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Caccie al tesoro e soprattutto all'oro nel mondo: diamanti, oro e simili

Scoperte Geologiche (brevi)
Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 09-16-2011 at 2:18 PM
Articoli Geologici >> Scoperte Geologiche (brevi)


Da rivedere il ciclo del carbonio nel sottosuolo
Nei cosiddetti "diamanti profondi" sono state trovate inclusioni che fanno pensare a una formazione nella regione inferiore del mantello
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DA QN DEL 15/09/2006 Maremma d'oro? Riparte la caccia alla pepita
SULLE ORME DI PAPERONE: IL SOGNO DELL‘ELDORADO ITALIANO
«Movimentazione di milioni di massi e possibili problemi ambientali»
di PINO DI BLASIO
- GROSSETO - SARÀ PERCHÉ siamo tutti cresciuti a pane e Paperon de' Paperoni, perché la nostra fantasia si accenda subito e vaghi per Yukon, Klondike, picconi, setacci e corse verso il selvaggio West. Basta la parolina magica: oro. Un'icona da cliccare su luoghi mitici e figure leggendarie. Il metallo che luccica, spesso, acceca anche il raziocinio, fa perdere il lume della logica.
IN MAREMMA, periodicamente, scatta una virtuale corsa all'oro, fatta più che altro di sogni di carta, analisi al microscopio, indagini nelle belle campagne delle Colline Metallifere e progetti fermi nei cassetti delle multinazionali minerarie.
STAVOLTA, A FAR ripartire la carovana, è un giovane geologo, Giacomo Biserni, collaboratore fino a qualche tempo fa del dipartimento di Scienze della terra all'università di Siena, e da qualche mese consulente della Adroit Resources Inc., società mineraria canadese. «Le zone della Maremma dove può esserci l'oro — racconta Biserni — erano già state individuate da tempo da altre società. Penso alle campagne attorno a Roccastrada, Manciano, Chiusdino a Siena. I canadesi hanno chiesto concessioni su aree che non erano mai state esplorate, come quelle nel comune di Civitella Marittima. Le indagini sono promettenti, anche se parliamo sempre del cosiddetto oro invisibile, polvere aurifera nell'ordine di qualche grammo a tonnellata». Folle pensare a tenori da mezzo chilo a tonnellata, il giovane geologo nega di aver mai prospettato un'ipotesi del genere.
«A CHI ME L'HA chiesto, io ho detto che si parlava di 0,65 once a tonnellata, in pratica una ventina di grammi. E sono le stime che la AngloAmerican ha condotto prima di noi. Sono comunque risultati incoraggianti. Altrimenti l’Adroit non investirebbe 1,8 milioni di dollari canadesi (poco più di un milione di euro, ndr) per questa ricerca». Venti grammi d'oro per ogni tonnellata di pietra è una percentuale eccitante non solo per i geologi. Soprattutto di questi tempi, con l’oro schizzato ai massimi storici.
MA IN MAREMMA accanto ai giovani entusiasti, ci sono anche gli esperti cercatori. Come Bruno Stea, a suo tempo vertice della RiMin (ricerche minerarie), contattato anche lui dall'Adroit qualche tempo fa. «Sono venuti americani, sudafricani e inglesi a fare ricerche — conferma Stea —. L'oro c'è e anche con tenori interessanti. Tempo fa si trovò una concentrazione, dalle parti di Mandano, di 200 grammi a tonnellata, anche se relativa a massi. Il problema è che un processo industriale comporta movimenti di milioni di tonnellate di materiale, escavazioni profonde, problemi ambientali. 40 grammi di oro a tonnellata potrebbero già essere convenienti per una multinazionale. Ma bisogna fare i conti con i costi per il territorio». Il giovane geologo è più ottimista. «Niente più cianuro: ci sono nuove tecniche per estrarre l'oro, meno in-vasive e meno inquinanti. Siamo ancora alla fase delle analisi geochimiche, allo spettrometro di massa. Ma sono fiducioso».
PICCOLE mosse che hanno già innescato la rituale corsa all'oro virtuale. Ma in Maremma ci sono abituati: nei decenni passati qui c'erano le miniere di pirite, chiuse bruscamente perché non più conveniènti. E la pirite, come Paperone insegna, è l'oro dei gonzi.


