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Punto Nullo Notizie brevi dal Mondo su tematiche ambientali e simili...

In questa sezione si cercherà di tenere aggiornati i flash di agenzia (giornalistica) sulle ultime notizie dal Mondo e dall'Italia. Si tratta di estratti e brevi comunicati e quindi per avere degli approfondimenti si rimanda ai siti originali delle notizie riportate.

Ovviamente, gli argomenti riportati e sottoelencati sono inerenti alla Geologia, Paleontologia, Climatologia, ambiente, animali, ecc.: insomma, temi riguardanti le tematiche di questo sito. Possono esserci anche notizie un po "strane" (intese come anomalie) e/o riguardanti altre discipline scientifiche ma con riflessi su quella Geologica.

Buone letture

 


 

2007, Funziona la protezione forestale peruviana (almeno in parte) (aggiornamenti vari)

Animali e comportamenti
Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 02-26-2009 at 5:31 PM
News & simili dal Mondo >> Animali e comportamenti


Monitorato il periodo 1999-2005

Un nuovo studio via satellite sembra confermare che le politiche di conservazione della foresta pluviale attuate in Perù stanno dando i loro frutti, impedendo il degrado e la distruzione.
Ne danno notizia gli studiosi del dipartimento di Ecologia globale della Carnegie Institution, che hanno guidato una collaborazione internazionale per analizzare le immagini, catturate nel corso di sette anni grazie al Landsat Analysis System, che sono riuscite a coprire complessivamente il 79 per cento dell’Amazzonia peruviana.
Secondo quanto si apprende sulla edizione on-line di “Science Express”, il programma di conservazione del governo peruviano aveva individuato specifiche regioni per la deforestazione legale, compensandola con la protezione di altre zone forestali e con l’istituzione di territori protetti per le popolazioni indigene. È così è risultato che tale programma è riuscito a mantenere sotto controllo il danno arrecato su larga scala alla foresta pluviale tra il 1999 e il 2005. Tuttavia, la ricerca ha mostrato anche un incremento nel degrado della foresta nell’ultimo biennio dello studio, principalmente in due aree della giungla dove le foreste sono accessibili grazie alle strade.
“abbiamo trovato che solo ’1-2% del danno è a carico delle aree naturali protette”, ha commentato Paulo Oliveira, primo firmatario dello studio. “Tuttavia, si è riscontrato anche un notevole disturbo alle aree forestali adiacente a quelle adibite alle operazioni di deforestazione legale: questo sconfinamento non può che destare preoccupazione.” (fc)
(11 agosto 2007) © 1999 - 2007 Le Scienze S.p.A.

