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Punto Nullo Scoperte sul passato della Terra

2007, Mistero risolto: l'uomo e non il clima ne causò estinzione

Dinosauri e fossili
Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 01-04-2009 at 4:12 PM
Paleontologia e fossili >> Dinosauri e fossili



06.05.2006: estinzione preistorica in Alaska dovuta all'uomo
Un'estinzione causata dall'uomo preistorico
Una nuova ricerca indica che i cavalli preistorici presenti in Alaska potrebbero essere stati portati all’estinzione dall’uomo e non dai cambiamenti climatici, come ritenuto in precedenza. L’ipotesi è suffragata dalle argomentazioni esposte in un articolo pubblicato sull’ultimo numero dei "Proceedings of the National Academy of Sciences" (PNAS), in cui si riferisce di una ricerca svolta da ricercatori del Woods Hole Oceanographic Institute, dell’Università dell’East Anglia e del Royal Botanic Garden. Finora si pensava che i cavalli selvatici si fossero estinti molto prima dei mammut e dell’arrivo dell’uomo dall’Asia, imputandone la causa a un raffreddamento del clima. I ricercatori hanno però riscontrato diverse imprecisioni nella datazione di quei resti fossili che, unite all’incompletezza del materiale disponibile, non permetterebbero di escludere la sopravvivenza del cavallo fino all’arrivo dell’uomo. Nell’articolo viene sviluppato un nuovo metodo statistico per cercare di risolvere i problemi associati dalla datazione dei fossili del Pleistocene, allo scopo di fornire una scansione temporale più precisa dell’estinzione del cavallo e del mammut e, da ultimo, delle sue cause. Il Pleistocene, che copre la parte iniziale del Quaternario da 1,64 milioni a 10.000 anni fa, è stato caratterizzato da una vasta glaciazione nell’emisfero settentrionale e dall’evoluzione dell’uomo moderno. Fu un periodo in cui si verificarono estinzioni su vasta scala, particolarmente in Nord America, ma l’importanza relativa dei fattori che vi hanno concorso, il cambiamento climatico o l’eccesso di caccia da parte dell’uomo, è un argomento ancora discusso.
© 1999 - 2006 Le Scienze S.p.A.

2007-01-25
(ANSA) - SYDNEY, Fu l'arrivo dell'uomo la causa dell'estinzione della megafauna in Australia: e' quanto emerge dall'ultima scoperta nel deserto di Nullarbor. L'esame dei fossili, risalenti a 800mila anni fa, ha chiuso il dibattito:e' stata la comparsa dell'uomo e non il cambiamento climatico a causare l'estinzione dei canguri alti tre metri e dei leoni marsupiali. L'area ospitava almeno 69 specie di mammiferi, uccelli e rettili, fra cui 23 tipi di canguri: il 90% fu perso entro 20mila anni dall'arrivo dell'uomo.

