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2007, Prospezioni minerarie: Il rame afghano e altro (molte cose iniziano a spiegarsi!)

Scoperte Geologiche (brevi)
Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 06-17-2010 at 4:07 PM
Articoli Geologici >> Scoperte Geologiche (brevi)

Oro, ferro, pietre preziose sono alcune delle ricchezze presenti nel sottosuolo afghano, ma soprattutto rame. È quanto risulta da uno studio condotto dal British Geological Survey (BGS) in collaborazione con il Servizio geologico dell'Afghanistan (AGS), condotto estendendo e approfondendo i dati raccolti negli anni settanta e ottanta dagli ingegneri minerari russi. Particolarmente interessante sarebbe il giacimento di rame di Aynak, situato a 35 chilometri a sud di Kabul: "I miei colleghi ed io - ha detto Anthony Benham, del BGS - abbiamo creato un dettagliato modello tridimensionale del giacimento", che - risalente a circa 500 milioni di anni fa - conterrebbe almeno 240 milioni di tonnellate di minerale di rame al 2,3 per cento.
Secondo il BGS e la Banca Mondiale, che hanno assistito il Ministero delle miniere afgano nella redazione, nel 2005, di una nuova legge sullo sfruttamento minerario, lo sviluppo di questo settore industriale avrebbe un valore pari a 300 milioni di dollari all'anno.
Sempre secondo gli esperti del BGS e dell'AGS, per attirare ancor maggiormente gli ingenti finanziamenti indispensabili alle infrastrutture necessarie a questo sviluppo sarebbe importante completare la mappatura delle ricchezze minerarie del paese, contando eventualmente sui numerosi dati ancora non disponibili in possesso dei russi.
(21 marzo 2007) link articolo
e si spiegano problemi anche da altre parti del mondo ... sempre a causa di minerali preziosi o strategici.. vedi il seguente stralcio di articolo
Problemi sul tetto del mondo
Tibet, un paradiso infernale
Un problema interno anche perché il Tibet è ricco di materie care al gigante d’Asia: secondo studio commissionato dal governo di Pechino nel 2007, nel sottosuolo della regione sarebbe sepolto un tesoro di 40 milioni di tonnellate di rame, altrettante di zinco e un miliardo di ferro. E, anche senza il prezioso tesoro nascosto, una maggiore autonomia alla regione himalayana potrebbe riaccendere simili aspirazioni in altre zone della vasta Repubblica Popolare. Ed ecco, quindi, che bisogna costruire la «Grande Muraglia contro il separatismo».
link articolo