L'organizzazione in difesa dell'ambiente ha presentato oggi il rapporto sulla foresta
"La politica del governo non funziona. Deforestazione in crescita nel 2007"
Greenpeace contro il governo Lula: "Sull'Amazzonia è un fallimento"
SAN PAOLO - Dopo tre anni di buone notizie sul calo della deforestazione in Amazzonia, improvvisamente arriva la doccia fredda. Il 2007 ha fatto segnare un nuovo record negativo e l'ambizioso piano d'azione introdotto dal governo Lula nel 2004 per salvaguardare la più grande foresta pluviale del mondo, fa acqua da più parti. Delle 162 attività previste in 32 "direzioni strategiche" il 60 per cento non è stato messo in atto e meno di un terzo di queste "direzioni strategiche" ha visto la luce alla fine dello scorso anno. Risultato? Nello scorso anno il tasso di deforestazione dell'Amazzonia ha raggiunto un nuovo preoccupante picco. La dura denuncia viene da Greenpeace, che insiste: nel piano del governo brasiliano c'è una "straordinaria mancanza di coordinamento" e la politica per la protezione di uno dei più importanti polmoni verdi del mondo manca clamorosamente di obiettivi concreti.
Il rapporto presentato oggi a San Paolo dal titolo "The lion wakes up" ("Il leone si sveglia"), non fa sconti e sottolinea tutte le falle del piano proposto da Lula come uno dei propri cavalli di battaglia e citato come esempio di successo in più di un'occasione. L'ultima è stata al forum sul clima delle Nazioni Unite che si è tenuto a Bali lo scorso dicembre, dove il governo brasiliano ha vantato come un proprio successo i dati dal 2004 al 2007, anni che hanno visto la deforestazione amazzonica in diminuzione. Ma l'analisi di Greenpeace mette questi dati in relazione più con altri fattori, come la fluttuazione del prezzo della soia e del bestiame: se calano o crescono, parallelamente cala o cresce la domanda di terreni per il pascolo e la coltivazione, ottenibili deforestando. Fluttuazioni di mercato di cui l'Amazzonia è stata lasciata completamente in balìa, denuncia l'autore principale del rapporto, Marcelo Marquesini, "per scarso coordinamento e un serio fallimento dell'attuazione dei punti chiave del piano d'azione". Le nuove, pesanti, cifre sull'aumento della deforestazione nel 2007 cozzano quindi con quell'immagine del Brasile proposta anche a Bali come quella di uno dei paesi responsabili, che stanno facendo la loro parte nella lotta contro il riscaldamento globale. La deforestazione, infatti, è una delle fonti principali delle emissioni di gas serra, seconda solo al settore energetico, e vale circa il 20% delle emissioni globali di gas serra. Per questo, denuncia Greenpeace, il Brasile è oggi al quarto posto fra i paesi mondiali per le emissioni di gas serra. Nel piano d'azione di Lula mancano poi obiettivi precisi. "L'iniziativa governativa ha molte virtù" concede Paulo Adario, coordinatore della campagna di Greenpeace per l'Amazzonia, "ma se gli sforzi devono essere efficaci è necessario mettere in atto misure concrete, chiare e misurabili". Ad esempio, rendere operativa la regolamentazione che fissa al 20% l'area massima della foresta che può essere resa disponibile per l'allevamento.
Non tutto è da buttare, ammette però Greenpeace. Qualche punto di luce nella politica del governo brasiliano c'è. Fra questi spiccano lo sviluppo di un sistema di rilevamento delle aree deforestate in tempo reale, messo a punto dall'Istituto brasiliano di ricerca spaziale, e la distribuzione di immagini satellitari a varie organizzazioni, fra cui ong, che ha aiutato a mettere a fuoco il panorama, permettendo di identificare e analizzare le cause della deforestazione.
(6 marzo 2008)

Una speranza dalle foreste
Finora si riteneva che il tasso di crescita dell'assorbimento di CO2 in seguito all'espansione delle aree a foresta non potesse superare il 5%
A dispetto dell'aumento della popolazione e dell'immigrazione, l'Unione Europea potrebbe soddisfare gli impegni del dopo-Kyoto che prevedono un taglio delle emissioni di gas serra del 20% nel 2020. A rendere possibile questo risultato - il cui raggiungimento prevede comunque un deciso impegno nello sviluppo delle nuove tecnologie e nel risparmio energetico - concorrerebbe in misura inaspettata l'assorbimento di CO2 da parte delle piante grazie all'attuale espansione delle zone afforestate.
E' quanto risulta da uno studio diretto da Pekka E. Kauppi, Laura Saikku e Aapo Rautiainen dell'Università di Helsinki pubblicato su "Energy Policy". Lo studio ha infatti trovato che fra il 1990 e il 2005 l'espansione della vegetazione arborea nei 27 paesi dell'Unione europea ha assorbito ogni anno un sovrappiù di 126 teragrammi (126 milioni di tonnellate) di carbonio, pari all'11% delle emissioni della regione. Il tasso varia dal 10% dei quindici stati più vecchi (Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Svezia e UK) al 15% dei 12 nuovi membri (Bulgaria, Ciprp, Repubblica Ceca, Estonia, Ungeria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia). In Lettonia l'assorbimento da parte delle foreste supera addirittura le emissioni, mentre Lituania, Svezia, Slovenia, Bulgaria e Finlandia si trovano non lontani da una situazione di equilibrio. All'estremo opposto della scala si collocano invece Belgio, Irlanda, Paesi Bassi, Cipro e Danimarca. I risultati sono sorprendenti, ha osservato Kauppi, perché da una precedente stima, eseguita nel 1992 dallo stesso Kauppi e collaboratori, sembrava difficile che il tasso di crescita dell'assorbimento di CO2 in seguito all'espansione delle aree a foresta potesse superare il 5%. Per eseguire i loro calcoli i ricercatori hanno preso in considerazione non solamente la superficie a foresta, come negli studi precedenti, ma anche la densità degli alberi per ettaro, cosa che ha permesso una valutazione più precisa della biomassa e dell'assorbimento del biossido di carbonio. "La buona notizia è che gli alberi hanno un meccanismo efficiente di cattura e stoccaggio del carbonio", ha osservato Kauppi. "Quella migliore è che le foreste europee stanno espandendosi, andando ad assumere un ruolo via via crescente nel raggiungimento degli obiettivi ambientali europei." (gg)
(29 novembre 2007)© 1999 - 2007 Le Scienze S.p.A.

