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Punto Nullo Notizie brevi dal Mondo su tematiche ambientali e simili...

In questa sezione si cercherà di tenere aggiornati i flash di agenzia (giornalistica) sulle ultime notizie dal Mondo e dall'Italia. Si tratta di estratti e brevi comunicati e quindi per avere degli approfondimenti si rimanda ai siti originali delle notizie riportate.

Ovviamente, gli argomenti riportati e sottoelencati sono inerenti alla Geologia, Paleontologia, Climatologia, ambiente, animali, ecc.: insomma, temi riguardanti le tematiche di questo sito. Possono esserci anche notizie un po "strane" (intese come anomalie) e/o riguardanti altre discipline scientifiche ma con riflessi su quella Geologica.

Buone letture

 


 

2007, DEMOGRAFIA: MAGGIORANZA DEL PIANETA VIVE IN CITTA'

Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 08-02-2010 at 12:28 PM
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2007-06-21 ANSA
PARIGI  - Più del 50% della popolazione mondiale vive in città, secondo uno studio dell'Ined che mostra un'urbanizzazione in continua crescita e prevede che nel 2030 saranno sei persone su dieci a vivere in città. Se nel 1900 il tasso di urbanizzazione era del 10% e nel 1950 poco meno del 30%, si è arrivati nel 2007 a superare il 50%, secondo lo studio pubblicato oggi su "Population et sciences" che si basa su dati dell'ONU. Oggi la popolazione dei cittadini è di 3,3 miliardi e, secondo lo studio, dovrebbe arrivare a 5 miliardi nel 2030. I continenti più urbanizzati sono i più sviluppati, con una media di urbanizzazione di tre abitanti su quattro in Europa e America del Nord. Un'eccezione è costituita dall'America latina, con un tasso di urbanizzazione del 78%. In Africa e in Asia, i continenti più popolati al mondo, i cittadini dovrebbero rappresentare la maggioranza degli abitanti nel 2030: allora le città più popolate al mondo si troverebbero in questi continenti.
Oggi sono venti le città che contano più di dieci milioni di abitanti, mentre nel 1975 erano solo tre. In testa sempre le stesse: Tokyo, che oggi conta 35,2 milioni di abitanti, Città del Messico, 19,4, e New York, 18,7. Ma la maggior parte della città con più di 10 milioni di abitanti si trovano nei continenti in via di sviluppo: due in Cina - Shangai, Pechino - e tre in India - Bombai New-Delhi e Calcutta. Chiedendosi se l'urbanizzazione costituisca un ostacolo per lo sviluppo, l'autore dello studio, Jacques Veron considera la "congestione" di numerose grandi città del Sud, l'inquinamento crescente e l'aumentare delle bidonvilles come "dei segni di un conflitto fra urbanizzazione e sviluppo". E' vero però che i problemi delle bidonvilles non coincidono sempre con quelli dell'urbanizzazione: è il caso delle banlieue francesi i cui problemi sarebbero di natura "sociale" più che "urbana".


19.07.2006: è un articolo poco pertinente sulla geologia, ma molto su un possibile scenario futuro. Dove vivremo domani: Sempre più affollate le regioni costiere
Ricercatori del Center for Climate Systems Research (CCSR), una sezione del The Earth Institute, della Columbia University, hanno sviluppato una cartina ad alta risoluzione relativa ai cambiamenti nella distribuzione della popolazione mondiale da qui al 2025.
La carta evidenzia una perdita di popolazione in alcune aree dell’Europa orientale e dell’Asia, e un significativo aumento in altre. Il massimo incremento nella densità della popolazione è previsto in alcune regioni dei paesi in via di sviluppo peraltro già densamente affollate. Aumenterà in maniera particolarmente significativa la popolazione residente nelle regioni costiere, fino a un centinaio di chilometri all’interno: si stima un aumento del 35%, facendo arrivare il numero delle persone che vivono in quelle regioni a 2,75 miliardi. Questa situazione da un lato metterà a serio rischio la sostenibilità ecologica degli ambienti costieri, dall’altro esporrà un numero ancor più rilevante di persone ai problemi connessi al progressivo innalzamento del livello marino
La mappa mostra invece un progressivo declino demografico nell’Europa orientale e in Giappone, declino che – inaspettatamente – dovrebbe interessare anche aree dell’Africa sub-sahariana, Centro e Sud America, nonché Filippine, Cambogia, Indonesia e Turchia. “Offrendo un’idea più precisa di dove vivrà in futuro la popolazione, e perché – ha osservato Stuart Gaffin, che ha diretto il progetto – speriamo di aver offerto uno strumento utile per migliorare le politiche di gestione e protezione ambientale.”
© 1999 - 2006 Le Scienze S.p.A.
http://www.ccsr.columbia.edu/population/map/


