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CASCADIA: VITA DI FUOCO

Terremoti & simili
Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 04-22-2008 at 2:54 PM
Articoli Geologici >> Terremoti & simili

Il fotografo TIM RCHARDSON abita nel Kansas, uno Stato piuttosto stabile, quanto a terremoti. Questo è il suo undicesimo servizio per NATIONAL GEOGRAPHIC.
NATIONAL GEOGRAPHIC, MAGGIO 1998

FRA QUELLE VETTE, MOLTE SPUTANO FUMO, PRONTE FORSE A ESPLODERE, COME ACCADDE, NELL'8O, AL MONTE ST. HELENS, NELLO STATO DI WASHINGTON: I TURISTI (A DESTRA) METTONO A CONFRONTO IL suo CONO ATTUALE CON UN'IMMAGINE SCATTATA PRIMA DELL'ERUZIONE. IL MONTE RAINIER (PAGINE PRECEDENTI) MINACCIA, INOLTRE, Dl LIBERARE COLATE Dl FANGO E DETRITI. INFINE, GLI TSUNAMI (o MAREMOTI) SOLLEVATI DA FORTI SCOSSE TELLURICHE POTREBBERO ABBATTERSI SU CITTÀ COME CANNON BEACH (SOTTO). TUTTI EVENTI GIÀ VERIFICATISI MOLTE VOLTE, IN PASSATO, NELLE TERRE DI CASCADIA. E CHE POTREBBERO RIPETERSI, OGGI, IN UN BATTER D'OCCHIO.

