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2008, L’Italia a rischio tsunami. Nuova mappa preparata dai sismologi

Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 10-27-2008 at 5:07 PM
Sezione Tsunami: Un p̣ di tutto.. >>

I maremoti, o tsunami che dir si voglia, sono, nell’opinione comune, emergenze tipiche dei Paesi che si bagnano negli oceani Pacifico e Indiano. È ancora vivo il ricordo del 26 dicembre 2004, quando il terremoto sottomarino delle Andamane scatenò lo tsunami che avrebbe inghiottito in poche ore 232 mila asiatici, senza che scattasse alcuna emergenza. Ma una serie di nuove ricerche indica che anche il «Mare Nostrum» non sfugge a questi disastri ricorrenti. «Recenti ricerche storiche e di geologia dei depositi costieri, una nuova disciplina che consente di indagare gli episodi di tsunami di cui non si hanno evidenze storiche dirette, hanno accertato che in Italia se ne arrivano a verificare, di una certa rilevanza, cinque o sei per secolo — premette il professor Enzo Boschi, presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), i cui ricercatori hanno formato gruppi di studio per indagare l’origine e la dinamica di questi fenomeni —. Certo non si tratta di fenomeni così imponenti come quello del Sud Est asiatico, comunque capaci di provocare vittime e danni». «L’aspetto innovativo dei nostri studi — prosegue Boschi, che è stato riconfermato presidente dell’Ingv per tutto il 2008, dopo le voci che lo davano uscente a giugno scorso — consiste nell’identificazione, una per una, delle sorgenti sismiche in grado di scatenare i maremoti e nella localizzazione dei tratti delle nostre coste più a rischio».
I dettagli vengono illustrati da un team composto da quattro geologi esperti in strutture sismogenetiche, Roberto Basili, Vanja Kastelic, Mara Tiberti e Gianluca Valensise, e da due fisici specializzati nello sviluppo di «scenari di maremoto» per mezzo di calcolatori: Stefano Lorito e Alessio Piatanesi. «Il punto di partenza sono le faglie poste sul fondo dei mari, quelle fratture della crosta terrestre i cui lembi possono scorrere improvvisamente, generando un terremoto e trasferendo alle acque soprastanti l’energia necessaria per provocare un maremoto — spiegano i ricercatori dell’Ingv —. Per ora, non ci occupiamo dei maremoti provocati da eruzioni vulcaniche o da frane, che sembrano costituire una minoranza, anche se non sono da trascurare». Un maremoto generato da faglie sottomarine comincia a essere pericoloso se il terremoto supera circa 6 gradi Richter di magnitudo. In questo caso la perturbazione che si trasferisce dal fondo marino alle acque soprastanti può arrivare fino a zone costiere lontane centinaia di chilometri con onde alte. Tre sono le più temibili «sorgenti tsunamigeniche » del Mediterraneo finora ben studiate. A est, tra Cefalonia e l’Isola di Creta, l’Arco Ellenico, epicentro di frequenti terremoti, che sembra detenere il record del terremoto storico più forte del Mediterraneo, 8,4 gradi Richter, avvenuto nel 365 dopo Cristo, e seguito da un violento maremoto che investì l’Italia Centro meridionale. A ovest, tra lo Stretto di Gibilterra e il Canale di Sicilia, la lunga catena sommersa dell’Atlante- Tell, anch’essa epicentro di ricorrenti sismi, che nel 2003 ha generato un terremoto di 6,8 Richter al largo della città algerina di Boumerdes, seguito da un maremoto giunto fino alle Isole Baleari. Nel Tirreno meridionale si trova la più modesta ma attivissima fascia sismogenetica Ustica-Eolie, responsabile nel 1823 di un sisma da 6 Richter, cui seguì un maremoto in varie località tirreniche.
Gli scenari elaborati dall’Ingv mostrano che, per effetto delle sorgenti tsunamigeniche elleniche, ci sono circa 1.200 chilometri di coste italiane affacciate sullo Ionio e sul Canale di Sicilia, da Bari a Trapani, passando per Taranto, Catanzaro, Reggio Calabria, Catania, Siracusa e Agrigento, in cui l’onda di maremoto può superare il metro d’altezza. Le sorgenti nordafricane potrebbero generare maremoti fino a un metro di altezza sul versante meridionale della Sardegna, e più modeste altrove nelle coste tirreniche. I maggiori terremoti attesi nella fascia Ustica-Eolie possono generare tsunami di mezzo metro nel Palermitano e nel Messinese, oltre che nelle stesse isole a nord della Sicilia. Le altezze calcolate dai ricercatori si riferiscono, tuttavia, all’onda che si presenta davanti alla costa, e che è destinata ad amplificarsi notevolmente quando invade la terraferma. Gli stessi scenari evidenziano il problema più critico del rischio maremoti nel Mediterraneo: date le piccole dimensioni del bacino e le velocità medie di propagazione dell’onda di oltre 300 chilometri orari, in caso di allarme, ci sarebbero soltanto poche decine di minuti o meno per fare spostare la popolazione costiera verso l’entroterra.
Come ci stiamo preparando a simili emergenze? «Innanzitutto sosteniamo con forza la realizzazione del programma di difesa dai maremoti del bacino mediterraneo gestito dall’Unesco, che si baserà sull’integrazione dei dati raccolti da reti sismiche e reti ondametriche di vari Paesi—risponde il professor Bernardo De Bernardinis, dirigente del Dipartimento di Protezione Civile —. Questo progetto, attualmente, ha come responsabile un italiano, il professor Stefano Tinti dell’Università di Bologna. Nel frattempo, poiché il fiore all’occhiello della rete sismica nazionale sviluppata dall’Ingv è la capacità di calcolare tempestivamente i parametri fondamentali di un terremoto, contiamo in una segnalazione immediata di quei sismi in grado di sollevare onde di maremoto, al fine di fare scattare l’allerta». Il modello d’intervento è stato già sperimentato in occasione dell’eruzione parossistica di Stromboli del 2002-03 quando, in seguito a crolli di materiali lavici dalla Sciara del Fuoco, si verificò un maremoto. Allora, temendo il ripetersi del fenomeno, la popolazione veniva invitata, tramite i sindaci e le forze dell’ordine, a spostarsi in luoghi di raccolta sicuri. Poiché una parte dei maremoti potrebbe essere generata da simili eruzioni vulcaniche e frane sottomarine, la Protezione Civile ha finanziato un progetto chiamato «Magic» che consiste in una mappatura dei fondali fino a 3.000 metri di profondità per individuare le potenziali sorgenti di rischio non sismiche.
Franco Foresta Martin, 05 settembre 2008