Il Brasile vuole frenare turismo e Ong, accusate di biopirateria
Gli ambientalisti insorgono: solo una manovra per impedire la nostra vigilanza
Giro di vite in Amazzonia: la foresta a numero chiuso
di OMERO CIAI
Numero chiuso in Amazzonia. Per proteggere la più famosa foresta del mondo il governo brasiliano ha deciso di varare una nuova legge che introdurrà uno stretto controllo sugli accessi e le visite. Chiunque vorrà entrare nella foresta - sia esso un turista o una Ong - dovrà chiedere un permesso speciale del ministero della Difesa e potrà ottenerlo solo dopo un complicato iter burocratico. I trasgressori saranno puniti con una multa da 40 mila euro.
Il saccheggio straniero dell'Amazzonia è una ossessione brasiliana come la drammatica finale dei mondiali di calcio persa contro l'Uruguay di Ghiggia e Schiaffino nel 1950: sono gli incubi collettivi e fondativi di una nazione giovane come il Brasile. Così, a scadenze quasi regolari, sulle Ong che lavorano nella foreste cade l'infamante accusa di biopirateria al servizio delle grandi multinazionali farmaceutiche. Quanto ci sia di vero non si sa ma i brasiliani sono molto preoccupati per i mille ricchissimi segreti della biodiversità nel polmone del mondo ed è ormai pronta una nuova legge che il governo Lula spera di far approvare entro due mesi che consentirà di controllare e vigilare tutti gli accessi e le visite in Amazzonia. Il primo a darne notizia è stato il ministro della Giustizia, Tarso Genro (l'ex sindaco della capitale "rossa" del Brasile: Porto Alegre) quando ha detto al quotidiano O Estado de Sao Paulo che molte organizzazioni non governative che seguono progetti di cooperazione nella foresta sono in realtà una copertura per gruppi di biologi e botanici stranieri che cercano piante con proprietà curative da brevettare e sfruttare sul mercato internazionale dei farmaci naturali. Alle parole di Genro sono seguite quelle di un alto funzionario del suo ministero che ha aggiunto: "Vogliamo che l'Amazzonia sia effettivamente nostra, non ci opponiamo né al turismo né alle Ong ma vogliamo sapere quando vengono e cosa esattamente fanno".
Il problema dei brasiliani, come quello di altri paesi, tra cui l'India, nasce dal fatto che l'Organizzazione mondiale del Commercio non ha ancora riconosciuto la proprietà intellettuale sui nuovi medicinali - alcuni ancora sconosciuti - nascosti nella flora amazzonica motivo per cui chiunque può estrarli e brevettarli rubandoli al Brasile. La nuova legge prevede che chi voglia recarsi nella foresta debba prima richiedere un permesso speciale che verrà rilasciato dal Ministero della Difesa ed affrontare un complicato iter-burocratico per ottenerlo: turisti compresi.
Per i trasgressori è prevista una multa fino a 40mila euro. In parte le nuove regole estendono un'altra legge restrittiva che già esiste ma che riguarda solo i territori dove sono presenti tribù indigeni e resuscitano una politica di controllo sulla foresta che venne già tentata senza grandi successi negli anni dei governi dittatoriali. Oggi l'esecutivo di Brasilia spera che grazie ai nuovi sistemi satellitari sia molto più facile individuare i trasgressori.
I critici però temono che il governo brasiliano voglia in questo modo anche limitare le incursioni delle organizzazioni internazionali (prima di tutte Greenpeace) che vigilano sulla deforestazione e accusano il governo di non fare abbastanza. L'esplosione delle coltivazioni di soia - molto redditizie anche per le esportazioni brasiliane - è stato negli ultimi anni un nuovo fattore di assalto indiscriminato alla più grande foresta pluviale del mondo E, non a torto, Greenpeace e altre Ong ecologiste sostengono che in alcune aree il governo ha chiuso un occhio con lo scopo di aumentare la superficie coltivabile.
Insieme alla biopirateria e al furto dei brevetti medicinali ci sono, dietro alla proposta della nuova legge, almeno altri due aspetti: uno è nazionalistico, l'altro è una preoccupazione di politica interna. Secondo l'esercito ci sono zone, soprattutto quelle di frontiera, dove si registra una presenza incontrollata di stranieri. Alcuni - dicono le Forze Armate - starebbero fomentando gli scontri armati sempre più frequenti fra le tribù indigene e i coloni bianchi.
(28 aprile 2008), link articolo


