2006: Mosca torna alla carica contro Shell: Sakhalin 2 barbarie ambientale Dietro lo scontro sul nuovo giacimento il nazionalismo energetico di Putin
MOSCA - Salto di qualità nello scontro tra il Cremlino e la multinazionale dell'energia Shell. Al centro del contenzioso la costruzione del nuovo impianto di estrazione petrolifera del giacimento Sakhalin-2, nell'isola dell'estremo oriente russo.Dopo la revoca della licenza ambientale al consorzio capitanato dalla compagnia anglo-olandese, dopo le ispezioni a tappeto ordinate da Mosca, dopo le dichiarazioni del presidente russo Vladimir Putin, oggi a sparare contro la Shell è stato il vice capo del Servizio federale Russo per le Risorse Naturali, Oleg Mitvol. Il dirigente ha prima ribadito la richiesta di blocco del progetto e poi ha accusato la compagnia di "attività barbariche" a Sakhalin-2, invitando i manager della multinazionale "a leggersi il Codice penale". Fermare i lavori, ha chiarito Mitvol, a questo punto non basta: "Vogliamo un procedimento penale per ogni albero distrutto e per ogni fiume inquinato".Il presidente della Shell Exploration and Production Russia, Chris Finlayson, da parte sua, ha prontamente replicato: "Non abbiamo nulla da nascondere e nulla di cui vergognarci per Sakhalin". In precedenza, a cercare di smorzare i contrasti, era stato il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, che aveva invitato al "dialogo" le controparti, ma il suo appello non è stato recepito.Dietro la tanto legittima quanto improvvisa sensibilità ambientale russa, secondo molti osservatori, si nasconde in realtà l'intenzione del Cremlino di favorire il consorzio nazionale dell'energia Gazprom. Il presidente Putin starebbe in particolare cercando di assecondare il desiderio del colosso energetico russo di creare nella Siberia orientale una gigantesca provincia dove produzione, trasporto ed esportazione di energia siano unificati. Un progetto che per essere realizzato ha però bisogno che venga eliminata la competizione straniera affinché tutto venga subordinato unicamente agli interessi nazionali.(28 settembre 2006) dal sito online di Repubblica
La Russia vuole annettersi il polo Nord: Come mettere le mani su 10 miliardi di tonnellate di petrolio e gas Un'area di 1,2 milioni di kmq ricca di risorse. Molti dubbi da parte degli studiosi dell'Artico
LONDRA - Il governo russo avrebbe l’intenzione di annettere al suo territorio una vasta area del polo Nord, grande 1,2 milioni di km quadrati, ricca di petrolio e di gas. Lo rivela il quotidiano inglese «Guardian» che afferma anche che questa zona dell'Artico, secondo alcuni scienziati dell'ex Unione Sovietica, sarebbe direttamente unita alla Russia da una piattaforma subacquea.DIRITTO INTERNAZIONALE - Secondo il diritto internazionale, il polo Nord non appartiene a nessuna nazione: ognuno dei cinque Stati che si affacciano sull'Artico (Stati Uniti, Canada, Norvegia, Danimarca tramite la Groenlandia e Russia) può sfruttarne economicamente solo una piccola zona: non più di 200 miglia dalla costa. Tuttavia, la legge internazionale è stata messa in discussione lunedì scorso da un gruppo di geologi russi: gli studiosi hanno effettuato un viaggio di sei settimane nell'Artico su una nave rompighiaccio a propulsione nucleare. Essi hanno navigato lungo la dorsale Lomonosov, catena montuosa sottomarina che taglia l’Artico a metà e si estende sotto l’acqua per 1.700 km dalla Siberia all’estremità nordoccidentale della Groenlandia. Qui, dopo lunghi studi, affermano di aver costatato che la dorsale Lomonosov è unita direttamente al territorio della Federazione russa.RICCHEZZE - Il territorio in questione, grande quanto Italia, Francia e Germania messe assieme, contiene secondo gli stessi scienziati russi, 10 miliardi di tonnellate di depositi di gas e di petrolio e naturalmente la notizia ha suscitato preoccupazione e stupore in numerosi organi internazionali. Per annettere un territorio, bisogna dimostrare che la struttura della sua piattaforma continentale sia simile alla struttura geologica del proprio territorio. Inoltre, secondo