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Punto Nullo Una nuova teoria sul Vesuvio

Tratto dal "Venerdì", inserto di "La Repubblica", (anno 2005)

Un'eruzione violenta (o peggio catastrofica)? Ipotesi remota. Almeno stando ai dati di una nuova ricerca rassicurante, secondo la quale non ci sarà più nessun botto ma al massimo qualche colata di lava. Il vulcano, infatti, negli anni si è "seduto". Anzi sta sprofondando.

di Alice Andreoli
La notizia è più che buona: la probabilità che il Vesuvio esploda come accadde nel 79 d.C., quando Pompei venne distrutta, è remota. Ciò non significa che il vulcano dormiente non si risveglierà, ma se accadesse non dovrebbe essere di soprassalto. Assai più probabile è invece un'eruzione come quelle dell'Etna, con colate laviche, magari imponenti, ma niente gran botto.
E' questa la conclusione di una ricerca tutta italiana apparsa di recente su una delle più importanti riviste internazionali di geofisica, geophisical Research Letters. Studio che rappresenta una chiave di volta nell'interpretare l'attività del vulcano, soprattutto nel prevederne il futuro, ma che raccoglie anche curiose novità geologiche e persino archeologiche.
La prima fra tutte è che il Vesuvio stà in realtà sprofondando, schiacciato dal suo peso come un sasso nel fango. Un lento afflosciarsi, al ritmo di mezzo centimetro l'anno sul cratere, cominciato da circa 4000 anni, e che continuerà almeno per altri 7 millenni. La seconda novità, è che questo stesso fenomeno di affondamento del vulcano, chiamato in gergo spreading, è, ironia del destino, lo stesso che ha permesso l'emersione dalle acque della zona di Pompei, prima sotto il livello del mare.
Ma andiamo per gradi, innanzitutto lo scenario eruttivo. Il più probabile, come si diceva, è oggi quello di tipo effusivo. Un risveglio più dolce di quanto non si prevedesse fino ad una decina di anni fa, quando la Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile ha approvato il piano di emergenza per un'eventuale evacuazione di 6-700mila abitanti, in 18 comuni vesuviani.
Da qui la necessità di riaggiornare, alla luce dei progressi scientifici, il piano di emergenza su cui gli esperti sono già al lavoro. Presto potrebbe quindi arrivare una sorta di piano B, tarato sulla base di un'eruzione meno catastrofica, in cui potrebbe persino non essere necessario un'evacuazione di massa. L'aggiornamento del Piano, che il prossimo settembre compirà un decennio, è ormai necessario, -  spiega uno degli autori dello studio, Giuseppe Luongo del Dipartimento di geofisica e vulcanologia all'Università Federico II di Napoli, che a questo proposito ha di recente incontrato la Protezione Civile -. "Da un lato ci si aspetta un'eruzione meno drammatica, dall'altro ci sono alcune difficoltà organizzative in più, perché è appurato che una previsione a 15 giorni, è inattendibile, dunque il piano dovrebbe scattare probabilmente a 2 giorni dall'eruzione. In breve se da un lato il rischio di una catastrofe è inferiore, dall'altro c'è meno tempo per organizzare l'evacuazione".
Ma è proprio vero che il Vesuvio sta sprofondando e come mai il ischio di un'eruzione come Pompei sarebbe più remota? "Il nostro lavoro si basa su tre diversi contributi scientifici - dice Andrea Borgia, dell'European Developpement and Research Agency (Edra), primo autore della ricerca -: innanzitutto sui rilevamenti geologici sul campo, quindi sul rilevamento dal satellite, ed infine su un nuovo modello matematico che predice la deformazione del vulcano".
"L'ipotesi è che inizialmente l'edificio vulcanico cresca, ma ad un certo punto cominci ad affondare nella parte più morbida, sui sedimenti argillosi sottostanti" - spiega un altro degli autori, Giovanni Ricciardi dell'Osservatorio vesuviano dell'Istituto Nazionale di geofisica e Vulcanologia (INGV) -. "Comincia così a scivolare, a fratturarsi ed a liberare più facilmente i gas al suo interno diventando potenzialmente meno esplosivo. Questo movimento, allo stesso tempo, corruga i margini del vulcano elevando le aree limitrofe. Da tempo avevamo rilevato l'innalzamento della zona di Pompei e di una linea sul fondale marino a largo del Golfo di Napoli, ma il fenomeno era controverso: qualcuno riteneva che si trattasse di aree dove si infiltrava il magma ed escludeva che il vulcano potesse sprofondare".
Borgia è stato il primo a credere in questa ipotesi, tanto che nel 1992 ha pubblicato su Nature uno studio che dimostrava il fenomeno sull'Etna. La conferma è arrivata dallo spazio: le immagini del satellite mostravano che il vulcano si stava appiattendo, mentre alcune zone limitrofe si sollevavano. Così gli scienziati sono andati a vedere se anche il Vesuvio non stesse sprofondando lentamente come l'Etna. La conferma è arrivata anche in questo caso dai satelliti. "La tecnica di telerilevamento satellitare sfrutta le immagini generate da un radar a bordo di due satelliti della European Space Agency (ESA), Ers-1 e 2" - dice Riccardo Lanari dell'Istituto per il rilevamento elettromagnetico dell'ambiente del Consiglio nazionale delle ricerche di Napoli, che ha curato il contributo dallo Spazio della ricerca -. "Questi satelliti - spiega - consentono di registrare variazioni in altezza della superficie terrestre con una precisione di un millimetro l'anno. Le fotografie arrivano indipendentemente dalle condizioni atmosferiche a cadenza quindicinale, e, grazie alla raccolta di un centinaio di immagini nell'ultimo decennio, siamo riusciti a ricostruire una mappa delle deformazioni del vulcano. Che si possono vedere anche sul sito http://jupiter.irea.cnr.it/gis/webgisnapoli.html ".

