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Punto Nullo Questa sezione si occupa di tutti quegli scampoli di informazione legati alla tematica Inquinamento generica

2007, India, un paradiso chiamato Kerala: Così salviamo la nostra acqua

Inquinamento dei fiumi/torrenti
Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 06-15-2011 at 12:39 PM
Articoli su Inquinamento (vari) >> Inquinamento dei fiumi/torrenti

dal nostro inviato FEDERICO RAMPINI
KOCHI (Kerala) - È in fondo all'India un esempio utile per affrontare l'emergenza-siccità italiana. Lo Stato del Kerala, con un reddito pro capite di 550 euro all'anno che è appena il 2,5% di quello italiano, non sembra il luogo più ovvio per apprendere come si salva l'acqua del pianeta.
Eppure questa estremità meridionale dell'India viene studiata nel mondo intero come un modello di sviluppo sostenibile, meno dannoso e squilibrato per l'ambiente. Il Kerala possiede un rispetto che a noi manca per l'acqua, benché non sia affatto arido. Al contrario, è un'India umida e verde, ben diversa dalle regioni assetate e polverose come il Rajasthan con le sue tinte giallo-ocra più familiari ai turisti.
Sulla costa del Kerala un fitto dedalo di delta fluviali incrocia le correnti del Mare d'Arabia, le terre emerse sono ricoperte di foreste. Il resto è laguna marina, laghi e canali naturali o artificiali, quelle che chiamano "backwaters", le acque interne. L'acqua qui abbonda in ogni momento del giorno e in ogni attività: si abita sull'acqua, ci si sposta in barca, molti vivono ancora della pesca, per altri i canali o i fiumi irrigano l'agricoltura, servono da fognature, vasche per l'igiene personale, piscine per i ragazzi.
In questi giorni i primi temporali preannunciano la prossima stagione dei monsoni, quando da giugno l'acqua non sarà più solo "sotto" ma anche "sopra" il Kerala, inondato a cateratte dal cielo. In mezzo a tanto liquido il viaggiatore occidentale resta meravigliato di fronte alle targhe d'ottone che trova nel bagno dell'albergo, con dettagliate istruzioni per insegnarci le virtù del risparmio.
"Quando noi ci laviamo i denti per sciacquare la bocca ci basta usare l'acqua di un bicchiere. Se voi la lasciate scorrere dal rubinetto potete sprecare fino a 44 litri al giorno". "C'è chi si lava le mani con l'acqua e la lascia scorrere giù dal lavandino. Noi tappiamo il lavandino e conserviamo l'acqua per pulire le mani insaponate: un semplice gesto vale 16 litri risparmiati". "Sotto la doccia abbiamo l'abitudine di aprire il rubinetto a intermittenza, e chiuderlo quando non serve. Chi lo lascia aperto dall'inizio alla fine consuma 70 litri in più". Nel loro zelo gli albergatori aggiungono consigli su come lavare le automobili o innaffiare i giardini, che non sono di una utilità immediata per il turista. Interessanti da riportare a casa propria, però.
La Baia di Fort Cochin, l'ex colonia portoghese oggi ribattezzata Kochi, contiene un'arcipelago di isole dalle linde case costruite a fior d'acqua. È un'India in forte contrasto con i luoghi del boom economico più recente. È lontano il caos dinamico di Mumbai, Calcutta e Bangalore, le capitali del "miracolo indiano" su cui si concentra l'attenzione degli investitori occidentali.
Se il futuro del pianeta appartiene alle megalopoli asiatiche, mostri urbani con 20 e più milioni di abitanti, congestioni di grattacieli e baraccopoli sull'orlo del collasso, evidentemente qualcuno si è dimenticato di dirlo agli abitanti del Kerala. Qui la popolazione rimane legata a uno stile alternativo: anche quando è "middle class" che lavora in città, continua ad abitare come facevano i genitori e i nonni, dispersa nelle villette tra gli alberi, e la vita scorre tranquilla come le placide acque verdi che bagnano il paesaggio. Le variopinte barche dei pescatori d'alto mare sembrano templi votivi galleggianti, sfoggiano sulla prua colorate divinità induiste ma anche Madonne o santi cristiani. Solcano i fiumi incrociando i mini-vaporetti per passeggeri, i traghetti per automobili e i rimorchiatori. Tutto è circondato dalla foresta tropicale. Fiumi e canali trasportano banchi di ninfee e solcano muraglie di palme da cocco, alberi di banani e di ananas. La brezza dell'oceano e le forti maree attenuano la morsa del caldo umido. Le acque sono così ricche di pesci da attirare lunghe migrazioni stagionali da Stati anche lontani, la gente di qui riconosce subito gli "Andhra-people" e gli "Orissa-people", colonie di pescatori che fanno centinaia di chilometri da altre regioni dell'India. I locali praticano anche una singolare pesca allo strascico: a bordo di piroghe o gondole sottili, controcorrente, remando freneticamente a mano, con un'energia sovrumana per questi pescatori così magri, sfrecciano sul mare lanciando dietro di sé le reti bianche sottilissime che da lontano hanno l'aspetto dello zucchero filato.
Nei laghi artificiali per la piscicoltura le donne si tuffano e nuotano completamente vestite, con le mani esperte afferrano i pesci più grossi pronti per il mercato. Le antiche reti cinesi importate più di mille anni fa dominano le spiagge fino a perdita di vista, da lontano le loro strutture di legno fisse sembrano giganteschi fenicotteri, poi si abbassano nell'acqua come enormi ragni di legno, alti quanto i palmizi.