Adesso VI SPIEGO come si cammina sul fuoco esordisce Ariel Frager, il volto sereno incorniciato da una chioma corvina. Avrà una ventina d'anni e si rivolge a un gruppo di persone approdato qui, intorno alle sorgenti calde di Breitenbush, ha i colli ai piedi della Catena delle Cascate, alla ricerca d'avventure spirituali. É quasi mezzanotte, e sulla faccia di Ariel si riflettono i Bagliori di centinaia di carboni ardenti, che abbiamo racolto e disposto sul terreno, per disegnare un sentiero rovente lungo tre metri e mezzo. Ora, dovete procedere decisi, ci spiega. Fate attenzione a chi cammina davanti a voi. Respirate profondamente. E rispettate, sempre, il fuoco. Altrimenti, vi brucerà. "Fire wang' così si chiama questo rito, sempre più diffuso nella West Coast americana. T'insegna a vincere la paura e a riuscire nell'impossibile, ci sprona l'atra capogruppo, Heather Ash, che, tradotto, vuole dire letteralmente cenere: un cognome calzante per l'occasione. I miei compagni di "cammino ardente" sono qui per varie ragioni. C'è un pompiere, dall'aria scettica, venuto da Wamette Valley a scoprire qual è il trucco. Altri si aspettano invece un rinnovamento spirituale. Altri sono mossi da qualche inezia: Sa, ho un porro sotto al piede, volevo sbarazzarmene, scherza un giovanotto di Breitenbush. Quanto a me, sono qui per calarmi nei misteri della geologia. Sotto la terra che calpesto, in questo tratto del nord-ovest americano, che la scienza chiama Cascadia, ardono fiamme immense. La regione prende il nome dalla catena vulcanica, che comprende il monte Shasta, il St. Helens e il Rainier. Cascadia inizia circa 300 chilometri a nord di San Francisco, e si spegne lungo la costa settentrionale dell'isola di Vancouver (vedi le mappe alle pag. 20-22). I sommovimenti geologici che tormentano la Terra sotto questa scheggia larga 300 chilometri, sono dovuti in gran parte a un frammento di crosta oceanica, la placca Juan de Fuca, interessato da un fenomeno chiamato da esperti "subduzione": in altre parole, sta immergendosi sotto il continente, lungo una zona di faglie al largo della costa. Questo provoca la fusione delle rocce, che si trasformano in magma, il quale a sua volta affiora in superficie formando una catena di vulcani. Il fatto è che la placca può anche introdursi sotto il continente con un movimento improvviso, scatenando un sisma di potenza disastrosa. Secondo gli studi più recenti, un simile terremoto potrebbe superare Magnitudo 9 e sollevare onde di 12 metri che andrebbero ad abbattersi sulla costa: sono dette "tsunami' una parola di origine giapponese. Don Hull, un geologo al servizio dello Stato dell'Oregon, riassume la situazione così: Qui sotto, c'è Godzilla che dorme, E visto che gli abitanti di Cascadia camminano sul fuoco, in senso geologico, la tentazione di raggiungere quelli che lo fanno davvero, è irresistibile. Perciò, quando cocca a me, allargo il torace e tiro, forte, un respiro. Dodici passi, e sono fuori dei carboni ardenti: non mi sono scottato quindi, stavolta, sospiro di sollievo. Il giorno dopo, ci chiediamo come sia possibile: come abbiamo fatto, cioè, a passare su un percorso a 650 gradi centigradi senza spellarci i piedi. Ma non abbiamo una risposta: non ne sappiamo abbastanza, dal punto di vista scientifico. Un po' come accade ai geologi, che si arrabattano come possono per svelare il mistero dei fuochi che continuano a divampare sotto Cascada. Cascadia m'incuriosì per la prima volta, quando anni fa mi era stato commissionato un articolo sulla faglia californiana di SanAndreas. Accompagnato da Gary Carver, geologo ad Humboldt State University, attraversavo in automobile i pascoli battuti dai venti, lungo la costa settentrionale, là dove termina la San Andreas. Stava al nostro fianco un paesaggio grandioso e solitario. Montagne che parevano sorgere dalle acque azzurre, poi si precipitavano verso terra su un proscenio di spiagge immerse nella solitudine. Finalmente, vedemmo spuntare uno sperone costiero alto 99 metri, l'isola di Sugarloaf, dove la California occidentale s'incontra con Cascadia. Abbiamo lasciato la terra di San Andreas, mi disse Carver. D'ora in poi, da qui a nord, sono tutte foreste, allocchi, salmoni e pioggia, tanta pioggia. Insomma, è il nord-ovest, come lo immaginiamo tutti. C'è, però, una cosa che non tutti conoscono a proposito del nord-ovest, ed è questa: i suoi terremoti. Basta chiederlo ai californiani, accorsi in massa nell'Oregon, nella speranza di scampare, poveri illusi, ai sismi che flagellano le loro zone. Non così gli indiani d'America, i quali, al contrario, la sapevano ben più lunga, e infatti nelle leggende tramandate dai popoli di cascadia, si racconta ancora oggi di un misterioso spirito noto, appunto, col nome di Terremoto. Torno nel '97, scortato dallo stesso Carver, che mi conduce a Big Lagoon, 80 chilometri circa a nord di Capo Mendocino. Ci incamminiamo verso i resti di Oketo, un villaggio degli Yurok. Qui c'era una capanna sudatoria, mi indica Carver: una sorta di sauna purificatrice. Un'antica storia narra che, un giorno, le onde dell'oceano si alzarono alte come le colline, e un popolo terrorizzato si rifugiò qui. Portò con sé fasce guarnite di piume di picchio per cingersi la fronte: un ornamento usato solo nelle danze sacre indette per scongiurare una sciagura incombente. Ma presto le onde colpirono le pareti della capanna. Considerato che il casotto si trovava ad almeno 9 metri sopra il livello del mare, Carver è convinto che la storia degli Yurok descriva in realtà uno tsunami, sollevato da un terremoto lungo il piano di subduzione di Cascadia. Questo accade quando tutta, oppure una parte, della placca in subduzione rimane bloccata in quella soprastante, creando una poderosa tensione di forze. Allora, la placca oceanica si abbassa, mentre la crosta terrestre in superficie si inarca, lentamente, verso l'alto. Quando riesce infine a liberarsi, la placca oceanica si risolleva e, con un titanico contraccolpo, sposta molti chilometri cubi di acqua, innalzando una serie di tsunami. Allo stesso tempo, la terra, che si era inarcata lungo la costa si riappiattisce, di colpo. Tutto ciò si ignorava fino alla metà degli anni Ottanta: non v'era alcuna prova che Cascadia fosse mai stata colpita da un terremoto di subduzione. Anzi, quasi tutti gli scienziati credevano che la Juan de Fuca stesse immergendosi, pacifica, sono il continente. Finché un geologo, Brian Atwater, prese ad indagare fra le paludi costiere dello Stato di Washington, e pubblicò dati a dir poco sconcertanti. Scende una pioggerella tagliente, un mattino di giugno, quando incontro Atwater nel suo accampamento sulla costa centrale dello Stato. Lo scienziato lavora per il Geological Survey (Usgs), il Servizio geologico americano. Carica una canoa su un camioncino e si avvia verso l'estuario di Copalis Beach. Vuole mostrarmi, dice, la sua foresta fantasma. Sulla spiaggia, infiliamo gli stivaloni impermeabili, saliamo in canoa e ci inoltriamo nel cuore dell'estuario, fino a una sponda coperta d'erba. Toccata terra, ci arrampichiamo sulla riva in declivio, sprofondando coi piedi nel fango. In cima, si apre una vista straordinaria: dalla palude, affiorano schiere di cedri morti, pallidi e nudi. Quegli alberi non c'entrano niente, qui, dice Atwater. I cedri detestano l'acqua salata; invece, guardi: vi affondano dentro le radici. Tre secoli fa, ci saremmo trovati su un terreno rialzato rispetto al mare, avvolti da una foresta centenaria. La terra, da allora, si è abbassata di almeno un metro, tramutandosi in una battigia paludosa: così sono morte queste piante. Atwater ha scoperto molte