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2007, Fulmini Africa fanno uragani Usa

Scoperte e Novità nel mondo del Clima
Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 07-02-2009 at 11:33 AM
Articoli sul Clima >> Scoperte e Novità nel mondo del Clima

Fulmini, dal Congo alla Florida: ecco dove colpiscono
La Nasa ha realizzato la mappa dettagliata delle zone della Terra più a rischio
L'obiettivo è scientifico ma anche pratico:
evitare che ogni anno vengano uccise più di 1000 persone

di LUIGI BIGNAMI
Negli ultimi due giorni in India sono morte 35 persone colpite da fulmini. Negli Stati Uniti altre undici nel solo mese di giugno. Sono oltre mille le persone che ogni anno nel mondo vengono uccise da un fulmine. Ecco perché la Nasa tiene continuamente aggiornata la mappa di quelli che cadono sulla Terra. L'ultima, ancora una volta, conferma la pericolosità proprio dei due Paesi dove negli ultimi giorni si sono verificati gli incidenti più gravi. In alcune aree, infatti, possono cadere anche 40-50 fulmini per chilometro quadrato all'anno. Ma è il bacino del Congo, tuttavia, nel cuore dell'Africa, il luogo in cui le saette raggiungono numeri da record: anche 70-80 e più per chilometro quadrato all'anno.
I dati provengono da alcuni satelliti in orbita attorno alla Terra che dal 1995 rilevano le scariche elettriche prodotte della saette. "In ogni istante della giornata ci sono almeno 2.000 temporali in attività nel mondo, producono circa 100 fulmini al secondo", spiega Hugh Christian dell'Earth Science and Applications Nasa/Marshall Space Flight Center.
I rilevamenti dicono che l'Africa Centrale è la zona più colpita al mondo. Qui si verificano temporali quasi tutti i giorni, si formano in seguito al fluire dell'aria che giunge dall'Oceano Atlantico e che, incontrando gli altopiani che si trovano nel cuore del continente, sale verso l'alto e produce imponenti nubi. Un fenomeno più o meno simile avviene anche sull'Himalaya. Colpisce, invece, che anche la Florida sia particolarmente battuta dai fulmini. La spiegazione sta nel fatto che la penisola si trova nel mezzo di due correnti d'aria opposte: una proviene da est, l'altra da ovest, incontrandosi spingono l'aria verso l'alto producendo consistenti nubi temporalesche. Sui mari, invece, i fulmini sono assai più rari che sulla terraferma. Ciò dipende dal fatto che impiegano molto tempo a riscaldarsi durante il giorno e dunque non raggiungono le temperature elevate che si registrano sui suoli, fondamentali per la formazione dei temporali.
Nonostante si conoscano le cause generali che portano alla formazione dei fulmini, i particolari sono ancora oggetto di ricerca. Si sa, ad esempio, che all'interno delle nubi temporalesche le turbolenze dell'aria producono piccolissimi granuli di ghiaccio e gocce d'acqua che si muovono le une attorno alle altre, spesso collidendo tra loro. Ma rimane da spiegare il perché le cariche elettriche positive si accumulano sulle particelle più piccole (inferiori a 100 micrometri di diametro), mentre quelle negative crescono sulle particelle più grandi. Il vento e la forza di gravità separano i due grandi gruppi di particelle (quelle negative, più grosse e quindi più pesanti si accumulano nelle parti più basse delle nubi), così che si viene a creare un enorme potenziale elettrico all'interno delle nubi o tra una nube e l'altra. Il fulmine è la scarica che si crea in seguito a tale disparità elettrica. Poiché anche il suolo, per riscaldamento, può caricarsi di particelle positive ciò spiega perché si possono formare fulmini tra la parte inferiore delle nubi e il terreno.
Dunque le carte dei fulmini che continuamente vengono aggiornate dalla Nasa non hanno solo un valore scientifico, ma anche pratico. Permettono di identificare le aree a maggiore rischio per il traffico aereo, per i grandi depositi di idrocarburi altamente infiammabili, per la prevenzione degli incendi boschivi e per tutti i lavori che vengono svolti all'aperto.
(1 luglio 2009) link articolo originale


2007-05-20
(ANSA) - ROMA, A provocare gli uragani devastanti del 2005 negli Usa sono state le tempeste di fulmini in Etiopia nello stesso anno, afferma uno studio. Il lavoro, pubblicato sulla rivista 'Geophysical Research Letters', e' di alcuni scienziati israeliani i quali affermano che 'le turbolenze causate dai fulmini creano delle aree di bassa pressione chiamate 'African easterly waves' (Aew), di cui la meta' e' stata riconosciuta responsabile, con altri fattori, di uragani che attraversano l'Atlantico'.

2007-05-20
Uragani: al via stagione intensa. Meteorologo Usa, 5 tempeste dovrebbero essere molto forti
(ANSA) - ROMA, La stagione degli uragani in Atlantico di quest'anno che comincia tra 10 giorni si prepara ad essere intensa. Secondo William Gray della Colorado State University, il periodo che arriva fino alla fine di novembre, sara' 'molto attivo', con almeno 17 tempeste tropicali. Gray afferma che 5 degli uragani della stagione dovrebbero essere molto intensi e che ci sono le condizioni per un possibile uragano di intensita' devastante, come fu Katrina nel 2005.