UNA MINIERA OPPONE VIETNAM E PECHINO
Il generale Giap alla guerra della bauxite

di Roberto Bongiorni

Non ci sarà un esercito regolare, né armi e neppure un fronte di guerra. L'ultima battaglia del leggendario generale Vo Nguyen Giap, giunto alla venerabile età di 97 anni, si combatterà sulle piazze, con grandi manifestazioni, forse anche nei Tribunali, dove è prevista una valanga di ricorsi, e con una mobilitazione a tutto campo. L'obiettivo? Fermare l'avanzata cinese in Vietnam del Nord e impedire che il potente vicino' trivelli il suolo di casa ricco di bauxite per costruire grandi raffinerie e trasformare il minerale in alluminio.
La divisa, Giap, la veste sempre: quasi fosse una seconda pelle. Ma intorno all'eroe nazionale - icona della guerra contro il colonialismo francese e poi ' contro i marines americani - ci sarà un gruppo eterogeneo: un famoso monaco buddista, dissidente e candidato al premio Nobel per la pace, l'ottantenne m-Thich Quang Do. Dietro di loro un nutrito gruppo di scienziati, economisti ed intellettuali. E alle spalle il supporto dell'associazione dei veterani della Guerra di Ho chi Minh. un coro di voci insolito in un paese dove esprimere il dissenso richiede sempre un certo coraggio. Giap e i suoi compagni ripetono che l'ambiente dev'essere preservato dai danni causati dall'inquinamento. Bisogna tutelare le minoranze che vivono sugli altipiani dove si coltiva il caffè, insistono. Qualcuno non esista a parlare di colonizzazione cinese. Il Governo sta compiendo un errore, protestano all'unisono.
Il regime la vede tuttavia in modo diverso. La bauxite, da cui si ricava l'allumina a sua volta trasformata in alluminio, arriva come la panacea per tutti i mali in un anno che si preannuncia molto difficile per il bilancio dello Stato. Nel sottosuolo vietnamita si trovano le terze riserve mondiali. La Cina è un grande consumatore di alluminio. Non è un dettaglio, poi, il fatto che il Vietnam sia a portata di mano. Perseguendo l'ambizioso progetto Pechino abbatterebbe il costoso capitolo dei trasporti e si installerebbe sugli altipiani dei Vietnam del Nord, un'area dall'alto valore geostrategico. Il Governo di Hanoi è deciso: ha già firmato un contratto per costruire una miniera con una controllata del gruppo cinese Chinalco. E ora si augura che la nuova miniera possa rappresentare il primo investimento di quei miliardi di dollari che da qui al 2025 si attende arrivino nelle casse dello Stato. Opposizione permettendo. Le miniere a cielo aperto deturperebbero il paesaggio e le scorie tossiche delle raffinerie distruggano di distruggere le coltivazioni di caffè, una delle principali esportazioni del paese. L'agguerrito gruppo ha cavalcato un argomento molto sensibile: i mille anni di duro dominio cinese e le cicatrici della guerra lampo tra Vietnam e Cina del l979, non ancora rimarginate. E un'invasione. Villaggi di cinesi sono cresciuti come funghi e 10mila "coloni" arriveranno nei prossimi anni, ha ammonito Quang Do. Moniti subito ripresi dall'esercito dei bloggers, a loro volta girati su facebook.
Roberto Bongiorni, dal Il Sole 24 ore

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Che cosa Tratta?

Questa sezione si prefigge lo scopo di raccogliere materiale pubblicato tramite diversi mezzi e fonti, al fine di fornire (in modo schematico), una serie di contributi ai vari lettori: attenzione che spesso si tratta di tracce di tipo divulgativo e, quindi, se desidera approfondire maggiormente determinati argomenti occorrerà rivolgersi alle classiche biblioteche o simili.


Un sito interessante in merito alle tematiche da impatto meteorico e relative dinamiche cinetiche: giusto per schiarirsi un poco le idee.
LINK 1

LINK 2

LINK 3


Ecco invece un sito con un'interessante raccolta di articoli in ambito paleontologico.
Un interessante sito che analizza i risultati storici (e gli effetti) dei vulcani nel tempo con tabelle ricostruite e riassuntive dei maggiori eventi:

Dove possiamo trovare i supervulcani? Queste sono le zone in cui potrebbe risvegliarsi un supervulcano (attenzione il termine supervulcano non è scientifico ma nasce impropriamente da una trasmissione/documentario fatta dal National Geographic):

  • Mount Aniakchak, Alaska, Stati Uniti
  • Aso, Kyushu, Giappone
  • Campi Flegrei, Campania, Italia
  • Kikai Caldera, Ryukyu Islands, Giappone
  • Long Valley Caldera, California, Stati Uniti
  • Monte Mazama, Oregon, Stati Uniti (ora Crater Lake)
  • Lago Taupo, North Island, Nuova Zelanda
  • Lago Toba, Sumatra, Indonesia
  • Valle Grande, New Mexico, Stati Uniti
  • Monte Warning, Nuovo Galles del Sud, Australia
  • Yellowstone Caldera, Wyoming, Stati Uniti
  • Mar Mediterraneo, Sicily, Italy

Vi segnalo questo indirizzo per fare ricerche in databases veramente enorme sugli tsunami del passato (è quello da cui ho attinto anch'io per integrare la sezione "Storia della Terra" (sulla cronologia dei grandi eventi del passato).


Le Storegga Slides (fra le più grandi frane sottomarine mai registrate) avvenute nella piattaforma continentale della Norvegia intorno al 6.100 a.C. (vedi anche la pagina la storia del pianeta).

Comunque sia si tratta di una teoria emersa con forza negli ultimi anni e studiata soprattutto dalle Università del nord Europa in quanto gli effetti ricostruiti di tale evento hanno colpito soprattutto gli stati che si affacciano sul mare del nord. In sintesi si tratterebbe di una gigantesca frana sottomarina che ha coinvolto la scarpata continentale e che, come conseguenza, generò un gigantesco tsunami (secondo alcuni ricercatori esso sarebbe stato ben più consistente di quello di Sumatra 2004).
Alcuni studiosi riconducono tali assestamento geomorfologici sottomarini agli idrati di metano e/o a cambiamenti climatici.