Le proiezioni dell'Ufficio censimento americano corrispondono in genere a quelle di altre organizzazioni, tra cui le Nazioni Unite    
Cause: diminuzione del tasso di natalità, aumento dell’AIDS
Washington, 23 mar. (Ap)
La popolazione mondiale è aumentata dell'1,2% tra il 2001 e il 2002, cioè altri 74 milioni di persone sulla Terra, ma il tasso a scendere allo 0,42% entro il 2050. Si è lontani dal picco del 2,2% registrato tra il 1963 e il 1964.
Secondo l'ufficio, il rallentamento della crescita della popolazione è in parte dovuto alla diminuzione del tasso di natalità in tutto il mondo. Nel 2002, le donne avevano in media 2,6 bambini in tutta la loro vita. Questo tasso dovrebbe ora scendere a due bambini per donna entro il 2050.
Nello stesso tempo, l’AIDS ha ucciso più di 20 milioni di persone dall'inizio dell'epidemia, venti anni fa. Circa 40 milioni di persone vivono ora con il virus Hiv e la maggior parte di loro saranno morte entro dieci anni, se la medicina non avrà fatto nel frattempo progressi contro questo morbo.
Il rapporto prevede anche l'aumento dell'invecchiamento della popolazione. Nel 2002, gli ultrasessantacinquenni erano circa il 7% della popolazione mondiale. Nel 2050 saranno circa il 17%.


Demografia: la popolazione mondiale raggiunge i 6,2 miliardi    
23/03/2004 (ANSA) - WASHINGTON,
Lo rivela uno studio americano
La popolazione mondiale si e' accresciuta dell'1,2% nel 2002 ed ha raggiunto i 6,2 miliardi. Lo rivela un rapporto dell'ufficio americano del censimento. C'e' stato un aumento di 74 milioni di esseri umani rispetto al 2001. Viene confermato il rallentamento della crescita demografica, che aveva raggiunto il suo record nel 1989-90 con un aumento di 87 milioni di persone. Il tasso di natalità è in continuo calo: 2,6 nel 2002 contro 3,3 nel 1990.