Forza foreste
di Letizia Gabaglio
Per combattere l'anidride carbonica lo strumento più potente è il rimboschimento su larga scala. Un'utopia? No. Diversi esperimenti pilota dal Sudamerica all'Asia mostrano che è possibile. Ecco come
Nel 1967, Daniel Ludwig ha comprato 16mila chilometri quadrati di foresta pluviale brasiliana, un'area ampia quanto metà Belgio. Il miliardario americano aveva in mente di coltivare intensivamente Eucaliptus da cui ricavare carta, secondo lui destinata a diventare sempre più richiesta. Così ha costruito una nuova città nel mezzo della foresta e disboscato 1.300 chilometri quadrati di alberi. Ma il business non è mai decollato. Uno spreco? Forse no.
Perché oggi gran parte dell'area disboscata da Ludwig è ricoperta di nuova foresta ed è diventata un laboratorio a cielo aperto dove biologi ed etologi possono studiare che cosa accade se si ripiantano le foreste distrutte. E oggi arrivano sulla bibbia della scienza americana, 'Science', che ha dedicato al futuro delle foreste un numero speciale, i risultati dell'analisi più ampia e rigorosa mai svolta sulla biodiversità di una foresta secondaria, cresciuta cioè sulle ceneri di quella primaria. La firma Carlos Peres della University of East Anglia a Norwich, in Inghilterra, che ha una buona notizia: la vegetazione è cresciuta rigogliosa e la decomposizione del fogliame a terra ha garantito il ripristino del suolo, le cui caratteristiche sono oggi simili a quelle della foresta originaria. Ma anche molti dubbi, perché soltanto il 40 per cento delle specie di uccelli presenti prima del disboscamento è ritornato dove era un tempo, e anche gli anfibi sono scarsi, così come gli alberi con quelle liane tipiche delle foreste pluviali. In Brasile, la natura ha fatto il suo corso e la foresta è risorta, ma molto diversa da quella che era.
Così come molto diverse da com'erano sono oggi le foreste delle montagne dello Hengduan in Cina, a più di 1.500 chilometri da Pechino, nello Sichuan, la zona colpita dal sisma dello scorso maggio. Prima dell'ultimo terremoto, nel 1981 e nel 1998, la regione era stata devastata da due grandi inondazioni che avevano messo in ginocchio la foresta con le sue più di 3.500 specie endemiche, tra cui i panda giganti. L'anno dopo, il 1999, il governo cinese decise di mettere al bando il disboscamento. Una mossa che, sebbene già il 35-40 per cento della foresta naturale fosse ormai persa e in alcune aree più dell'85 per cento degli alberi fosse stata tagliata, ha dato i suoi frutti, come spiega un articolo apparso sui 'Proceedings of the National Academy of Science'. Perché il governo ha deciso di ripiantare più di 143mila ettari pianificando il nuovo paesaggio e piantando nei terreni devastati diverse specie autoctone e non. Mentre altri 2 milioni e mezzo di alberi hanno trovato dimora in tutta la nazione.
Due storie parallele che raccontano diverse strategie - la riforestazione spontanea e quella guidata - messe in atto a livello globale. Entrambe con buoni risultati, come valuta Robin L. Chazdon, del dipartimento di ecologia e biologia evoluzionistica all'Università del Connecticut, su 'Science': "Di fatto, a oggi la perdita netta di foreste è calata: sebbene il tasso di deforestazione rimanga alto, 13 milioni di ettari l'anno, il manto forestale di 18 nazioni ha iniziato ad aumentare. Le foreste naturali sono in crescita in Bhutan, a Cuba, in Gambia, in Portorico e Vietnam". A cui si devono aggiungere le foreste europee, la cui ampiezza è aumentata negli ultimi 10 anni, e quelle dell'America del Nord. Buone notizie, dunque. Perché, con tutte le perplessità degli scienziati su cosa accade davvero nei terreni riforestati che poco assomigliano a quelli originari, rimane il fatto che la riforestazione è uno degli strumenti migliori per cercare di tamponare la devastazione dei cosiddetti polmoni verdi del nostro pianeta. Lo spiega bene Lester R. Brown, fondatore e presidente dell'Earth Policy Institute, nel suo ultimo libro 'Piano B3.0.
Mobilitarsi per salvare la civiltà', in cui spiega che esiste una relazione fra chilometri di foresta e clima a livello globale. Tanto che l'azienda svedese Vattenfall ha deciso di elaborare un piano di fattibilità per il ripristino delle aree degradate. Gli svedesi hanno analizzato che ci sono 1860 milioni di ettari di terreni degradati nel mondo, aree che un tempo ospitavano foreste, terreni agricoli o pascoli, la metà dei quali ha una discreta possibilità di essere recuperata. Circa 840 milioni di ettari si trovano nelle regioni tropicali, dove la riforestazione significherebbe tassi di assorbimento dell'anidride carbonica molto alti. Ogni nuovo albero ai tropici toglie dall'atmosfera in media 50 chilogrammi di anidride carbonica all'anno, mentre nelle regioni temperate ne assorbe solamente 13. I conti degli svedesi sono complessi, ma il risultato è che, riforestando, con circa 200 miliardi di dollari si potrebbe abbattere la CO2 a livelli di non dannosità. "Distribuito in 10 anni significherebbe un investimento di 20 miliardi di dollari all'anno, che dovrebbero essere finanziati dai paesi più industrializzati, responsabili della maggioranza delle emissioni. Per fare un confronto", scrive Brown: "È una cifra inferiore a quella che spende l'esercito Usa in due mesi in Iraq".