L'ultimo passo è stato quello di definire un modello matematico in grado di prevedere quello che accadrà in futuro. "Il modello che abbiamo elaborato - dice Borgia - indica che il Vesuvio si trova ad un terzo della sua deformazione totale. In più, siamo in grado di fornire una conferma anche chimica, basata cioè sulla composizione del magma. Insomma, a nostro avviso, il rischio di un'esplosione forte è basso".
La previsione si basa sulla concentrazione della silice nel magma eruttato direttamente correlata all'esplosività: al suo aumentare aumenta la probabilità che un'eruzione esplosiva sia catastrofica, e nelle ultime eruzioni (472 d.C., 1631 e 1944), il Vesuvio ha registrato una progressiva diminuzione della silice insieme allo sprofondamento. Persino i dati archeologici indicherebbero che il vulcano sprofonda. Sembra infatti che nell'età del Bronzo Pompei fosse ancora coperta dal mare e che la sua emersione sia stata possibile proprio grazie al sollevamento degli strati argillosi "strizzati" dallo sprofondamento del Vesuvio. I primi insediamenti in quest'area risalgono infatti all'Età del Ferro e solo qualche millennio più tardi il Vesuvio, dopo averla fatta riemergere dal mare, ha seppellito Pompei nella cenere. In tempi in cui probabilmente il vulcano era meno stanco di oggi.

 


Chi c'è dietro l'agenzia che ha elaborato questo studio. E altri.

Cervelli in fuga, tornate a casa

Chi conosce la European Developpement and Research Agency (Edra), fondata da Andrea Borgia, primo autore dei nuovi studi sul Vesuvio? Non ha neanche un sito web, eppure produce ricerca di alto profilo in campo geologico e si pone come obiettivo anche quello di riallacciare i rapporti con i cervelli in fuga, i nostri giovani ricercatori all'estero che vengono coinvolti nei progetti di quest'ente italiano senza fini di lucro. "I finanziamenti sono pochi e li dedichiamo tutti ai progetti ed alle trasferte dei giovani. Dunque niente sito web - spiega Andrea Borgia -. Anche lui è stato un cervello in fuga perché dopo la laurea in geologia all'Università di Firenze è emigrato negli USA,  dove ha conseguito un dottorato a Princeton e ha iniziato la carriera di ricercatore collaborando persino con la NASA. Poi è tornato in Italia, da precario, all'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, dove il concorso non è arrivato, almeno non per lui. Perciò ha pensato, dopo aver fondato EDRA, di mettersi in proprio come consulente, ora per il ministero dell'Ambiente. "Dal 1992, quando è nata EDRA, abbiamo portato avanti circa 40 progetti di ricerca, sia per grandi istituzioni come l'Unesco e la Fao, che per l'industria italiana. I soldi per richiamare i cervelli dall'estero non ci sono, ma collaborando con il nostro paese possono almeno non perdere i contatti".



