strato di ghiaccio dei laghi è spesso «solo» 68 centimetri al posto dei 107 cm che sarebbero necessari per far transitare i carichi maggiori.
SI ASPETTA IL FREDDO - Per questo motivo i camion possono transitare solo uno ogni due ore, mentre a ghiaccio pienamente formato ne può transitare uno ogni venti minuti. Nel 2006 transitarono 6.906 carichi, solo il 75% dei camion previsti tra il 4 febbraio e il 26 marzo quando una primavera inaspettata sciolse in anticipo il ghiaccio. Quest'anno però i gestori della pista sono ottimisti, e sperano che tra poco arrivi il grande freddo ad aumentare lo strato ghiacciato, tenuto conto che la temperatura media di gennaio è -31 °C.
AUTOSTRADA NEL GHIACCIO - La pista è larga ben 50 metri, più di un'autostrada a quattro corsie. Gli addetti iniziano a controllare il livello ghiacciato già in dicembre. All'inizio di gennaio sono pronti a prepare la pista, ma quest'anno, grazie a un modifica che è stata apportata alle macchine, sono riusciti a operare sulle superfici ghiacciate dei laghi anche prima del 1° gennaio con uno strato più sottile che una volta non avrebbe consentito il lavoro.
DIAMANTI - I giacimenti di diamanti di Diavik, nei Territori di Nord-Ovest, sono tra i più ricchi al mondo. Il tenore arriva fino a 4,6 carati per tonnellata di materiale, in media 3,2 carati/t. L'estrazione è iniziata nel gennaio 2003 e il periodo di vita della miniera è previsto tra 16 e 22 anni. I geologi stimano che nei giacimenti siano contenuti 95,6 milioni di carati di diamanti grezzi, pari a più di 191 quintali di pietre preziose. I diamanti si trovano nei camini kimberlitici, depositi vulcanici verticali a forma di carota formatisi 55 milioni di anni fa che attraversano rocce di 2,7 miliardi di anni, tra le più vecchie al mondo conosciute. Nella concessione mineraria sono stati trovati 67 camini kimberlitici, ne sono sfruttati quattro.
Paolo Virtuani, 31 gennaio 2007, link articolo



