In questa sezione si cercherà di tenere aggiornati i flash di agenzia (giornalistica) sulle ultime notizie dal Mondo e dall'Italia. Si tratta di estratti e brevi comunicati e quindi per avere degli approfondimenti si rimanda ai siti originali delle notizie riportate.
Ovviamente, gli argomenti riportati e sottoelencati sono inerenti alla Geologia, Paleontologia, Climatologia, ambiente, animali, ecc.: insomma, temi riguardanti le tematiche di questo sito. Possono esserci anche notizie un po "strane" (intese come anomalie) e/o riguardanti altre discipline scientifiche ma con riflessi su quella Geologica.
Buone letture 
Vigilia del World economic forum di Davos: Le multinazionali cavalcano l'emergenza-inquinamentodal nostro inviato FEDERICO RAMPINIDAVOS - Anche sulle Alpi svizzere la stagione sciistica è stata rovinata dalla mancanza di neve. Questo inverno anomalo, che alcuni esperti indicano come una possibile manifestazione del surriscaldamento climatico, sembra una cornice fatta su misura per ospitare la svolta del World Economic Forum.Quest'anno l'appuntamento fra i Vip della globalizzazione ha infatti un protagonista inedito: il "capitalismo verde". Il vertice di Davos ha spesso la capacità di segnalare nuove tendenze: negli anni Novanta fu dominato da Internet, dal 2000 in poi rivolse l'attenzione all'ascesa di Cina e India. Da domani i 2.500 esponenti dell'establishment internazionale discuteranno di effetto serra, energie rinnovabili, sviluppo sostenibile. A promuovere le nuove priorità a Davos non sono solo scienziati e ambientalisti ma il Gotha del capitalismo mondiale.Con una sterzata significativa, alcune tra le più potenti multinazionali del mondo hanno deciso di cavalcare l'emergenza-inquinamento, scommettono che le tecnologie verdi saranno un business trainante del XXI secolo. La rapidità della loro conversione spiazza molti governi, rende ancora più visibile il ritardo dei politici, a cominciare dall'Amministrazione Bush. Alla vigilia del Forum di Davos un'iniziativa clamorosa è nata proprio negli Stati Uniti. Dieci colossi del capitalismo americano si sono alleati con le più note associazioni ambientaliste per dare vita alla US Climate Action Partnership, una nuova lobby che preme perché Washington aderisca al Trattato di Kyoto e imponga drastici obiettivi di riduzione delle emissioni carboniche. A mobilitarsi non sono i soliti noti dell'industria "liberal" californiana - dove peraltro il governatore Arnold Schwarzenegger ha già varato delle regole più stringenti di Kyoto. A scendere in campo è l'industria antica, tradizionalmente conservatrice e vicina ai repubblicani. Nel "capitalismo verde" si sono arruolati Alcoa (il massimo produttore mondiale di alluminio), General Electric (colosso delle centrali elettriche e dei turboreattori), i due produttori di energia Pacific Gas & Electricity e Duke Energy, la banca d'affari Lehman Brothers. A Bush hanno lanciato un diktat: vogliono che vari dei limiti obbligatori alle emissioni carboniche, con l'obiettivo di ridurle del 30% entro 15 anni. Il chief executive della Duke Energy sostiene che "gli Stati Uniti devono diventare il motore trainante di un rilancio e di un miglioramento di Kyoto". L'iniziativa dei dieci big del capitalismo Usa riflette un cambiamento di umore nell'establishment industriale, che ha il suo parallelo su questa sponda dell'Atlantico. Un sondaggio compiuto alla vigilia di Davos fra i top manager delle maggiori imprese europee (Ups Europe Business Monitor) rivela che per il 45% degli amministratori delegati l'ambiente è diventato la preoccupazione numero uno, ha il sopravvento sulla crescita economica. Il 60% ritiene che l'Europa dovrebbe affidare il suo futuro energetico a fonti rinnovabili come il sole, il vento, l'idrogeno.La "conversione verde" dell'establishment capitalistico globale ha molte cause. Pesano la pressione delle opinioni pubbliche, dei consumatori e dei movimenti ambientalisti, oltre che la mole schiacciante di studi scientifici sui costi futuri del surriscaldamento climatico. Ma la molla finale che ha accelerato il cambiamento è quella a cui i chief executive sono più sensibili: il profitto. Si è imposta ormai la convinzione che le tecnologie verdi saranno un grande business del futuro, e i primi a capirlo saranno i più veloci a catturare opportunità e profitti.La frusta della competizione ha funzionato, le imprese all'avanguardia nel business eco-compatibile hanno messo