Non c'è miseria, nessun mendicante per le vie di Kochi, anzi un certo decoro, un benessere modestissimo ma diffuso. Nelle casette dei pescatori i mattoni e l'intonaco dai colori fiammanti hanno sostituito i vecchi materiali più poveri: legno, fibra di cocco e foglie di palma. I muretti di argine che segnano il tenue confine fra acqua e terraferma sono curati come in un parco inglese. Il battello con la scritta Mobile Health Clinic (ambulatorio mobile) e le numerose scuole pubbliche o religiose ricordano una peculiarità di questa zona: il Kerala, con il primo governo comunista eletto democraticamente nella storia mondiale (1957), ha sempre avuto una qualità di servizi sociali superiore al resto dell'India.
Per decenni fu l'equivalente dell'Emilia Romagna per i comunisti italiani, una vetrina di buongoverno. Oggi l'efficienza burocratica non è più quella di una volta. Il primo ministro del Kerala V. S. Achuthanandan denuncia che "solo un terzo dei dipendenti pubblici si presentano regolarmente al lavoro".
Ciononostante sul suo territorio c'è il migliore livello di alfabetizzazione (91% contro il 65% dell'intera India), una longevità superiore di 10 anni rispetto alla media nazionale, e minori disparità socio-economiche fra le caste o fra uomini e donne. Per chi arriva dallo smog del traffico di Delhi, dal brulicare di cantieri di Mumbai, dal fervore eccitato della nuova Calcutta, sembra di approdare in una piccola Svizzera tropicale, afosa ma ordinata. È su questa atmosfera che il Kerala punta per rimanere "diverso" finché può. Incoraggia il business del turismo di lusso, sfrutta abilmente il fascino della medicina aiurvedica (nata qui), dei massaggi d'olio aromatico e delle lezioni di yoga, insieme con la nostalgia di una storia coloniale particolare: per le stradine di Fort Cochin si incontrano visitatori portoghesi, olandesi, inglesi, israeliani, attirati dalle reliquie intatte del proprio passato.
Il Kerala rimane una roccaforte della sinistra e del potere sindacale, non proprio l'ideale per calamitare gli investimenti esteri. Eppure finora non ha sfigurato nel confronto con altre zone dell'India dove la modernità è sinonimo di urbanizzazione, congestione, inquinamento, tensioni sociali. Nell'ultimo biennio il Pil locale è cresciuto del 9,2% all'anno, ancor più della media nazionale. Le rigidità imposte dai sindacati si possono aggirare.
Il gruppo Tata, sempre disposto a sperimentare nuove soluzioni di ingegneria sociale, dopo un lungo conflitto con i 13.000 braccianti nelle sue piantagioni di tè del Kerala ha risolto l'impasse coinvolgendoli nell'azionariato dell'azienda.
Trasformata quasi in cooperativa, la Tata Tea ha visto crollare gli scioperi. Del resto la conflittualità sta scendendo in maniera generale: rispetto alle ottomila vertenze con scioperi di 15 anni fa, il numero di astensioni dal lavoro si è dimezzato. E la forza dei comunisti non ha impedito al Kerala di riuscire la prima privatizzazione di un aeroporto indiano.
Solo l'elevato livello dell'istruzione ha giocato un brutto scherzo al Kerala. Per una gioventù troppo qualificata rispetto ai posti disponibili sul mercato del lavoro locale, l'emigrazione è diventata una valvola di sfogo. A Kochi ricorre una battuta: "Il miracolo del Karnataka (cioè il boom dell'informatica nello Stato vicino dove si trova Bangalore, ndr), è fatto tutto con i cervelli del Kerala". Ancora più numerosi sono quelli che hanno trovato opportunità e ricchezza varcando il Mare Arabico, soprattutto a Dubai.
Sui 35 milioni di cittadini del Kerala quasi un milione e mezzo (ben il 4%) vivono all'estero, a maggioranza nel Golfo Persico. Le loro rimesse alle famiglie valgono centinaia di milioni di euro all'anno. Una parte di questi emigranti di successo cominciano a tornare. Portano con sé una cultura più capitalista rispetto alle tradizioni del Kerala. È l'inizio di un'industrializzazione che si insinua dentro il "cuore verde" di questo Stato.
I delfini che ho visto giocare liberamente ogni mattina sul braccio di mare tra Fort Cochin e l'isola dei pescatori Vypeen, pochi giorni fa sono spariti improvvisamente. L'orizzonte si era oscurato. Per ore il mare è stato "occupato" da un King Kong navale, un titanico convoglio speciale composto di chiatte trainate da tre rimorchiatori, su cui torreggiavano le alte colonne portanti di una piattaforma petrolifera da depositare nel Golfo.
La vicina zona di Ernakulam è già invasa da quest'altro tipo di sviluppo: le ciminiere fumanti di un complesso petrolchimico, le banchine e le gru dove accostano le navi portacontainer. Lì invece degli hotel-boutique per gli amanti della tradizione aiurvedica ci sono i grattacieli Hilton e Taj, intrappolati nell'interporto, assediati da un viavai di autocarri.
Il premier Achuthanandan, marxista e ambientalista, dopo anni di resistenza ha dovuto cedere davanti al bisogno di energia e ha dato il suo via libera a una controversa diga idroelettrica, che rischia di allagare un antico "corridoio degli elefanti" nella foresta del Silent Valley National Park. In vicinanza del porto i pescatori vedono acque più inquinate. Sorvegliano la presenza dei delfini. Temono che un giorno non ci saranno più: emigrati anche loro, ma per sfuggire ai veleni.