Reportage Liberia: Tra i cercatori di diamanti dove la povertà è per sempre
LOFA BRIDGE (Liberia) — Forse, agli inizi del secolo scorso, era come il Klondike ai tempi della febbre dell’oro: ma adesso, quando ci arrivi superando a piedi un grande ponte di legno, ciò che vedi è soltanto un grosso, sonnolento villaggio di case basse, animate appena da un coro di voci di donne che cicaleggiano attorno alle bancarelle quand’è giorno di mercato. Eppure qui intorno si estraevano, e tuttora si estraggono, i diamanti: e il luogo, meno di 200 chilometri a nord-est di Monrovia, continua ad essere meta di pellegrinaggio da parte di esperti, avventurieri, commercianti e businessmen particolarmente interessati al traffico della dura, preziosissima pietra.
Insieme al legno (pregiato) delle foreste, i diamanti costituiscono la maggior risorsa della Liberia ma solo una minima parte dei proventi ricavati dall’esportazione delle pietre e degli alberi (un vertiginoso giro d’affari) pare sia finita nelle esauste casse della Banca Centrale di Monrovia, da sempre alle prese con lo stato comatoso dell’economia nazionale. Il grosso di quella inesauribile, scintillante ricchezza è confluita per anni nei forzieri del presidente liberiano CharlesTaylor, che se ne è servito per comprare armi e foraggiare il terrorismo in Africa e in altri continenti, consolidando al tempo stesso il suo massiccio conto in banca.
Avido e con alle spalle un passato cruento di signore della guerra, Taylor, salito al potere nel ’97, aveva instaurato un sistema dittatoriale ancor più duro e inflessibile di quello dei suoi predecessori assicurandosi, con lo Strategic Commodity Act promulgato due anni dopo, la facoltà di gestire «personalmente e direttamente» tutte le risorse dello Stato. Beni di famiglia, insomma, di cui poteva disporre liberamente senza chiedere il permesso a nessuno. Cosa che fece fino al 2003 quando, sotto la minaccia di un ordine di arresto spiccato dal Tribunale Speciale della Sierra Leone (per la sua attività di trafficante d’armi a favore dell’opposizione armata di quel Paese), si rifugiò in Nigeria, ottenendo asilo politico.
Gli occhi dei suoi detrattori e delle sue vittime (che sono legioni) sono ora tutti puntati verso l’Aja, dove i Tribunali Speciali dell’Onu e della Sierra Leone stanno processando l’ex presidente liberiano, accusato di crimini di guerra e delitti contro l’umanità. Taylor, 58 anni, è il primo capo di Stato africano a dover affrontare accuse tanto gravi, un ben triste primato. Non so quanto possa essergli di conforto il fatto d’esser stato preceduto, in questa esperienza, dall’ex presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, che però morì in prigione prima della fine del processo: e quale sia il suo stato d’animo, trovandosi nel buio di una cella probabilmente del tutto simile a quella dove il leader serbo trascorse gli ultimi giorni della propria esistenza. E quasi certamente molti sono curiosi di sapere come abbia accolto la notizia di fine anno che annunciava la morte di Saddam Hussein, il satrapo di Baghdad condannato alla pena capitale per gli stessi gravi, immondi reati.
«Questo villaggio—dice il sindaco di Lofa Bridge, Jundle James, che vive abitualmente a Monrovia e di tanto in tanto viene qui, a prendersi una boccata d’aria — si regge quasi esclusivamente sul business dei diamanti, agricoltura e pesca vengono dopo. Gli abitanti sono 3.500, in maggioranza cattolici con frange minori di luterani, evangelisti, eccetera. C’è anche una presenza marginale di musulmani che dispongono di una moschea. Nessun conflitto tra i vari gruppi religiosi. Viviamo in completa armonia».
Il signor James gode evidentemente di una certa autorità in paese e non soltanto per il suo ruolo istituzionale. È padroncino di miniere (si fa per dire) di diamanti, che ci vuol mostrare trascinandoci in riva al fiume Yamase, dove invece dei pesci guizzano le pietre scintillanti. I possedimenti, di cui va orgoglioso, sono tre o quattro buche scavate nella rena rossa della sponda, in fondo alle quali, di tanto in tanto, occhieggia un sassolino luminoso da spedire in fretta in Belgio, nelle botteghe di Anversa, per essere pulito e tagliato. Sarà la sua purezza celestiale, sottoposta alla lente degli esperti, a determinarne il prezzo.
Tre uomini stanno lavorando di pala sul fiume per costruire minuscoli sbarramenti da una riva all’altra, allo scopo— se ho capito bene—di impedire che il flusso troppo rapido e vorticoso della corrente possa trascinare a valle la preziosa «zavorra» e disperderla nell’oceano. «Mi rendo conto che qui lo spettacolo è modesto—ammette il sindaco, evidentemente deluso dal nostro... tiepido comportamento nella prima tappa dell’escursione —, ma per assistere alla scena madre bisogna risalire lo Yamase verso l’alto, verso la foce: e lì allora, sulla montagna, li vedrete a centinaia i cercatori: stanchi, affannati, allibiti, felici».
Da oltre un secolo il continente africano è il maggior bacino di diamanti del pianeta: quantità enormi, che qualcuno osa definire inesauribili, sono custodite nel sottosuolo della Liberia, dell’Angola, della Sierra Leone e del Congo-Kinshasa. Una ricchezza che, per quanto riguarda Monrovia, un sinistro personaggio come Charles Taylor ha cercato di sfruttare a proprio totale vantaggio, rapinando il Paese che, dalla notte dei tempi, l’aveva fatta crescere nelle proprie viscere. Inevitabile che attorno a un bene tanto prezioso si scatenassero nell’Africa occidentale insurrezioni e guerre civili che nel giro di 14-15 anni hanno fatto più di tre milioni e mezzo di vittime, oltre a una sterminata quantità di mutilati e relitti umani, come abbiamo visto nei sovraffollati e nauseabondi quartieri della capitale liberiana. In un rapporto di 100 pagine dal titolo For a few dollars more (Per qualche dollaro in più) l’organizzazione non governativa inglese Global Witness denuncia che i grandi movimenti terroristici si sono «infiltrati nel settore diamantifero» per finanziare le proprie imprese. Era l’aprile del 2003, ma già dall’inizio degli anni ’90 Osama Bin Laden aveva dirottato sullo scacchiere del commercio e del traffico di diamanti i suoi uomini più abili e fidati. E fu Taylor il protagonista di quella che è stata definita la «diamond connection», un’esplosiva miscela di loschi affari e delitti.
