Punto Nullo
Punto NulloEnglish versionPunto NulloConsulenzePunto NulloRicercaPunto NulloGeoturismoPunto NulloArticoli VariPunto NulloContattiPunto NulloLinkPunto NulloQuadro Generale Sito
Punto Nullo vai Home Page
punto nullo
Punto Nullo Notizie brevi dal Mondo su tematiche ambientali e simili...

In questa sezione si cercherà di tenere aggiornati i flash di agenzia (giornalistica) sulle ultime notizie dal Mondo e dall'Italia. Si tratta di estratti e brevi comunicati e quindi per avere degli approfondimenti si rimanda ai siti originali delle notizie riportate.

Ovviamente, gli argomenti riportati e sottoelencati sono inerenti alla Geologia, Paleontologia, Climatologia, ambiente, animali, ecc.: insomma, temi riguardanti le tematiche di questo sito. Possono esserci anche notizie un po "strane" (intese come anomalie) e/o riguardanti altre discipline scientifiche ma con riflessi su quella Geologica.

Buone letture

 


 

Alberi, Foreste e vegetali: raccolta di notizie sparse in rete

Ricerche sul clima e paleoclima: news
Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 09-10-2010 at 3:21 PM
News & simili dal Mondo >> Ricerche sul clima e paleoclima: news

2006: L'ABETE DELLA SILA ALLA VOLTA DEL VATICANO
Come continuare a rompere le scatole agli alberi!

ANSA CATANZARO - E' partito da Cosenza il trasporto eccezionale che porterà a Roma il gigantesco abete bianco donato dalla Regione Calabria al Papa e che sarà esposto a Piazza San Pietro per le festività natalizie. Così come il taglio ed il prelevamento aereo dalla foresta del Massiccio del Garaglione, nella Sila, anche il trasporto si sta rilevando un'operazione estremamente complessa. Oltre alla lunghezza (l'abete è alto 32,95 metri), la pianta, pur con i rami chiusi, occupa in larghezza quasi tutta la sede dell'Autostrada Salerno-Reggio Calabria.
Il trasporto, che è scortato dalle volanti verdi del Corpo forestale, dalla Protezione civile regionale e dall'Anas, è costretto quindi a delle soste per consentire lo smaltimento delle code che si creano alle sua spalle. Una prima sosta è già stata effettuata dopo che si era formata una coda di mezzi lunga due chilometri.
Nei tratti della A3 in cui, a causa della presenza di cantieri, si viaggia a doppio senso di circolazione su un'unica carreggiata, la polizia stradale e l'Anas bloccheranno il traffico per consentire il passaggio del trasporto. Il viaggio verso Roma, secondo le previsioni, si concluderà alle 4 di domani.


Sherwood, crollano le querce: Gli alberi secolari di Robin Hood arrivano anche a 800 anni
La foresta muore di vecchiaia: Un «vuoto generazionale» può farli sparire in pochi decenni
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
LONDRA — Il cambiamento climatico questa volta non c'entra, con buona pace del premio Nobel Al Gore. Ma la foresta di Sherwood, teatro della leggendaria sfida tra Robin Hood e lo sceriffo di Nottingham, rischia di scomparire. Il problema è che molte delle grandi querce hanno superato gli ottocento anni e stanno raggiungendo la fine della loro vita naturale. Fino a qualche decennio fa nel grande parco nazionale si schiantava in media un vecchio albero all'anno, ma ultimamente il ritmo è passato a cinque e continua a salire.
Il 16 ottobre del 1987 l'Inghilterra fu spazzata dalla Grande Tempesta che con i suoi venti a oltre 180 chilometri l'ora trascinò via 15 milioni di alberi. Nessuna delle querce di Sherwood si piegò all'uragano. Ma a gennaio di quest'anno poche ore di venti molto più deboli ne hanno spezzate quattro e altre due sono state uccise in estate dal fuoco, perché i piromani ci sono anche qui. Izi Banton, comandante dei ranger di Nottingham, eredi «buoni» degli armigeri del «perfido» sceriffo, dice che se la tendenza non sarà bloccata, nel giro di 50 anni la più grande foresta europea di querce secolari potrebbe non esistere più. «È terribile quando una di queste piante crolla. Ad agosto ne abbiamo persa una che si è schiantata sotto i nostri occhi, mentre cercavamo di curarla, di puntellarla. Abbiamo pianto tutti», dice la caporanger Banton. Il governo ha investito 50 milioni di sterline in un piano di riforestazione: l'obiettivo è di piantare 250mila nuove querce in un'area di 200 ettari. Potrebbe non bastare, potrebbe essere tardi. Perché quello di cui soffre la foresta si chiama in linguaggio naturalistico «vuoto generazionale».
Una malattia creata da periodi di sfruttamento intensivo nei quali gli alberi venivano abbattuti per usare il loro legno e non venivano rimpiazzati. È successo in particolare nel XVI secolo, quando gli inglesi erano impegnati a costruire centinaia di navi per fermare l'Invencible Armada del re di Spagna e poi ancora durante la guerra civile della metà del XVII secolo tra l'esercito di Cromwell e i realisti di Carlo I. «Il risultato è che oggi abbiamo più di 900 querce di 500 anni e oltre, un buon numero di 250 e di 50 anni e pochissime nelle fasce di mezzo. Bisogna fare in fretta a colmare questi vuoti», dicono i curatori del parco che risale ai tempi medioevali, quando era una riserva di caccia dei sovrani normanni. L'albero più vecchio, secondo i rilievi scientifici dell'università di Nottingham, è cresciuto nel 1415. Ma la gente del posto è abituata a dare un'età a occhio, usando il sistema tradizionale delle braccia: due braccia d'uomo contano cent'anni. Per circondare la Major Oak si debbono unire le mani di una dozzina di uomini: quasi 1.200 anni. La Major Oak (che significa Quercia del Maggiore, in onore dello storico dilettante Hayman Rooke, maggiore dell'esercito in pensione che sognava di trovare tracce dei druidi), secondo la tradizione è l'albero gigantesco dove Robin Hood e i suoi compagni si nascondevano e tendevano i loro agguati.
Una leggenda, ma gli archeologi assicurano che, ai tempi delle Crociate, nella foresta dove i raggi del sole faticavano a penetrare si è combattuto. Solo che allora Robin Hood, se davvero fosse esistito un eroe con quel nome, sarebbe effettivamente potuto fuggire dalla porta posteriore del castello di Nottingham e scomparire subito nella foresta, che era estesa fino a Sheffield. Ora il povero Robin dovrebbe correre allo scoperto, perché la sua foresta di Sherwood si è ridotta a tre miglia, meno di cinque chilometri. La distesa di querce gloriose è stata mangiata dai campi seminati, da città e villaggi, strade e miniere di carbone. E dai taglialegna della regina Elisabetta I che nel 1588 dovevano rifornire di legno la flotta inglese di Sir Francis Drake.
Guido Santevecchi, 16 ottobre 2007