altre cose. Sulle sponde, ha trovato anche tracce degli tsunami generati dal terremoto. Scava nel banco limaccioso, profondo un metro e mezzo, poi mi mostra un nastro di sabbie oceaniche, dello spessore di due centimetri e mezzo, steso sul terriccio scuro tipico delle foreste. Il cataclisma è avvenuto intorno al 1700: lo ha rivelato Lo studio delle radici sottoposte alla datazione con il carbonio radioattivo. Sulle radici dei cedri venne a depositarsi il manto di sabbia, uccidendole. Gli tsunami si conoscono dall'86. Da allora, Atwater e altri suoi colleghi hanno trovato simili tracce dell'antica catastrofe, disseminate lungo l'intera costa di Cascadia. Inoltre, hanno scovato le prove di una serie di terremoti precedenti, collegati al fenomeno della subduzione. Quale fosse, o quale potrebbe essere, la potenza di quei sussulti è tuttora argomento di dibattuto. Se, ad esempio, si fratturasse l'intero piano di subduzione, dalla California del nord fio al Canada, potrebbe scatenarsi un terremoto Magnitudo 9, o forse più violento. Se, invece, se ne rompesse solo una piccola parte, la forza potrebbe limitarsi a 8. I risultati di un'indagine condotta da Kenji Satake, esperto di tsunami per il Servizio geologico giapponese, sono giunti, nel frattempo, a sciogliere la controversia: circa 300 anni fa, sostiene Satake confortato da molti scienziati, si fratturò l'intera zona di subduzione. Frugando gli archivi del Giappone, Satake ha persino individuato alcune date: il 27 e il 28 gennaio del 1700, una serie di tsunami andò a infrangersi sulle rive di Honshu, di fronte a Cascadia, sull'altra sponda del Pacifico. Procedendo per esclusione, con infinita pazienza, il geologo ha dedotto che l'unica causa dell'evento doveva essere un terremoto Magnitudo 9 verificatosi a Cascadia. Calcolando, infine, il tempo impiegato da un maremoto per attraversare l'oceano, ha stabilito l'ora e il giorno del cataclisma: le 9 pomeridiane del 26 gennaio. Si torna, così, ai cedri della foresta fantasma. Gli esperti ne hanno determinato l'anno di morte attraverso gli anelli di accrescimento del tronco: l'ultimo anello delle piante datate con maggiore sicurezza si è formato nel 1699.
 A DOMANDA, ADESSO, È questa: con quale frequenza si verificano i grandi terremoti? Fra il cataclisma del Settecento e quello immediatamente precedente, trascorsero sette secoli. Prima, però, ve ne furono altri due, con un intervallo di soli tre secoli tra l'uno e l'altro. Oggi esistono sistemi di posizionamento satellitare che permettono di misurare, con uno scarto di pochi metri, le distanze tra una serie di antenne apposite, piazzate a terra. In questo modo i geofisici riescono a osservare direttamente l'accumulo delle deformazioni nel sottosuolo di Cascadia. All'Università d Washington, gli scienziati hanno appurato che la punta della penisola di Olypic, nell'angolo nord-occidentale dello Stato, sta muovendosi di circa un centimetro l'anno, verso nord-ovest. Per citare una metafora di Tony Qamar, sismologo dello Stato: La terra, qui sotto, sta comprimendosi, come una molla gigante. Gli esperti canadesi di Ucluelet, una cittadina sulla costa occidentale di Vancouver, a nord, lungo la fascia di subduzione, hanno registrato un fenomeno analogo. La loro stazione satellitare a terra si sposta verso ovest, più o meno alla stessa velocità. Inoltre, la costa lì si solleva al ritmo di circa mezzo centimetro l'anno. La tensione sta crescendo da tre secoli, mi dice Garry Rogers, del Servizio geologico canadese, mentre contempliamo la distesa del Pacifico dalle quiete spiagge di Ucluelet. Se il terremoto arrivasse in questo istante, il terreno sotto d noi sprofonderebbe rapidamente di alcuni metri, e il contraccolpo ci scaraventerebbe per tre metri, verso il mare. E poiché siamo sulla costa, alla devastazione del sisma verrebbe a sommarsi il rischio degli tsunami. Dopo la scossa, verrà il maremoto, avverte Don Hull, geologo dello Stato. Le prime ondate si abbatteranno sulle rive nel giro di 5 o 30 minuti, alte dai 5 agli 8 metri. In certe zone, però, potrebbero rivelarsi ben più imponenti. In poche ore, potrebbero seguirne diverse altre. Hull mi invita a una riunione del consiglio municipale di Waldport, a metà strada lungo la costa. Davanti all'assemblea, elenca le precauzioni necessarie in una cittadina come questa, tenuto conto che si trova a un'altezza media di tre metri e mezzo su livello del mare, e che vi sono due scuole situate su una pianura alluvionale. Si possono costruire gli impianti essenziali sufficientemente in alto per sottrarli all'ira delle onde, e affiggere lungo le spiagge cartelli d'allarme. Si dovrebbero organizzare esercitazioni per evacuare la città, soprattutto le scuole costruite in basso. In particolare, bisogna istruire i cittadini affinché, alle prime avvisaglie del sisma, raggiungano rapidamente le zone più elevate. Il villaggio di Cannon Beach, più a nord, ha già messo a punto un programma apposito. Un giorno di luglio, alle dodici, il centro è gremito di turisti, che sciamano fra i negozi. Di colpo, nell'aria irrompe il muggito infuriato di una mucca, diffuso da sei altoparlanti sparsi in città. Una voce spiega che si tratta soltanto di una prova del sistema di "allarme tsunami'.I piani d'emergenza prevedono tempi strettissimi: gli abitanti potrebbero disporre di mezz'ora, o meno, per rifugiarsi nei posti più elevati. Eppure, in molte località lungo le coste di Cascadia, quel tempo non basterebbe affatto. In California, per esempio, 1500 persone abitano su una lingua di sabbia dalla parte opposta della baia di Humboldt, davanti ad Eureka. Fra loro e la terraferma c'è solo un ponte: è difficile che possa resistere a una scossa simile. Il caso si ripete sulla penisola di North Beach, nello Stato di Washington: una striscia di sabbia di 40 chilometri, con un'unica via d'uscita. D'estate, potrebbero rimanervi intrappolati migliaia di turisti.
MA LE FORZE dirompenti di Cascadia non finiscono qui. Alla zona di subduzione, si aggiungono altri fenomeni in grado di suscitare terremoti. In realtà, vi sono tre forze in gioco, qui nel nord-ovest, mi informa un signore alto e dinoccolato, Ray Wells, specializzato in tettonica delle placche per il Geological Survey americano. Wells, che è anche il responsabile di un progetto per valutare i rischi che minacciano il corridoio urbano lungo la costa, mi porta a fare un giro sul campo, proprio nella tana del lupo. Certo, la subduzione è un fattore importante, mi spiega mentre lasciamo Medford, nell'Oregon, e procediamo diretti a est, verso una serie di vulcani, che segna la spina dorsale della Catena delle Cascate. L'intera regione, però, è soggetta anche a una notevole pressione esercitata, da sud, da una grossa fetta della California settentrionale, compresa la Sierra Nevada. Quel pezzo di California - prosegue il geologo - è trascinato, a sua volta, verso nord-ovest dalla mastodontica placca Pacifica e sta provocando la rotazione dell'Oregon occidentale verso il mare, su un punto di articolazione situabile vicino a Portland. Allo stesso tempo, l'Oregon, spinto dal basso, sta comprimendo lo Stato di Washington, e scatena in tal modo una serie di terremoti crostali, oltre a dare un buon contributo al sollevamento dei monti Olympic. C'è poi una terza forza ad opprimere Cascadia, continua Wells: è il "Basin and Range' quell'ampia distesa di montagne e vallate delimitata, a occidente, dalle catene della Sierra Nevada e delle Cascate, e, ad oriente, dalle Montagne Rocciose. Il riscaldamento geologico nelle profondità del "Basin and Range" ha fatto gonfiare e dilatare la superficie, costringendola a