Ma il dubbio sollevato dagli scienziati all'opera in Brasile sulla qualità di biodiversità che andiamo a creare quando riforestiamo non sembra solo una questione di lana caprina. E a riprenderlo sono gli ambientalisti di Greenpeace. Spiega Chiara Campione, responsabile del programma foreste di Greenpeace Italia: "Molte volte si tende a riforestare con una sola specie arborea aree precedentemente occupate da foreste naturali. In quel caso se è vero che in parte si recupera la biomassa, non si ripristina la biodiversità. Ci sono stati anche casi in cui, proprio in nome della riforestazione, sono stati fatti errori madornali utilizzando, per esempio, specie non autoctone, a volte addirittura invasive. Ma dove vengono prese misure per limitare gli errori la riforestazione non solo aiuta l'ambiente ma crea nuove forme di sviluppo locale, sostenibile e partecipato".
È successo in Costa Rica, dove nel 1993 è partito un programma di ripristino di alcuni terreni da pascolo abbandonati. Dopo 15 anni, come afferma un articolo apparso su 'Ecological Restoration' lo scorso marzo, gli alberi nativi piantati hanno formato un ecosistema dove hanno trovato dimora 356 specie primitive, un passo importante verso la ricostituzione di quella ricchezza tipica della foresta tropicale. C'è poi il caso della Corea del Sud dove, dal 1960, è iniziato un grande programma di riforestazione che ha visto il coinvolgimento di centinaia di migliaia di persone. Risultato: oggi il 65% del paese è ricoperto di foreste, per un totale di sei milioni di ettari.
"La restoration ecology è diventata ormai una parte fondamentale della strategia di salvaguardia della biodiversità terrestre, ma si tratta di una disciplina complessa", spiega Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf Italia: "La foresta espleta numerosi servizi e quando pensiamo di ricostituirla dobbiamo valutarli tutti". Una volta individuata una zona da riforestare, infatti, va stimato l'impatto che la disgregazione dell'ecosistema ha avuto su tutte le specie, umani compresi, per poi cercare di elaborare una strategia il più possibile complessiva. Senza dimenticare le aree che circondano quella da salvare. Per non costruire cattedrali nel deserto, creare un ecosistema con aree di contiguità che le specie possano attraversare nei diversi momenti dell'anno. Per questo è nata la Society for Ecological Restoration, un gruppo di esperti internazionali che ha redatto le linee guida per un corretto recupero degli ecosistemi. E chiama in causa le popolazioni indigene.
Perché la chiave di volta della complessa operazione di ricreare un ecosistema sono proprio gli indigeni, la gente che vive nell'area e che conserva nelle proprie usanze le pratiche che meglio preservano il territorio. Dall'incontro fra le loro conoscenze e quelle degli esperti internazionali nascono gli esempi meglio riusciti di restoration ecology. C'è però un problema: come si monetizza il lavoro che le popolazioni eseguono per migliorare o mantenere intatto un determinato ecosistema? Chi stabilisce il prezzo? Qual è l'unità di misura? Se la cattura dell'anidride carbonica operata dalle foreste o, in generale, da ecosistemi integri è un prodotto di valore, allora bisognerà bene che ci sia qualcuno pronto a pagare per averlo.
La United Nations Framework Convention on Climate Change ha proposto l'introduzione di un meccanismo finanziario che premi le nazioni in via di sviluppo che si impegneranno a non abbattere gli alberi o a ripristinare gli ecosistemi. Si chiama Redd e sarà testato in una versione pilota fino al 2012. "Ma non aiuterà tutte le foreste allo stesso modo", spiegano Lera Miles, del World Conservation Monitoring Centre dell'United Nations Environmental Programme, e Valerie Kapos, del dipartimento di Zoologia dell'Università di Cambridge, su 'Science'. Non è detto infatti che le aree forestali con più alto impatto di assorbimento di anidride carbonica siano anche quelle dove è maggiore la biodiversità o dove risiedano laghi o fiumi importanti per il rifornimento di acque alle popolazioni indigene. Quindi si profila un nuovo eco-dilemma: riforestare per togliere CO2 dall'atmosfera o per salvare la biodiversità?
(28 luglio 2008)