«Un diamante è per sempre», recita il celebre slogan della De Beers, la società registrata a Kimberly, in Sudafrica, che ne controlla la produzione.Main Liberia e nella Sierra Leone si parla ormai da tempo di «diamanti di conflitto» e «diamanti del sangue»: definizioni ampiamente giustificate a cominciare dalla fine degli anni ’90, quando i ribelli del Fronte Rivoluzionario Unito, agli ordini dal famigerato Foday Sankoh, assalirono la popolazione inerme di Freetown massacrandola a colpi di machete e mettendo in pratica con una serie interminabile di amputazioni il cosiddetto sistema «manica lunga» o «manica corta», determinato dal taglio delle braccia o dei polsi. Al termine della carneficina, il comandante Sankoh, pago di aver raggiunto il proprio obiettivo, commentò cinicamente: «Niente braccia, niente elettori». E il saccheggio dei giacimenti diamantiferi servì ai rivoluzionari del Fronte Unito per finanziare successive e altrettanto mostruose imprese.
L’embargo dei diamanti non ha turbato né impensierito nessuno dentro e fuori la «diamond connection»: il commercio sarebbe continuato con lo stesso ritmo; né aveva destato preoccupazione la decisione dell’Onu di bloccare le esportazioni di legno pregiato dalla Liberia. L’allora presidente Taylor ha continuato a dormire sonni tranquilli, mentre 100 milioni di dollari ricavati nel 2000 dalla vendita del legname fluivano silenziosamente nei suoi forzieri.
Mentre il Tribunale dell’Aja si occupa dei suoi misfatti, che hanno largamente contribuito a un ulteriore impoverimento del Paese, a Monrovia il governo di Ellen Johnson-Sirleaf — la prima donna capo di Stato nella storia dell’Africa—sta annaspando nel tentativo di trovare qualche immediato, anche parziale, rimedio al problema della povertà: che è il più grave e colloca la Liberia in fondo alla graduatoria delle nazioni più disastrate del Continente. Ma si tratta — e lo sa bene la signora eletta nell’ottobre del 2005 battendo con un largo vantaggio il famoso George Weah—di un impresa titanica.
L’opposizione le rimprovera che nel bilancio approvato per il 2006-2007 si sia prestata maggior attenzione a problemi marginali piuttosto che affrontare di petto quelli che riguardano la dura realtà del Paese, le condizioni aberranti dei «più poveri dei poveri» che costituiscono la grande maggioranza della popolazione. La strategia suggerita dal governo per una graduale riduzione della povertà è, secondo l’opinione dei critici del presidente, totalmente lacunosa e inefficiente. «Tutto ciò che occorre—dice Aloysious Toe, editorialista dell’autorevole Poverty Watch—è la volontà politica, sostenuta da un imperativo morale, di impedire al 70
% della popolazione di diventare mendicanti nel proprio Paese. Per decenni, migliaia di persone confinate negli slum rurali o urbani sono state ignorate dai governanti, abbandonate a se stesse. Scuole e cliniche sono inadeguate rispetto alla realizzazione di un programma che prevede il diritto all’istruzione e l’accesso a strutture igienico-sanitarie anche per gli strati più miserabili e deboli della società». La realtà quotidiana vede infatti insegnanti qualificati e personale ospedaliero abbandonare ogni giorno le istituzioni pubbliche — che pagano (quando li pagano) salari da fame—per cliniche e college privati, dove le condizioni sono notevolmente migliori. E in molti casi la responsabilità va fatta risalire direttamente alle autorità di governo. Un docente universitario, che se la passa piuttosto male e contempla da tempo la possibilità di trasferirsi negli States (California), lamenta ad esempio che una decisione presa dal governo nel 2001, che destinava alla scuola e alla cultura il 25% del bilancio nazionale, non è mai stata applicata. «A questo punto—conclude scherzando il giovane docente — prendo la barchetta e vado a trovare lo Zio Sam: facendo il cammino inverso dei miei antenati-schiavi che sbarcarono su queste sponde 200 anni fa».
Povertà, disoccupazione, analfabetismo. AloysiousToe rimprovera ad Ellen Johnson-Sirleaf di non aver mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale quando assicurava le folle che, una volta al potere, avrebbe dedicato particolare attenzione ai poveri nelle disposizioni riguardanti l’educazione e la scuola. «Ecco invece— dice l’editorialista di Poverty Watch alzando le spalle e con un’ombra d’amarezza — che si è rimasti allo status quo. Anzi, alla scuola si destina soltanto il 9% del budget nazionale. Allegria!». Anche il sindaco di Lofa Bridge nutre grande rispetto per la scuola e si rammarica davanti alle statistiche che confermano una vasta percentuale di analfabetismo nel suo Paese. E quando la conversazione scivola fatalmente, anche perché abbiamo esaurito gli argomenti, sull’ex campione del Milan ed eroe nazionale Weah, la testimonianza del signor James è curiosa e sorprendente: «Certo che conosco George — dice —, da bambini a Monrovia andavamo a scuola insieme, giocavamo a pallone...». Suppongo allora che abbia votato per lui alle elezioni presidenziali dell’ottobre 2005... «Oh no, mio Dio. Ho votato, un po’ a malincuore, per la signora Sirleaf. Perché vede, George ha un grande piede, un impareggiabile piede: ma non si può dire altrettanto del cervello. Sul seggio presidenziale, va meglio uno che ha studiato. È d’accordo?».
Non proprio, non sempre.
Ettore Mo, 03 gennaio 2007, link articolo