spingere verso ovest, quindi a invadere Cascadia, dall'est. Wells vuole farmi osservare da vicino quale sia l'impatto del "Basín and Range" su queste terre. Perciò, mi conduce alla città di Klamath Falls, colta di sorpresa, nel settembre del '93, da un terremoto di 5,9 gradi della scala Richter: il più potente mai registrato nell'Oregon dal 1872. Attraversiamo un paesaggio di antiche pietre vulcaniche. Sono nate, come tutta la lava delle zone di subduzione, nelle viscere della terra, nel punto in cui la placca che si inabissa si scalda tanto da disperdere l'acqua intrappolata nei suoi minerali. Il liquido risale, abbassando la temperatura di fusione delle rocce sovrastanti, e trasformandole in magma. A sua volta, il magma, carico di gas ad alta pressione, si fa strada verso l'alto ha zone di roccia più debole. Prima o poi, erompe in superficie, creando i vulcani. Ci erpichiamo sui co occidentali ai piedi della catena, e ci infiliamo in un canyon: appare, in bella vista, la base di uno dei vulcani più antichi. Apparteneva a una generazione di giganti ora scomparsi, formati circa 40 milioni di anni fa, quando iniziò il fenomeno della subduzione nelle profondità di Cascadia. Oggi, la zona di fusione sotto la catena si è spostata a oriente, perciò queste rocce sono solo resti dei vulcani, che un tempo svettava no solenni. Vedo, però, brillare all'orizzonte uno dei loro più giovani discendenti: una piramide striata di neve, che domina l'attuale asse vulcanico. Quello è il monte McLoughlin, mi informa Wells. Un cono quasi perfetto, di oltre 2500 metri. Poco dopo, vedo spiccare il monte Shasta, 120 chilometri circa più a sud. La sua eruzione più recente rise al 1786. Più a nord, vi sono il Crater Lake e centinaia di altri vulcani, grandi e piccoli, disposti lungo un arco, da nord a sud. Arriviamo in una valle occupata in gran parte dal lago Klamath Superiore, uno specchio d'acqua di 30 chilometri. Sulle sue due sponde, i dirupi evidenziano le linee di frattura lungo le quali si precipitando  fondo della valle, in una voragine. Benvenuto nel "Basin and Range", dice Wells. Qui la crosta terrestre si sta dilatando, crepando, e spingendo fin dentro Cascadia. L'ultima volta che si spaccò la terra, giù in città lo ricordano bene. Nel centro di Klamath Falls, le cicatrici sono evidenti. Il tribunale della contea è cinto da una barriera di catene: le mura ormai lesionate a morte. Gli spiazzi vuoti rievocano i luoghi dove sorgevano vari edifici, irrimediabilmente danneggiati. Qualcuno ha deposto un mazzo di fiori accanto a una staccionata, su una via fuori città, in memoria di un camionista ucciso da un masso scagliato giù da una rupe, durante il sisma. Ci dirigiamo a nord, fino a Bend, poi tagliamo a ovest, nel cuore di Cascadia. La strada s'inclina, e scende nella pianura agricola di Willamette Valley. Così come a Klamath Falls, anche qui la gente si è svegliata di soprassalto, il mattino del 25 marzo del '93, squassata dai 5,6 gradi del terremoto ribattezzato Scotts Mills. Pareva che un branco di cervi corresse all'impazzata sulla mia veranda, ricorda Larry Owings, del distretto scolastico di Molalla River. Il liceo, d'importanza storica, è stato dichiarato inagibile dopo la scossa. Il sisma di Scotts Mills si è verificato lungo una faglia superficiale, prodotta quando la California ha cominciato a premere, da sud, contro la crosta superiore di Cascadia. È un fenomeno tuttora in corso. Nessuno però, all'epoca sapeva con precisione dove si trovasse la faglia: una situazione abbastanza comune, e preoccupante, qui a Cascadia.
FUORI NEL DESERTO, le faglie si individuano con una certa semplicità", dice Silvio Pezzopane, dell'Usgs. La superficie di Cascadia, al contrario, è rivestita di alberi, detriti glaciali e sedimenti. È difficile scovare le fratture: vengono cancellate dall'erosione, e inoltre affiorano solo dopo i sismi più violenti. Tuttavia le faglie possono determinare piccole variazioni locali nel magnetismo della crosta. Analizzando i rilevamenti aerei del campo magnetico, il Geological Suwey americano ha scoperto una quantità di fenditure sepolte, nell'Oregon. Pezzopane sospetta, con altri scieziati, che la frattura responsabile del disastro di Scotts Mills possa congiungersi con altre, vicice a Portland. Più è lunga la faglia, più è dirompente il sisma che può derivarne. Ma bastano anche scosse meno violente per devastare un'area urbana. Il terremoto del '95 a Kobe, in Giappone, non superava Magnitudo 6,9. La scossa a Los Angeles, nel '94, che ha provocato danni per 20 miliardi di dollari, misurava 6,7. Abbiamo davvero sottovalutato la quantità di grandi terremoti che potrebbe investire l'area del canale di Puget, ammette Craig Weaver, sismologo all'Usgs. Weaver mi aspetta, insieme con altri suoi colleghi, sull'isola di Bainbridge, nel canale, a 11 chilometri dal centro di Seattle. Vuole dimostrarmi che cosa sia capace di combinare un sisma suscitato da una di quelle faglie sepolte. Scendiamo circa quattro metri giù per la scogliera, fino a una spiaggia rocciosa. Brian Sherrod, che fa parte del gruppo degli esperti, mi segnala una serie di buchi a metà della parete, scavati oltre mille anni fa da una folade, cioè da un mollusco marino. Si solleva sulla punta dei piedi e stacca un guscio incastonato nella rupe. Un tempo, questi bivalvi vivevano sott'acqua, racconta. La terra, qui, si è alzata di sei metri e mezzo a causa d un terremoto probabilmente del grado 7,5 della scala Richter. È altrettanto probabile che quel sobbalzo abbia provocato uno tsunami tanto monumentale da spazzare l'intero stretto, depositando strati di sabbia sulle paludi a nord di Seattle. Le datazioni al carbonio radioattivo, eseguite sulle piante prigioniere dei sedimenti sabbiosi, fanno risalire il cataclisma a 1100 anni fa, o giù di lì. Si scatenò lungo una zona sismica nota col nome di faglia di Seattle. E pensare che i geologi, fino a cinque anni fa, non la ritenevano nemmeno attiva. Ora sappiamo che tutta la zona intorno al canale di Puget è disseminata di fratture nascoste sottoterra, dice Sam Johnson, geologo dell'Usgs. Con Johnson, salgo a bordo del Robert Gray, un rimorchiatore riadattato, che si trascina dietro un complesso di apparecchiature per rilevare le faglie sepolte sotto il canale. Un compito non facile, poiché il fondo della baia s corazzato da uno strato di detriti glaciali, spesso in alcuni punti fino a 900 metri. Perciò, la nave traina un cannone ad aria compressa e un altro strumento generatore di suoni. Il sistema funziona in questo modo: il cannone, ogni dieci secondi, spara sul fondale limaccioso onde sonore impercettibili al nostro udito, ma che creano un rigurgito di schiuma a poppa della nave. Una serie di microfoni, installati lungo un cavo separato, rileva l'eco di ritorno dello "sparo", che rimbalza dopo avere colpito le rocce e i sedimenti sul fondo. Ogni struttura geologica, secondo la propria composizione, riflette le onde sonore in maniera diversa. I computer a bordo del Robert Gray raccolgono i dati, li analizzano, poi li restituiscono sotto forma di immagini, in uno spaccato verticale della crosta. Compilano, in altre parole, dei "profili sismici", e consentono così agli scienziati di individuare le fratture nascoste e i segni di attività recente. Oggi esaminiamo una faglia, che corre per 80 chilometri al largo dell'isola di Whidbey. Non è una scelta dettata dal caso: proprio qui, circa 100mila anni fa, la terra tremò con un moto terrificante. È naturale che la squadra di Johnson si auguri di raccogliere ulteriori informazioni sulla frequenza dei sismi da queste parti. Il team ha già rilevato, finora, tre