Di cartone, di bambù e di amido le bare biodegradabili al 100%. Sepolture in foreste e campi, per un ritorno al ciclo della natura di ANNALISA IZZO C'E' CHI sceglie il cartone perché può essere decorato con disegni e chi il bambù perché è più elegante; i produttori invece si stanno industriando a creare forme piacevoli in materiali bioplastici: stiamo parlando di bare ecologiche, ovvero biodegradabili al 100%. E sì, perché ai tempi della coscienza ambientalista le responsabilità nei confronti del pianeta vanno mantenute anche post-mortem. Da Londra a New Delhi gli ecologisti si stanno impegnando a limitare l'impatto ambientale della loro attività fino alla fine. Insomma, anche da morti inquiniamo eccome. Così, allarmata dal surriscaldamento del pianeta, un'associazione indiana per la tutela dell'ambiente sta promuovendo un nuovo tipo di pira funeraria. Nel Paese a maggioranza induista, infatti, la cremazione totale del corpo è considerata la via per liberare l'anima. Ecco che ogni anno vengono cremate quasi dieci milioni di salme su roghi fatti con la legna, per un totale di 50 milioni di alberi abbattuti, 500 tonnellate di ceneri gettate nei corsi d'acqua e 8 milioni di tonnellate di CO2 emessa. Dopo anni di trattative con le autorità religiose, amministrative ed ecologiste l'ingegnere Vinod Kumar Agarwal è finalmente riuscito a far passare la sua invenzione: una pira ecologica strutturata come un caminetto - sovrastato, evidentemente, da una statua di Shiva - che ha il duplice vantaggio di trattenere le ceneri e favorire una combustione più rapida ed efficace. Basti pensare che se per una cremazione classica servono più di 400 chili di legna, con il nuovo tipo di braciere ne occorrono meno di 100. Per il momento l'associazione che fa capo all'ingegnere Agarwal è riuscita a piazzare 40 di questi strumenti in tutto il Paese e spera di raddoppiare le vendite quest'anno. Intanto, da quest'altra parte del mondo, gli ambientalisti cercano di prendere i loro provvedimenti, almeno quelli considerati più appropriati a riti religiosi che prevedono la sepoltura. In Gran Bretagna il 64% delle persone si è detto favorevole a 'funerali verdi' e già molti sono quelli che si rivolgono a nuove pompe funebri che offrono bare a scarso impatto ambientale e la collocazione in aree cimiteriali naturali (foreste e campi). Secondo il Natural Death Center - l'organismo britannico che si occupa di funerali alternativi - dal 2000 ad oggi il numero di siti disponibili per una sepoltura ecologica (dove in luogo di lapidi vengono piantati alberi) è raddoppiato, e ogni anno oltre 9.000 persone li scelgono come sede per l'eterno riposo. "Un trend in crescita che coinvolgerà 20.000 persone nel 2010", dice Mike Jarvis, direttore del centro. Ma non è tutto perché il pacchetto prevede anche la bara 100% biodegradabile: cartone riciclato illustrato con pittura biodegradabile, oppure il più raffinato bambù intrecciato. La ditta Ecopod fa sapere di aver venduto 500 bare in cartone nel 2006: "E la vendite crescono del 20% - confermano i vertici dell'azienda - Entro la fine dell'anno ci lanceremo sul mercato americano e canadese". E del resto, superati i primi tabù, il mercato europeo può dirsi già sensibilizzato all'argomento. Nuove agenzie funerarie e associazioni no-profit stanno nascendo per offrire questo tipo di servizi a chi vuole abbassare, anche dopo l'ora fatale, il personale 'carbon foot print': in Olanda, in Polonia, in Cecoslovacchia. Viene dalla Svezia però la proposta che potrebbe definirsi come la più radicale in materia. "Quando un organismo biologico muore, possono accadere tre cose: che ritorni ad essere terra, che marcisca, che bruci. Ebbene - spiega la biologa Susan Wiigh-Masak, ideatrice del metodo "Promessa" - delle tre opzioni possibili noi esseri umani abbiamo praticato sempre e solo le ultime due". A partire da questa constatazione e dal desiderio di un ritorno dell'uomo al ciclo della natura nel modo più rispettoso possibile, la ricercatrice svedese dal 1999 persegue una vera e propria missione ambientalista, diffondendo un sistema per trasformare velocemente le spoglie terrene in fertilizzante. La tecnica tutta naturale prevede l'eliminazione dell'acqua e il successivo rapido congelamento del corpo. "L'interesse per questo metodo da parte di organismi governativi e religiosi di tutto il mondo è stata fortissima. Al punto che alcuni Paesi come la Corea del Sud e il Sud Africa sono già intervenuti sulla legislazione per rendere praticabile il metodo di Promessa. Il messaggio etico di un ritorno all'energia della terra è quindi passato". In Italia il fenomeno si fa appetibile commercialmente. La Coccato&Mezzetti di Novara ha ottenuto ad aprile l'autorizzazione ministeriale a commercializzare bare in Materbi, una bioplastica ricavata dal mais che si dissolve gradualmente nell'ambiente senza danneggiarlo. "Si pensi che ogni anno perdiamo 50 chilometri quadrati di foreste per produrre legna destinata ai riti funerari - dice Pasquale Coccato - Senza contare il fatto che zinco, vernici e altri materiali con cui normalemente si rifiniscono le bare e i vari oggetti di culto (croci, rosari, eccetera) restano nel terreno per sempre, rilasciando sostanze velenose". Ma in Italia l'ondata ambientalista si sposa anche con il riconosciuto primato nostrano nel design. E così due designers milanesi hanno creato Capsula mundi, un grande contenitore dalla forma di un uovo,- totalmente biodegradabile perché realizzato in amido - nel quale il corpo viene posto in posizione fetale. Una volta inserito nel terreno, come se si trattasse di un bulbo vegetale che germoglierà, sulla sua sommità viene piantato un albero, scelto dalla persona prima di abbandonare i suoi cari ed affidato alle loro cure. Anzi, nel blog relativo circolano già i testamenti-ecologici, per affidare il ricordo terreno di sè a un mandorlo, a un eucalipto oppure a un cactus. Quella del bosco sacro, insomma, rimane senz'altro la soluzione più apprezzata tra i morituri eco-consapevoli. 12 giugno 2007 link articolo Ecco invece dei comportamenti irresponsabili:
Reggio Emilia Alla fine della festa auto investe e uccide giovane Incidenti e oasi devastata: rivolta contro il rave sul Po La protesta degli ambientalisti: distrutto il lavoro di anni
GUASTALLA (Reggio Emilia) — Era nato male. È finito peggio. Alle polemiche che già montavano attorno al rave party che tra sabato e ieri notte ha trasformato gli argini del Po di Guastalla in un'isola non autorizzata dello sballo, con annessa deturpazione ambientale, ora si è aggiunto anche un morto. Cinque ragazzi di Torino, reduci dalla lunga notte del raduno, si sono scontrati frontalmente con lo scooter di Juri Benassi, 28 anni, uccidendolo sul colpo. Il gruppo aveva lasciato da poco l'area golenale di Guastalla, il paesone della Bassa reggiana invaso dal popolo delle treccine e dei tatuaggi. Il tasso alcolico del guidatore pare fosse nella norma, ma altri esami sono in corso per verificare la presenza di eventuali sostanze stupefacenti. Sta invece meglio un ragazzo trentino, crollato a terra privo di conoscenza nel corso del raduno e ricoverato in ospedale. Basta e avanza perché «il rave del Po» diventi un caso. Il morto, ovviamente, complica tutto. Ma gli ingredienti c'erano già. Fioccano le denunce. «Qualcuno dovrà rispondere di ciò che è avvenuto» tuona ora il vicesindaco di Guastalla, Paolo Gozzi. Perché nessuno sapeva dell'arrivo di quei 4-5 mila ragazzi che, provenienti da mezza Europa, hanno preso possesso per un intero weekend della golena del Po, una delle oasi naturalistiche più importanti dell'Emilia-Romagna, facendone teatro di sballo e lasciando dietro di sé, parole degli ambientalisti, «sporcizia e distruzione». Nulla sapevano gli amministratori di Guastalla. E pure alla Prefettura di Reggio Emilia sono stati colti alla sprovvista. «Ci siamo accorti della cosa — continua Gozzi — sabato mattina, quando sono arrivati i primi camper». Ma ormai era troppo tardi. «Impossibile fermarli». Il vicesindaco ci ha provato, emanando un'ordinanza di sgombero. «Ma in Prefettura — racconta — ci hanno detto che sarebbe stato troppo rischioso tentare un'evacuazione, c'era il pericolo di scontri e comunque non c'erano gli uomini sufficienti». E così hanno vinto gli abusivi. L'area golenale, che dista nemmeno 700 metri dal municipio di Guastalla, è stata di fatto espropriata dai 5 mila. Che hanno ballato, bevuto e fumato tutta la notte. Guardati a vista dalle forze dell'ordine. Guardati con curiosità dai guastallesi, abituati ai silenzi del Po. Guardati con terrore dagli ambientalisti della cooperativa «Eden», che da 21 anni spendono il loro impegno volontario per il recupero di un ecosistema unico in Italia e che rientra tra i siti d'interesse comunitario. Ora ci saranno indagini. «C'è da capire — spiegano gli investigatori — chi ha organizzato il raduno e come mai nessuno sapesse nulla». La prima ipotesi è che il rave party fosse stato inizialmente fissato nel Piacentino e che, saltato all'ultimo momento, sia stato spostato a Guastalla. C'è anche chi dice che c'era un'altra festa nel Lodigiano e che sia stato deciso di farne una sola, in formato extralarge. Di sicuro, erano ben informati gli invitati. Alcuni dei ragazzi hanno ammesso «di sapere del raduno da mesi». Sono stati identificati e interrogati. Il vicesindaco Gozzi non sa darsi una spiegazione: «Ci deve pur essere un modo per anticipare eventi di queste dimensioni. Ciò che più mi addolora è non essere riuscito a tutelare i miei concittadini e non aver potuto evitare la violazione di proprietà private». Con il morale sotto i tacchi anche il presidente della coop «Eden», Emilio Maestri che, dopo essersi aggirato «tra escrementi e rifiuti», traccia il seguente bilancio: «Animali messi in fuga, piante rovinate: in fumo il lavoro di anni». Poi la notizia del morto. E non c'è più niente da dire. Francesco Alberti 11 agosto 2008
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