in difficoltà gli avversari. Il caso più lampante è la Toyota, la prima casa automobilistica ad avere sviluppato l'auto ibrida (motore misto a combustione ed energia elettrica che dimezza i consumi e quindi le emissioni). A lungo le case americane ed europee non ci hanno creduto, hanno snobbato l'auto ibrida come un prodotto senza mercato, al massimo una curiosità di nicchia.Quest'anno la Toyota venderà 250.000 modelli di Prius ibrida. Da quando quel modello è stato introdotto il valore di Borsa della Toyota è cresciuto del 47%. Non solo grazie alla tecnologica ibrida, ma a una gamma complessiva dai consumi più bassi delle concorrenti, la Toyota quest'anno farà lo storico sorpasso sulla General Motors diventando la più grossa casa automobilistica mondiale. Dietro la Toyota si allunga la lista delle multinazionali che fanno dell'ambiente una priorità strategica.Nokia, Ericsson, Motorola, Dell, sono all'avanguardia nel ritirare gratuitamente dai consumatori computer, telefonini e altri prodotti elettronici usati per riciclarli minimizzando le scorie tossiche nell'ambiente. La Philips e la Matsushita puntano su nuove lampadine e apparecchi elettrici che abbattono i consumi. La Shell investe nelle energie eolica e solare. Il più grande gruppo mondiale della distribuzione, la catena di ipermercati americani Wal-Mart - forse per riparare un'immagine macchiata dalle sue battaglie contro i sindacati - privilegia sistematicamente la vendita di prodotti non inquinanti e riciclabili.Un altro gruppo della grande distribuzione, Marks&Spencer, fa marcia indietro rispetto al dogma della delocalizzazione: anziché comprare tutto made in China cerca di approvvigionarsi da produttori vicini ai suoi punti di vendita, per minimizzare l'inquinamento creato dal trasporto delle merci. La multinazionale anglo-olandese Unilever, numero uno mondiale dell'agroalimentare, investe nel Terzo mondo per diffondere l'agricoltura biologica e le coltivazioni che riducono i danni alla biosfera. Un numero crescente di imprese pubblica nei propri bilanci societari annuali un "rapporto di sostenibilità ambientale", che misura l'effetto della loro attività sulle emissioni carboniche e il clima del pianeta.Il gruppo editoriale americano Time ha ricostruito passo per passo - dall'abbattimento degli alberi per la cellulosa fino all'edicola - l'impatto ambientale di ogni copia di giornale venduta. Questi sforzi non nascono solo da un capitalismo "illuminato" ma dalla consapevolezza che è meglio giocare d'anticipo, in vista di leggi e normative che diventeranno più severe. In America un ruolo lo hanno avuto Stati come la California e il Massachusetts che hanno imposto limiti all'inquinamento molto più severi di quelli graditi a Bush. E le soluzioni avanzate dal nuovo "capitalismo verde" sono ancora largamente insufficienti. La crescita di Cina e India continua a essere alimentata da consumi energetici altamente inquinanti: le centrali termoelettriche a carbone costruite ex novo in Cina nel solo anno 2006 equivalgono all'intera produzione energetica dell'Italia. Secondo l'Agenzia internazionale dell'energia nel 2030 i carburanti fossili responsabili dell'effetto serra continueranno a fornire l'81% di tutta l'energia mondiale. Come unire gli sforzi del mondo intero per risolvere l'impatto energetico di "Cindia"?Su questo terreno a Davos si attende l'intervento del cancelliere tedesco Angela Merkel. Dopo i risultati modesti e gli imbrogli del sistema di "commercio delle emissioni carboniche" applicato finora in Europa, la palla è nel campo dei governi. Alcuni chief executive del capitalismo globale stanno indicando la strada alle classi dirigenti politiche. E' finita l'epoca in cui l'ambientalismo si auto-limitava presentandosi come un'ideologia pauperista, nemica dello sviluppo, e perciò inevitabilmente minoritaria.(23 gennaio 2007) dal sito online di Repubblica
I Paesi a crescita rapida Gli esempi Da Vale (primo produttore mondiale di ferro) a Braskem (petrolchimica) fino a Embraer, terza azienda aeronautica dopo Boeing e Airbus Le imprese locali Il loro fatturato cresce del 51%, la redditività del 20% Il figlio di un italiano a capo di Totus, «l'azienda meglio gestita del Sudamerica» Multinazionali alla brasiliana Formula inedita per le grandi società. Successo economico e attenzione sociale