segmenti della zona di faglia di Seattle. si è accorto che questi sono tagliati da un'altra zona di frattura, prima sconosciuta, che si estende da nord a sud, al centro del canale. Di più: la tensione sta accumulandosi lungo la fenditura a un ritmo di circa un millimetro l'anno. Se dovesse verificarsi una frattura importante su una di queste faglie, l'impatto su Seattle sarebbe, certo, dirompente. I nuovi grattacieli della città potrebbero forse reggere il colpo. Quanto però, alle vecchie costruzioni di mattoni, prive di sostegni e rinforzi, i danni sarebbero irreparabili. Si aggiunga che il lungomare poggia su materiali di riporto, e che questi terreni incoerenti, in caso di sisma, spesso si liquefanno e agiscono come sabbie mobili. Se così accadesse, l'area portuale si rovescerebbe nello stretto. Il Viaduct, la superstrada principale, crollerebbe quasi di sicuro. E il ritorno del maremoto di 1100 anni fa seminerebbe morte sulla baia, nonché tra i passeggeri dei traghetti. Superato il confine canadese, anche a Vancouver, come in altre città della Columbia Britannica, si è di fronte all'ignoto. Alla sola idea che possa verificarsi una scossa di subduzione, i premi delle polizze di assicurazione antisismica, in certe località, sono arrivati alle stelle. Intanto, i responsabili dei piani d'emergenza si fanno in quattro per avvisare la popolazione. Ci siamo comportati come  struzzi, riconosce l'ingegnere Allan Galambos, impegnato nell'adeguamento sismico dei ponti lungo la costa meridionale della Columbia Britannica. Poiché il centro degli affari di Vancouver sorge su una penisola si tratta ai linee di comunicazione davvero vitali. Tuttavia, secondo Galambos, soltanto due dei dieci ponti sotto la sua supervisione reggerebbero a una scossa violenta. Quanto denaro serve per rafforzarli? Dovremmo spendere 25 milioni di dollari l'anno, per il prossimo decennio, risponde. Il nostro bilancio per l'anno in corso, però, si ferma a 150mila dollari.
PROPRIO PERCHÉ I COSTI dei terremoti sono così elevati, sia in denaro sia per la quantità di gente che vi verrebbe coinvolta, le scosse telluriche sono il pericolo maggiore che incombe su Cascadia. Ma cosa dire dei grandi vulcani della regione? Il 18 maggio dell'80, il monte st. Helens esplose uccidendo 57 persone. Ferì, però, anche l'orgoglio dei vulcanologi superando perfino le loro più catastrofiche previsioni. Per farmi capire la lezione impartita, quel giorno, dalla montagna di fuoco, Ed Wolfe, al servizio del Cascades Volcano Observatory dell'Usgs, mi porta in elicottero sul cratere fumante del St. Helens. Stiamo per atterrare su una superficie che si trovava all'interno della montagna, il giorno prima dell'esplosione, mi prepara Wolfe, mentre l'apparecchio si posa su uno strato di detriti grigiastri. Sopra le nostre teste, ci sarebbero stati, allora, 1200 metri di roccia.
 Dicono che la montagna sia ufficialmente "quiescente", cioè a riposo. A me, invece, sembra viva e desta. Infatti, dalle pareti del cratere, alte 600 metri, continuano a precipitare massi, che scagliano verso di noi grosse pietre avvolte da turbinanti nubi polverose. Non è un posto così pericoloso, adesso. Diciamo che il rischio è moderato, mi conforta Wolfe. Dal 1480, qui si sono verificate quattro grandi eruzioni. Quella del 1480 fu cinque volte superiore al disastro del maggio 1980. Se si misura il tempo in secoli, il St. Helens oggi è il più attivo di tutti i vulcani della Catena delle Cascate. Ha soltanto 40mila anni: pochi rispetto al monte Adams, che è nato qualcosa come mezzo milione di anni or sono, e che giganteggia con la sua mole verso oriente. Ma ha crepitato tante di quelle volte, che ormai gli restano poche rocce più vecchie di 4000 anni. L'attività del St. Helens è dovuta forse alla sua posizione si trova in una zona sismica fra due faglie, dove,la terra si sta dilatando e si formano crepe. Perciò potrebbero crearsi, nel frattempo, alcuni passaggi per il magma sottostante. L'eruzione dell'80 ha insegnato ai geologi molte cose, racconta Wolfe. Una delle più importanti è che i vulcani possono crollare su se stessi. La risalita del magma può indebolirne la struttura, oppure i monti possono marcire dall'interno per la corrosione dei fluidi idrotermali, che riducono la roccia solida in argilla. Nel caso del St. Helens, l'intrusione del magma, nel corso di due mesi, aveva spinto il fianco settentrionale della montagna in fuori, di oltre 60 metri. La roccia si era fratturata e la parete era divenuta scoscesa a al punto da perdere la stabilità. Ecco perché, quel fatale giorno di maggio, quando un terremoto del 5° grado fece tremare il monte, la parete nord venne giù insieme con la vecchia vetta. Una colossale frana prese a scendere alla velocità di circa 125 chilometri l'ora, stendendo un manto di detriti spesso fino a 180 metri per più di 27 chilometri. Come se non bastasse, lo schianto scoperchiò il magma che risaliva da tempo all'interno ed eliminò la pressione cui era sottoposto. Come stappare una bottiglia di Champagne, commenta Wolfe. In pochi secondi, dalla bocca del vulcano aperta dalla frana, si sprigionò una nube di gas incandescenti, detriti rocciosi e magma, lanciata a oltre 300 chilometri l'ora. Poi, per nove ore, sputò fuori una colonna di cenere alta 20mila metri.
 DOPO LA FRANA del St. Helens, e la conseguente slavina di fango, i vulcanologi hanno dovuto volgere lo sguardo verso altri vulcani della Catena delle Cascate. Ma non hanno dovuto cercare lontano. A 80 chilometri circa dal st. Helens, in direzione nord, torreggia il monte Rainier, coi suoi 4392 metri: è la vetta più alta della catena. Tom Sisson, un giovane geologo dell'Usgs ha dedicato gran parte delle sue ultime cinque estati ad arrampicarsi sul Rainier. Sulle pareti a precipizio, ha raccolto campioni di roccia per scrivere la storia di questa montagna, vecchia di 500mila anni.
 A differenza del St. Helens, spiega Sisson, il Rainier non ha l'abitudine di esplodere con lo stesso fragore. Ogni monte sembra avere un proprio stile: l'attività del Rainier si risolve piuttosto in zampilli di lava, che cola e, gradatamente, costruisce la montagna. Il geologo mi guida su per le rocce scoscese, fino a un prato aperto nel fianco occidentale del vulcano, affacciato su una vallata. Sotto di noi, il ghiacciaio del Puyallup taglia a metà la pianura, ricoperto da detriti, sovrastalo dai picchi ghiacciati del Sunset Amphitheater (l'Anfiteatro del tramonto). Anche viste così da vicino, le vette hanno l'aria sbiadita: sono formate anch'esse da strati di vecchie colate laviche. Sono state corrose dai  liquidi acidi che fluivano attraverso questa parte dell'impianto idrico del vulcano, spiega Sisson. Poi il geologo scende per un centinaio di metri, lungo un pendo sassoso, e raccoglie una roccia marcia, delle dimensioni di un'arancia. La sbatte contro un masso e la spacca. Una volta, era una pietra compatta e dura, dice mentre me ne porge una metà: la roccia si sbriciola fra le mie mani. Cinquecento anni fa all'incirca, un enorme blocco di lava marcia si sgretolò crollando dai dirupi del Sunset Amphitheater. La valanga di detriti, cui è stato dato il nome di Electron Mudflow, fuse un'immensa mole di ghiaccio del monte Rainier, vi si mescolò, quindi precipitò con il rombo di un tuono nella valle del Puyallup, sradicando intere foreste e seppellendo il fondo della vallata sotto una coltre melmosa, profonda ben sei metri. Queste slavine di fango si chiamano anche lahar. Gli scienziati ora sanno che non sono affatto rare. Ve ne sono state almeno sette, forse dodici, negli ultimi 5600 anni, mi istruisce Kevin Scott, geologo