Dall'Appennini all’Alaska, la leggenda del re dei cercatori
Abbiamo ripercorso il viaggio del modenese Felice Pedroni, che nel 1902 trovò la sua prima pagliuzza
di GIORGIO COMASCHI
L'AVESSE SAPUTO prima, Felice Pedroni — ovvero Felix Pedro o, come lo chiamavano gli amici, Pedro Felìz—non avrebbe fatto tutta quella strada. L'oro c'è anche in Maremma, l'ha capito una società canadese e adesso magari salta fuori che l'eldorado l'avevamo in casa. In tal caso c'era anche nel 1881 quando quel ragazzo di Panano, sull'Appennino modenese, partì per l'America, come tanti, col sogno della ricchezza negli occhi, o di non dover più patire la fame. Nel 1902 compì un'impresa ai limiti della disperazione: attraversò i monti dell'Alaska con la sola compagnia di un mulo, un paio di cani, un fucile e il chiodo fisso delle pepite. Oggi a Fairbanks, città che ha praticamente fondato lui, la seconda più importante dello Stato, tutto è Pedro.
PEDRO CREEK è il fiume dove vide brillare per la prima volta quelli che i pionieri chiamavano colorì, le pagliuzze gialle fra i sassi lavati dall'acqua. Poi ci sono Pedro Street, Pedro Dome (una collina), Pedro Store. E il 22 luglio, data della scoperta, ogni anno c'è qualcuno che si veste come lui e sfila nella parata celebrativa per le vie della città. La storia dell'analfabeta Felice Pedroni mi ha fatto innamorare: insieme a Claudio Busi sto scrivendone un romanzo e nell'autunno del 2007 ne nascerà uno spettacolo teatrale, mistero di Felix Pedro. Per farli bene sono andato, in agosto, sulle tracce del minatore di Panano, ho percorso la sua strada, ho vagato per i suoi boschi, ho cercato di capire che cosa doveva essere l'Alaska di fine Ottocento, con 30 gradi sotto zero d'inverno e due ore e mezzo di luce di giorno.
L'EFFETTO-PEDRO, lassù, comincia quando arrivi in aereo, vedi le ime sconfinate e pensi a quanto deve aver camminato, da solo, là in mezzo. Roba da pazzi. Pensi agli ottocento chilometri affrontati a piedi, come da qui a Napoli, spesso tornando indietro. La gente alaskana ride molto, si ferma per strada e tutti chiacchierano con tutti. Bella gente. Attaccata alla sua piccola storia. Per lei Pedro è Pedro, il numero uno. Quando c'è sempre luce come in agosto ha la mania dei fiori, perché poi la neve li seppellisce da settembre a marzo. Alla mattina ti svegli che è già mattina da un pezzo. Epopea, storia, torrenti, padelle e padelle. Ti fanno provare e scuoti questo arnese di ferro con la faccia poco convinta e il sorrisine ebete. Poi alla vista dei granelli d'oro ti si disegna il dollaro nell'iride come a Paperone. Ho fatto un pezzo a piedi lungo il Pedro Creek, con persone di Fairbanks, e a un certo punto mi sono allontanato. Mi hanno rincorso trafelate: «Sony, mister Comaschi, thè bear, l'orso... is dangerous stare da soli. ..». Ho pensato ai titoli dei giornali: "II conduttore della Zingara mangiato da un orso in Alaska". A Pedroni, invece, l'orso faceva un baffo: ne seccò uno con una fucilata, per farsi poi i primi moonboots della storia con le zampe, svuotate ed essiccate. Fu inseguito per mesi da una spedizione cartografica, che fraintese le sue tracce.
ERA UN POVERACCIO, Felìz, arrivato lì per primo. Ho scoperto che l'hanno fregato con le firme, sulle concessioni registrate, ante-meridian, postmeridian, non ci ha capito niente, ma due soldini se li è fatti lo stesso. Tornò in Italia nel 1905, per sposarsi, ma la maestrina di Lizzano, Egle Zanetti, non si fidò, preferendo restare zitella a insegnare Tabe ai bimbi delle elementari. Gli aveva anche scritto ("la raggiungo, signor Pedroni"), ma dopo una notte di dubbi corse all'ufficio postale a recuperare la lettera. L'anno dopo, tornato in Alaska, Felix fu risucchiato nel vortice di una ballerina irlandese da saloon, che gli complicò vita e portafoglio e che forse lo fece eliminare da un sicario. Morì nel 1910, in seguito, dicono, a un attacco cardiaco. È finito male, Felix. Infelice, pieno di guai. Dopo la morte il corpo è sparito. Sono andato a vedere dove l'hanno ritrovato nel '72, nel cimitero di Colma a San Francisco. Ho scoperto che Colma è una città-cimitero (dopo il terremoto del 1906 condensarono là tutti i camposanti, polacco, cattolico, greco, italiano): le case sono .pochissime, i morti moltissimi. E la città americana con l'economia più alta. Spiace dirlo, ma vive di morti. La materia prima non manca mai.
QUANDO RIPORTARONO Felix in Italia si sparse la voce che avesse uno spillone piantato fra la quarta e la quinta vertebra. Ho scoperto un'altra donna nella vita di Pedroni, una certa Emma Kelly,
alla quale dedicò tre concessioni sui torrenti. Per molta gente Felice era buono, senza vizi, morigerato e serio. Per altri si è bruciato tutti i soldi in whisky. Ma in Alaska bevono tutti anche oggi, figuriamoci allora. Gente strana, i 'nipoti' di Pedro. Ne ho conosciuti due, tipicissimi, che vivono fuori città, in una casa di legno con 35 asky e il gabinetto in un gabbiotto fuori. D'inverno fa meno 40. Se di notte scappa la pipì, si guardano in faccia, si girano dall'altra parte e continuano a dormire. Lassù si vive ancora di quell'oro, l'oro resta la prima ricchezza del paese (insieme al petrolio), quell'oro che vide brillare lui, per la prima volta, nell'ansa del Pedro Creek, dove poteva mangiarmi un orso. Sono stato bene sulle tracce di Pedro Felìz. E ho capito quanta strada si può fare per far quadrare una vita.
C'È QUALCOSA di romantico in quello spirito, nell'avventura, nei territori sconfinati, nei freddi, nel brillare di una pepita, nelle aurore boreali che incendiano il ciclo di colori pazzeschi. Adesso sono amico dell'Alaska. Perché se nei giardini attorno alle case ogni tanto alla mattina vedi un alce o un orso, beh, è meglio comunque essere amici, no?
  • Fondò tra i ghiacci la città di Fairbanks che ancora oggi lo celebra ogni anno
  • Scopre finalmente il tesoro nel torrente che prenderà il suo nome: Pedro Creek Diventa presto ricchissimo
  • Nel 1906 torna al paese ma la maestrina sempre amata lo respinge. Muore in Canada, 4 anni dopo.