I ribeirinhos e l'incubo delle dighe
Lungo Rio Madeira le comunità di pescatori minacciate dai progetti per alimentare megacentrali idroelettriche
PORTO VELHO – «Ci metterete due ore a uscire dalla foresta con il furgone. Buon viaggio. Mi ha fatto piacere la vostra visita». Antonio Baptista de Arujo, il serenguiero che ci ha ospitato nella sua casa in mezzo alla riserva amazzonica Chico Mendes ha salutato così, alle quattro di mattina, mentre si preparava anche lui all’inizio della sua giornata di lavoro. In effetti ci sono volute poco più di due ore perché i fari incominciassero a inquadrare un panorama un più ampio di quello delimitato dalla vegetazione fitta come un muro verde di fianco alla strada sterrata, che spariva subito risucchiata nell’oscurità. Il passaggio dalla riserva dei seringueros, i raccoglitori di lattice nello stato di Acre, alle comunità dei ribeirinhos sul Rio Madeira nello stato di Rondonia, a 15 km da Porto Velho, non è breve: ci vuole un giorno di viaggio, partendo quando è ancora notte fonda. Servono quattro mezzi diversi: un archetipo di furgone quattro per quattro, un minivan appena un po' più moderno, un’aereo, di nuovo un minivan e infine una barca. Si passa così da chi spera ancora di salvare le proprie tradizioni di vita, come i raccoglitori di lattice, a chi probabilmente le ha perse per sempre e ancora non se ne rende conto. I ribeirinhos vengono quasi tutti dell’area arida del nord est del paese, come i seringuero, ma a differenza di questi ultimi, che vivono nell’interno, hanno popolato la foresta amazzonica lungo i fiumi. Hanno puntato la loro lotta di sopravvivenza soprattutto sulla pesca, in mezzo a questa natura soffocante non solo per i 35° di media e l’umidità da bagno turco, con la quale solo gli indios sono in grado di vivere senza combattere giorno per giorno, come fanno invece gli altri che si sono spinti a vivere in queste terre spinti dalla necessità.
DIGHE E CENTRALI ELETTRICHE - Le settemila famiglie che abitano le coste del fiume Madeira, nella zona sotto Porto Velho, capitale dello stato di Rondonia, sono arrivati qui all’inizio del ‘900 e stanno lottando per non finire nelle favelas della città. Se non succedono fatti imprevisti, tra due settimane iniziano i lavori per la costruzione della diga a San Antonio, il tratto di fiume dove vivono. Loro di questo progetto non sapevano nulla fino a tre mesi fa, quando hanno dovuto compilare dei moduli e prendere atto che sulla loro testa si stavano addensando nubi sinistre. Dalla scorsa settimana, quindi prima che aprissero i cantieri, è scattata la proibizione alla pesca e il fiume ora appare deserto. Per loro è l’inizio della fine, anche se qualcuno, come Nuezete Alfonso o Josè da Silva Machado, dicono che già i loro nonni vivevano qui e che non saranno certo loro a lasciare la terra, sulla quale vantano anche regolari diritti di proprietà, tra i pochi legali che esistono in Amazzonia. Ma due altre famiglie si sono già trasferite in un nuovo villaggio in costruzione più all’interno, accettando un compenso, e incrinando così il fronte della resistenza. I ribeirinhos di San Antonio stanno lottando, anche con una manifestazione che si è svolta il 27 agosto a Porto Velho, contro un nemico di cui però non conoscono la forza. Non sanno infatti che questa diga fa parte di due progetti paralleli che interessano un’area grande quasi due volte l’Italia; centinaia di migliaia di chilometri quadrati che si estendono in tre stati dell’Amazzonia brasiliana: Rondonia, Parà, Mato Grosso, e si espande fino in Bolivia. In Rondonia il piano prevede la costruzione di altre due dighe oltre a quella di San Antonio, che servono ad alimentare tre megacentrali idroelettriche, mentre una quarta viene realizzato in Bolivia, il cui governo ha annunciato in questi giorni l’inizio dei lavori. Dopo quella di San