dell'Usgs, impegnato a rintracciare le testimonianze di fenomeni analoghi del passato. Quando Scott dice 5600 anni, cita in realtà la data di un'apocalisse. Fu allora, infatti, che scivolò via l'intera parete nord-orientale della montagna, una catastrofe nota agli scienziati col nome di Osceola Mudflow. Proiettata a una velocità di 160 chilometri orari, rallentò all'andatura del galoppo prima di arrivare al canale di Puget. Sarebbe sufficiente una colata di gran lunga inferiore per ridurre in rovina le comunità in rapida espansione, vicine alla montagna. La città di Orting, ad esempio, è costruita proprio sopra la cinquecentenaria Electron Mudflow. Nessuno avrebbe potuto sfuggire a quella potenza devastatrice, interviene Pat Pringle, un geologo impiegato dal dipartimento delle risorse naturali dello Stato di Washinglon. Si sarebbe abbattuta su queste terre, con la forza di un'ondata ciclopica. In città, sono state installate sirene d'allarme, per ordinare l'evacuazione. Ma le colate melmose del Rainier possono giungere senza alcun preavviso; quindi, il fango potrebbe già incombere sul centro abitato, prima dell'urlo delle sirene. Questo stato di perenne insicurezza genera angoscia. Ne ho la prova non appena varco l'ingresso del Parco nazionale del monte Rainier, accompagnato da una squadra di esperti dell'Usgs. Il ranger di servizio, Lindsay Carlson, riconosce il simbolo dell'Istituto sul furgone e, innervosito dal nostro arrivo, subito chiede: Ci sono guai in vista? Nonostante tutto, la maggior parte degli abitanti considera poco probabile l'avvento di una catastrofe. Eppure, secondo i calcoli di Kevin Scott, vi è una possibilità su cinquecento, ogni anno, che ciò si verifichi. Vale a dire, una percentuale di probabilità superiore a quella che scoppi un incendio tra le pareti domestiche.
RAINIER A PARTE, FRA I FUOCHI vulcanici che bruciano sono Cascadia il più minaccioso arde nelle profondità del monte Shasta. Si trova più a sud, nella California settentrionale. In realtà, chi vive in vista dello Shasta, serba una certa riverenza per questo monte. Il suo profilo spicca all'orizzonte, fin da 160 chilometri di distanza. I fianchi candidi sembrano ancorare al suolo il nord della California. È uno dei luoghi che emanano più energia di tutto il pianeta, Jim Berenholtz ne è convinto. Artista e musicista di San Francisco, Berenholtz è tra i tanti che si recano in pellegrinaggio alle pendici dello Shasta. c'è chi è persuaso che il monte sia abitalo da profutghi di un continente perduto, da alieni, da angeli, e spiriti vari. Gli indiani d'America rivolgono, sì, le loro preghiere a queste vette, però standone lontani. È molto più di una montagna sacra, dice Mary Carpelan, del popolo Shasta. È la dimora di Waka, il Creatore, quando viene a visitarci. La nostra gente non si avventura mai sul monte. È la fonte della nostra forza, annuisce Jack Thom, un altro indiano, e mi racconta di aver visto il monte che si spalancava, mentre ne scaturiva una luce splendente. Secondo gli scienziati, lo Shasta si è aperto davvero, tanto tempo fa. Quella luminosità sfolgorante doveva essere incandescente di calore, quando l'intera montagna crollò su se stessa, intorno a 300mila anni or sono. Fu un evento venti volte più devastante di quello del St. Helens, dice Bob Christiansen. In qualità di vulcanologo, guidava il team di monitoraggio dell'Usgs, il mattino in cui esplose il St. Helens. Dopo quello schianto, lo Shasta si è ricostruito, in quattro coni distinti. Il più giovane e più alto è l'Hotlum, e ha la medesima età e larghezza, da solo, del St. Helens. Shasta è il vulcano più attivo della Catena delle Cascate, dopo il St. Helens, afferma Christiansen. Negli ultimi 6000 anni è esploso ogni due, tre secoli, e l'ultima volta fu nel Settecento. Gli altri monti della catena dal Lassen Peack nella California settentrionale, al Meager nella Columbia Britannica, rappresentano un rischio minore: sono quasi tutti lontani dai centri abitati. Un caso diverso però, è il monte Hood, meta preferita per gli svaghi sportivi a Portland. Potrebbe scaraventare sulle piste da sci, famose nel mondo, valanghe di gas roventi e di detriti vulcanici. I suoi fianchi superiori sono in parte già marci. Anche una frana limitata potrebbe dar luogo a una serie di smottamenti lungo il fiume Sandy, travolgendo l'acquedotto che assicura i rifornimenti idrici della città. Inoltre i vulcani principali potrebbero essere colti, in buona parte, da quello spasmo, in verità infrequente, che diede vita al Grater Lake, nell'Oregon, intorno a 700 anni fa. A quel tempo, esisteva infatti un vulcano, il Mazama, alto più o meno 3500 meri, che si ergeva a circa 80 chilometri, a nord di Wamath Falls. Si verificò l'esplosione più terrificante mai registrata nella Catena delle Cascate: il monte si auto decapitò, creando sulla terra una caldera, cioè un cratere. Oggi quel lago è una delle attrazioni turistiche più apprezzate dell'Oregon. È poco probabile che un evento di tali proporzioni possa ripetersi nel prossimo futuro. Ciononostante, questa è un'area che rimane a rischio, avvisa Charles Bacon, esperto dell'Usgs. Bacon ha compiuto quattro missioni sul campo, per esplorare in lungo e in largo le pendici infernali e straziate della caldera. Un'eruzione nelle acque basse del cratere potrebbe suscitare una nube rovente e fiammeggiante di scorie vulcaniche. Ti assicuro, sarebbe capace di arrostirti vivo, e di seppellirti sotto il fango, se solo abiti nel raggio di un paio di chilometri dalle sponde del lago.
E' IL MIO ULTIMO GIORNO a Cascadia vorrei trovare un po' di sollievo dall'inesauribile sfilza di possibili catastrofi, che mi ronza ancora negli orecchi. Perciò chiedo al geofisico canadese Garry Rogers e al suo collega Mike Schmidt di condurmi là dove termina Cascadia, nel nord dell'isola di Vancouver, lungo una remota zona di faglia vicino a Nootka.
A bordo di un idrovolante, sorvoliamo a bassa quota collane di spiagge rocciose, incorniciate da foreste impenetrabili, che scendono a lambire la riva. Sfioriamo villaggi tribali, persi nell'isolamento, e sciami di kayak rallegrati da canoisti addobbati con abiti sgargianti. Il velivolo si posa a Friendly Cove, un minuscolo insediamento composto da quattro case, un faro e una vecchia chiesa. Ci accoglie Ray Williams, un indiano Mowachaht, l'unico abitante residente di Nootka. Vivo qui, dice, per ricordare ai bianchi che questa è la nostra terra. Williams mi presenta al capo dei Mowachaht, Ambrose Maquinna, e ad altri amici in visita qui per qualche giorno. Nella conversazione si finisce per parlare di leggende. Rogers chiede se, per caso, non ve ne siano alcune, che ricordino in qualche modo antichi terremoti. Il capo, un uomo imponente con un gran faccione, occhiali sul naso e basette brizzolate, annuisce. Ci risponde  suo amico Thomas Dick: Mia nonna mi raccontava di un'immensa alluvione. L'acqua arrivò, e di colpo la terra scomparve. Non restava più alcun appiglio cui legare le canoe. La gente dovette andar via, e si disperse ovunque: chi in California e chi in Russia. Sembra davvero che i fuochi che bruciano sotto Cascadía abbiano perseguitato i popoli di queste terre, nell'intero svolgersi della storia. Per quanto sia improbabile che quei disastri si ripresentino nel corso della mia vita, prima o poi si verificheranno di nuovo. Poi, altre volte ancora. Almeno finché le fiamme nelle viscere di Cascadia non si estingueranno. E chiunque si trovi a camminare su quei carboni ardenti, farebbe bene a tenere a mente i consigli della mia istruttrice, Ariel: Respirate profondamente. E, soprattutto, rispettate, sempre, il fuoco.