2002 Cina, un paese senza mogli per i maschi un futuro da incubo    
Giovedì 20 GIUGNO 2002 LA REPUBBLICA
Per via di una dissennata politica demografica sono già 15 milioni i cinesi che non trovano una sposa. Tra vent’anni saranno 40 milioni
TROVAR moglie, mettere su casa, sposarsi... Sogni, illusioni: in Cina è scoppiato l’incubo demografico, mancano le ragazze, un fatto che rischia di mettere in crisi la stabilità sociale In un paese dove quelli che la legge considera sotto l’etichetta comune di “crimini sessuali”, dallo stupro all’adulterio, dal rapimento delle donne alla bigamia, dall’adulterio all’omosessualità, registrano un vertiginoso aumento. Così, mentre la stampa popolare ma soprattutto le telenovelas che ogni sera raccontano, su seicento milioni di televisori, palpitanti storie d’amore a lieto fine nel tentativo di frapporre alla realtà lo schermo
dell’illusione, quindici milioni di giovani maschi cinesi, oggi come oggi, sono destinati a non trovare una moglie.
Tra una ventina d’anni saranno quaranta milioni gli uomini che non riusciranno a sistemarsi. Infatti, non ci sono abbastanza femmine nella loro classe di età. Sono state soppresse appena nate, o in embrione, da quando la politica del ”figlio unico” si è imposta per arginare la crescita demografica del paese che, nonostante le severe misure adottate, era e resta il più popoloso del mondo.
E che ora è un paese a forte predominanza maschile perché la tradizionale predilezione cinese per il figlio maschio, unita alla nuova possibilità di conoscere prima il sesso del nascituro, ha portato allo squilibrio della proporzione tra maschi e femmine in misura quale mai si era vista nella stessa Cina dove, nelle campagne, si affogavano le neonate come gattini. Ma non soltanto le neonate: sette anni fa un contadino dello Hunan che desiderava avere un figlio maschio ma aveva già una bambina di quattro anni, la gettò in un pozzo, ci mise sopra una pietra e si sedette a aspettare che la piccola non desse più segni di vita. Fu condannato ma soltanto a cinque anni, l’esiguità della pena dimostra a
sufficienza quale sia la mentalità corrente in proposito, compresa quella giuridica. Di sicuro quell’uomo ora è padre di un bel maschietto, concepito appena l’infanticida è uscito di galera: un maschietto che, da grande, vivrà in un paese senza donne.
Episodi come questo sono purtroppo all’ordine del giorno nelle pagine della cronaca nera: ora però la sproporzione tra i sessi ha messo in allarme i demografi cinesi perché, secondo gli ultimi dati, risalenti al 2000, sarebbero nati 116,9 maschi ogni 100 femmine mentre nel 1990 il rapporto era di 111 a 100, già sbilanciato rispetto alla media mondiale che è di 104-105 maschi ogni 100 femmine. Ne deriva che nel 2020 in Cina ci saranno da trentatré a quaranta milioni di giovani maschi solitari, non “signorini” magari inclini a esperienze amorose particolari, ma diseredati senza arte né parte, destinati a essere perdenti nella competizione sociale e, di conseguenza, assolutamente non in grado di trovarsi una moglie, a meno che non la rapiscano in un povero villaggio, e già si conoscono innumerevoli casi di donne e ragazze scomparse all’improvviso senza lasciare traccia.
Per la maggioranza dei giovani maschi in sovrappiù, se appartengono agli strati più miseri della popolazione, la difficoltà di mettere su famiglia è aggravata anche dal fatto che, sin dagli anni Ottanta, cioè sin dall’inizio dell’apertura della Cina all’economia di mercato, decine di milioni di persone hanno abbandonato le campagne impoverire per cercare lavoro altrove. E’ successo però che uomini e donne si sono spostati—e stanno ancora spostandosi — non assieme ma in direzioni diverse: le donne per lo più nelle fabbriche delle città costiere, gli uomini nei grandi cantieri di opere pubbliche delle regioni dell’interno, lì fenomeno di queste migrazioni atipiche, per genere, è stato studiato dall’Accademia delle Scienze di Pechino perché ha creato situazioni abnormi: per esempio, in una cittadina costiera del Guandong, negli ultimi dieci anni sono affluite duecentomila donne da altre province, mentre la popolazione locale conta soltanto quattromila uomini i di donne ce ne sono troppe, ma in altre zone si hanno trecento-quattrocentomila uomini soli e poche migliaia di donne.
In Cina, un paese che rischia grosso per gli errori del passato, la strage delle femmine si è intensificata soprattutto quando, in conseguenza della politica del “figlio unico”, si è andato diffondendo l’esame ecografico del feto: se è maschio si tiene, se è femmina si ricorre all’aborto. Nei primi anni Novanta, il governo proibì ai medici di rivelare il sesso del nascituroma, fatta la legge trovato l’inganno: il medico non parla, sorride se il piccolo è maschio, arriccia il naso se è femmina, mimica facciale che tutte le gestanti conoscono e che sono pronte a retribuire lautamente.
Così, anche al giorno d’oggi, anche dopo che si stanno prospettando i pericoli e gli orrori di un paese senza donne, si continuano a ammazzare le bambine. Ma almeno fossero trattate bene le donne che sopravvivono alla morte nell’utero: invece no, è in Cina che si registra la più alta percentuale al mondo di suicidi femminili.
Secondo uno studio della Banca Mondiale e della Harvard University, la percentuale di suicidi tra la popolazione femminile della Cina (un quarto della donne di tutto il mondo) è cinque volte superiore alla media globale. Perché soltanto in Cina le donne che si danno la morte sono tanto più numerose degli uomini? E perché si suicidano soprattutto quelle che sono in età da marito, ragazze tra i quindici e i ventiquattro anni?
Forse speravano che i tempi fossero cambiati, che essere donne non significasse più, come una volta, essere schiave. Questo si legge sulla stampa cinese che comincia timidamente a interessarsi al fenomeno di queste morti volontarie, più numerose nelle aree rurali dove si registra il 93% dei suicidi femminili.
La frequenza con cui le donne bevono insetticida per farla finita con la vita, spinge i sociologi a interrogarsi ma nessuno, finora, ha trovato risposte convincenti. Tanto più che tutte le telenovelas, l’oppio che il regime elargisce tutte le sere per tingere di rosa gli incubi della gente, presentano sempre personaggi femminili vincenti. E così, in un paese dove mali vecchi si assommano a mali nuovi, si assiste a una mascolinizzazione della società, destinata a veder trionfare soltanto una metà del cielo, un cielo senza donne che collaborino a reggerlo, un cielo dove si annunciano tempeste e turbolenze. Ora in Cina si cominciano a compatire i poveri giovani che non avranno mai una moglie.