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Che cosa Tratta?

Questa sezione si prefigge lo scopo di raccogliere materiale pubblicato tramite diversi mezzi e fonti, al fine di fornire (in modo schematico), una serie di contributi ai vari lettori: attenzione che spesso si tratta di tracce di tipo divulgativo e, quindi, se desidera approfondire maggiormente determinati argomenti occorrerà rivolgersi alle classiche biblioteche o simili.


Un sito interessante in merito alle tematiche da impatto meteorico e relative dinamiche cinetiche: giusto per schiarirsi un poco le idee.
LINK 1

LINK 2

LINK 3


Ecco invece un sito con un'interessante raccolta di articoli in ambito paleontologico.
Un interessante sito che analizza i risultati storici (e gli effetti) dei vulcani nel tempo con tabelle ricostruite e riassuntive dei maggiori eventi:

Dove possiamo trovare i supervulcani? Queste sono le zone in cui potrebbe risvegliarsi un supervulcano (attenzione il termine supervulcano non è scientifico ma nasce impropriamente da una trasmissione/documentario fatta dal National Geographic):

  • Mount Aniakchak, Alaska, Stati Uniti
  • Aso, Kyushu, Giappone
  • Campi Flegrei, Campania, Italia
  • Kikai Caldera, Ryukyu Islands, Giappone
  • Long Valley Caldera, California, Stati Uniti
  • Monte Mazama, Oregon, Stati Uniti (ora Crater Lake)
  • Lago Taupo, North Island, Nuova Zelanda
  • Lago Toba, Sumatra, Indonesia
  • Valle Grande, New Mexico, Stati Uniti
  • Monte Warning, Nuovo Galles del Sud, Australia
  • Yellowstone Caldera, Wyoming, Stati Uniti
  • Mar Mediterraneo, Sicily, Italy

Vi segnalo questo indirizzo per fare ricerche in databases veramente enorme sugli tsunami del passato (è quello da cui ho attinto anch'io per integrare la sezione "Storia della Terra" (sulla cronologia dei grandi eventi del passato).


Le Storegga Slides (fra le più grandi frane sottomarine mai registrate) avvenute nella piattaforma continentale della Norvegia intorno al 6.100 a.C. (vedi anche la pagina la storia del pianeta).