Estinto per malattia
L'estinzione di mammiferi che vivono confinati su isole non è un fenomeno raro, tant'è che circa l'80 per cento dei mammiferi estintisi negli ultimi 500 anni appartengono a questa categoria, ma lo studio rappresenterebbe la prima dimostrazione dell'estinzione di un mammifero a seguito di un'epidemia
Disabitata fino agli inizi del XX secolo, la piccola isola di Christmas Island, alsud dell'isola di Giava, ospitava due specie di ratti endemici, Rattus macleari e R. nativitatis, che si estinsero nel giro di una decina di anni dopo l'arrivo delle prime navi e, con esse, del ratto nero. Un articolo pubblicato su PLoS One porta consistenti prove a favore dell'ipotesi che tale estinzione non sia stata conseguenza della competizione diretta fra le specie autoctone e il nuovo arrivato, ma che sia stata dovuta dalla propagazione di una malattia trasportata dal ratto nero e alla quale le specie autoctone non hanno potuto sopravvivere.
L'estinzione di mammiferi che vivono confinati su isole non è un fenomeno raro, tant'è che circa l'80 per cento dei mammiferi estintisi negli ultimi 500 anni appartengono a questa categoria, ma lo studio rappresenterebbe la prima dimostrazione dell'estinzione di un mammifero a seguito di un'epidemia.
La ricerca, diretta da Alex D. Greenwood della Dominion University a Norfolk, in Virginia, e dell'American Museum of Natural History, è partita dalla lettura dei resoconti dei parassitologi dell'epoca che testimoniavano come a cinque anni dalla colonizzazione dell'isola aveva fatto la comparsa zanzare vettrici del protozoo che nell'uomo causa la malattia del sonno, al quale peraltro il ratto nero è adattato, ma non così i ratti autoctoni.
I ricercatori hanno esaminato campioni dai 21 esemplari dei ratti estinti conservati nei musei, constatando, attraverso l'esame della eventuale presenza del genoma del protozoo, che nessuno dei gli esemplari conservati prima del contatto con i ratti neri era stato infettato, a differenza del 30 per cento degli esemplari raccolti successivamente, percentuale che testimonia un tasso di infezione molto alto. I ricercatori hanno anche analizzato il genoma degli animali stessi, documentando che non vi era stata ibridazione fra ratti autoctoni e ratto nero e che l'estinzione non poteva essere imputata a questa causa. "In questo caso non ci troviamo di fronte a un caso di sovrasfruttamento e caccia da parte dell'uomo"; ha commentato Ross MacPhee, dell'American Museum of Natural History che nel 1997 aveva già proposto la teoria che anche le malattie potessero essere causa di estinzione, ipotizzando che queste fossero state una importante concausa dell'estinzione dei mammuth.
A rischio di estinzione per malattia sembra peraltro oggi anche il diavolo della Tasmania, attualmente colpito da una forma tumorale originata da un virus. "Lo studio dovrebbe mettere in guardia sulla possibile velocità di diffusione dell'inquinamento da patogeni " ha concluso Greenwood. "L'inquinamento da patogeni è l'introduzione di malattie animali o vegetali in un nuovo ambiente. Questa forma d'inquinamento può colpire diverse specie che sono in declino o che contano piccoli numeri e può essere accidentale o attiva, come potrebbe essere il caso della prospettata costruzione del Pleistocene Park in Russia o anche in occasione di ripopolamenti di specie a scopi di conservazione." (gg)
(04 novembre 2008)© 1999 - 2008 Le Scienze S.p.A.

2007-09-27, Sequenziato Dna peli mammut: Il margine di errore e' il più basso mai registrato
(ANSA) - E' stato sequenziato in maniera completa il Dna estratto dai peli di 10 mammut lanosi siberiani vissuti tra 50 mila e 12 mila anni fa. Il risultato è frutto di un lavoro internazionale coordinato da Thomas Gilbert dell'Università di Copenhagen, a cui ha collaborato anche Paola Iacumin dell'Università di Parma. L'importanza della ricerca è nel margine di errore più basso mai riscontrato nelle sequenze di Dna cosi' antico e prelevato da campioni esposti all'aria per tanto tempo.

2007-06-07
Mammut estinti per cause ambientali: Il processo sarebbe durato decine di migliaia di anni
(ANSA) - Non e' stato l'uomo, ma il cambiamento climatico a provocare l'estinzione dei mammut. Lo afferma uno studio apparso sulla rivista Current Biology, secondo cui la sparizione dei giganteschi animali sarebbe avvenuta gradualmente. Dalle analisi dei ricercatori dell'università di Londra infatti emerge che il processo di estinzione e' durato decine di migliaia di anni e per i mammut sembra essere dovuto a cause ambientali.