Un paio di considerazioni sugli Idrati di Metano:

[1]  Fondali marini agli idrati di metano 
Solo ora gli scienziati sembrano cominciare a interessarsi ai depositi di biidrati di metano ghiacciati che si trovano sul fondo dei mari.Si tratta di una particolare composizione chimica molto diffusa sui fondali marini a una profondità superiore ai trecento metri e che potrebbero rappresentare delle novità rilevanti per comprendere meglio il ciclo del carbonio sulla Terra e avere delle interessanti applicazioni commerciali. Lo studio di questi depositi, soprattutto per motivi estrattivi, è estremamente complesso. Un blocco di idrati di gas ha la consistenza del ghiaccio. Portato alla superficie, fonde e rilascia metano, uno dei gas serra. Le riserve di metano contenute in questi depositi sono enormi. Per la prima volta sono stati presentati a Nizza nel corso del meeting della European Geophysical Society, della American Geophysical Union e della European Union of Geosciences i risultati di una campagna scientifica in alto mare condotta proprio allo scopo di analizzare questi particolarissimi cristalli. I prelievi sono stati effettuati al largo delle coste dell'Oregon (USA) e hanno permesso di portare in superficie una serie di questi particolari fiocchi di neve.Secondo Erwin Suess del Research Center for Marine Geosciences (GEOMAR) di Kiel "a quelle particolari condizioni di pressione e temperatura il metano non potrebbe esistere in quelle forma". 14 aprile 2003
http://ulisse.sissa.it/site/public/ScienzaSette/s7_18apr03_5.htm

[2]  Idrati di metano: rischi di tsunami
Il pericolo non è imminente ma già 8.000 anni fa l'Europa del nord venne sconvolta da un repentino innalzamento della temperature che sciolse gli idrati di metano che si trovano lungo la scarpata della piattaforma continentale. Da un articolo in Inglese:
http://www.thisisnorthscotland.co.uk/displayNode.jsp?nodeId=149483&command=displayContent&sourceNode=149251&contentPK=13348453

Gli idrati di metano, cosa sono
Di che si tratta? «Si tratta di cristalli di ghiaccio – o gas idrati – composti di gas e metano, intrappolati da milioni di anni sotto ai margini continentali a causa dell’alta pressione e delle basse temperature», spiega John Farrell, responsabile scientifico della ricerca, che vede impegnati i migliori istituti oceanografici di venti nazioni, Italia compresa: «Riteniamo che sotto gli oceani ne esistano giacimenti immensi». A sollevare euforia tra gli esperti è la possibilità del loro sfruttamento commerciale in tempi forse, brevi. «Molto dipende dal prezzo del gas naturale», si sbilancia Farrel, «se la domanda fosse alta, basterebbero quindici anni». Nel frattempo, «la prima cosa da fare è censire i punti dove noi riteniamo possano trovarsi i giacimenti maggiori, un compito che potrebbe richiedere anni».
Già, dove sono i giacimenti? «Quasi sicuramente le zone più ricche corrispondono alle cosiddette zone di subduzione, dove i margini di una zolla tettonica scendono al di sotto di un’altra», spiega l’esperto. Una circostanza, questa, in grado di guardare all’Oceano Pacifico – martoriato da vulcani e terremoti – come area privilegiata, e che spiega il grande interesse alle ricerche del Giappone, quasi del tutto privo di giacimenti di petrolio ma potenzialmente ricco di metano all’interno delle acque territoriali. Non a caso, ricercatori giapponesi hanno lanciato la prima idea pompare acqua calda in modo da disaggregare le molecole di acqua e gas e formare pozze di metano “pronto da estrarre”.