Antonio, il progetto fissa la seconda centrale a Jirau, circa 150 chilometri a ovest, sempre sul Rio Madeira e la terza più a sud, nella zona di Gujarà-Mirin. I cantieri di queste ultime due coinvolgono diverse riserve abitate dagli indios, tra cui quelli di tre tribù isolate, che non hanno mai avuto contatti con nessuno. Ma gli indios sono una storia a sé e la racconteremo nei prossimi giorni. Tornando alle dimensioni di questo progetto, nel cuore dell’Amazzonia, nell’aprile del 2007 la Aneel (l’Agenzia nazionale dell’energia elettrica brasiliana) stimava un costo per la realizzazione delle prime due dighe di San Antonio e di Jirau in 10,92 miliardi di euro, più una spesa annua per la trasmissione di energia lungo la linea di 2,3 miliardi. Su queste basi è stato fatto un finanziamento governativo ed è stato creato un consorzio che si chiama Madeira Energia sa, con la partecipazione della compagnia elettrica statale Furnes, e del gruppo di costruttori privati della Odibrecht, la più grande realtà industriale di tutta l’America latina nel campo delle costruzioni idroelettriche e petrolchimiche. È bastato che si diffondesse la notizia del progetto delle dighe, perché in Rondonia il prezzo della terra raddoppiasse e la deforestazione, totalmente illegale, crescesse da gennaio a giugno del 600%: le aree spianate valgono più del doppio di quelle coperte dalla vegetazione.
L’AUTOSTRADA DELLA SOIA – Lasciando la Rondonia e andando verso est, a poco meno di 900 chilometri, si incrocia la strada che dovrà collegare la città di Cuiaba, in Mato Grosso, con Santarem, porto fluviale sul Rio delle Amazzoni, a est di Manaus. Non ha ancora un nome ufficiale, ma ormai è nota come “soia highway”, duemila chilometri da sud a nord che tagliano la foresta e faranno correre ancora di più la produzione di questo cereale. Il Brasile ha superato la Cina ed è il primo produttore al mondo: dai 20 milioni di tonnellate del 1996 si è passati alle 50 del 2001 e la curva è continuata a salire. Quella delle aree protette, invece, ha avuto un percorso inversamente proporzionale. Il piano prevede anche il potenziamento delle strutture del porto di Santarem, in modo da poter garantire un ritmo serrato al passaggio verso l’Atlantico al commercio della soia prodotta nelle sterminate piantagioni del Mato Grosso.
LO ZUCCHERO AMARO - Che il caos sull’Amazzonia, e sulle persone che la abitano, regni sovrano, lo si era già capito percorrendo la “Estrada do Pacifico”. Questa arteria, che arriva dalle coste del Perù, nel tratto tra Xapuria e Porto Velho, più o meno a metà, corre per chilometri a fianco di coltivazioni di canna da zucchero, che si estendono a perdita d’occhio verso l’interno. Queste piantagioni, che si trovano nella municipalità di Capixaba, sono in attesa di giudizio. Non è un modo di dire, visto che la corte ha messo sotto sequestro l’intera area, in attesa della sentenza che deve derimere il conflitto tra il governo dello stato di Acre, che le ritiene legittime, e quello centrale che invece è di parere contrario. In mezzo c’è la questione del biocarburante, per la produzione del quale serve la canna da zucchero. La scelta su questo caso creerà un precedente sul futuro di questo tipo di coltivazione sul suolo amazzonico, dove per ora non era consentita se non a determinate condizioni, che secondo gli ambientalisti guidati da consulenti del Wwf, non sono affatto rispettate. A cominciare dal consumo di acqua utilizzata, all’uso di fertilizzanti e pesticidi rilevati nella zona. L’insegna “Alcol verde” messa all’esterno dei campi non è bastata a tranquillizzare nessuno. L’unica cosa certa è che la natura ha tempi diversi da quelli delle giustizia e dei conflitti politici: in cima alle canne da zucchero si vedono già i germogli e questo significa che l’intero raccolto è da buttare.
Stefano Rodi, 08 settembre 2008