Specie sconosciute gettano luce su lontana preistoria: Scoperti fossili canguri carnivori
(ANSA) - SYDNEY, Resti fossili di canguri carnivori sono stati scoperti da paleontologi australiani nel nordest del continente.Si tratta di centinaia di animali finora sconosciuti, trovati in 3 differenti località: canguri con zanne da lupo, altri con grandi arti superiori che galoppavano anziché' saltare, e poi leoni marsupiali, coccodrilli capaci di arrampicarsi sugli alberi e uccelli alti 3 metri con becco d'anitra, anche carnivori. I fossili risalgono a oltre 24 mln di anni fa.
ANSA 2006-07-13


2006: Oltre 100 animali sopravvissuti dalla preistoria ad oggi (interessante)
Una mostra interamente dedicata alla scoperta di un mondo che il tempo non ha cambiato, ai cosiddetti "fossili viventi", a quegli animali cioè che nel corso di milioni di anni sono rimasti uguali nelle caratteristiche somatiche e fisiologiche.
"Mai estinti!" - ideata e organizzata da Globo divulgazione scientifica nell’ambito della sesta edizione di "Tempo Futuro" - è visitabile alla Stazione Marittima di Trieste fino al 7 gennaio. La vita sulla Terra ha subito negli ultimi 600 milioni di anni cinque grandi estinzioni di massa. La più importante avvenne 250 milioni di anni fa e provocò la scomparsa del 90 per cento delle specie viventi. Quella meglio conosciuta è l’estinzione avvenuta 65 milioni di anni fa, durante la quale scomparvero i dinosauri, i rettili volanti e oltre la metà delle specie marine. Alcuni organismi tuttavia sono arrivati fino ai giorni nostri mantenendosi inalterati nel tempo, come le lamprede, i vertebrati più primitivi conosciuti, o l’ornitorinco, un mammifero che sebbene allatti i suoi piccoli depone le uova come i rettili. Questi e tanti altri esempi di una preistoria ancora presenti sul nostro pianeta sono dunque i protagonisti della mostra che, suddivisa in quattro sezioni, spiegherà i misteri insoluti del processo evolutivo delle specie. "Il percorso espositivo mostrerà animali dall’aspetto spesso curioso e insolito, a cominciare dagli invertebrati marini e dai pesci fino ai vertebrati superiori, senza dimenticare i vegetali – spiega Francesco Barbieri, curatore della mostra. - I fossili più antichi conosciuti, per esempio, risalgono a quasi 4 miliardi di anni e sono colonie di alghe unicellulari che sono sopravvissute fino ai giorni nostri in alcune località dell’Australia Occidentale. Ma anche luoghi insospettabili come le nostre case celano un 'fossile vivente': è l’insetto comunemente chiamato 'pesciolino d’argento', che esiste da oltre trecento milioni di anni". Accanto a anfibi, insetti alati, ragni e scorpioni saranno esposti animali quasi introvabili, come limuli, nautili e storioni grossissimi.
Grazie a questa mostra, dunque, il visitatore potrà immergersi in un mondo passato e scoprire i motivi scientifici che hanno preservato queste specie animali. La mostra offre un servizio di visite guidate con personale specializzato incluse nel prezzo del biglietto d’ingresso.
14 dicembre 2006 dal sito di Newton