Il racconto di Rick Gore sul "fire walking" continua sul nostro sito Internet: www.nationalgeographic.com.
 CASCADIA: VITA DI FUOCO,  NATIONAL GEOGRAPHIC, MAGGIO 1998

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Che cosa Tratta?

Questa sezione si prefigge lo scopo di raccogliere materiale pubblicato tramite diversi mezzi e fonti, al fine di fornire (in modo schematico), una serie di contributi ai vari lettori: attenzione che spesso si tratta di tracce di tipo divulgativo e, quindi, se desidera approfondire maggiormente determinati argomenti occorrerà rivolgersi alle classiche biblioteche o simili.


Un sito interessante in merito alle tematiche da impatto meteorico e relative dinamiche cinetiche: giusto per schiarirsi un poco le idee.
LINK 1

LINK 2

LINK 3


Ecco invece un sito con un'interessante raccolta di articoli in ambito paleontologico.
Un interessante sito che analizza i risultati storici (e gli effetti) dei vulcani nel tempo con tabelle ricostruite e riassuntive dei maggiori eventi:

Dove possiamo trovare i supervulcani? Queste sono le zone in cui potrebbe risvegliarsi un supervulcano (attenzione il termine supervulcano non è scientifico ma nasce impropriamente da una trasmissione/documentario fatta dal National Geographic):

  • Mount Aniakchak, Alaska, Stati Uniti
  • Aso, Kyushu, Giappone
  • Campi Flegrei, Campania, Italia
  • Kikai Caldera, Ryukyu Islands, Giappone
  • Long Valley Caldera, California, Stati Uniti
  • Monte Mazama, Oregon, Stati Uniti (ora Crater Lake)
  • Lago Taupo, North Island, Nuova Zelanda
  • Lago Toba, Sumatra, Indonesia
  • Valle Grande, New Mexico, Stati Uniti
  • Monte Warning, Nuovo Galles del Sud, Australia
  • Yellowstone Caldera, Wyoming, Stati Uniti
  • Mar Mediterraneo, Sicily, Italy

Vi segnalo questo indirizzo per fare ricerche in databases veramente enorme sugli tsunami del passato (è quello da cui ho attinto anch'io per integrare la sezione "Storia della Terra" (sulla cronologia dei grandi eventi del passato).


Le Storegga Slides (fra le più grandi frane sottomarine mai registrate) avvenute nella piattaforma continentale della Norvegia intorno al 6.100 a.C. (vedi anche la pagina la storia del pianeta).

Comunque sia si tratta di una teoria emersa con forza negli ultimi anni e studiata soprattutto dalle Università del nord Europa in quanto gli effetti ricostruiti di tale evento hanno colpito soprattutto gli stati che si affacciano sul mare del nord. In sintesi si tratterebbe di una gigantesca frana sottomarina che ha coinvolto la scarpata continentale e che, come conseguenza, generò un gigantesco tsunami (secondo alcuni ricercatori esso sarebbe stato ben più consistente di quello di Sumatra 2004).
Alcuni studiosi riconducono tali assestamento geomorfologici sottomarini agli idrati di metano e/o a cambiamenti climatici.

Un paio di considerazioni sugli Idrati di Metano:

[1]  Fondali marini agli idrati di metano 
Solo ora gli scienziati sembrano cominciare a interessarsi ai depositi di biidrati di metano ghiacciati che si trovano sul fondo dei mari.Si tratta di una particolare composizione chimica molto diffusa sui fondali marini a una profondità superiore ai trecento metri e che potrebbero rappresentare delle novità rilevanti per comprendere meglio il ciclo del carbonio sulla Terra e avere delle interessanti applicazioni commerciali. Lo studio di questi depositi, soprattutto per motivi estrattivi, è estremamente complesso. Un blocco di idrati di gas ha la consistenza del ghiaccio. Portato alla superficie, fonde e rilascia metano, uno dei gas serra. Le riserve di metano contenute in questi depositi sono enormi. Per la prima volta sono stati presentati a Nizza nel corso del meeting della European Geophysical Society, della American Geophysical Union e della European Union of Geosciences i risultati di una campagna scientifica in alto mare condotta proprio allo scopo di analizzare questi particolarissimi cristalli. I prelievi sono stati effettuati al largo delle coste dell'Oregon (USA) e hanno permesso di portare in superficie una serie di questi particolari fiocchi di neve.Secondo Erwin Suess del Research Center for Marine Geosciences (GEOMAR) di Kiel "a quelle particolari condizioni di pressione e temperatura il metano non potrebbe esistere in quelle forma". 14 aprile 2003
http://ulisse.sissa.it/site/public/ScienzaSette/s7_18apr03_5.htm