una convenzione internazionale di diritto marino, nessuno Stato può estendere i suoi confini territoriali fino al polo Nord. Infine tanti studiosi contestano i risultati dello studio degli scienziati russi. «Francamente penso che ci sia qualcosa di strano», ha affermato ironicamente al Guardian Sergey Priamikov, direttore internazionale dell’Istituto di ricerca dell’Artico e dell’Antartico di San Pietroburgo. «A questo punto i canadesi potrebbero dire che la dorsale Lomonosov è parte della piattaforma canadese e ciò significherebbe che la Russia appartiene di fatto al Canada, insieme con l’intera Eurasia». Secondo Priamikov, al di là delle polemiche territoriali, questo territorio continua a essere una delle più belle aree naturali del mondo.Francesco Tortora, 28 giugno 2007
1995, Impressionante catastrofe ecologica: le fiamme sfiorano il livello di volo degli aerei
La Repubblica 1995, venerdì 28 aprile Il gigantesco incendio nella penisola di Komi è stato registrato dai satelliti Usa e visto dai piloti giapponesi Non ci sono vittime perché l’area è disabitata. Mosca minimizza: bruciati soli 600 mila metri cubi di gas
Ottomila metri di fuoco: Esplode un gasdotto, panico in Russiadal nostro corrispondente, FIAMMETTA CUCURNIAMOSCA — Nove anni dopo la tragedia di Cernobyl, la Russia continua ad esser teatro di terribili incidenti segnati dall’ombra sinistra della catastrofe ecologica. Ieri notte, verso le 2,40 ora locale, un gigantesco incendio si è improvvisamente sprigionato su un tratto del gasdotto Ukhta-Torzhok della penisola di Komi, a circa 1000 chilometri da Mosca, nel grande Nord russo.Il braciere era talmente imponente che, in un primo momento, s’era pensato all’esplosione di una fabbrica petrolchimica. I satelliti americani, che lo hanno intercettato per primi, davano atto di un immenso disastro, con fiamme alte fino a 8 mila metri. E i piloti di numerosi aerei di linea della compagnia aerea giapponese, la Jal che fanno rotta dall’Europa al Giappone sorvolando la Russia, hanno raccontato di non aver mai visto nulla di simile in vita loro, stimando che l’altezza delle fiamme si aggirava tra i 3000 e i 6000 metri. Verso l’alba, alle cinque del mattino, l’incendio è stato estinto. Non ci sono state vittime. Ma gli abitanti dei villaggi limitrofi sono stati costretti a fuggire dalle proprie case, e raccontano ora di aver pensato che fosse scoppiata la guerra. Solo in tarda mattinata, le autorità russe hanno fatto finalmente sapere che s’è trattato di un incendio «di routine» al gasdotto, con una fiaccola di appena un centinaio di metri, di quelli che in Russia si verificano quasi ogni giorno. Ma nel grande gioco dell’imbarazzo, delle smentite e delle informazioni contraddittorie, a cui le autorità sovietiche e poi russe hanno abituato il mondo, da Cernobyl in poi, non è stato ancora possibile stabilire con precisione le cause, l’ampiezza e Ia dinamica del nuovo incidente. Ufficialmente, la Russia minimizza. Secondo il ministro delle Situazioni dell’emergenza e le autorità locali di Komi, si è trattato di una piccola cosa, un «incendio controllato». I servizi di sicurezza dell’oleodotto, secondo la loro versione, avevano individuato una fuga di gas e, dopo aver isolato a monte e a valle il troncone interessato all’avaria, avevano deciso di appiccare il fuoco per bruciare gas liberato dalla falla. «Si tratta di una perdita di circa 600 mila metri cubi di gas, una quantità irrilevante per un gasdotto che ne trasporta 70-80 milioni al giorno», ha scritto la TASS, aggiungendo che «l’incidente non avrà conseguenza alcuna sull’approvvigionamento dei clienti russi e stranieri». Per quanto riguarda le dichiarazioni dei piloti giapponesi, l’agenzia di stampa russa fa addirittura dell’ironia: «La paura ha gli occhi grandi— dice — le fiamme prodotte da questo tipo di gasdotto, il cui diametro è di 1,4 metri, non possono superare i 120 metri». Eppure, è difficile credere che numerosi piloti abituati a sorvolare le grandi pianure della Russia abbiano potuto prendere tutti insieme un così clamoroso abbaglio. E del resto, un