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FUTURO A RISCHIO 15 gennaio 2007 - Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2000 i cambiamenti climatici — considerando solo malaria, inondazioni, aggravamento della malnutrizione dovuta a siccità e inondazioni e dengue — hanno causato 150mila morti in più rispetto alle medie (1961-1990). Centocinquantamila morti in un anno sembrano un'enormità. Ma basta pensare che con l’innalzamento di soli 0,6° della temperatura — verificatosi il secolo scorso — si è registrata una crescita del 2% dei casi di malaria e del 2,4% di quelli di diarrea per capire che specie nei Paesi in via di sviluppo il conto già oggi salatissimo si annuncia ancor peggiore.La cifra fatta dall’Oms potrebbe però, per ammissione dei ricercatori stessi, raddoppiare al 2030. E sarà probabilmente presto rivista verso l’alto, considerando anche i decessi per malattie cardiovascolari causate dalle ondate di calore e dalle altre patologie che possono essere influenzate dal cambiamento climatico. In tal caso i morti, osservano all’Oms, potrebbero toccare i 450mila.Catastrofismo da parte del massimo organismo sanitario mondiale? Niente autorizza a crederlo. «Più l’atmosfera si riscalda — osserva Bettina Menne, dell’ufficio europeo Ambiente e salute dell’Oms — più il rischio dell’aumento di alcune patologie è certo. E il Mediterraneo, assieme, per diversi motivi, all’Artico, è una delle regioni più a rischio». Non a caso il recente studio commissionato dall’Unione europea parla di un aumento di decessi nel vecchio continente — a seconda degli scenari — fra le 36 e le 81mila unità l’anno al 2017. E solo per effetto delle ondate di calore. Come dire che avremmo ogni anno più o meno lo stesso numero di morti che abbiamo avuto nella torrida estate del 2003.Certo è che i cambiamenti climatici chiederanno un pesante pedaggio, soprattutto agli anziani e a chi è affetto da patologie gravi. Sono loro i soggetti a maggiore rischio in caso di ondate di calore ed è a loro che verranno destinate nei prossimi anni le campagne informative — già iniziate nel nostro Paese grazie anche all’attivismo di alcune amministrazioni comunali — che possano insegnare a fare i conti con un clima più caldo. E a rispondere in maniera più appropriata.«In estate, per un aumento di un grado della temperatura — osserva ancora Bettina Menne — parliamo di un rischio relativo maggiore che oscilla tra l’1,7 e il 3,2% della mortalità totale. Relativamente alle ondate di calore ci aspettiamo almeno un raddoppio dei morti entro il 2030». Un dato che secondo l’Oms, nello scenario peggiore, può a sua volta raddoppiare nel 2050, raggiungendo, ad esempio, in un Paese come la Gran Bretagna i 3.300 morti l'anno dagli 800 del periodo '76-'96. «Per quanto riguarda le infezioni da salmonella — prosegue la Menne — stimiamo un aumento del 5-10% a ogni grado di aumento della temperatura. Mentre prevediamo un aumento delle infezioni da leshmaniosi e dell’encefalite trasmessa dalle zecche. Effetti negativi si registreranno anche per quanto riguarda le malattie allergiche».Recenti studi hanno infatti dimostrato che negli ultimi trent'anni si è assistito a un anticipo della fioritura di 14 giorni. Questo significa ulteriori problemi per chi è allergico al polline, anche se non è chiaro se questo determini anche un aumento dei casi: al momento solo due studi effettuati in Inghilterra hanno mostrato un aumento delle visite mediche per patologie allergiche. Rispetto a patologie come malaria e dengue invece l'Europa dovrebbe essere relativamente a rischio. Anche se entrambe erano presenti nel bacino del Mediterraneo fino agli anni '20-'30, il rischio è relativo, soprattutto per la capacità di risposta del sistema sanitario e di controllo delle zanzare. Discorso diverso, specie per la malaria, per quanto riguarda la Turchia e alcuni Paesi dell'Europa dell’Est: Balcani, Georgia, Armenia, e forse Ucraina meridionale. Se l’Europa dovrà fare i conti con i cambiamenti climatici, certo è che a pagare il prezzo più alto saranno i Paesi in via di sviluppo. E non solo per l'effetto di cicloni tropicali e alluvioni, ma anche per l’aumento di malattie trasmissibili attraverso vettori biologici.E la malaria — malattia a cui sono esposti 2 miliardi e mezzo di persone e della quale si verificano ogni anno 500 milioni di casi, 1 milione dei quali mortale — è probabilmente la più sensibile ai cambiamenti climatici tra le malattie trasmesse da un vettore biologico. Vari studi hanno mostrato come il rischio di epidemie di malaria è più alto da 5 volte (nel subcontinente indiano) a 3 volte (in Venezuela) l'anno successivo a un evento di El Niño. E l'Oms oggi parla apertamente di un aumento di casi a ogni innalzamento della temperatura: un rapporto di causa-effetto. Anche malattie la cui trasmissione è legata all’acqua, come quelle che si verificano attraverso gli insetti, mostrano una sensibilità al mutare della temperatura o delle precipitazioni e dell'umidità. Si può citare il caso della diarrea, del colera, del tifo. Più il pianeta si riscalderà, più avranno mano libera.di Alessandro Farruggia, dal sito online del Resto del Carlino
Meno contagi, ma più vittime, per la dengue Il fenomeno apparentemente paradossale si è presentato in Thailandia di fronte ai tentativi di arginare la diffusione della zanzara che la trasmette