Comunque sia si tratta di una teoria emersa con forza negli ultimi anni e studiata soprattutto dalle Università del nord Europa in quanto gli effetti ricostruiti di tale evento hanno colpito soprattutto gli stati che si affacciano sul mare del nord. In sintesi si tratterebbe di una gigantesca frana sottomarina che ha coinvolto la scarpata continentale e che, come conseguenza, generò un gigantesco tsunami (secondo alcuni ricercatori esso sarebbe stato ben più consistente di quello di Sumatra 2004).
Alcuni studiosi riconducono tali assestamento geomorfologici sottomarini agli idrati di metano e/o a cambiamenti climatici.

Un paio di considerazioni sugli Idrati di Metano:

[1]  Fondali marini agli idrati di metano 
Solo ora gli scienziati sembrano cominciare a interessarsi ai depositi di biidrati di metano ghiacciati che si trovano sul fondo dei mari.Si tratta di una particolare composizione chimica molto diffusa sui fondali marini a una profondità superiore ai trecento metri e che potrebbero rappresentare delle novità rilevanti per comprendere meglio il ciclo del carbonio sulla Terra e avere delle interessanti applicazioni commerciali. Lo studio di questi depositi, soprattutto per motivi estrattivi, è estremamente complesso. Un blocco di idrati di gas ha la consistenza del ghiaccio. Portato alla superficie, fonde e rilascia metano, uno dei gas serra. Le riserve di metano contenute in questi depositi sono enormi. Per la prima volta sono stati presentati a Nizza nel corso del meeting della European Geophysical Society, della American Geophysical Union e della European Union of Geosciences i risultati di una campagna scientifica in alto mare condotta proprio allo scopo di analizzare questi particolarissimi cristalli. I prelievi sono stati effettuati al largo delle coste dell'Oregon (USA) e hanno permesso di portare in superficie una serie di questi particolari fiocchi di neve.Secondo Erwin Suess del Research Center for Marine Geosciences (GEOMAR) di Kiel "a quelle particolari condizioni di pressione e temperatura il metano non potrebbe esistere in quelle forma". 14 aprile 2003
http://ulisse.sissa.it/site/public/ScienzaSette/s7_18apr03_5.htm

[2]  Idrati di metano: rischi di tsunami
Il pericolo non è imminente ma già 8.000 anni fa l'Europa del nord venne sconvolta da un repentino innalzamento della temperature che sciolse gli idrati di metano che si trovano lungo la scarpata della piattaforma continentale. Da un articolo in Inglese:
http://www.thisisnorthscotland.co.uk/displayNode.jsp?nodeId=149483&command=displayContent&sourceNode=149251&contentPK=13348453

Gli idrati di metano, cosa sono
Di che si tratta? «Si tratta di cristalli di ghiaccio – o gas idrati – composti di gas e metano, intrappolati da milioni di anni sotto ai margini continentali a causa dell’alta pressione e delle basse temperature», spiega John Farrell, responsabile scientifico della ricerca, che vede impegnati i migliori istituti oceanografici di venti nazioni, Italia compresa: «Riteniamo che sotto gli oceani ne esistano giacimenti immensi». A sollevare euforia tra gli esperti è la possibilità del loro sfruttamento commerciale in tempi forse, brevi. «Molto dipende dal prezzo del gas naturale», si sbilancia Farrel, «se la domanda fosse alta, basterebbero quindici anni». Nel frattempo, «la prima cosa da fare è censire i punti dove noi riteniamo possano trovarsi i giacimenti maggiori, un compito che potrebbe richiedere anni».
Già, dove sono i giacimenti? «Quasi sicuramente le zone più ricche corrispondono alle cosiddette zone di subduzione, dove i margini di una zolla tettonica scendono al di sotto di un’altra», spiega l’esperto. Una circostanza, questa, in grado di guardare all’Oceano Pacifico – martoriato da vulcani e terremoti – come area privilegiata, e che spiega il grande interesse alle ricerche del Giappone, quasi del tutto privo di giacimenti di petrolio ma potenzialmente ricco di metano all’interno delle acque territoriali. Non a caso, ricercatori giapponesi hanno lanciato la prima idea pompare acqua calda in modo da disaggregare le molecole di acqua e gas e formare pozze di metano “pronto da estrarre”.