Ciclo del carbonio: Un regalo dalle foreste tropicali
La foresta primaria sta fungendo da tampone rispetto alle emissioni di biossido di carbonio, rallentando i cambiamenti climatici
Le foreste pluviali primarie assorbono il 20% circa delle emissioni di CO2 prodotte dai combustibili fossili. Complessivamente ogni anno quelle foreste rimuovono 4,8 miliardi di biossido di carbonio dall'atmosfera, ma la cosa interessante è che negli ultimi decenni ogni ettaro di foresta primaria africana ha intrappolato un sovrappiù di biossido di carbonio pari a 0,6 tonnellate per ettaro.
Lo rivela uno studio dell'Università di Leeds pubblicata su "Nature" in cui sono stati esaminati 40 anni di dati sulla foresta tropicale africana, che rappresenta un terzo di tutte le aree del mondo coperte da questo tipo di vegetazione, e oltre 250.000 reperti lignei da essa provenienti. Coniugando i nuovi dati per l'Africa con quelli disponibili per il Sud America e l'Asia, i ricercatori, diretti da Simon Lewis, hanno poi calcolato le dimensioni complessive del "pozzo" del carbonio rappresentato dalle foreste primarie tropicali ed equatoriali e la sua evoluzione. "Stiamo ricevendo un regalo dalla natura", ha osservato Lewis. "Gli alberi della foresta tropicale stanno assorbendo il 18% del CO2 aggiunto in atmosfera ogni anno dalle fonti energetiche fossili, fungendo sostanzialmente da tampone nei confronti dei cambiamenti climatici". La ragione per cui queste piante crescano di più e catturino tanto CO2 non è chiara, ma i ricercatori sospettano che il biossido di carbonio in più in atmosfera possa fungere da "fertilizzante" nei loro confronti. "Quale che sia la causa, non possiamo però contare su questo pozzo per sempre. Anche se preservassimo tutta la foresta tropicale primaria, questi alberi non possono continuare a diventare sempre più grandi indefinitamente", avverte Lewis. Secondo i rapporti dell'Intergovernmental Panel on Climate Change le attività umane producono 32 miliardi di tonnellate di CO2 all'anno, ma solo 15 miliardi di tonnellate restano in atmosfera influendo sul cambiamento climatico. La nuova ricerca spiega dove va a finire una parte significativa dei 17 miliardi di tonnellate mancanti all'appello.
"E' ben noto che metà circa si discioglie negli oceani e che l'altra metà finisce nella vegetazione e nel suolo, ma finora non sapevamo con precisione dove. Secondo il nostro studio, metà quasi del carbonio che finisce nei 'pozzi' di terra si trova negli alberi delle foreste tropicali", spiega Lewis.  (gg)
19 febbraio 2009 © 1999 - 2008 Le Scienze S.p.A.


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