2007-05-12 Gli alberi potrebbero salvare clima
Studio, da deforestazione 1, 5: mld tonnellate CO2 all'anno

(ANSA) - ROMA, Gli alberi potrebbero salvare il mondo dai cambiamenti climatici se non li tagliassimo. Lo rivela uno studio australiano secondo cui la deforestazione immette nell'atmosfera 1,5 miliardi di tonnellate di CO2 all'anno. Un rallentamento del taglio degli alberi, avvertono gli scienziati, sarebbe invece un toccasana per l'atmosfera. Di questo passo - dicono - da qui al 2100 ci saranno da 87 a 130 miliardi di tonnellate di CO2 in più nell'aria.



2007, Piantare troppi alberi un rischio per l’ambiente (mah, secondo me sono matti)
Studio Usa: assorbono l’anidride carbonica ma causano danni al sistema idrogeologico 

Piantare alberi per sottrarre dall’atmosfera l’anidride carbonica al fine di ridurre il riscaldamento globale potrebbe determinare maggiori problemi ambientali di quanti ne verrebbero risolti. E’ a tutti noto che gli alberi funzionano come «trappole» per la CO2, magli effetti indesiderati delle piantagioni forestali potrebbero sottrarre quantità eccessive di acqua e di nutrienti al suolo, esacerbando ulteriormente gli scompigli climatici.
MODELLI — «Il "sequestro" della CO2 — dice Robert Jackson dell’Università di Duke (Usa), nella ricerca pubblicata dal Journal of Geophysical Research—può funzionare per qualche decennio ma la domanda non è se possiamo stoccare il carbonio negli alberi, quanto piuttosto quali sono i danni e i benefici per l’ambiente». E allora dalle ricerche sul campo (più di 600 osservazioni in varie parti del mondo) integrate con modelli climatici ed economici, si è giunti alla conclusione che piantare alberi riduce in media del 52% il flusso d’acqua nei terreni considerati, inaridendo del tutto il 13% dei ruscelli entro il primo anno dall’attuazione della forestazione. E’ pur vero che è proprio questo un modo per prevenire le alluvioni ma in molti altri casi (specialmente quando gli alberi sono piantati e gestiti come fossero grandi colture agricole) produce una rilevante alterazione del ciclo idrogeologico. La ragione va cercata nel fatto che abitualmente, quando si piantano alberi si utilizzano quelli a crescita più rapida (varie specie di pini ed Eucalyptus per esempio) con radici che scendono più in profondità e assorbono molta più acqua rispetto alle colture erbacee che vanno a sostituire. A questo si deve aggiungere l’intercettazione della pioggia da parte delle chiome e la rapida evapotraspirazione che nelle zone extratropicali non si trasforma necessariamente in precipitazioni. Così l’acqua rimasta disponibile, non utilizzata dalle piante, si riduce anche del 20% e in molte nazioni la forestazione costituisce una grave sottrazione di risorse idriche. Pure il ciclo dei nutrienti è alterato rispetto alle praterie o ai campi coltivati, con depauperamento di calcio, magnesio e potassio, mentre sodio e cloro si accumulano nel terreno che diventa sempre più salato e acido.
EFFETTI — Effetti molto negativi si avrebbero per esempio se si trasformassero in foreste le pampas argentine o le steppe caspiche della Russia. Mentre invece gli effetti sarebbero positivi nel Sahel africano dove l’assorbimento degli alberi manterrebbe il livello dell’acqua salata al di sotto di quello dove affondano le radici le colture agricole. Ben diverso è poi piantare alberi dove non ci sono mai stati, dal ripristinare un ambiente già esistente laddove la foresta era stata abbattuta: operazione quest’ultima auspicabile. Il protocollo di Kyoto obbliga le nazioni a ridurre la CO2 anche attraverso il «sequestro del carbonio». Piantare alberi è una delle opzioni. «Ma la sua efficacia sarà comunque limitata—commenta Jackson —. Abbiamo calcolato che negli Usa bisognerebbe piantare 44 milioni di ettari di alberi per avere una riduzione di CO2 del 10%. Meglio sarebbe migliorare la resa energetica delle automobili».
Massimo Spampani 17 aprile 2007
link articolo



