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Punto Nullo Le frane nel Mondo

In questa sezione sono stati raccolti tutti gli articoli inerenti frane e dissesto Idrogeologico raccolti su giornali, internet, ecc. con l'intento di fornire una panoramica aggiornata su tale questione.

Sono presenti, inoltre, anche brevi comunicati flash provenienti dalle agenzie giornalistiche.

Buone Letture


2007, MONSONI ASIA: Nei villaggi sommersi che il regime nasconde

Sezione Alluvioni
Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 04-23-2008 at 11:21 AM
Sezione frane e dissesto Idrogeologico >> Sezione Alluvioni

Birmania, il paese dove i militari censurano anche i morti
dal nostro inviato FEDERICO RAMPINI
MANDALAY (Birmania) - Navigo da giorni sul fiume Irrawaddy e continuo a incrociare villaggi-fantasma. Solo le punte dei tetti di paglia affiorano dall'acqua. Lì sotto le povere capanne di bambù sono completamente sommerse. A tratti il fiume è un immenso e sinistro deserto, gli abitanti delle sue rive sono fuggiti per cercare cibo verso la foresta tropicale e le colline.
Restano piccoli grappoli di esseri umani isolati, rifugiati su precarie zattere legate alle cime degli alberi. Solo le cupole dorate delle pagode buddiste luccicano splendide come sempre. Nella distesa infinita dell'acqua marrone ogni tanto una coppia di contadini arranca remando su una piroga. Il fiume gli ha preso tutto e dall'acqua cercano scampoli di sopravvivenza: del pesce, qualche canna di bambù o tronco di tek trasportato dalla corrente impetuosa, piccoli tesori che forse un giorno serviranno a ricostruire le casupole scomparse sotto l'inondazione.
Il mondo intero vede in televisione il disastro dei monsoni in India e in Bangladesh, dove decine di milioni di sfollati sono in attesa di soccorsi. Nessuno sa che la stessa calamità sta stremando la Birmania, la vittima dimenticata di questa tragica estate. Eppure è un paese di 56 milioni di abitanti, la dimensione dell'Italia. Quanti milioni sono fuggiti dalla furia dei monsoni, quanti sono morti, quanti altri rischiano di soccombere alla fame o alle malattie, nessuno può dirlo. Qui non sono ammesse le televisioni straniere a riprendere le immagini dell'orrore e la sofferenza. Notizie di rivolte in India e in Bangladesh mi arrivano da un telefono satellitare; sono paesi confinanti ma da qui sembrano mondi lontanissimi e irreali.
L'emergenza è spaventosa in Birmania ma il mondo non deve saperlo. Lungo lo Irrawaddy ha visto minuscoli isolotti affollati di bestiame. Quando la piena dei monsoni ha invaso i villaggi i contadini disperati hanno messo in salvo il loro unico capitale: hanno spinto mucche, maiali, caprette verso le ultime terre emerse. Come naufraghi su isole deserte gli animali sono ormai circondati dall'acqua, non potranno resistere a lungo all'assedio del fiume. Passano i giorni e queste mucche diventano sempre più magre. Di soccorsi non c'è traccia. Dal traghetto su cui viaggio - una imbarcazione privata per turisti - ogni tanto si stacca una scialuppa di salvataggio e i marinai portano qualche sacchetto di riso, qualche tanica di acqua presa dalle nostre provviste, li portano alle zattere dove sono rifugiate le famiglie dei villaggi sommersi. Non ci sono risse quando arrivano questi miseri aiuti, solo grida festose, la gente sorride e si sbraccia per ringraziare. La dolce, meravigliosa gentilezza dei birmani non si attenua neppure dinanzi alla catastrofe. Sono sorpresi del nostro arrivo. Non si aspettano più nulla.