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Che cosa Tratta?

Questa sezione si prefigge lo scopo di raccogliere materiale pubblicato tramite diversi mezzi e fonti, al fine di fornire (in modo schematico), una serie di contributi ai vari lettori: attenzione che spesso si tratta di tracce di tipo divulgativo e, quindi, se desidera approfondire maggiormente determinati argomenti occorrerà rivolgersi alle classiche biblioteche o simili.


Un sito interessante in merito alle tematiche da impatto meteorico e relative dinamiche cinetiche: giusto per schiarirsi un poco le idee.
LINK 1

LINK 2

LINK 3


Ecco invece un sito con un'interessante raccolta di articoli in ambito paleontologico.
Un interessante sito che analizza i risultati storici (e gli effetti) dei vulcani nel tempo con tabelle ricostruite e riassuntive dei maggiori eventi:

Dove possiamo trovare i supervulcani? Queste sono le zone in cui potrebbe risvegliarsi un supervulcano (attenzione il termine supervulcano non è scientifico ma nasce impropriamente da una trasmissione/documentario fatta dal National Geographic):

  • Mount Aniakchak, Alaska, Stati Uniti
  • Aso, Kyushu, Giappone
  • Campi Flegrei, Campania, Italia
  • Kikai Caldera, Ryukyu Islands, Giappone
  • Long Valley Caldera, California, Stati Uniti
  • Monte Mazama, Oregon, Stati Uniti (ora Crater Lake)
  • Lago Taupo, North Island, Nuova Zelanda
  • Lago Toba, Sumatra, Indonesia
  • Valle Grande, New Mexico, Stati Uniti
  • Monte Warning, Nuovo Galles del Sud, Australia
  • Yellowstone Caldera, Wyoming, Stati Uniti
  • Mar Mediterraneo, Sicily, Italy

Vi segnalo questo indirizzo per fare ricerche in databases veramente enorme sugli tsunami del passato (è quello da cui ho attinto anch'io per integrare la sezione "Storia della Terra" (sulla cronologia dei grandi eventi del passato).


Le Storegga Slides (fra le più grandi frane sottomarine mai registrate) avvenute nella piattaforma continentale della Norvegia intorno al 6.100 a.C. (vedi anche la pagina la storia del pianeta).

Comunque sia si tratta di una teoria emersa con forza negli ultimi anni e studiata soprattutto dalle Università del nord Europa in quanto gli effetti ricostruiti di tale evento hanno colpito soprattutto gli stati che si affacciano sul mare del nord. In sintesi si tratterebbe di una gigantesca frana sottomarina che ha coinvolto la scarpata continentale e che, come conseguenza, generò un gigantesco tsunami (secondo alcuni ricercatori esso sarebbe stato ben più consistente di quello di Sumatra 2004).
Alcuni studiosi riconducono tali assestamento geomorfologici sottomarini agli idrati di metano e/o a cambiamenti climatici.