Proiettili di ferro e nichel nelle zanne dei mammut (sarà vero?)
Sono schegge di meteoriti! Sono state trovate a centinaia, "incastonate" in zanne di mammut e ossa di bisonti siberiani, all'interno di piccoli fori (da 2 a 5 millimetri) di cui sono ricoperti i fossili nelle parti rivolte verso il cielo. Le tracce di questa micidiale e mortale sventagliata cosmica sarebbe la prova concreta di una pioggia di meteoriti che si suppone essersi abbattuta sui territori di Russia e Alaska decine di migliaia di anni fa.
La scienza segue strade assai curiose, a volte, ed è capace di trovare risposte anche in luoghi inconsueti: a ispirare gli scienziati ad avviare questa ricerca non è stato un remoto sito archeologico, ma la hall di un motel. Allen West, del Lawrence Berkeley National Laboratory, stava indagando sulle possibili cause dell'estinzione dei clovis - una popolazione vissuta in Nord America circa 13 mila anni fa - quando ha pensato di dare un'occhiata alle ossa dei grandi mammiferi dell'epoca. Così si è recato in un motel di Tucson, in Arizona, dove ricordava di aver visto un'esposizione di zanne di mammut.
Il test della calamita: In uno dei fossili era presente un foro dai bordi bruciati, dall'aspetto simile a quello lasciato da un oggetto scagliato ad alta velocità (come un proiettile, per esempio). Risalito ai proprietari del reperto, West e il suo collega Richard Firestone hanno potuto analizzare altre 15mila tra zanne e ossa di grandi mammiferi estinti: la presenza più rilevante di micro meteoriti è stata individuata sulla superficie superiore - quella rivolta verso il cielo - di un gruppo di zanne provenienti dalla penisola di Yukutia, nella Siberia orientale. Ulteriori analisi hanno poi confermato che si tratta effettivamente di materiale spaziale, composto prevalentemente di ferro e nichel, e non di schegge di origine terrestre.
Mammut in calo: La maggior parte dei fossili analizzati risalga a un periodo che va dai 30 ai 34mila anni fa: la datazione pone la scoperta ben al di fuori dello studio di West sui clovis, ma può avvalorare altre ipotesi archeologiche. Molti scienziati infatti ritengono che in quell'arco di tempo il numero dei grandi mammiferi, come bisonti e mammut, diminuì notevolmente, anche se non si trattò dell'estinzione definitiva. Colpa della tempesta di meteoriti? È ancora presto per affermarlo, ma «la nostra speranza», commenta West, «è che musei e università inizino a esaminare le loro collezioni di fossili alla ricerca di testimonianze simili».
(Elisabetta Intini, 17 dicembre 2007) link articolo

Avvenne 12.900 anni fa e fece sparire quasi tutti i grandi mammiferi dell'epoca. Mammuth estinti in massa a causa di una pioggia di comete sul Nord America Una ricerca dell'Università dell'Oregon ha trovato milioni di nano-diamanti che sono la prova del disastro
NEW YORK (USA) - Fu una vera e propria estinzione di massa. Avvenuta nel giro di pochissimo tempo. E ora sappiamo perchè. Una pioggia di meteoriti investì la terra 12.900 anni fa con la potenza di migliaia di bombe atomiche causando l'estinzione di mammuth, tigri dai denti a sciabola, bradipi giganti e quasi sterminando gli antichi indiani del Nord America.
LA RICERCA - È quanto sostiene una ricerca dell'università dell'Oregon pubblicata su Science sulla base del ritrovamento di milioni di nano-diamanti (della grandezza di un milionesimo di millimetro) nella fascia che dall'Arizona al South Carolina risale il continente fino agli stati canadesi dell'Alberta e di Manitoba. Per ottenere queste pietre servono altissime temperature e una pressione fortissima, situazioni generate da una serie di esplosioni simile a quella verificatasi nel 1908 a Tunguska in Siberia dall'impatto di un meteorite che polverizzò 2000 km quadrati di foresta. Doug Kenneth, il capo del team, ha spiegato che questi nano-diamanti sono stati ritrovati in gran quantità negli strati di terra corrispondenti a 12.900 anni fa quando oltre alla deflagrazione distruttiva la polvere sollevata in cielo causò anche una mini era glaciale durata circa 1.300 anni. Un periodo in cui nei sedimenti non si trovano più tracce dei grandi animali e minime degli indiani Clovis. La teoria, bisogna dirlo, non è unanimemente condivisa dagli studiosi di tutto il mondo, ma secondo quanto riporta Science manca al momento una ipotesi altrettanto credibile che la possa chiaramente confutare.
03 gennaio 2009

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