La Birmania, o Myanmar come l'ha ribattezzata il suo regime militare, in questi giorni sembra un paese senza governo. Intere regioni sono inondate, la popolazione è in fuga, molti raccolti sono distrutti, eppure non si vede l'ombra di un soccorso organizzato. L'esercito, la sanguisuga che divora tutte le risorse del paese, è diventato improvvisamente invisibile.
In quattro giorni di navigazione non è mai apparso all'orizzonte un aereo che paracaduti provviste, non un elicottero, niente battelli della Protezione Civile, né camion militari per portare rifornimenti dalle strade ancora praticabili. Una delle dittature più impenetrabili del pianeta, che sa essere efficiente nel bloccare i telefonini stranieri, criptare Internet o negare i visti ai giornalisti, rimane immobile di fronte alla calamità nazionale. Quei contadini che hanno sentito arrivare per tempo l'inondazione si sono rifugiati nelle arterie stradali che portano alle città, lì hanno costruito in pochi giorni delle baraccopoli di fortuna, accampamenti fatti di loculi di bambù e paglia ai cigli delle strade, con i bambini nudi che sguazzano nel fango assieme ai maiali e alle mucche.
Manca tutto, dall'acqua potabile ai medicinali nelle zone infestate dalla malaria, ma nessuno manda dottori e infermieri dalle città. Sulla stampa locale, controllata dalla censura, questa emergenza non esiste. The Myanmar Times, il tetro quotidiano ufficiale, pubblica solo notizie di ricevimenti offerti dalla giunta militare a qualche dignitario straniero in visita (di solito cinese), santifica anniversari di eventi cari alla iconografia di regime, esalta l'inaugurazione di inesistenti opere pubbliche. Le uniche foto sui giornali mostrano ufficiali in divisa e stellette, i "golpisti" rossi che opprimono il paese da quasi mezzo secolo.
La giovane birmana che mi fa da interprete (e che scongiura di non pubblicare il suo nome) conosce la ragione dell'assurdo silenzio che circonda questa sciagura: "Le Nazioni Unite o le associazioni umanitarie occidentali potrebbero venire ad aiutarci ma il governo non li vuole tra i piedi. È un copione che si ripete da anni. Tante volte le organizzazioni internazionali hanno presentato progetti per finanziare la costruzione di scuole, università, ospedali, infrastrutture. Le proposte vengono regolarmente bocciate dalle autorità. Dicono di non volere interferenze".