Ghiaccio esplosivo
Sembrerebbe facile, ma non lo è. Gli stessi esperti americani non nascondono gli ostacoli ancora da scavalcare. Il rischio è che l’affare si trasformi in un boomerang per il clima terrestre: «Improvvisi rilasci di gas metano, che incombusto è un potente gas serra, potrebbe accelerare il riscaldamento globale», ammette Farrell, «con conseguenze disastrose sul clima e sugli oceani». Ugualmente inquietante è la possibilità di esplosioni accidentali. «Basta un leggero rialzo della temperatura dell’acqua di qualche grado», spiega Farrell, «perché le molecole di gas, altamente instabili, esplodano provocando voragini sul fondo oceanico. Se questo accadesse in prossimità di oleodotti li farebbe saltare in aria, provocando colossali sversamenti in mare».
Deflagrazioni accidentali del “ghiaccio esplosivo”, come è stato subito battezzato dai ricercatori, si sarebbero già verificati in passato. A testimoniarlo sarebbero soprattutto le analisi sul plankton, alcune anomalie di crescita del quale sembrano essere giustificate – secondo gli esperti – solo con il rilascio di gas metano in mare. In alcuni casi, queste esplosioni hanno avuto effetti davvero catastrofici: «Verissimo», conferma Farrell, «scoppi accidentali di depositi di gas idrati potrebbero essere all’origine di alcuni cambiamenti climatici degli ultimi 50mila anni, e di frane e cataclismi sottomarini. Per esempio, la gigantesca onda tsunami che ha investito il Nord Europa 8000 anni fa».
Rischi non trascurabili, insomma, ma che non sembrano spegnere l’entusiasmo dei ricercatori. Dopo il successo dell’ultima spedizione nell’Atlantico, è stata già annunciata una nuova partenza: colonna portante delle ricerche, ancora una volta, la nave Joideas Resolution, il più sofisticato laboratorio scientifico navigante del mondo, in grado di compiere trivellazioni fino a 8200 metri di profondità, estrarre campioni di roccia e portarli intatti in superficie. Stavolta farà rotta nel Pacifico settentrionale, proprio di fronte alla coste dell’Oregon. Qui, trivellazioni sperimentali hanno evidenziato un giacimento di cristalli di gas ancora più ricco di quello dell’Atlantico. Il prezzo del petrolio continua a crescere, e la ricerca continua.
http://italy.indymedia.org/news/2005/10/910556.php  (teoria di storegga)

oppure no ...?

L'origine del riscaldamento climatico (di 40.000 anni fa)
Uno studio individua nelle zone umide l'origine del fenomeno, in contrasto con la teoria secondo cui una grande quantità di metano fu liberata dai clatrati presenti nell'oceano


Forse è attinente oppure no, ma dategli un'occhiata 

19.04.2006
Il ciclo del carbonio tra Giurassico e Cretaceo
Secondo le ipotesi, fu sconvolto da un improvviso rilascio di CO2 o di metano dal fondo dell'oceano
Un'improvvisa emissione di carbonio su larga scala, dovuta al rilascio di riserve di anidride carbonica immagazzinata sul fondo dell’Oceano: fu questa probabilmente la causa di un notevole incremento relativo del carbonio 12 rispetto al carbonio 13 scoperto nei sedimenti vecchi di centinaia di milioni di anni da Yvonne van Breugel dell’Università di Utrecht.
Si tratta, a ben guardare, di un processo simile a quello in atto tutt’ora. Si sta assistendo attualmente all’incremento della concentrazione di biossido di carbonio in atmosfera in conseguenza della massiccia utilizzazione di combustibili fossili, che apparentemente ha portato con sé un incremento relativo dell’isotopo del carbonio con 12 neutroni. Come conseguenza, il rapporto degli isotopi stabili C13/C12 ha mostrato una diminuzione dello 0,1 per cento. Tenuto conto di ciò, non è chiaro quale fenomeno naturale abbia potuto innescare tra i periodi Giurassico e Cretaceo, tra 180 e 120 milioni di anni fa, un processo simile, quattro volte più intenso. Nei fossili di alghe marine e piante terrestri datate a quel periodo, infatti, la van Breugel ha trovato un decremento di tale rapporto pari allo 0,4 per cento. Secondo la ricercatrice, ciò indicherebbe variazioni del ciclo del carbonio su larga scala, e su una scala temporale di alcune decine di migliaia di anni, dovute a un improvviso rilascio in atmosfera di C12, legato in molecole di anidride carbonica o metano, probabilmente proveniente dai gas idrati immagazzinati sul fondo dell’oceano entrati in contatto con magma.
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