Per questo si avverte qui, in mezzo a tante fedi che convivono pacificamente, una nuova religione dell'acqua. La sua abbondanza non inganna più. Il Kerala ha appreso che la ricchezza idrica è apparente e precaria. Sa quanto costa "pulire lo sporco", sa la differenza di costi che separa l'acqua abbondante ma pericolosa e quella limpida, pura e potabile. Ha anche capito che una delle priorità è educare meglio noi, viaggiatori d'Occidente, gli spreconi venuti dalla civiltà del rubinetto aperto. Così sono nate negli hotel di Kochi tutte quelle istruzioni scolpite nelle targhe d'ottone, piene di sorprese. Chi lo avrebbe detto: usando il secchio per annaffiare i fiori del giardino - anziché la canna di gomma attaccata al rubinetto - si risparmiano 115 litri a settimana. Una settimana di vita per una famiglia del Kerala.
(1 maggio 2007) 
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Allarme del Wwf: i grandi fiumi sono malati: Studio sui 10 più importanti corsi d'acqua del Mondo By Gabriele Ponzoni on 06-26-2007 at 12:17 PM
Il 41% della popolazione mondiale vive in bacini fluviali sottoposti a profondo stress idrico. Le minacce: clima, inquinamento e dighe
Il Danubio è uno dei fiumi che soffre maggiormente l’impatto delle infrastrutture. I drastici cambiamenti operati sul suo corso per favorire l’agricoltura e il trasporto fluviale hanno già distrutto l’80% delle aree umide circostanti
MILANO
Il mondo ha sete e le condizioni dei grandi fiumi sono preoccupanti. Dal Gange al Danubio, i principali corsi d'acqua del pianeta si stanno asciugando minacciando l'approvvigionamento idrico. L'allarme arriva dal Wwf internazionale: pianificazioni sbagliate e protezioni inadeguate non ci consentono di essere sicuri che in futuro l'acqua continuerà a scorrere. I fiumi sono minacciati dal cambiamento climatico, dall'inquinamento e dalle dighe. Tutti i dieci fiumi esaminati nello studio dell'organizzazione ambientalista sono in condizioni critiche: Yangtze, Mekong, Salween, Gange e Indus (Asia), Danubio (Europa) Rio de la Plata, Rio Grande/Rio Bravo (Americhe), Murray-Darling (Australia) ed il Nilo-Lago Vittoria (Africa).
SERVE INTERVENIRE IN MODO PREVENTIVO
«Come per i cambiamenti climatici, che hanno adesso l'attenzione dei governi e del mondo degli affari, vogliamo che i responsabili politici si rendano conto della crisi idrica adesso e non dopo», ha osservato Jamie Pittock, Direttore del Programma acqua dolce del Wwf.
DANUBIO, MEKONG E YANGTZE
Il rapporto afferma tra l'altro che le dighe lungo il Danubio hanno già distrutto l'80 percento delle terre umide del bacino del fiume. Yangtze e Mekong in Cina e nel sud-est asiatico sono principalmente minacciati da inquinamento e sfruttamento eccessivo della pesca. Lo Yangtze rappresenta il 40% delle risorse idriche della Cina e da esso dipendono più del 70% della produzione nazionale di riso, il 50% di quella di grano e più del 70% delle risorse ittiche: in una cifra questo bacino rappresenta il 40% del PIL cinese. Negli ultimi 50 anni i livelli di inquinamento sono cresciuti del 73%, con un totale di 25 tonnellate tra acque reflue e scarichi industriali.
INDO E NILO
Indo e Nilo subiscono più di altri l’impatto dei cambiamenti climatici: il primo è per più del 30% in condizioni di siccità per la scomparsa dei ghiacciai da cui dipende e il secondo subisce in modo drammatico l’innalzamento della temperatura globale al punto che il fiume più lungo del mondo ha cessato di riversare nel Mediterraneo acque dolci, provocando un’alterazione nei livelli di salinità in corrispondenza del delta. Dallo stato di salute di questi due fiumi simbolo dipende una popolazione di oltre 500 milioni di abitanti.
20% DELLE SPECIE D'ACQUA DOLCE SONO ESTINTE O A RISCHIO
A titolo di esempio vale ricordare che il 41% della popolazione mondiale vive in bacini fluviali sottoposti a profondo stress idrico, più del 20% delle 10.000 specie d’acqua dolce si sono estinte o sono gravemente minacciate come conseguenza di alterazioni e perdita di habitat, eccessiva captazione delle acque, inquinamento, aumento di specie invasive e sfruttamento non sostenibile delle risorse ittiche.
GESTIONE INTEGRATA
La “fotografia” della situazione di questi grandi del mondo ci aiuta a capire quanto il diritto fondamentale e inalienabile dell’uomo all’acqua sia seriamente a rischio – dichiara Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf Italia –. La parola d’ordine, non ci stancheremo mai di ripeterlo, non può che essere "gestione integrata dei bacini fluviali", cioè una visione unitaria degli interi bacini idrici capace di rendere, come obiettivo fondamentale della loro gestione, il buono stato ecologico di salute degli stessi. E’ indispensabile una forte cooperazione internazionale, buona volontà e lungimiranza per ottenere questi risultati. La buona salute e la vitalità dei sistemi idrici è una vera garanzia del nostro benessere. La nostra priorità deve essere l’eliminazione delle minacce che oggi distruggono queste grandi “arterie” della Terra”.