La Birmania paga un duro prezzo per l'isolamento imposto dal regime. Lo stesso fiume su cui sto navigando è il testimone di una decadenza umiliante. Negli anni Venti del secolo scorso, quando la Birmania era una colonia inglese, lo Irrawaddy era la più importante arteria di trasporto del paese, con 9 milioni di passeggeri all'anno e fungeva da autostrada per il traffico di merci come il tek. Oggi il "fiume degli elefanti", questo Gange birmano, è per lunghi tratti un vuoto desolante solcato da rare chiatte vetuste e arrugginite. Quasi tutto il paese è nella stessa situazione se si eccettuano piccole chiazze di modernità create dai capitalisti cinesi e indiani nelle città come Yangon e Mandalay. La stessa caratteristica che seduce i turisti stranieri è la chiave della rovina nazionale. La Birmania è uno degli ultimi luoghi dove si possono ritrovare la diversità, i costumi, l'indolenza dell'Asia degli anni Cinquanta, o addirittura rivivere l'atmosfera del Raj britannico immortalata da George Orwell. È un crudele privilegio legato all'isolamento e alla mancanza di sviluppo economico. L'arretratezza affascina il visitatore occidentale ma condanna la popolazione a condizioni di vita primitive rispetto ai vicini thailandesi o perfino vietnamiti. La speranza di vita media è 58 anni per gli uomini, 60 per le donne, una delle più basse dell'Asia. La mortalità infantile è al 7%, un livello quasi africano, e un quarto dei bambini nascono sotto peso per la denutrizione delle madri. Il reddito pro capite, 700 dollari all'anno, è un terzo della Thailandia ed è sotto la soglia della povertà assoluta calcolata dalla Banca Mondiale. L'autostrada numero uno, che unisce Yangon all'antica capitale di Pegu, è una gimcana fra le buche e l'ultimo strato di asfalto deve avere molte decine di anni (il che non impedisce al governo di esigere un pedaggio). La benzina è razionata nonostante il paese sia ricco di petrolio, e ai fianchi delle strade curiose bancarelle sono i punti di vendita del carburante in bottiglia, venduto illegalmente al triplo del prezzo ufficiale. Va a ruba sul mercato nero anche il dollaro, al decuplo della quotazione governativa, perché solo chi ha accesso alla valuta straniera può permettersi qualche lusso. Come il telefonino della mia guida, pagato duemila dollari: tre volte il salario di un anno per la maggioranza dei lavoratori. Le ferrovie, le strade, sono ancora quelle che costruirono gli inglesi nell'epoca coloniale. Gran parte dei camion in circolazione, americani o giapponesi, risalgono alla Seconda Guerra Mondiale. Appena si esce dalla cinta delle città il mezzo di locomozione più diffuso è il sidecar dei poveri: una bicicletta con aggiunta una terza ruota laterale su cui poggia il sedile per un passeggero aggiuntivo. Di fronte alla latitanza dello Stato l'unico welfare rimasto in piedi è il buddismo.
(6 agosto 2007)
Inondazioni in Corea del Nord, centinaia di persone morte o disperse
Pyongyang 14 agosto 2007
Centinaia di persone sono morte o disperse nella Corea del Nord per devastanti inondazioni provocate la settimana scorsa da piogge monsoniche particolarmente intense. Inoltre oltre 63mila famiglie sono rimaste senza tetto. Secondo l'agenzia di stampa ufficiale Kcna diverse strade e ferrovie sono rimaste interrotte e anche sul piano dei danni all'agricoltura vi sono state "perdite enormi". Simili inondazioni avevano provocato lo scorso anno 800 fra morti e dispersi.