 

20 SETTEMBRE 2003, da Il Corriere della Sera

La Russia vuole svendere più di 800mila ettari di foreste: LE PIU’ GRANDI DOPO L'AMAZZONIA

Le foreste russe in vendita. Il principale polmone europeo, secondo nel mondo soltanto all'Amazzonia, potrebbe presto finire nelle mani delle grosse compagnie di disboscamento. Il Cremlino ha appena presentato un piano per svendere 843mila ettari di boschi: il parlamento dovrà, decidere se approvare la proposta il 1 novembre. Al momento le aziende private possono prendere in gestione per un massimo di 49 anni porzioni di foreste, che in totale occupano il 70% della Russia e assorbono il 15% di anidride carbonica mondiale. Se passasse la nuova bozza le compagnie avrebbero la possibilità di prendere in usufrutto un terreno fino a 99 anni e poi comprarlo. Dalla vendita il Cremlino guadagnerebbe 164 miliardi di dollari. Gli ambientalisti lanciano l'allarme, prevedendo un disastro ambientale.

 


 

29.09.2004

La deforestazione delle isole del Pacifico
Alcuni habitat si sono conservati, mentre altri sono stati spazzati via

Quando i polinesiani si sono diffusi per tutto il Pacifico, alcuni hanno prosperato in isole che sono diventate veri paradisi naturali, mentre altri hanno deforestato le isole colonizzate e in seguito, come sull'Isola di Pasqua, hanno sperimentato guerre e cannibalismo. Da tempo gli archeologi si chiedono quali fattori possano aver scatenato questi fenomeni. Ora un'interessante analisi su larga scala identifica i fattori ambientali che hanno congiurato contro alcuni colonizzatori.

Lo studio, opera dell'archeologo Barry Rolett dell'Università delle Hawaii e dell'antropologo Jared Diamond dell'Università della California di Los Angeles, è nato quando Diamond ha chiesto a Rolett perché le isole Marquesas, a differenza dell'Isola di Pasqua, avevano mantenuto le proprie foreste. Rolett ha esaminato l'impatto ambientale dei polinesiani, concentrandosi particolarmente sulle Marquesas, 1200 chilometri a est di Tahiti, ma la questione gli ha ispirato un'analisi ancora più larga.

I due ricercatori hanno studiato 69 isolette in tutto l'Oceano Pacifico, esaminando i diari dei primi esploratori (come James Cook) per stimare la forestazione delle isole e altre variabili ambientali al tempo dei primi contatti con gli europei. Hanno così scoperto che le isole più calde e umide sono quelle che hanno resistito maggiormente alla deforestazione, così come le isole più grandi, quelle il cui terreno aspro o irregolare rendeva difficile le coltivazioni, e quelle ricoperte spesso da cenere vulcanica.

Il modello, descritto in un articolo pubblicato sulla rivista "Nature", suggerisce che i guai dei colonizzatori dell'Isola di Pasqua non furono interamente colpa loro. "Si trovarono in una situazione molto difficile, - spiega Rolett - su una delle isole più delicate dal punto di vista ambientale". Anche l'isolamento, che rese più difficile il trasporto di piante addomesticate, costrinse i colonizzatori ad affidarsi a un'agricoltura meno sostenibile, basata sulla distruzione delle foreste. Al contrario le Marquesas, ugualmente piccole e aride, hanno mantenuto le proprie foreste perché lì i polinesiani coltivarono alberi da frutta e le foreste fornivano loro tutto il cibo desiderato".
© 1999 - 2004 Le Scienze S.p.A

 

Back
Ungrouped links
punto nullo
Cerca
login
User:
Pass:
Valid HTML 4.01!
Valid CSS!
Tutti i diritti su loghi e contenuti sono riservati: © 2005-2008 Gabriele Ponzoni p.iva 01798371207 info: info@exploratetide.com