21 marzo 2007
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Scienze_e_Tecnologie/2007/03_Marzo/20/fiumi_allarme-wwf.shtml
2007, L'agonia di 10 grandi fiumi: "Rischiano di scomparire" By Gabriele Ponzoni on 06-26-2007 at 12:18 PM
Tra le cause del disastro ambientale: inquinamento, riscaldamento climatico e gestione sbagliata
ROMA - Dal Gange al Danubio, i fiumi più grandi del mondo si stanno asciugando inesorabilmente. Con conseguenze disastrose. Lo annuncia un rapporto presentato oggi dal Wwf internazionale a Gland, in Svizzera, a pochi giorni dalla giornata mondiale dell'acqua, in calendario il 22 marzo. Pianificazioni sbagliate e protezioni inadeguate non ci consentono di essere sicuri che in futuro l'acqua continuerà a scorrere - ammonisce l'organizzazione ambientalista - mettendo così in pericolo l'approvvigionamento idrico di innumerevoli specie. Da qui l'esortazione indirizzata ai governi di tutto il mondo a intervenire subito, prima che l'acqua dolce diventi davvero troppo poca.
Il Wwf ha monitorato dieci fra i più grandi corsi d'acqua della Terra. E tutti e dieci si sono rivelati in forte pericolo. Principali imputati del disastro sono l'inquinamento, il cambiamento climatico, le dighe e lo sfruttamento irresponsabile della pesca. Ma avrebbero contribuito a compromettere la salute dei corsi d'acqua anche la navigazione (è il caso del Danubio), l'eccessivo prelievo di acqua potabile, la diffusione di specie invasive, e lo sfruttamento intensivo per agricoltura e industria.
Lo stato di agonia è stato accertato per Yangtze, meglio conosciuto come Fiume Giallo, Mekong, Salween, Gange e Indo (in Asia), Danubio (in Europa) Rio de la Plata, Rio Grande o Rio Bravo (nelle Americhe), Murray-Darling (in Australia) ed il Nilo-Lago Vittoria (in Africa). Ma non è escluso che anche altri corsi d'acqua si trovino nella stessa emergenza.
"Negli ultimi 50 anni - si legge nel rapporto - gli ecosistemi (compresi quelli idrici) hanno subito alterazioni più profonde che in qualunque altro periodo storico: rapida crescita demografica, sviluppo economico e industriale hanno causato trasformazioni dell'ecosistema acqua che non ha precedenti e che in qualche caso mostra segni di irreversibilità". La posta in gioco è dunque già altissima: la stessa sopravvivenza dei bacini monitorati e delle popolazioni che da essi traggono sostentamento.
"Serve ricordare che il 41% della popolazione mondiale vive in bacini fluviali sottoposti a profondo stress idrico - elenca il Wwf - e più del 20% delle 10 mila specie d'acqua dolce si sono estinte o sono gravemente minacciate come conseguenza di alterazioni e perdita di habitat, eccessiva captazione delle acque, inquinamento, aumento di specie invasive e sfruttamento non sostenibile delle risorse ittiche".
Indo e Nilo subiscono più di altri l'impatto dei cambiamenti climatici. "Il primo è per più del 30% in condizioni di siccità per la scomparsa dei ghiacciai da cui dipende - segnalano gli ambientalisti - e il secondo subisce in modo drammatico l'innalzamento della temperatura globale, al punto che il fiume più lungo del mondo ha cessato di riversare nel Mediterraneo acque dolci, provocando un'alterazione nei livelli di salinità in corrispondenza del delta". Dallo stato di salute di questi due fiumi simbolo dipende una popolazione di oltre 500 milioni di persone.
Invece Yangtze e Mekong in Cina e nel sud-est asiatico "Sono principalmente minacciati da inquinamento e sfruttamento eccessivo della pesca". Il primo "Rappresenta il 40% del Pil cinese ma negli ultimi 50 anni i suoi livelli di inquinamento sono cresciuti del 73%". Il Mekong invece è tra i bacini più pescosi, "Con un valore commerciale dei prodotti ittici pari a più di 1,7 miliardi di dollari - dice il Wwf - ma la pesca eccessiva e le pratiche illegali rischiano di privare 55 milioni di abitanti della loro principale fonte di sostentamento".
Per quanto riguarda il Danubio, le dighe lungo il suo corso hanno già distrutto l'80% delle terre umide del suo bacino. Mentre l'Indo manifesta una consistente scarsità nella portata dovuta al prelievo eccessivo di acqua destinata ad irrigare le coltivazioni agricole.
"La situazione dei fiumi che è stata illustrata dal rapporto - ha sottolineato Jamie Pittock, direttore del programma di acqua dolce del Wwf - ha messo in evidenza lo scenario di crisi dell'acqua dolce che già molte organizzazioni paventano da anni. Vogliamo che i responsabili politici affrontino il problema subito e non quando sarà troppo tardi".
"La parola d'ordine, non ci stancheremo mai di ripeterlo, - ha dichiarato Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf, non può che essere 'gestione integrata dei bacini fluviali', cioè una visione unitaria degli interi bacini idrici capace di rendere, come obiettivo fondamentale della loro gestione, il buono stato ecologico di salute degli stessi". E' indispensabile, dunque, "una forte cooperazione internazionale, buona volontà e lungimiranza per ottenere questi risultati", conclude Bologna.
(20 marzo 2007) link al sito di Repubblica
http://www.repubblica.it/2007/03/sezioni/ambiente/fiumi-agonia/fiumi-agonia/fiumi-agonia.html
2007, ITALIA, L'analisi dell'Agenzia protezione ambiente: contaminato il 47% di laghi e fiumi By Sconosciuto on 08-01-2007 at 10:45 AM
Gli erbicidi la fanno da padrone: solo nel Po 31 diverse sostanze. "Ma non è allarme"
Oltre 100 pesticidi nelle acque italiane. C'è anche l'atrazina, vietata da 20 anni
ROMA - Ci sono 119 pesticidi nelle acque italiane (ne vengono utilizzate in agricoltura circa 150.000 tonnellate ogni anno): 112 in quelle superficiali, 48 in quelle sotterranee. Vale a dire che sono contaminati il 47% delle acque superficiali, laghi e fiumi, (il 28% in maniera critica) e il 24,8% di quelle sotterranee (il 7,7% in maniera più significativa). Tra le sostanze rilevabili, l'atrazina, vietata da 20 anni.