NUOVO CAMBIO DI SCENARIO: La deurbanizzazione in atto negli Stati Uniti (come sempre bisogna stare attenti a fare previsioni) 
I fattori che spingono a cambiare zona sono il lavoro, le condizioni climatiche e la pensione; i più mobili sono i giovani e gli anziani, più stanziali le persone con famiglia
Gli statunitensi, come ogni altra popolazione del mondo, sono in movimento migratorio, spinti dalla ricerca di impiego, di migliori condizioni climatiche o semplicemente per trascorrere in un luogo diverso il periodo della pensione. In termini percentuali, il 14% della popolazione americana si sposta sul territorio nazionale da un luogo all'altro. Ora una ricerca dell'Università del Kansas (KU) ha tracciato queste migrazioni interne identificando anche l'impatto di tale processo sulle tasse e sulle economie locali. Art Hall, direttore esecutivo del Center for Applied Economics della KU School of Business, ritiene di aver scoperto tre fattori cruciali dall'analisi dei dati dell'Internal Revenue Service:
Le popolazioni si stanno ridistribuendo sulle aree costiere (con l'eccezione della California, per la quale invece si manifesta un fenomeno di “fuga” dettato soprattutto dai costi proibitivi delle abitazioni) le persone si spostano dalle principali metropoli alle città più piccole.
Il flusso migratorio principale è ora verso est più che verso ovest
"Le persone si spostano dalle città principali o più popolose, diciamo con 4 o più milioni di abitanti, in quelle più piccole, con 1 o 2 milioni di abitanti: in un certo senso possiamo parlare di un processo di deurbanizzazione."
Per quanto riguarda il ritratto sociologico dei flussi migratori, l'analisi ha messo in luce in primo luogo le motivazioni: i flussi sono determinati da fattori quali il clima, il lavoro e le minori tasse. Si è trovato anche che le fasce di età più inclini a muoversi sono quella dei giovani e quella dei pensionati.
"Una volta che si mette su famiglia si diventa più stanziali, naturalmente”, ha commentato Hall. "Si tratta comunque di persone con un notevole dinamismo che si esaurisce nelle aree metropolitane anche se non tocca gli schemi di migrazione su più lunghe distanze. Guardando il quadro generale, è la prima volta nella storia degli Stati Uniti gli schemi migratori vano verso est invece che verso ovest.”
Ma come incidono questi spostamenti sulle amministrazioni locali che dipendono dalla stabilità delle entrate fiscali per finanziare scuole, strade, forze dell'ordine e altri servizi essenziali?
Secondo Hall, molte municipalità si trovano di fronte ad ardue scelte politiche in termini dei tipi di attività che intendono ospitare e promuovere.
"Ogni comunità vorrebbe essere un luogo salutare e desiderabile, un luogo ameno in cui vivere e con buoni lavori”, conclude il ricercatore della KU. "Ma non è possibile controllare il dinamismo delle persone. Tutti inseguono le stesse persone per muovere lo stesso business per creare lavoro. Ma la prospettiva più razionale è mantenere un approccio equilibrato nella definizione dei servizi così come una pressione fiscale ragionevole, e non avere pregiudizi nei confronti dei tipi di business che coinvolgono la comunità, al fine di cercare di favorire la sua crescita.” (fc)
(25 settembre 2009) © 1999 - 2009 Le Scienze S.p.A.

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