Possibile che quanto più il tasso di infezione della malattia si abbassi, tanto più aumentino le vittime? Questo fenomeno apparentemente paradossale si è realmente presentato in Thailandia di fronte ai tentativi di arginare la diffusione della dengue. La risposta al quesito è in un articolo pubblicato sull'ultimo numero della rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), in cui Katia Koelle Duke University della e Yoshiro Nagao della Osaka University Graduate School of Medicine hanno cercato di capire perché quando i tassi di trasmissione della malattia mostravano una flessione in seguito a notevoli tentativi di tenere sotto controllo i suoi vettori, si assistesse peraltro a un aumento della forma emorragica e del numero dei decessi. Normalmente l'infezione da dengue produce uno stato febbrile che non dà luogo a estiti fatali; tuttavia in alcuni casi la malattia si sviluppa sotto forma di febbre emorragica, che ha un tasso di mortalità del 10 per cento. Già si sapeva che chi è colpito da uno dei quattro ceppi esistenti del virus che la provoca non viene reinfettato da quello stesso ceppo, e che per almeno un anno è meno probabile che venga colpito dalla malattia provocata da uno degli altri ceppi. Questa immunità crociata tuttavia si indebolisce con il tempo, via via che gli anticorpi diminuiscono di numero. Di fatto, dopo questo periodo di immunità crociata, un altro ceppo del virus può approfittare del ridotto numero di anticorpi, entrare nelle cellule dell'ospite e indurre un'infezione più severa che esita più frequentemente nella forma emorragica. Il modello sviluppato da Nagao e Koelle per spiegare lo strano fenomeno dell'aumento della mortalità in presenza di un minor numero di infezioni ipotizza che nel periodo di immunità incrociata il paziente infettato da un altro ceppo subisca una sieroconversione, ossia sviluppi nuovi anticorpi contro il nuovo ceppo. Se il livelli di trasmissione sono alti, dunque, la probabilità di entrare in contatto con ceppi nuovi nell'arco dell'anno di immunità crociata è più elevato e rende di conseguenza più improbabile il successivo sviluppo delle grave forma emorragica una volta terminato quel periodo. Se invece i tassi di trasmissione sono bassi, meno persone sono in grado di sviluppare una più vasta "libreria" di anticorpi contro diversi ceppi. (gg) (05 febbraio 2008)© 1999 - 2007 Le Scienze S.p.A.
Un futuro di nuove malattie infettive Gli eventi di emergenza di nuove malattie sono e saranno più comuni nelle aree ricche di vita selvatica, la cui protezione diventa anche un problema di salute pubblica
Non è frutto dell'immaginazione o dell'amplificazione delle notizie dovute ai media. Le nuove malattie infettive - come l'Hiv, la SARS, il West Nile virus, Ebola - stanno realmente aumentando. Lo stabilisce uno studio condotto da un gruppo internazionale di scienziati facenti capo al Consortium for Conservation Medicine, all'Università della Georgia, alla Columbia University e all'Istituto di zoologia di Londra, che illustrano i loro risultati in un articolo pubblicato sull'ultimo numero di "Nature". Dall'analisi di 335 eventi di questo tipo verificatisi in tutto il mondo a partire dai primi anni quaranta del secolo scorso, i ricercatori hanno stabilito che le zoonosi - ossia le malattie che hanno origine negli animali - rappresentano oggi il più grande fattore di rischio per l'emergere di nuove patologie. La maggior parte di queste ha origine nell'ambiente naturale selvatico, come è avvenuto appunto per la SARS e per Ebola, tuttavia non va sottovalutata l'emergenza di microrganismi farmacoresistenti, come quelli che hanno dato origine alle forme di tubercolosi multi-resistenti che stanno evidenziandosi in varie parti del mondo. Il decennio che ha visto il numero massimo di nuove malattie è stato comunque quello degli anni ottanta. I ricercatori non si sono però accontentati di stilare un resoconto di quanto già avvenuto e sfruttando sofisticati modelli al computer hanno cercato di definire una mappa dei più probabili punti di emergenza di nuove malattie, nel tentativo di fornire uno strumento di previsione e di prevenzione contro questi futuri pericoli. "Il nostro studio ha mostrato che combinando i risultati delle scienze ecologiche e i dati relativi allo stato della salute pubblica è possibile fare significativi progressi in questo campo", ha affermato John Gittleman, che ha partecipato alla ricerca. "Gli eventi di emergenza di nuove malattie sono più comuni nelle aree ricche di vita selvatica, e quindi la protezione di queste regioni si può tradurre in un valore aggiunto in termini di prevenzione", ha spiegato Kate Jones. "Il problema è che la maggior parte delle nostre risorse è concentrata sulle ricche regioni del Nord, che possono permettersi sistemi di sorveglianza, ma di fatto questo è un cattivo impiego delle risorse: la priorità dovrebbe essere quella di creare una forma di sorveglianza smart nei punti più sensibili, la maggior parte dei quali si trova nei paesi in via di sviluppo", ha sottolineato Peter Dasza, uno dei coordinatori della ricerca. "Se continuiamo a ignorare queste importanti misure preventive, le popolazioni umane continueranno a essere a rischio di pandemie." (gg) (21 febbraio 2008)© 1999 - 2007 Le Scienze S.p.A.
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