Emerge dal primo rapporto sul piano nazionale di monitoraggio effettuato dall'Apat (Agenzia per la protezione dell'ambiente e i servizi tecnici) presentato stamattina e relativo a dati raccolti (e parziali per alcune realtà regionali) nel triennio 2003/2005 su incarico della Conferenza stato-regioni.
"Nel 2005 (ultimo e più rappresentativo anno di indagini) - spiega l'Apat in dettaglio - i controlli hanno riguardato 3.574 punti di monitoraggio e 10.570 campioni, per un totale di 282.774 misurazioni analitiche. Nelle acque superficiali è stata riscontrata la presenza di residui in 485 punti di monitoraggio (47% del totale), nel 27,9% dei casi con concentrazioni superiori al limite stabilito per le acque potabili". Nelle acque sotterranee, sono risultati contaminati 630 punti di monitoraggio "(24,8% del totale), nel 7,7% dei casi con concentrazioni superiori ai limiti di potabilità".
Tra i pesticidi riscontrati, gli erbicidi sono le sostanze largamente più rinvenute. La presenza, generalmente riscontrata, di miscele di sostanze (fino a 12 composti diversi) e le lacune conoscitive in relazione ai possibili effetti cumulativi impongono particolari cautele. Per alcune sostanze, osserva ancora l'agenzia, la contaminazione è molto diffusa, interessa sia le acque superficiali, sia quelle sotterranee di diverse regioni e prefigura la necessità di interventi di mitigazione dell'impatto. Tra queste gli erbicidi triazinici e alcuni loro prodotti di degradazione.
Particolarmente critica è, ad esempio, la contaminazione da terbutilazina diffusa in tutta l'area padano-veneta (nel Po, ad esempio, si trova nel 52,7% dei campioni analizzati) ed evidenziata anche in alcune regioni del Centro-sud. Il Po, complessivamente, contiene 31 pesticidi, tra cui l'ancora diffusa (a distanza un ventennio dal divieto) l'atrazina: residuo di una contaminazione storica imputabile al forte utilizzo fatto in passato e alla persistenza ambientale della sostanza, ma - forse - risultato del persistente commercio illegale della sostanza. Non c'è però un allarme Po: i dati sembrano infatti in linea - sostengono i tecnici - con quelli relativi agli altri principali corsi d'acqua europei.
Il lavoro è certamente parziale perché non è stata uniforme la risposta delle regioni. Ma i tecnici sottolineano che il percorso di monitoraggio intrapreso comincia a dare i suoi frutti. "Nel 2003 - spiegano - solo Piemonte ed Emilia Romagna facevano monitoraggio nel modo corretto. Oggi anche la Provincia di Trento, la Sicilia, il Lazio, le Marche, l'Abruzzo e la Basilicata hanno elaborato un piano per il monitoraggio, mentre Campania, Umbria e Veneto stanno agendo in modo virtuoso anche se non hanno stilato il piano".
I dati riscontrati dall'Apat collimano con quelli osservati dal dossier "Fiuminforma", curato l'anno scorso da Legambiente, utilizzando le analisi eseguite dal Corpo forestale dello Stato, che indicava un 21 per cento dei fiumi italiani malati "gravi". "Non siamo all'allarme - ha in ogni caso puntualizzato il Commissario straordinario dell'Apat, Giancarlo Viglione - ma la situazione è da tenere sotto controllo perché l'acqua monitorata impatta sull'ambiente e alla lunga i pesticidi potrebbero influire anche su quella potabile". La raccolta dei dati relativa al 2006 è in corso.
(31 luglio 2007)
http://www.repubblica.it/2007/07/sezioni/ambiente/pesticidi-laghi-fiumi/pesticidi-laghi-fiumi/pesticidi-laghi-fiumi.html
2008, Muore il lago di Proserpina: disastro ambientale a Pergusa. Da giorni misteriosa strage di pesci, in particolare carpe By Sconosciuto on 02-28-2008 at 3:17 PM
L'invaso, in provincia di Enna, al centro di miti e leggende
Chiusa la riserva naturale, in corso le analisi di esperti e biologi
dal nostro inviato ALESSANDRA ZINITI
Il lago di Pergusa è il più alto della Sicilia. Si trova a 8 chilometri da Enna
PERGUSA (Enna) - I pesci hanno cominciato ad affiorare qualche giorno fa. Prima qualcuno, poi diverse decine. Ammassati nelle anse e sulle rive del lago. Morti, tutte insieme, senza nessun evidente motivo. Se ne sono accorti i contadini della zona e hanno dato subito l'allarme. I biologi della riserva e i tecnici dell'Ausl sono partiti provette alla mano, ma in attesa del responso al sindaco di Enna hanno dato subito un suggerimento: dichiarare off limits il lago di Pergusa, una delle più importanti riserve naturali della Sicilia, tappa obbligata per migliaia di uccelli migratori che proprio in questo periodo fanno la loro comparsa, un ecosistema floro-faunistico che solo da qualche anno sembrava aver ritrovato il suo equilibrio dopo un lungo periodo di degrado ambientale dai tempi dell'endemia malarica degli anni Sessanta.