Qui le acque inghiottono perfino gli aiuti
Si aggrava la crisi umanitaria in tutta l'area colpita:
India, un popolo travolto dal monsone che uccide

di RAIMONDO BULTRINI
DARBHANGA (India) - La National Highway numero 33 è solo una striscia di strada rialzata che sovrasta un oceano d'acqua limacciosa. Poi d'improvviso la terra sparisce inghiottita dai flutti, coi tetti delle case di fango e paglia che spuntano qua e là assieme alle punte degli alberi più alti. L'auto non può andare oltre. Frotte di uomini, donne e bambini seminudi rincorrono gli elicotteri che lanciano i pacchi dal cielo senza centrare sempre l'obiettivo. Qualcuno s'azzarda a tuffarsi per recuperarli. Un ragazzo ne riporta a riva uno. Gli corrono incontro a centinaia. Ma dentro ci sono solo pochi sacchetti di grano secco, fiammiferi e candele ormai inutilizzabili. È l'immagine più significativa del disastro che nel solo Bihar ha colpito più di 10 milioni di persone, oltre la metà di una popolazione di sfollati e senzatetto che va dal Nepal al Bangladesh, dall'Assam all'Uttar Pradesh al Bengala Occidentale, passando per questo grande stato attraversato dal sacro fiume Gange e dai suoi affluenti, il più povero dell'India. "Potrebbe essere la peggiore alluvione a memoria d'uomo", ha detto l'Unicef. Vista da qui, non servono iperboli per raccontarla. È la storia delle ordinarie e ripetute sconfitte contro una natura indomabile, aiutata forse dai disboscamenti e dalla miriade di dighe costruite a monte, verso l'Himalaya. Ma nessuno inveisce contro l'acqua che rende fertili le pianure. Sono gli uomini che piangono la loro miseria, e la mancanza di aiuti nel momento del bisogno. Quando raggiungiamo dalla capitale Patna i primi villaggi sommersi del distretto di Darbhanga, dopo cinque ore di "highway" costeggiata dal nuovo mare non segnato sulla carta geografica, gli ultimi elicotteri se ne stanno già andando. Ben pochi pacchi hanno raggiunto l'obiettivo, il resto s'è perso tra i flutti. Piccole capanne costruite con rami di bambù e teli di plastica sottile riparano dal sole che è tornato a picchiare implacabile le famiglie degli sfollati e i loro animali, mucche, bufali, capre. Vivono tutti insieme, e gli uomini s'immergono nella melma per raccogliere le foglie e sfamare gli animali.
Le mucche non sono solo sacre per queste famiglie di devoti induisti che stanno festeggiando il mese di Sawan dedicato a Lord Shiva, il Dio della distruzione. Danno il latte per i bambini, il burro e il formaggio. Gli adulti vivono delle poche provviste salvate dalle case prima dell'alluvione, e ben pochi hanno ottenuto qualche razione del sale e del grano lanciati dagli elicotteri. Va avanti così da più di una settimana, sebbene fino a un certo punto anche gli eventuali camion di soccorso potrebbero arrivare da Patna come siamo arrivati noi. Acqua potabile non c'è più e i pozzi sono ancora sommersi. Sebbene ormai da giorni non piove a valle, la tempesta continua sulle montagne del Nepal il cui confine dista appena a trenta chilometri da qui. Invece di 480 millimetri di pioggia ne sono scesi dal cielo 530 quest'anno. Chi ha fiammiferi bolle l'acqua putrida, gli altri la deglutiscono con espressioni di disgusto quando la sete diventa insopportabile. La piccola Devi lava il telo di cotone della nonna rimasta seminuda nella sua capanna improvvisata, lo tiene stretto per impedire che la corrente se lo porti via e infine lo strizza e lo mette ad asciugare sulla bicicletta di un parente. Non ci sono poliziotti, né mezzi di soccorso. Le rare jeep che riescono ad attraversare il guado per raggiungere Darbhanga non sanno che cosa le aspetta dall'altra parte. Certamente non una situazione migliore. Poche decine di chilometri più avanti due giorni fa una folla inferocita di cittadini di Chakdah ha cercato di evitare che amministratori e poliziotti del capoluogo del distretto Madhubani smantellassero un tratto di ferrovia rialzata che formava un argine contro la piena. Questione di vita e di morte. Una volta rotto l'argine, l'acqua sarebbe defluita verso Chakdah sommergendo le case rimaste.
C'è un senso di impotenza collettiva, dello Stato prima di tutto (domani dovrebbe arrivare qui Sonia Gandhi), che ogni anno arriva con giorni, a volte settimane di ritardo per portare sollievo agli oltre quattromila villaggi regolarmente sommersi dalle acque. Ma quest'anno non c'è forse paragone rispetto al passato. Molti sono morti, 77 dicevano rilievi ottimistici di sabato scorso. Ma ieri la cifra è già salita a 675. Procedendo al ritorno verso Patna la strada quasi sgombra di auto è invasa da folle di kanvarias, i devoti di Lord Shiva che si recano a piedi nudi vestiti di arancio al tempio di Garibnadh a Muzaffarpur. Ironicamente trasportano l'acqua del sacro Gange in piccole ampolle legate a canne di bambù imbellite di stoffe colorate per offrirle al Dio. è una cerimonia che si tiene ogni anno durante il mese dei monsoni, ma che non ha niente a che fare con la furia devastante della natura. Gridano di gioia senza apparentemente riflettere sulla tragedia dei loro più disgraziati compagni dei distretti alluvionati. Questi se ne stanno sotto le stelle ad aspettare il prosciugamento del mare d'acqua che è già scesa di mezzo metro. "Bhookha bhajan na hoi gopala", dice in dialetto locale maithili il capo villaggio Kailash Rai. Vuol dire che a pancia vuota non c'è tempo per pregare.
(6 agosto 2007)


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