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Lo sapevate che ...:
  • La più grande onda di tsunami mai osservata nel mondo fu generata da una frana sottomarina di circa 40 milioni di m3di roccia e scatenata da un terremoto: tutto ciò generò una gigantesca onda solitaria di circa 520 metri di altezza che inondò, alla velocità di 160 Km/h, le sponde della baia di Littuya Bay, in Alaska nel 1958.
  • L'Etna ha causato un mega tsunami nel Mar Mediterraneo con onde alte anche (sembra) 50 metri!
  • Nel 2800 a.C. sia avvenuto uno spaventoso tsunami (vedi articolo) con onde alte anche 200 metri nell'oceano Indiano!
  • Più della metà (53.3 %) degli tsunami della terra si verificano nel suo maggiore oceano, il Pacifico (per questioni di estensione!);
  • Gli scienziati convengono che sia la Nuova Zelanda che l’Australia orientale furono colpite da uno tsunami di proporzioni insolitamente grandi verso la metà del XV secolo;

28 luglio 2006
Vi aggiorno su un test brillantemente riuscito da parte dell'INGV in merito ad una nuova classe di sensori marini per il monitoraggio di attività sismica in mare. Presso il seguente sito potrete trovare tutte le notizie in dettaglio:
link a sito 1
o
link a sito 2
Elenco dei vulcani sommersi del Mare Tirreno, (Sono tutti sottomarini e geologicamente attivi)
  • Alcione
  • Enarete
  • Eolo
  • Lamentini
  • Marsili 
  • Palinuro
  • Sisifo 
  • Anchise