Ieri il lago di Pergusa, il più alto di Sicilia con i suoi 600 metri d'altezza, pullulava di esperti e biologi, tutti a fare prelievi per capire il fenomeno e trovare la causa di questa improvvisa moria di pesci. In particolare carpe, una specie della quale il lago era stato ripopolato tre anni fa, dopo che il bacino rimasto a secco per diverso tempo svuotato d'acqua dalle sempre più numerose case di villeggiatura della zona e soprattutto dall'autodromo che lo cinge come un anello, è tornato a riempirsi. Preoccupato, ieri pomeriggio, subito dopo aver firmato l'ordinanza che vieta a tempo indeterminato qualsiasi accesso al lago, anche il sindaco di Enna Rino Agnello è andato a sincerarsi dell'entità del fenomeno. "Gli esperti stanno facendo i prelievi e il servizio veterinario dell'Ausl sta esaminando anche le carcasse dei pesci. Qualcuno ipotizza che possa essere un fenomeno ciclico, ma la verità è che in questo momento non c'è alcuna certezza scientifica. Per questo mi hanno suggerito di firmare un'ordinanza che vieta qualunque uso dell'acqua del lago: da quelle irrigue a quelle sportive e ricreative".
Un'altra emergenza colpisce una delle più belle zone naturalistiche della Sicilia, da sempre oggetto di un braccio di ferro tra ambientalisti e istituzioni. Soprattutto per quell'autodromo che cinge il lago spezzando con una striscia d'asfalto il colpo d'occhio di quella distesa d'acqua azzurra e del canneto tutto attorno. Tranne in quei periodi dell'anno in cui le acque diventano color vinaccia per la comparsa di milioni di batteri porporei e il bacino diventa "il lago di sangue". Un fenomeno emozionante con quell'aura mitologica legata al ratto di Proserpina che permea ancora la vita della gente del luogo. I più vecchi qui raccontano sempre ai nipotini che l'alternanza delle stagioni è dovuta proprio al ritorno in quei luoghi, solo per sei mesi, della bellissima fanciulla figlia della dea Demetra rapita da Ade mentre passeggiava lungo le rive del lago.
(20 febbraio 2008)
http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/ambiente/lago-proserpina/lago-proserpina/lago-proserpina.html
Nel fiume Ticino è allarme cadmio, cromo, ammoniaca, azoto. In dosi fuori limite. E altri inquinanti nei bacini idrici in provincia di Milano e Pavia. Scoperti dal Corpo forestale. In edicola da venerdì By Sconosciuto on 03-17-2008 at 12:20 PM
Acqua velenosa
di Emiliano Fittipaldi
Nel 1997 i Mondiali di Pesca all'oro hanno fatto tappa nel Ticino. Gli organizzatori sono andati a colpo sicuro: le preziose pagliuzze scendono dalle Alpi dalla notte dei tempi, e le gesta dei cercatori (migliaia di schiavi assoldati dall'Impero romano, in verità) le ha già raccontate Plinio il Vecchio. Oggi una nuova corsa è inimmaginabile: si calcola che il fiume trasporti ogni giorno micro-pepite per un valore oscillante tra i 5 mila e i 10 mila euro, poca cosa. Ma di sicuro, se si organizzasse una nuova tappa del campionato, oggi nelle padelle non finirebbe il nobile metallo giallo, ma perniciosissimi (e invisibili) metalli pesanti. Che, in aggiunta a decine di altre sostanze tossiche, formano un menù killer per la flora e la fauna dell'ecosistema. Cadmio, azoto ammoniacale e cromo esavalente sono solo alcuni degli inquinanti ritrovati in quantità superiori ai limiti dai tecnici del Corpo forestale dello Stato, che hanno messo sotto osservazione la parte di fiume vicino Morimondo. Un comune ridente, al di là del nome, e famoso per i suoi prodotti biologici: siamo all'interno del Parco della Valle del Ticino, annoverata dall'Unesco tra i patrimoni dell'umanità.
"Mancanza di depuratori, scarichi urbani, agricoli e industriali hanno messo in serio pericolo la salute delle acque. E chi si fa il bagno nel fiume lo fa a suo rischio e pericolo", dice Elisabetta Morgante, vice-questore aggiunto della polizia scientifica ambientale. Non solo ignari canoisti e pescatori e altri habitué del Ticino, ma anche chi va nelle toilette di alcune fabbriche di Abbiategrasso, senza saperlo, mette a rischio la propria incolumità. A pochi chilometri da Milano, infatti, gli agenti del Corpo hanno scoperto che l'acqua che esce dai rubinetti di alcune fabbriche di un grosso insediamento industriale (circa 20 fabbricati in periferia) è avvelenata. Dipendenti, operai e dirigenti si lavano con il cadmio, il nichel e il piombo, metalli trovati sia nelle condutture dei bagni sia nelle fognature del quartiere. Anche in provincia di Pavia, ad Albuzzano, le indagini del laboratorio mobile hanno scoperto situazioni al limite. Le acque nere di un nuovo complesso residenziale del paese finiscono dritte dritte nei canali di irrigazione dei campi. A parte il tanfo, fastidioso ma innocuo, l'acqua corretta a fenolo e nichel penetra nel terreno dove si coltivano foraggio e cereali. Mais e grano che si trasformano in pane e pasta.
Chi crede che la Lombardia, la zona più ricca e sviluppata d'Italia, sia immune dagli effetti dell'inquinamento selvaggio e dell'antropizzazione sbaglia di grosso. I fiumi della regione sono molto sporchi: secondo gli ultimi dati resi noti dell'Agenzia di protezione dell'ambiente il 32 per cento dei corsi d'acqua è 'scarso' o 'pessimo', e le falde primarie, quelle più in superficie, sono praticamente compromesse. Come la Lombardia, anche il resto della Pianura Padana conserva nel sottosuolo nitrati, metalli e pesticidi in quantità massicce. "Si pensa agli effetti della diossina a Napoli e alle falde acquifere del Sud, ma anche qui abbiamo seri problemi", spiega Damiano Di Simine, presidente regionale di Legambiente: "Dieci milioni di abitanti, sette milioni tra suini e bovini, insediamenti zootecnici e industriali hanno un impatto pesante. Se il Seveso e l'Olona non viaggiano dentro zone agricole, l'inquinatissimo Lambro viene usato tuttora per irrigare i campi. Una bomba biologica". Nel Bresciano le industrie di fucili e chiodi della Val Trompia scaricano nel fiume Mella, che bagna filari di ortaggi e frumento. Un corso che ha sparpagliato la diossina prodotta dalla Caffaro di Brescia per mezza provincia.