funzionario del Gazprom, la compagnia russa del gas, che ha voluto mantenere l’anonimato, ha dichiarato all’agenzia mediante fax che l’incidente sarebbe stato causato da un’esplosione all’impianto di compressione ed avrebbe danneggiato un tronco di una ventina di metri del gasdotto. E i dirigenti americani, citati dalla catena televisiva Cnn, si sono detti assai impressionati dal fatto che i responsabili russi li abbiano informati subito dell’incidente, cosa che, evidentemente, non accade peri guasti «di routine». Tra gli attivisti dell’associazione ecologista Greenpeace c’è grande allarme. «Come al solito i russi minimizzano e sono gli ultimi a dare spiegazioni», dice il coordinatore moscovita Ivan Blokov, riconoscendo tuttavia di non avere dati precisi. «Gli oleodotti russi sono vecchi e malandati—spiega—il 10% ha più di35 anni di vita e il 70% è stato costruito più di dieci anni fa. Ci si può aspettare un incidente grave in qualsiasi momento».E proprio qui sta il punto. Lacerata da una corsa verso il mercato che ha ridotto sul lastrico il bilancio federale, da anni la Russia non investe denaro nei settori pubblici, inclusa, purtroppo, la sicurezza del settore nucleare e petrolchimico. Si usa e si consuma quello che c’è, anche se è sempre più logoro e, dunque, sempre più pericoloso. Ecco cosa scrivevano ieri sera le Izvestija: «L’incidente di ieri a Komi non ha fatto vittime perché è avvenuto in un luogo isolato. Ogni giorno in Russia si verificano incidenti ben più gravi di quello, di cui nessuno sa nulla. Si tace, perché la stampa e la società sono stanche di queste continue notizie di catastrofi, tragedie e incidenti. Si fa attenzione solo ai più gravi. Eppure lo stato dei nostri gasdotti e oleodotti ha ormai raggiunto un punto critico. Continuare ad arginare le falle non è più una soluzione del problema perché è chiaro che un gasdotto non può essere composto solo di toppe aggiunte una dopo l’altra». Ancora ieri le autorità di Komi hanno ripetuto di non aver denaro per effettuare le opere di riparazione e manutenzione necessarie per il buon funzionamento degli impianti installati sul suo territorio, molto ricco di petrolio e gas naturale. La scorsa estate, numerose decine di migliaia di tonnellate di petrolio (100 mila, secondo gli esperti indipendenti) sono fuoriuscite dall’oleodotto che attraversa la repubblica, a causa della rottura del sistema di sbarramento che lo circonda. I terreni circostanti sono stati invasi da una marea nera che nessuno è stato in grado di prosciugare. Gli incendi, lassù, sono ormai una calamità naturale quotidiana. E ora, mentre una generosa primavera sta regalando alla Russia un disgelo anticipato, quella mostruosa macchia nera comincia a muoversi e minaccia di riversarsi nei fiumi e nell’Oceano Artico.
2007, Ucraina, deraglia treno carico di fosforo. Allarme per un'enorme nube tossica Evacuate 900 persone. Ventuno intossicati, uno è grave Il vice-premier evoca lo spettro di Chernobyl, ma le autorità rassicurano
KIEV - Una gigantesca nube tossica scatena il panico in Ucraina. Ieri un treno che trasportava fosforo giallo liquido è deragliato, provocando l'incendio di sei carri cisterna. Così un'area di 86 chilometri quadrati vicino al villaggio di Ojydiv, a 70 chilometri da Leopoli, nella parte occidentale del Paese, è stata ricoperta da "una quantità importante di fumo e gas tossici", come ha affermato un responsabile dell'amministrazione regionale, Taras Batenko.Gli intossicati, al momento, sono 21, tra i quali soccorritori e due lavoratori delle ferrovie. Uno è in gravi condizioni. Un centinaio di persone ha già fatto ricorso a cure mediche, ma si prevede un aumento degli intossicati nei prossimi giorni, quando il fosforo sarà entrato nella catena alimentare. Alla popolazione è stato consigliato di non mangiare verdura e animali prodotti localmente.Nella zona interessata dalla nube abitano circa 11.000 persone, ma soltanto 900 di loro hanno chiesto di essere evacuati. Probabilmente quello che temono è il rischio di sciacallaggi. Tuttavia, molti residenti hanno indossato maschere