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In questa sezione si è cercato di raggruppare tutti gli articoli e/o pubblicazioni che possono avere delle attinenze alle problematiche legate allo studio ed alle scoperte sul clima. Ogni tanto mi sono capitate per le mani anche alcune notizie curiose (a dir poco) e quindi perché togliergli la dignità di farle "gironzolare" in rete?


Maggio 2006:

Vi segnalo questo link,

in esso potete trovare le ultime elaborazioni, curate dall'ESA, in ambito degli incendi planetari visibili in contemporanea per tutto il mondo ... c'è da mettersi le mani nei capelli!!!!


Agosto 2006

Ed ecco un link che merita per approfondire o capire la teoria del caos (o dell'effetto farfalla) ... molto importante per comprendere alcune teorie legate al clima:


Gennaio 2007:

Per vedere l'andamento delle temperature nel Nord Atlantico

Per vedere l'andamento delle temperature nel mar Artico


Ipotesi di Mercer

Uno dei primi eminenti geologi a sollevare l'allarme sulla possibilità che il riscaldamento globale potesse dare il via ad un collasso della coltre glaciale antartica fu J.H.. Mercer della Ohio State University. Il ragionamento dello studioso nasce dalla considerazione che lo spesso strato di ghiaccio che ricopre grati parte dell'Antartide occidentale poggia su un substrato roccioso molto al di sotto del livello del mare pertanto l'americano ipotizzò come implicitamente questa coltre di ghiacci fosse assai instabile. Pertanto se l'effetto serra dovesse riscaldare la regione polare antartica la calotta glaciale galleggiante che circonda l'Antartide occidentale inizierebbe a scomparire. Di conseguenza privata di questo contrafforte, la coltre continentale si disintegrerebbe rapidamente provocando l'inondazione delle zone costiere di tutto il mondo.
Il disastroso scenario dipinto da Mercer era in gran parte teorico, ma egli faceva rilevare come la calotta glaciale dell'Antartide occidentale potesse di fatto essersi fusa almeno una volta in passato. Tra circa 110.000 e 130.000 anni fa la Terra sperimentò una storia climatica eccezionalmente simile a ciò che si è verificato negli ultimi 20.000 anni, ovvero un riscaldamento relativamente brusco dopo i rigori di una glaciazione. Quell'antico riscaldamento potrebbe avere portato a condizioni un poco più calde delle attuali. Molti geologi ritengono che il livello del mare di allora fosse circa cinque metri più elevato di quanto sia oggi: proprio la differenza che verrebbe prodotta dalla fusione della coltre glaciale dell'Antartide occidentale.


Con poche eccezioni, gli scienziati ritengono di avere stabilito un valore attendibile per il tasso del recente sollevamento del livello marino: 2 mm all'anno. Ma la questione fondamentale che ancora deve essere risolta è: questa tendenza è destinata a rimanere costante o il sollevamento accelererà in risposta al riscaldamento climatico? Per risolvere questo problema, i geologi hanno cercato di ricostruire le fluttuazioni de! livello del mare nel passato, avvenute in risposta a cambiamenti climatici.
Fairbariks, per esempio, ha studiato una specie di corallo che cresce In prossimità della superficie marina, particolarmente nei Caraibi. Facendo profondi sondaggi nelle scogliere coralline di Barbados e individuando antichi campioni di questa specie, egli e i suoi colleghi hanno potuto seguire l'innalzamento del livello del mare a partire dalla fine dell'ultima glaciazione, quando enormi quantità d'acqua erano ancora intrappolate nelle calotte glaciali polari e gli oceani erano circa 120 metri più bassi di quanto non siano oggi.
Anche se la documentazione ricavata dai coralli mostra episodi corrispondenti a una crescita del livello del mare anche di 2-3 centimetri all'anno, Fairbanks fa notare che questi valori si riferiscono a una situazione assai differente da quella attuale. A quei tempi, da 10.000 a 20.000 anni fa, le grandi coltri di ghiaccio che avevano ricoperto buona parte del Nord America e dell'Europa erano nel pieno della fusione e gli oceani stavano ricevendo immani quantità d'acqua da questi continenti. La documentazione più recente relativa al livello del mare indica una progressiva diminuzione del tasso di crescita, con una sostanziale stagnazione negli ultimissimi millenni. Quindi l'attuale regime climatologico sembrerebbe tendere a livelli del mare relativamente stabili.


Ma Joln B. Anderson della Rice Umversity non è d'accordo
Questo ricercatore sostiene che negli ultimi 10.000 anni, vi sono stati almeno tre episodi di rapido incremento del livello del mare, ma essi sono invisibili nella documentazione fornita dai coralli (utilizzati in altre ricerche per trovare prove di innalzamenti e/o abbassamenti del livello medio marino).
Il più recente episodio di improvviso innalzamento del livello del mare che Anderson riconosce avviene intorno al 2000 a.C..

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