La Lombardia è in ottima compagnia. I dati Apat disegnano un quadro a tinte fosche di tutte le acque tricolori. Quella potabile è in genere di ottima qualità, ma le riserve blu del sottosuolo e i corsi in superficie sono, in parte, contaminati, come mostrano la tabellla qui a fianco, e come spieghiamo nel dettaglio nell'articolo di pagina 53. Con un trend decisamente negativo: rispetto al 2003, l'acqua delle falde inquinata per mano dell'uomo passa dal 21,5 al 28 per cento, mentre il liquido di classe 1 e 2, il più pregiato, diminuisce di tre punti.
Ticino al cadmio Morimondo è in provincia di Milano ed è nelle acque in cui si specchia il paesino (1.131 anime secondo l'ultimo censimento Istat) che la Forestale ha fatto le prime analisi. La diagnosi è sconfortante: quello che molti considerano uno dei fiumi più puliti d'Italia è gravemente ammalato. "Abbiamo trovato presenza massiccia di schiuma, dovuta a presenza di tensioattivi", spiega Elisabeta Morgante, "ma soprattutto valori alti di cadmio, fenoli, azoto ammoniacale, piombo. Sostanze rilevate sia vicino lo scarico sia nell'ansa. Un fatto gravissimo per un'area di elevato pregio naturalistico. Bisogna che le autorità gestiscano gli scarichi in modo adeguato. Sono troppi i comuni della zona senza depuratore o con sistemi non funzionanti, e troppe le aziende di zootecnia e del secondario che buttano tutto in canali collegati al Ticino". L'inquinamento-choc è provocato anche dallo sfruttamento serrato da parte dell'agricoltura: il fiume, saccheggiato durante sei mesi l'anno, a bassa portata perde la capacità di autodepurazione. I campanelli d'allarme ci sono tutti, compresa l'assenza dei microrganismi che vivono solo in acque pulite: la minaccia all'ecosistema è reale. "Non solo. Ricordo che qui si coltivano riso e prodotti biologici, cibo che finisce sulle nostre tavole", chiosa la scienziata. Che fa un breve, terrificante elenco degli effetti dei metalli pesanti sulla salute e l'ambiente. "Il cadmio è un metallo raro, e insieme al mercurio è il più pericoloso. È tossico per l'uomo anche a concentrazioni minime, e tende ad accumularsi negli esseri e negli ecosistemi. L'assorbimento avviene attraverso gli alimenti, come fegato, funghi, crostacei, polvere di cacao, alghe. I fenoli hanno effetti pericolosi se ingeriti o messi a contato con gli occhi, il piombo viene trattenuto nel sistema nervoso centrale e nelle ossa". Anche il cromo esavalente, usato per la concia delle pelli o la produzione di vernici, può provocare reazioni allergiche, problemi di stomaco e respiratori, persino alterazione del materiale genetico e cancro ai polmoni. "Solo una piccola parte di questa sostanza si dissolve in acqua: l'acidificazione del terreno può facilitare l'assorbimento del cromo da parte dei raccolti".
Nichel ad Abbiategrasso La vicenda di Abbiategrasso, paesone a 20 chilometri dal capoluogo, ha dell'incredibile. La Forestale ha trovato nichel, piombo e cadmio direttamente nell'acqua che usciva dai rubinetti di un intero supercondominio industriale alla periferia della città. Un distretto in cui sono localizzate varie ditte: dalle carrozzerie per auto ad aziende di materie plastiche, dalla verniciatura di accessori da bagno alla produzione di sacchetti e borse in polietilene, fino alla costruzione di motori elettrici e alla lavorazione del cemento. Circa 20 insediamenti in cui lavorano centinaia di persone. La gestione della lottizzazione, dice la Forestale, non è mai passata al Comune, e la zona non è servita da un acquedotto: le aziende scaricano i liquidi in una fognatura privata, e l'acqua che alimenta il quartiere proviene da un pozzo. Tutto gestito da una società che, dopo le indagini, è finita nel mirino della Procura di Milano. Dopo l'intervento della Forestale l'amministrazione ha firmato un'ordinanza urgente, che ha vietato alle aziende di aprire i rubinetti venefici. "La problematica degli scarichi e della gestione della risorsa idrica in Italia anche nei contesti apparentemente più sviluppati è risultata quanto mai irrisolta e confusa: in provincia di Milano le analisi portano ad ipotizzare un rischio concreto di contaminazione diffusa", chiosano dal Corpo. L'acqua destinata ai bagni delle aziende, usata per fini igenici, ma che chiunque poteva bere, era di fatto non potabile, così sporca da poter determinare "danni ambientali anche a lungo termine e forme di tossicità acuta e cronica".