Ghiaccio esplosivo
Sembrerebbe facile, ma non lo è. Gli stessi esperti americani non nascondono gli ostacoli ancora da scavalcare. Il rischio è che l’affare si trasformi in un boomerang per il clima terrestre: «Improvvisi rilasci di gas metano, che incombusto è un potente gas serra, potrebbe accelerare il riscaldamento globale», ammette Farrell, «con conseguenze disastrose sul clima e sugli oceani». Ugualmente inquietante è la possibilità di esplosioni accidentali. «Basta un leggero rialzo della temperatura dell’acqua di qualche grado», spiega Farrell, «perché le molecole di gas, altamente instabili, esplodano provocando voragini sul fondo oceanico. Se questo accadesse in prossimità di oleodotti li farebbe saltare in aria, provocando colossali sversamenti in mare».
Deflagrazioni accidentali del “ghiaccio esplosivo”, come è stato subito battezzato dai ricercatori, si sarebbero già verificati in passato. A testimoniarlo sarebbero soprattutto le analisi sul plankton, alcune anomalie di crescita del quale sembrano essere giustificate – secondo gli esperti – solo con il rilascio di gas metano in mare. In alcuni casi, queste esplosioni hanno avuto effetti davvero catastrofici: «Verissimo», conferma Farrell, «scoppi accidentali di depositi di gas idrati potrebbero essere all’origine di alcuni cambiamenti climatici degli ultimi 50mila anni, e di frane e cataclismi sottomarini. Per esempio, la gigantesca onda tsunami che ha investito il Nord Europa 8000 anni fa».
Rischi non trascurabili, insomma, ma che non sembrano spegnere l’entusiasmo dei ricercatori. Dopo il successo dell’ultima spedizione nell’Atlantico, è stata già annunciata una nuova partenza: colonna portante delle ricerche, ancora una volta, la nave Joideas Resolution, il più sofisticato laboratorio scientifico navigante del mondo, in grado di compiere trivellazioni fino a 8200 metri di profondità, estrarre campioni di roccia e portarli intatti in superficie. Stavolta farà rotta nel Pacifico settentrionale, proprio di fronte alla coste dell’Oregon. Qui, trivellazioni sperimentali hanno evidenziato un giacimento di cristalli di gas ancora più ricco di quello dell’Atlantico. Il prezzo del petrolio continua a crescere, e la ricerca continua.
http://italy.indymedia.org/news/2005/10/910556.php  (teoria di storegga)

oppure no ...?

L'origine del riscaldamento climatico (di 40.000 anni fa)
Uno studio individua nelle zone umide l'origine del fenomeno, in contrasto con la teoria secondo cui una grande quantità di metano fu liberata dai clatrati presenti nell'oceano


Forse è attinente oppure no, ma dategli un'occhiata 

19.04.2006
Il ciclo del carbonio tra Giurassico e Cretaceo
Secondo le ipotesi, fu sconvolto da un improvviso rilascio di CO2 o di metano dal fondo dell'oceano
Un'improvvisa emissione di carbonio su larga scala, dovuta al rilascio di riserve di anidride carbonica immagazzinata sul fondo dell’Oceano: fu questa probabilmente la causa di un notevole incremento relativo del carbonio 12 rispetto al carbonio 13 scoperto nei sedimenti vecchi di centinaia di milioni di anni da Yvonne van Breugel dell’Università di Utrecht.
Si tratta, a ben guardare, di un processo simile a quello in atto tutt’ora. Si sta assistendo attualmente all’incremento della concentrazione di biossido di carbonio in atmosfera in conseguenza della massiccia utilizzazione di combustibili fossili, che apparentemente ha portato con sé un incremento relativo dell’isotopo del carbonio con 12 neutroni. Come conseguenza, il rapporto degli isotopi stabili C13/C12 ha mostrato una diminuzione dello 0,1 per cento. Tenuto conto di ciò, non è chiaro quale fenomeno naturale abbia potuto innescare tra i periodi Giurassico e Cretaceo, tra 180 e 120 milioni di anni fa, un processo simile, quattro volte più intenso. Nei fossili di alghe marine e piante terrestri datate a quel periodo, infatti, la van Breugel ha trovato un decremento di tale rapporto pari allo 0,4 per cento. Secondo la ricercatrice, ciò indicherebbe variazioni del ciclo del carbonio su larga scala, e su una scala temporale di alcune decine di migliaia di anni, dovute a un improvviso rilascio in atmosfera di C12, legato in molecole di anidride carbonica o metano, probabilmente proveniente dai gas idrati immagazzinati sul fondo dell’oceano entrati in contatto con magma.
© 1999 - 2006 Le Scienze S.p.A.

 

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