DAL NOSTRO INVIATO SAN PAOLO - I Paesi a crescita rapida come il Brasile non sono più soltanto aree convenienti per le multinazionali europee e americane in cerca di manodopera meno cara e di nuovi mercati. Ma stanno diventando la culla di una nuova generazione di aziende globali altrettanto aggressive, capaci di espandersi all' estero e di competere con i concorrenti dei Paesi sviluppati. Qualcuno riassume così: finita la globalizzazione, inizia la globalità. Un viaggio tra le nuove imprese internazionali brasiliane fa capire quanto siano diverse sia rispetto ai big occidentali sia rispetto alle nuove tigri asiatiche. Insomma, ecco la formula brasiliana per vincere il mondiale del business. Partiamo da Vale: a noi italiani il nome dice poco, ma gestisce buona parte della strepitosa ricchezza naturale del Paese. E' uno dei pezzi forti della controffensiva brasiliana. Primo produttore mondiale di ferro, seconda compagnia mineraria diversificata per capitalizzazione di Borsa (circa 120 miliardi di euro), esportatore privato numero uno, è una potenza che gestisce miniere, ferrovie, strade, porti e ha 152 mila dipendenti in tutto il mondo. «Nel nostro campo - dice Marco Dalpozzo, manager italiano con un passato in multinazionali come Unilever - non basta saper trovare le risorse, bisogna anche renderle disponibili nei tempi più rapidi sui cinque continenti. Il che significa un esercito di uomini, tecnologie, logistica». Dal boom delle materie prime deriva il successo di Braskem, prima azienda petrolchimica sudamericana, anch' essa avvantaggiata dal grande mercato domestico di 190 milioni di persone. «La chimica - dice il vicepresidente Roberto Ramos - è sempre più nelle mani di chi possiede le risorse naturali, un processo che riduce il potere delle ex Sette Sorelle occidentali. Al punto da rendere realistico il nostro obiettivo di salire tra i primi dieci nella classifica mondiale, guidata da Exxon Mobil e Dow». Le risorse naturali di certo sono un fattore decisivo di successo. E le recenti scoperte di giacimenti petroliferi al largo della costa atlantica contribuiscono all' ottimismo del presidente Lula, che prevede altri dieci anni di crescita intorno al 5%. Ma le nuove multinazionali carioca non sono solo le figlie del dio maggiore che abita nel sottosuolo. Embraer, per esempio, la sua fortuna l'ha trovata nell' aria. Il volo del terzo produttore aeronautico mondiale dopo Boeing e Airbus è stato vertiginoso: in 14 anni l' azienda è passata da 3mila a 24mila dipendenti tra Brasile, Stati Uniti, Cina e Portogallo. Oggi fattura 4,5 miliardi di euro, ha un portafoglio di ordini per 23 miliardi ed esporta il 96% dei suoi jet. Il suo vantaggio non è la tecnologia, che anzi è meno pregiata di quella degli avversari, ma la velocità: «Produciamo in tempi due o tre volte inferiori a quelli dei nostri concorrenti», dice il vicepresidente Satoshi Yokota, che non a caso è di origine giapponese. E in effetti, visitando la linea di assemblaggio, si possono contare la bellezza di sei aerei a diversi stadi di allestimento. Un po' stile Toyota, appunto. Il Brasile è un Paese dove il 60% della popolazione può essere considerato povero secondo criteri occidentali, ma relativamente ricco se paragonato alla Cina (2.600 contro 900 euro pro capite nel 2005). Diversamente da Cina e India inoltre ha un passato di forte crescita economica tra il 1950 e il 1980 (+7% l' anno) e poi d' inflazione galoppante fino alla metà degli anni ' 90. Un Paese che dal 2004 cresce del 4,5% l'anno e dove sta nascendo una classe media che può permettersi l'appartamentino in affitto, l'utilitaria e qualche acquisto. Per esempio una crema o un profumo. Nasce da qui il successo di Natura - 1,6 miliardi di fatturato e il 28% di utili - un' azienda di cosmetici che punta sul fascino ecologico-esotico delle essenze amazzoniche. Natura utilizza una rete di 700mila consulenti (venditrici porta a porta pagate col 30% di provvigione), ha un catalogo di 800 prodotti e fa concorrenza alla statunitense Avon, la più grande azienda mondiale di vendite dirette. «Stiamo crescendo molto anche se - ammette Pedro Villares, un passato in Ibm e General Electric - parzialmente aiutati da esenzioni fiscali a favore dei produttori locali. Ma sul mercato americano, dove stiamo per sbarcare in concorrenza con Avon e altri big, certo non ci aiuterà nessuno». Vale, Braskem, Embraer e Natura sono esemplari di questa nuova razza di campioni brasiliani di taglia internazionale. «Tra il 2004 e il 2006 - dice Marcus Aguiar del Boston Consulting Group - le aziende globali