Pavia a cielo aperto Il mirino dei biologi della Forestale si è infine fermato su Albuzzano, in provincia di Pavia. Il regno dei cereali e del riso: i chicchi della zona finiscono nei piatti di tutti gli italiani, e si stagliano in bella evidenza persino nello stemma del Comune. Ebbene, nella ricca Padania può accadere che un insediamento residenziale nuovo di zecca scarichi le sue acque nere direttamente nel reticolo idrico superficiale. Fuor di tecnicismi, lo scolo dei bagni di una ventina di villette finisce nei canali a cielo aperto usati per l'irrigazione dei campi coltivati. "Abbiamo visto a occhio nudo chiazze oleose e idrocarburanti, oltre a sentire un puzzo nauseante", ragiona Alberto Guzzi, comandante provinciale del Corpo: "L'inquinamento, paradossalmente, in questo caso potrebbe essere legalizzato: non è raro che la Provincia autorizzi temporaneamente il convoglio degli scarichi nelle acque superficiali. Basti pensare che fino a pochi anni fa intere zone di Milano est usavano il Lambro come fognatura". Dai risultati dei campioni prelevati risultano anche valori alti di fenoli, presenza di piombo e nichel, formazione di solidi sospesi a rischio tossicità. A dimostrazione che i veleni non sono un'esclusiva della Campania e delle sue discariche, ma galleggiano anche nelle acque poco trasparenti dell'Italia del Nord
(13 marzo 2008)
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Acqua-velenosa/2003647&ref=hpsp
Quattro cascate tra i grattacieli By Gabriele Ponzoni on 03-21-2008 at 3:42 PM
New York D’accordo gli ambientalisti. Ma c’è chi teme «l’invasione delle équipe dell’artista»
Progetto dello scultore Eliasson: verranno create in estate. Saranno alte fino a 36 metri
NEW YORK—È il più monumentale progetto di arte pubblica varato dalla città di New York dai tempi di «The Gates», la «scultura all’aperto » di aste e stoffe arancioni alte 5 metri e lunghe 37 chilometri,
Il progetto di una delle cascate di Eliasson. Sullo sfondo il ponte di Brooklyn
realizzata da Christo dal 12 al 27 febbraio 2005 nel cuore di Central Park. Si tratta di «The New York City Waterfalls», la grandiosa serie di quattro cascate alte fino a 36 metri che punteggeranno la baia di New York e saranno visibili sia dall'East River che dalla terra ferma a partire dal luglio all’ottobre del 2008. Dietro l’impressionante serie di sculture c’è l’artista di origine islandese-danese Olafur Eliasson, che ha ricevuto l’intero budget di 15 milioni di dollari dalla Public Art Fund, una fondazione privata non-profit che in passato ha sponsorizzato, tra l’altro, «Sky Mirror» di Anish Kapoor e «Puppy» di Jeff Koons, entrambi al Rockefeller Center.
RITORNO ECONOMICO - «L'arte pubblica è una delle grandi tradizioni di New York», spiega il sindaco Michael Bloomberg. «Non solo perché ispira ed eccita i newyorchesi ma anche perché porta turismo e milioni di dollari nella nostra economia ». Secondo i calcoli di Bloomberg, le quattro cascate — una a Manhattan, due a Brooklyn e una a Governors Island, «Inietteranno oltre 55 milioni di dollari nelle casse cittadine» («The Gates» di Christo portò 254 milioni). Il che spiega, forse, come mai persino le associazioni ambientaliste della Grande Mela, tradizionalmente rigidissime nell’accordare permessi, hanno accolto il progetto a braccia aperte. «L’impatto ecologico del progetto sarà minimo», spiega Basil Seggos, avvocato ambientalista di Riverkeeper, un’associazione dedita alla protezione del fiume Hudson.
ECO-SCULTURE - Le quattro cascate saranno illuminate anche di notte e le masse immense di acqua dovranno precipitare dall’alto di impalcature giganti. Ciò presentava un problema energetico potenzialmente insormontabile che Eliasson ha risolto con l’utilizzo di eco-pompe e luci ecologiche LED simili a quelle utilizzate a Times Square a Capodanno. «Un escamotage ineccepibile », esulta Ashok Gupta, portavoce dell’inflessibile Natural Resources Defense Council. Secondo i media locali, solo uno come Eliasson poteva mettere tutti d’accordo. In 15 anni di carriera, l’artista 41enne è diventato famoso grazie alle sue sculture ecologiche che traggono ispirazione dalla natura e manipolano la percezione visiva dello spettatore per comunicare un messaggio urgente e spesso drammatico sul futuro del pianeta e delle sue risorse «a rischio». Di forte impronta ambientalista è il lavoro che gli darà popolarità mondiale: «The Weather Project», del 2003. Visto da oltre 2 milioni di spettatori e allestito nella Turbine Hall della Tate Modern a Londra, è una gigante sovrapposizione di vapore, specchi e 200 lampadine per creare l’illusione di un risplendente sole. In un altro lavoro, «Green River» del 2000, l’artista rovesciò un colorante verde non tossico nel fiume di Stoccolma.
SCALA «RINASCIMENTALE» - E in un’opera ancora precedente — «Beauty» del 1993 — riuscì a creare un arcobaleno all'interno di una galleria, proiettando delle luci attraverso un sottile vapore acqueo. L'unico inconveniente del nuovo progetto? «Presto la città sarà letteralmente invasa dalle sue equipe», risponde il New York Sun, che sottolinea come Eliasson faccia parte di «un ristretto gruppo di artisti contemporanei che lavorano su «scala quasi rinascimentale ». In un’intervista pubblicata dal New Yorker nel 2006, lui stesso aveva rivelato di servirsi di «uno studio di 1400 metri quadri allestito in un ex deposito ferroviario a Berlino Est dove impiego oltre 40 assistenti, inclusi matematici, architetti, elettricisti e tecnici del suono».
Alessandra Farkas, 17 gennaio 2008
http://www.corriere.it/esteri/08_gennaio_17/quattro_cascate_a_new_york_2e2ee580-c4d1-11dc-8929-0003ba99c667.shtml

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