[2]  Idrati di metano: rischi di tsunami
Il pericolo non è imminente ma già 8.000 anni fa l'Europa del nord venne sconvolta da un repentino innalzamento della temperature che sciolse gli idrati di metano che si trovano lungo la scarpata della piattaforma continentale. Da un articolo in Inglese:
http://www.thisisnorthscotland.co.uk/displayNode.jsp?nodeId=149483&command=displayContent&sourceNode=149251&contentPK=13348453

Gli idrati di metano, cosa sono
Di che si tratta? «Si tratta di cristalli di ghiaccio – o gas idrati – composti di gas e metano, intrappolati da milioni di anni sotto ai margini continentali a causa dell’alta pressione e delle basse temperature», spiega John Farrell, responsabile scientifico della ricerca, che vede impegnati i migliori istituti oceanografici di venti nazioni, Italia compresa: «Riteniamo che sotto gli oceani ne esistano giacimenti immensi». A sollevare euforia tra gli esperti è la possibilità del loro sfruttamento commerciale in tempi forse, brevi. «Molto dipende dal prezzo del gas naturale», si sbilancia Farrel, «se la domanda fosse alta, basterebbero quindici anni». Nel frattempo, «la prima cosa da fare è censire i punti dove noi riteniamo possano trovarsi i giacimenti maggiori, un compito che potrebbe richiedere anni».
Già, dove sono i giacimenti? «Quasi sicuramente le zone più ricche corrispondono alle cosiddette zone di subduzione, dove i margini di una zolla tettonica scendono al di sotto di un’altra», spiega l’esperto. Una circostanza, questa, in grado di guardare all’Oceano Pacifico – martoriato da vulcani e terremoti – come area privilegiata, e che spiega il grande interesse alle ricerche del Giappone, quasi del tutto privo di giacimenti di petrolio ma potenzialmente ricco di metano all’interno delle acque territoriali. Non a caso, ricercatori giapponesi hanno lanciato la prima idea pompare acqua calda in modo da disaggregare le molecole di acqua e gas e formare pozze di metano “pronto da estrarre”.

Ghiaccio esplosivo
Sembrerebbe facile, ma non lo è. Gli stessi esperti americani non nascondono gli ostacoli ancora da scavalcare. Il rischio è che l’affare si trasformi in un boomerang per il clima terrestre: «Improvvisi rilasci di gas metano, che incombusto è un potente gas serra, potrebbe accelerare il riscaldamento globale», ammette Farrell, «con conseguenze disastrose sul clima e sugli oceani». Ugualmente inquietante è la possibilità di esplosioni accidentali. «Basta un leggero rialzo della temperatura dell’acqua di qualche grado», spiega Farrell, «perché le molecole di gas, altamente instabili, esplodano provocando voragini sul fondo oceanico. Se questo accadesse in prossimità di oleodotti li farebbe saltare in aria, provocando colossali sversamenti in mare».
Deflagrazioni accidentali del “ghiaccio esplosivo”, come è stato subito battezzato dai ricercatori, si sarebbero già verificati in passato. A testimoniarlo sarebbero soprattutto le analisi sul plankton, alcune anomalie di crescita del quale sembrano essere giustificate – secondo gli esperti – solo con il rilascio di gas metano in mare. In alcuni casi, queste esplosioni hanno avuto effetti davvero catastrofici: «Verissimo», conferma Farrell, «scoppi accidentali di depositi di gas idrati potrebbero essere all’origine di alcuni cambiamenti climatici degli ultimi 50mila anni, e di frane e cataclismi sottomarini. Per esempio, la gigantesca onda tsunami che ha investito il Nord Europa 8000 anni fa».
Rischi non trascurabili, insomma, ma che non sembrano spegnere l’entusiasmo dei ricercatori. Dopo il successo dell’ultima spedizione nell’Atlantico, è stata già annunciata una nuova partenza: colonna portante delle ricerche, ancora una volta, la nave Joideas Resolution, il più sofisticato laboratorio scientifico navigante del mondo, in grado di compiere trivellazioni fino a 8200 metri di profondità, estrarre campioni di roccia e portarli intatti in superficie. Stavolta farà rotta nel Pacifico settentrionale, proprio di fronte alla coste dell’Oregon. Qui, trivellazioni sperimentali hanno evidenziato un giacimento di cristalli di gas ancora più ricco di quello dell’Atlantico. Il prezzo del petrolio continua a crescere, e la ricerca continua.
http://italy.indymedia.org/news/2005/10/910556.php  (teoria di storegga)

oppure no ...?

L'origine del riscaldamento climatico (di 40.000 anni fa)
Uno studio individua nelle zone umide l'origine del fenomeno, in contrasto con la teoria secondo cui una grande quantità di metano fu liberata dai clatrati presenti nell'oceano


Forse è attinente oppure no, ma dategli un'occhiata 

19.04.2006
Il ciclo del carbonio tra Giurassico e Cretaceo
Secondo le ipotesi, fu sconvolto da un improvviso rilascio di CO2 o di metano dal fondo dell'oceano
Un'improvvisa emissione di carbonio su larga scala, dovuta al rilascio di riserve di anidride carbonica immagazzinata sul fondo dell’Oceano: fu questa probabilmente la causa di un notevole incremento relativo del carbonio 12 rispetto al carbonio 13 scoperto nei sedimenti vecchi di centinaia di milioni di anni da Yvonne van Breugel dell’Università di Utrecht.
Si tratta, a ben guardare, di un processo simile a quello in atto tutt’ora. Si sta assistendo attualmente all’incremento della concentrazione di biossido di carbonio in atmosfera in conseguenza della massiccia utilizzazione di combustibili fossili, che apparentemente ha portato con sé un incremento relativo dell’isotopo del carbonio con 12 neutroni. Come conseguenza, il rapporto degli isotopi stabili C13/C12 ha mostrato una diminuzione dello 0,1 per cento. Tenuto conto di ciò, non è chiaro quale fenomeno naturale abbia potuto innescare tra i periodi Giurassico e Cretaceo, tra 180 e 120 milioni di anni fa, un processo simile, quattro volte più intenso. Nei fossili di alghe marine e piante terrestri datate a quel periodo, infatti, la van Breugel ha trovato un decremento di tale rapporto pari allo 0,4 per cento. Secondo la ricercatrice, ciò indicherebbe variazioni del ciclo del carbonio su larga scala, e su una scala temporale di alcune decine di migliaia di anni, dovute a un improvviso rilascio in atmosfera di C12, legato in molecole di anidride carbonica o metano, probabilmente proveniente dai gas idrati immagazzinati sul fondo dell’oceano entrati in contatto con magma.
© 1999 - 2006 Le Scienze S.p.A.

 

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