hanno visto crescere il proprio fatturato del 31% contro l'11% delle maggiori aziende americane raccolte nell'indice S&P 500». Ma accanto a loro - soprattutto nell' area più sviluppata tra San Paolo e Rio - sta nascendo un altro tipo di «campioncini»: sono aziende superdinamiche locali, non ancora internazionalizzate ma già capaci di competere con le consociate brasiliane delle multinazionali estere. Un esempio è Totus, che lavora nell'informatica aziendale in concorrenza coi big come l'americana Oracle e la tedesca Sap: Euromoney l'ha definita l'azienda meglio gestita del Sudamerica. Tremila dipendenti, 250 milioni di euro di fatturato con il 22% di utile, Totus è cresciuta di quattro volte dal 2003 a oggi. Il manager Claudio Bessa - padre italiano, madre brasiliana, antenati africani e portoghesi - così spiega il suo successo: «Le piccole aziende brasiliane nostre clienti sono come me che ho cognome italiano e pelle scura: cocktail di genetica, storie ed esigenze cui bisogna saper offrire soluzioni personalizzate. Questo presuppone una capacità di ascolto che forse altri, più standardizzati, non hanno». Totus e gli altri campioncini sono una peculiarità del Brasile anche rispetto alle neo-potenze Russia, India e Cina (i Paesi che col Brasile formano il supergruppo dei «Bric»). Sempre considerando il periodo 2004-2006, crescono in fatturato più dei campioni (+51% contro il +10% di S&P 500) e soprattutto in redditività (+20% contro +14% secondo dati Bcg). «La loro forza - commenta Aguiar - è quella di offrire i prodotti e i servizi giusti inventandosi modelli di business veramente innovativi. Il costo del lavoro, in crescita insieme al tenore di vita, è sempre meno decisivo ai fini del successo». L'altra peculiarità brasiliana è l'attenzione delle aziende agli aspetti ambientali e sociali. E' il caso di Vale, che ha destinato 180 milioni di euro a investimenti sociali. O di Natura, che nella foresta amazzonica coltiva erbe per i suoi cosmetici in collaborazione con le popolazioni native. Sensibilità autentica o marketing del buon cuore? «Il rilievo dato alla responsabilità sociale e ambientale - dice Aguiar - è autentico, non strumentale, ma finisce per avere un effetto positivo anche sull'immagine delle aziende, le quali si liberano da quel marchio di multinazionali cattive che oggi è prerogativa cinese». Se così fosse vorrebbe dire che dal Brasile sta arrivando qualcosa di veramente nuovo: la multinazionale responsabile. Segantini Edoardo Pagina 010/011, (22 giugno 2008) - Corriere della Sera
Il libro Cambia lo scenario economico: gli ex colonizzati diventano soggetti attivi La globalizzazione? Finita, è tempo di globalità
Le nuove multinazionali brasiliane segnalano che la fase della globalizzazione è superata e sta partendo quella della globalità, la fase due in cui gli ex colonizzati diventano soggetti attivi alla conquista del mondo. Solo questione di parole? Non proprio. E Globality è appunto il titolo di un libro appena uscito negli Stati Uniti in cui si racconta questo nuovo scenario economico. Uno scenario - scrivono gli autori Harold Sirkin, James Hemerling e Arindam Bhattacharya, che hanno studiato tremila aziende di tutto il mondo negli ultimi cinque anni - in cui tutti competono con tutti, non esistono più centro e periferia e nascono nuove multinazionali con la pelle gialla o scura. Qualche nome ci è già diventato familiare: come il colosso indiano dell' auto Tata, che ha comprato dalla Ford la Jaguar e la Land Rover, o il gigante dell' acciaio Mittal, che nel 2006 ha scalato il colosso europeo Arcelor contro le tenaci resistenze del governo di Parigi. Ma la maggior parte dei neo-titani è ancora ignota. Chi conosce per esempio Johnson Electric? Eppure, dietro questo marchio finto anglosassone si nasconde il numero uno cinese mondiale dei micromotori, quegli strumenti prodotti a milioni che riempiono la nostra vita quotidiana e fanno mille cose come orientare le telecamere di sorveglianza, inclinare i letti d' ospedale e far funzionare le stampanti. O la Cemex messicana, il terzo produttore mondiale di cemento. «Eppure - scrivono i tre consulenti del Boston Consulting Group - sarà bene che noi occidentali ci abituiamo all' idea che con questi concorrenti dobbiamo fare i conti da subito. Sennò sarà un nuovo tsunami che ci travolgerà». Segantini Edoardo, Pagina 10 (22 giugno 2008) - Corriere della Sera
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