Elenco dei vulcani sommersi del Mare Egeo: (provvisoria e in costruzione)
  • Vulcano Colombo (a nord dell'Isola di Santorini);


Tutto il territorio delle Isole Eolie è di origine vulcanica. Le isole altro non erano che vulcani sottomarini emersi dalle acque circa 700.000 anni fa nel seguente ordine: Panarea, Filicudi, Alicudi, Salina, Lipari, Vulcano e per ultimo Stromboli il quale forse ha circa 40.000 anni di età. Da ricordare l'emersione di Vulcanello avvenuta nel 183 a.C., mentre le ultime colate di pomice ed ossidiana sul monte Pelato a Lipari, sono avvenute circa 1.500 anni fa.

Nelle profondità del mar Tirreno è accertata da tempo la presenza di grandi complessi vulcanici sommersi. Recenti studi effettuati dall'INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), tramite la stazione geomarina Orion Geostar 3, sul Marsili, situato a nord delle isole Eolie, hanno permesso di rilevare che il gruppo ha una base abissale con diametro di circa 50 km, si eleva per 3.260 metri (l'Etna è alto 3.323 metri) arrivando a circa 500 metri dalla superficie, e possiede numerosi apparati vulcanici satellitari con crateri simili per dimensione a quello dell'isola di Vulcano.
I fondali del Tirreno sono modellati dalla collisione tra la zolla eurasiatica e quella africana, che ha consentito la formazione di numerosi vulcani sottomarini. Il più imponente tra questi è il Marsili, che è anche il più grande vulcano europeo (65 km di lunghezza, 40 di larghezza e oltre 3.000 m di altezza).
Studi sempre più approfonditi, grazie anche alle applicazioni di tecnologie sempre più sofisticate, progressivamente hanno rivelato preziosi dati sull'origine e sull'evoluzione delle bocche di fuoco coperte dai nostri mari: e, per la precisione, del nostro Mar Tirreno. Sono quattro i dormienti, cosiddetti "fratellastri" che interessano da vicino il "nostro" Vesuvio, "vulcani giganti" sommersi nel Mar Tirreno costituendone una cintura di fuoco non indifferente. Vulcani di enorme potenziale nascosti negli abissi, localizzati e battezzati dai loro scopritori.

Alto 3.000 m il Marsili dista 150 km a sud del golfo di Napoli e 70 km dalle isole Eolie. Si sviluppa da 3.000 a 505 m di profondità. Lungo 65 km e largo 40, ha due milioni di anni, le sue fumarole furono riprese nel 1990 da un video-robot di ricercatori americani. Poi c'è il Magnaghi: uno dei più grossi vulcani del sistema sottomarino. Tre milioni di anni di età. Localizzato a 220 km sud-est di Napoli, misura in profondità fra 1.465 e 3.000 m di cui soltanto la parte superiore è di circa 2.300 m, ha le caratteristiche di un edificio vulcanico. Dallo studioso sovietico Valilov che ne scoprì l'esistenza, prende parte anch'esso alla famosa mappatura del Tirreno. Il Vulcano Valilov ha come datazione 6-7 milioni di anni. Localizzato a 160 km sud-est del golfo di Napoli, ha una profondità compresa tra i 3.000 e 733 metri. Ultimo, ma non meno pericoloso è il Palinuro, altro vulcano sommerso della cintura Tirrenica. Dista circa a 150 km dal golfo partenopeo e a 83 dalla costa calabra di Diamante, in direzione nord-est rispetto al Marsili. L'origine risale a meno di due milioni di anni fa.

I fenomeni vulcanici sul Monte Marsili sono tuttora attivi e sui fianchi si stanno sviluppando numerosi apparati vulcanici satelliti, molti dei quali hanno dimensioni comparabili con il cratere dell'Isola di Vulcano, nell'arcipelago delle Eolie. Sono state inoltre identificate le tracce di enormi collassi di materiale dai fianchi di alcuni dei vulcani sottomarini.