Un paio di considerazioni sugli Idrati di Metano:

[1]  Fondali marini agli idrati di metano 
Solo ora gli scienziati sembrano cominciare a interessarsi ai depositi di biidrati di metano ghiacciati che si trovano sul fondo dei mari.Si tratta di una particolare composizione chimica molto diffusa sui fondali marini a una profondità superiore ai trecento metri e che potrebbero rappresentare delle novità rilevanti per comprendere meglio il ciclo del carbonio sulla Terra e avere delle interessanti applicazioni commerciali. Lo studio di questi depositi, soprattutto per motivi estrattivi, è estremamente complesso. Un blocco di idrati di gas ha la consistenza del ghiaccio. Portato alla superficie, fonde e rilascia metano, uno dei gas serra. Le riserve di metano contenute in questi depositi sono enormi. Per la prima volta sono stati presentati a Nizza nel corso del meeting della European Geophysical Society, della American Geophysical Union e della European Union of Geosciences i risultati di una campagna scientifica in alto mare condotta proprio allo scopo di analizzare questi particolarissimi cristalli. I prelievi sono stati effettuati al largo delle coste dell'Oregon (USA) e hanno permesso di portare in superficie una serie di questi particolari fiocchi di neve.Secondo Erwin Suess del Research Center for Marine Geosciences (GEOMAR) di Kiel "a quelle particolari condizioni di pressione e temperatura il metano non potrebbe esistere in quelle forma". 14 aprile 2003
http://ulisse.sissa.it/site/public/ScienzaSette/s7_18apr03_5.htm

[2]  Idrati di metano: rischi di tsunami
Il pericolo non è imminente ma già 8.000 anni fa l'Europa del nord venne sconvolta da un repentino innalzamento della temperature che sciolse gli idrati di metano che si trovano lungo la scarpata della piattaforma continentale. Da un articolo in Inglese:
http://www.thisisnorthscotland.co.uk/displayNode.jsp?nodeId=149483&command=displayContent&sourceNode=149251&contentPK=13348453

Gli idrati di metano, cosa sono
Di che si tratta? «Si tratta di cristalli di ghiaccio – o gas idrati – composti di gas e metano, intrappolati da milioni di anni sotto ai margini continentali a causa dell’alta pressione e delle basse temperature», spiega John Farrell, responsabile scientifico della ricerca, che vede impegnati i migliori istituti oceanografici di venti nazioni, Italia compresa: «Riteniamo che sotto gli oceani ne esistano giacimenti immensi». A sollevare euforia tra gli esperti è la possibilità del loro sfruttamento commerciale in tempi forse, brevi. «Molto dipende dal prezzo del gas naturale», si sbilancia Farrel, «se la domanda fosse alta, basterebbero quindici anni». Nel frattempo, «la prima cosa da fare è censire i punti dove noi riteniamo possano trovarsi i giacimenti maggiori, un compito che potrebbe richiedere anni».
Già, dove sono i giacimenti? «Quasi sicuramente le zone più ricche corrispondono alle cosiddette zone di subduzione, dove i margini di una zolla tettonica scendono al di sotto di un’altra», spiega l’esperto. Una circostanza, questa, in grado di guardare all’Oceano Pacifico – martoriato da vulcani e terremoti – come area privilegiata, e che spiega il grande interesse alle ricerche del Giappone, quasi del tutto privo di giacimenti di petrolio ma potenzialmente ricco di metano all’interno delle acque territoriali. Non a caso, ricercatori giapponesi hanno lanciato la prima idea pompare acqua calda in modo da disaggregare le molecole di acqua e gas e formare pozze di metano “pronto da estrarre”.