anti gas e si sono barricati in casa. Anche a Leopoli, dove abitano ben 800mila persone, in molti hanno scelto di non far uscire i propri figli per evitare rischi.Il fosforo giallo, utilizzato per la produzione di fertilizzanti, pesticidi ed esplosivi, è considerato una sostanza tossica di prima categoria, dagli effetti letali se viene inalato o entra in contatto con la pelle, anche in una concentrazione di un decimo di grammo. Facilmente infiammabile, intacca le ossa, il cervello e il fegato.Le cause dell'incidente non sono ancora chiare. Il treno merci, composto da 58 carri, 15 dei quali trasportavano fosforo giallo, era partito da Dzhambul, in Kazakhstan, ed era diretto a Kleska, in Polonia. Poi è deragliato, tra Krasnoye e Ozhidov. L'autorità statale per le ferrovie ha escluso la possibilità di un sabotaggio, ipotizzando che il deragliamento sia stato causato dalle cattive condizioni dei binari o dalla violazione delle norme per il trasporto di carichi pericolosi. La procura locale ha comunque aperto un'inchiesta. Il convoglio, assicurato da una compagnia straniera, forse russa, appartiene a imprenditori kazaki.Il vice-premier di Kiev, Aleksander Kuzmuk, che guida la commissione statale d'inchiesta sull'episodio, ha evocato lo spettro di Chernobyl, ancora vivo nella memoria del popolo ucraino. La centrale nucleare teatro del celebre incidente del 1986 si trovava infatti nella parte settentrionale del Paese, all'epoca sotto il dominio sovietico. Kuzmuk ha parlato di "un evento incredibile, di cui è impossibile prevedere le conseguenze" e di "minaccia seria per gli abitanti". Ma il Ministero per le emergenze ha smorzato l'allarme, affermando che "la situazione è completamente sotto controllo". Il responsabile della protezione civile di Leopoli, Piotr Grebenyuk, ha aggiunto che "la nube è stata neutralizzata, e non c'è alcun pericolo per i residenti".Il panico ha varcato i confini ucraini, arrivando fino in Romania, Polonia, Ungheria e Bulgaria, per una sorta di sindrome-Chernobyl. Ma il ministero della Difesa bulgaro ha escluso qualsiasi pericolo tossico per la propria popolazione. E da Bruxelles è arrivata un'altra conferma. La Direzione Generale per l'Ambiente dell'Unione Europea ha detto di non avere ricevuto alcuna richiesta di assistenza.(17 luglio 2007) link
1994, La Russia da 30 anni pattumiera nucleare. Immensi "cimiteri radioattivi" nelle vicinanze di tre grandi fiumi
Da la Repubblica, mercoledì 23 novembre 1994
Incalcolabili i danni all'ambiente. Il Grande Inquinatone atomico
dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINIMOSCA - Per più di trent'anni, l'Unione Sovietica e poi la Russia hanno creato immensi "cimiteri radioattivi" nelle vicinanze di tre grandi fiumi. Mosca pensava di avere ideato un sistema a buon mercato per disfarsi delle scorie nucleari prodotte da centrali atomiche e industria militare: le scaricava direttamente nel sottosuolo, in località sperdute nell'immensa taiga siberiana, iniettando il mortale liquido radioattivo a grande profondità nel sottosuolo.Con un'immagine un po' abusata, si può dire che i russi pompavano nel terreno delle "punture" piene delle più micidiali sostanze esistenti. Quando questo metodo finora segreto, che contraddice tutte le norme internazionali, è stato reso noto a un recente convegno in California da una delegazione di scienziati russi, i loro colleghi americani sono insorti. “E' il sistema più pericoloso mai concepito dalla razza umana per eliminare detriti nucleari”, ha dichiarato Henry Kendall, un premio Nobel per la fisica, al New York Times, che ieri ha rivelato la vicenda in prima pagina. A Mosca, il ministero dell'Energia Atomica minimizza, affermando che la controversa pratica non è più da tempo un segreto e non provoca danni all'ambiente, almeno non “nell'immediato”. Ci vorranno decenni, o addirittura secoli, concordano vari esperti, per scoprire l'effetto delle "iniezioni" radioattive. Ma un pomeriggio di telefonate per chiarire il mistero delle scorie nucleari finisce per rivelare nuovi misteri, e complicare il "giallo", dalla cui