L'attività vulcanica recente risulta anche dalla circolazione di fluidi ad alta temperatura all'interno della crosta. Aree in cui questi fluidi vengono emessi sono state identificate nei vulcani sottomarini e nella porzione sommersa dell'edificio vulcanico di Panarea. In queste zone, depositi di solfuri di piombo, rame e zinco, ossidi ed idrossidi di ferro e manganese si formano sul fondo marino, originando giacimenti che, in un futuro prossimo, potrebbero essere attivamente sfruttati.

Studio effettuato dal Prof. Franco Ortolani Ordinario di Geologia Università di Napoli Federico II e con i colleghi Silvana Pagliuca del CNR e Leonello Serva dell'APAT
Lo studio, avviato dopo il maremoto del 30 dicembre 2002 che interessò Stromboli, le isole vicine e la costa compresa tra Milazzo (Sicilia) e Marina di Camerota (Campania), ha evidenziato che negli ultimi 1000 anni vi sono stati 71 movimenti anomali del mare che hanno interessato le coste italiane.
Gli eventi si sono verificati con una media di uno ogni 12,5 anni; 18 sono avvenuti durante il periodo balneare.
Le aree interessate sono le seguenti:

    • Liguria (14 eventi);
    • Stretto di Messina- Sicilia Orientale-Calabria meridionale tirrenica- Isole Eolie (23 eventi);
    • Adriatico (10 eventi);
    • Golfo di Napoli (10 eventi);
    • Toscana (3 eventi);
    • Sicilia settentrionale (2 eventi);
    • Sicilia meridionale (2 eventi);
    • Calabria settentrionale ionica (1 evento);
    • Lazio (1 evento).
La massima altezza che l'acqua marina ha raggiunto invadendo l'area emersa (Runup) è stata valutata tra 6 e 15 m.
Il maggior numero di eventi è stato provocato da grandi e rapide frane sottomarine innescate prevalentemente da terremoti avvenuti anche in aree distanti dalla costa.
Lo studio ha evidenziato che il maremoto del 1908 non fu provocato direttamente dal sisma, come finora si è ritenuto, ma da una grande frana sottomarina, verificatasi nello Stretto di Messina a sud di Reggio Calabria, che fu innescata dallo scuotimento sismico. La ricerca espletata nelle aree più colpite dal maremoto ha messo in luce che se si ripetesse oggi un evento simile durante il periodo balneare si registrerebbero scene drammatiche e luttuose.

Si ha notizia di:

    • 15 eventi nel 1900
    • 23 eventi nel 1800
    • 16 eventi nel 1700
    • 11 eventi nel 1600
    • 3 eventi nel 1500
    • 1 evento nel 1300
    • 2 eventi nel 1100
Effetti degli tsunami
I danni principali che gli tsunami sono capaci di arrecare sono connessi alla natura distruttiva delle onde. Effetti secondari sono rappresentati dai detriti scagliati come proiettili dall’onda, dall’erosione rapida che può compromettere le fondamenta delle costruzioni, dagli incendi che possono essere conseguenza della distruzione delle linee elettriche e delle condutture del gas. Gli effetti terziari riguardano la possibilità di compromettere la fertilità dei terreni e la potabilità delle falde acquifere.
Scala di Ambraseys-Sieberg di intensita' degli tsunami
    • I - molto debole
      Onda percettibile solo dai mareografi.
    • II - debole
      Onda avvertita da persone che vivono vicino alla spiaggia e hanno familiarita’ col mare. Osservata solo su spiagge molto piatte.
    • III - abbastanza forte
      Onda avvertita da tutti. Inondazione di coste a dolce pendenza. Piccole imbarcazioni spinte sulla spiaggia. Modesti danni alle strutture leggere vicino alla costa. Negli estuari inversione dlla corrente dei fiumi.
    • IV – forte
      Inondazione delle spiagge fino a una altezza definita caso per caso. Leggera erosione dei terreni non consolidati. Danni alle strutture leggere prossime alla riva. Piccoli danni alle strutture in muratura sulla costa. Insabbiamento di imbarcazioni o loro trascinamento al largo. Detriti galleggianti lungo le coste.
    • V - molto forte
      Inondazione delle spiagge fino a una altezza definita nelle diverse zone. Danni significativi alle strutture in muratura lungo la spiaggia. Distruzione delle strutture leggere. Forte erosione. Oggetti galleggianti e animali marini sparsi sulla riva e lungo la costa. Tutti i tipi di imbarcazione, a parte le grandi navi, sono scaraventate a terra o trascinate in mare aperto. Alte ondate sugli estuari dei fiumi. Danni alle costruzioni portuali. Persone affogate. Onda accompagnata da un forte rombo.
    • VI - disastroso
      Totale o parziale distruzione di tutte le costruzioni fino a una determinata distanza dalla spiaggia. Inondazione della costa fino a una notevole altezza. Danni forti anche alle grandi navi. Alberi sradicati e troncati. Molte vittime.