Ghiaccio esplosivo
Sembrerebbe facile, ma non lo è. Gli stessi esperti americani non nascondono gli ostacoli ancora da scavalcare. Il rischio è che l’affare si trasformi in un boomerang per il clima terrestre: «Improvvisi rilasci di gas metano, che incombusto è un potente gas serra, potrebbe accelerare il riscaldamento globale», ammette Farrell, «con conseguenze disastrose sul clima e sugli oceani». Ugualmente inquietante è la possibilità di esplosioni accidentali. «Basta un leggero rialzo della temperatura dell’acqua di qualche grado», spiega Farrell, «perché le molecole di gas, altamente instabili, esplodano provocando voragini sul fondo oceanico. Se questo accadesse in prossimità di oleodotti li farebbe saltare in aria, provocando colossali sversamenti in mare».
Deflagrazioni accidentali del “ghiaccio esplosivo”, come è stato subito battezzato dai ricercatori, si sarebbero già verificati in passato. A testimoniarlo sarebbero soprattutto le analisi sul plankton, alcune anomalie di crescita del quale sembrano essere giustificate – secondo gli esperti – solo con il rilascio di gas metano in mare. In alcuni casi, queste esplosioni hanno avuto effetti davvero catastrofici: «Verissimo», conferma Farrell, «scoppi accidentali di depositi di gas idrati potrebbero essere all’origine di alcuni cambiamenti climatici degli ultimi 50mila anni, e di frane e cataclismi sottomarini. Per esempio, la gigantesca onda tsunami che ha investito il Nord Europa 8000 anni fa».
Rischi non trascurabili, insomma, ma che non sembrano spegnere l’entusiasmo dei ricercatori. Dopo il successo dell’ultima spedizione nell’Atlantico, è stata già annunciata una nuova partenza: colonna portante delle ricerche, ancora una volta, la nave Joideas Resolution, il più sofisticato laboratorio scientifico navigante del mondo, in grado di compiere trivellazioni fino a 8200 metri di profondità, estrarre campioni di roccia e portarli intatti in superficie. Stavolta farà rotta nel Pacifico settentrionale, proprio di fronte alla coste dell’Oregon. Qui, trivellazioni sperimentali hanno evidenziato un giacimento di cristalli di gas ancora più ricco di quello dell’Atlantico. Il prezzo del petrolio continua a crescere, e la ricerca continua.
http://italy.indymedia.org/news/2005/10/910556.php  (teoria di storegga)

oppure no ...?

L'origine del riscaldamento climatico (di 40.000 anni fa)
Uno studio individua nelle zone umide l'origine del fenomeno, in contrasto con la teoria secondo cui una grande quantità di metano fu liberata dai clatrati presenti nell'oceano


Forse è attinente oppure no, ma dategli un'occhiata 

19.04.2006
Il ciclo del carbonio tra Giurassico e Cretaceo
Secondo le ipotesi, fu sconvolto da un improvviso rilascio di CO2 o di metano dal fondo dell'oceano
Un'improvvisa emissione di carbonio su larga scala, dovuta al rilascio di riserve di anidride carbonica immagazzinata sul fondo dell’Oceano: fu questa probabilmente la causa di un notevole incremento relativo del carbonio 12 rispetto al carbonio 13 scoperto nei sedimenti vecchi di centinaia di milioni di anni da Yvonne van Breugel dell’Università di Utrecht.
Si tratta, a ben guardare, di un processo simile a quello in atto tutt’ora. Si sta assistendo attualmente all’incremento della concentrazione di biossido di carbonio in atmosfera in conseguenza della massiccia utilizzazione di combustibili fossili, che apparentemente ha portato con sé un incremento relativo dell’isotopo del carbonio con 12 neutroni. Come conseguenza, il rapporto degli isotopi stabili C13/C12 ha mostrato una diminuzione dello 0,1 per cento. Tenuto conto di ciò, non è chiaro quale fenomeno naturale abbia potuto innescare tra i periodi Giurassico e Cretaceo, tra 180 e 120 milioni di anni fa, un processo simile, quattro volte più intenso. Nei fossili di alghe marine e piante terrestri datate a quel periodo, infatti, la van Breugel ha trovato un decremento di tale rapporto pari allo 0,4 per cento. Secondo la ricercatrice, ciò indicherebbe variazioni del ciclo del carbonio su larga scala, e su una scala temporale di alcune decine di migliaia di anni, dovute a un improvviso rilascio in atmosfera di C12, legato in molecole di anidride carbonica o metano, probabilmente proveniente dai gas idrati immagazzinati sul fondo dell’oceano entrati in contatto con magma.
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