soluzione dipendono, forse fra qualche centinaio di anni, le sortì del pianeta Terra e dei suoi abitanti. Per esempio: il metodo che tanto scandalizza Henry Kendall, dicono a Mosca, è applicato anche in altri paesi, compresa l'America. E ci sarebbero paesi che pagano la Russia per seppellire nel suo territorio, anziché nel proprio, le scorie radioattive, facendo appunto ricorso alle iniezioni nel sottosuolo. Come in ogni "giallo" che si rispetti, a questo punto bisogna fare un passo indietro. Le regole comunemente accettate richiedono che le scorie nucleari siano isolate in contenitori impermeabili per migliaia di anni, che generalmente vengono depositati nella profondità degli oceani. Questo però non può essere f atto con le scorie "liquide " : a meno di renderle solide, un procedimento complesso e costoso. Secondo le rivelazioni diffuse al convegno in California, è proprio per risparmiare che l’URSS, e in seguito la Russia di Boris Eltsin, hanno pompato miliardi di litri di scorie liquide, circa la metà del totale (dunque sessanta volte più della radioattività emessa nell'atmosfera dall'incidente di Chernobyl), direttamente nel sottosuolo. Ma ieri gli scienziati russi e i responsabili del ministero dell'Energia Atomica, interpellati da Repubblica, giuravano che il sistema è assolutamente sicuro. “Prima di pompare le scorie sotto terra” dice Georgi Kaurpv, il portavoce ufficiale del ministero, “si fa una perizia per trovare una formazione geologica adatta, cioè che contenga uno "scudo", formato da sostanze rocciose impermeabili all'acqua e a da altri liquidi”. La profondità a cui il liquido viene iniettato “non è mai inferiore a 500 metri”, aggiunge Kaurov, “la distanza dai fiumi è mediamente di 2-3 chilometri e comunque non meno di uno, ogni anno effettuiamo controlli fino a 100 metri sottoterra per scoprire eventuali tracce di radioattività”. Secondo il ministero, insomma, le scorie sono sepolte nella roccia, e nulla passa. Ma secondo un esperto del medesimo ministero, Nikolaj Egorov, l'autore delle rivelazioni in California, ci sono già state delle “gravi perdite”, che si sono diffuse “a grande distanza” nel territorio. “Lo escludo nel modo più assoluto”, taglia corto il portavoce. Meno categorico è Aleksandr Rogozhin, un esperto del Gpsa-tomnadzor, l'ente di sorveglianza delle attività nucleari in Russia. “Questo sistema risponde alle esigenze di sicurezza per l'immediato”, osserva, “e per il momento non rappresenta alcuna minaccia. Ma a lungo termine, parlo di centinaia di anni, è impossibile fare previsioni”. Altri dubbi li solleva Zhina Akhulina, un fisico nucleare dell'istituto in cui lavorava Sakharov all'Accademia delle Scienze: “E' possibile che non tutto avvenga nel rispetto degli standard di sicurezza, a causa delle restrizioni finanziarie degli ultimi anni”. Quindi ammette che si tratta di un metodo “abbastanza rischioso”, ma nota: “A noi risulta che sia usato anche da paesi occidentali”. Il portavoce del ministero dell'Energia Atomica ne è certo: “Sappiamo che l'hanno utilizzato anche gli americani”. E la Akhulina lancia un'altra grave accusa: “Ci sono paesi stranieri che pagano la Russia per seppellire da noi le loro scorie nucleari liquide”. Greenpeace, ora molto attiva a Mosca, avrebbe denunciato di recente il passaggio di un simile convoglio dalla Finlandia alla Russia.Ce n'è abbastanza per impensierire le popolazioni che vivono lungo i fiumi Volga, Ob e Enisej, nelle tre località denominate Dmitrovgrad, Tomsk, Krasnoyarsk, che non corrispondono esattamente alle città omonime, .ma sono comunque nelle stesse [regioni. Il Volga si getta nel mar Caspio, gli altri due nel Mar Glaciale Artico: se trasportano scorie radioattive, il danno sarebbe tremendo. Ma in attesa di una nuova legge che è all'esame della Duma russa, il portavoce del ministero dell'Energia Atomica ha ancora voglia di sdrammatizzare: “Nel Mar Artico gettiamo da sempre le nostre scorie solide”, dice, “e posso assicurare che non ho mai pescato del pesce così buono come da quelle parti”.
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