Poi ci sono le ONDE ANOMALE. Si tratta (nonostante siano spesso confuse con quelle descritte sopra) di onde solitarie di spaventosa altezza situate/ubicate in mare aperto (e questa è una prima grossa differenza dagli TSUNAMI).
Per farVi un'idea leggetevi questo articolo:
MILANO - Un muro d'acqua alto otto piani appare improvvisamente a poppa della superpetroliera Esso Languedoc, impegnata a condurre una difficile navigazione al largo delle coste sudafricane, disturbata da marosi alti tra i 5 e i 10 metri. Il gigante marino raggiunge l'imbarcazione e si abbatte sul ponte, ma date le dimensioni del mezzo causa solo danni minori. Un ufficiale di bordo, Philippe Lijour, ha la prontezza di spirito di fare una foto. Siamo nel 1980, e questa sarà una delle poche testimonianze verificabili dell'esistenza delle cosiddette onde anomale, formazioni rare e improvvise che di bocca in bocca sono entrate nella leggenda di chi va per mare. Ma ora è la scienza a dare corpo a questi incubi.
I satelliti dell'Ente spaziale europeo, all'interno di un progetto di ricerca battezzato MaxWave, hanno realizzato delle foto meno suggestive, ma indiscutibili, di masse d'acqua gigantesche che attraversano i nostri oceani.
STATISTICA - Fino ad oggi gli scienziati avevano sviluppato teorie che escludevano, o consideravano statisticamente più che rare (una ogni centinaio d'anni) le onde anomale.
Eppure le evidenze non mancavano: a parte la foto di Lijour, c'è una misurazione laser fatta in una base petrolifera nel Mare del nord, colpita da un maroso di 26 metri, e altri episodi in mare aperto: nel febbraio 1995 la Queen Elizabeth II incontra un gigante da 29 metri nel nord Atlantico; nel febbraio 2001 la nave passeggeri Bremen è colpita da un'onda di 30 metri; nel marzo 2001 la Caledonian Star finisce sotto un'onda anomala. In tutti questi casi i danni sono stati minimi e la paura tanta, ma - scrive l'Esa nel suo sito - si contano in varie decine le storie di navi anche di grandi dimensioni scomparse in mare dopo l'incontro con onde gigantesche e devastanti.
LO STUDIO - Per confermare queste evidenze, spesso attribuite alla fantasia dei marinai e alla loro voglia di raccontare leggende, l'ESA ha messo al lavoro due satelliti impegnati ad analizzare la terra, l'ERS-1 e l'ERS-2, puntando i loro radar sulle acque invece che, come consuetudine, sulle terre emerse. Gli occhi elettronici hanno prodotto 30mila immagini durante tre settimane. Risultato: dalla scansione appaiono chiaramente 10 giganti, ognuno alto più di 25 metri. «Sono più di quanto ci si potesse aspettare» ha dichiarato Wolfgang Rosenthal, scienziato dell'istituto tedesco GKSS Research Centre di Geesthacht, che ha analizzato i dati forniti dai satelliti. «Il passo dopo sarà quello di utilizzare i dati per prevedere il fenomeno». Per farlo la ricerca deve procedere utilizzando l'intera base informativa, ancora in possesso dell'Esa
http://www.esa.int/esaCP/SEMJ2FM26WD_Switzerland_it_2.html

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