DISCESA AGLI INFERI

Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 01-25-2008 at 3:20 PM
Perchè, sotto sotto, il Vesuvio è un problema sempre meno esplosivo >>

il fotografo Carsten Peter affronta la DISCESA AGLI INFERI

Suoi compagni di avventura il giornalista Donovan Webster e un'equipe di esploratori. La sfida: osservare da vicino i crateri fiammeggianti dell'isola Ambrim, nel pacifico del sud

In cima al vulcano c'è una zona morta, una piana di ceneri spazzata da vortici di gas velenosi, zolfo e cloro. l'aria è sempre più densa per le continue emissioni di nuove ceneri vulcaniche. In questo ambiente nessun essere vivente può resistere a lungo. Al margine della piana si ergono due minacciose bocche eruttive Marum e Benbow che senza sosta scuotono la terra e scagliano nell'aria grumi di roccia fusa. Da un momento all'altro potrebbero trasformare l'intera isola in un inferno alla luce del sole. Eppure eccoci qui, tutti e 9: una squadra di esploratori fotografi, una troupe cinematografica ed un vulcanologo, ed il sottoscritto. Siamo ad Ambrim una delle 80 isole che costituiscono lo stato di Vanuatu nel Pacifico Meridionale.
A colpi di machete, ci siamo aperti un cammino nel folto della giungla, e ci siamo inoltrati in questo luogo inospitale per piantarvi il campo ed esplorarlo per due settimane.
Come funamboli sulla corda, abbiamo camminato per chilometri lungo i crinali della montagna, larghi pochi centimetri e affiancati, su entrambi i lati, da strapiombi di centinaia di metri; e adesso ci affacciamo, un po' esitanti, sull'orlo della bocca di Benbow. Solo 200 metri più in basso, seminascosto dai gas e da una sporgenza di roccia vulcanica appena formata, l'occhio rosso del vulcano ci guarda minaccioso. Va bene, tocca a te, grida Chris Heinlein per farsi sentire tra i boati del vulcano.
Heinlein, un ingegnere tedesco vigoroso e cordiale, mi tende la corda che mi condurrà fin dentro il vulcano. La aggancio a un discensore, un attrezzo di sicurezza fissato alla cintura, in modo da controllare meglio la discesa. Un passo, e scivolo giù. Tra i guanti mi scorrono tre metri di corda. Mi sto calando nel vulcano. Un gas acido mi pizzica il naso e gli occhi. L'anidride solforosa si combina con la pioggerella che cade leggera dal cielo, formando gocce di acido solforico corrosive che, nel giro di pochi giorni, la montatura di metallo dei miei occhiali sarà ridotta a un mucchietto di ruggine. Il respiro del Benbow è assordante: è come sentire da vicino il rombo dei motori di un jet, misto al fragore di un'esplosione cosmica. A ogni nuovo rantolo del vulcano, l'aria si sposta con tale violenza che le orecchie mi si tappano per lo sbalzo di pressione, mentre la temperatura registra una temporanea impennata. Più in basso, a non troppa distanza da me, l'aria è solcata da proiettili di lava rosso fuoco, grandi come zucche. Faccio scorrere altra corda. Mentre scivolo sempre più in basso, non posso fare a meno di chiedermi: chi me l'ha fatto fare? E cosa spinge il fotografo tedesco Carsten Peter, aggrappato alla corda sotto di me, a nutrire una vera e propria ossessione per i vulcani tanto da imbarcarsi di continuo in simili avventure?
Siamo venuti per vedere il vulcano di Ambrim da vicino, e per osservare i laghi di lava in questa coppia di bocche vulcaniche che emettono fumo e gas in continuazione, ma eruttano di rado. Sono sospeso nel vuoto sotto di me, la lava ribolle a 1200 gradi e si allunga verso il centro della Terra. Ma scopro che c'è di più. La bellezza stupefacente. Il rumore immenso. La luce color arancio cupo degli schizzi di lava. E quei filamenti scuri e fragili detti capelli di Pele (la dea hawaiana dei vulcani): bave di lava che colano dai grossi grumi espulsi dalla bocca, e si raffreddano velocemente nella corrente d'aria ascensionale, creando collane vetrose lunghe una quindicina di centimetri, che fluttuano nel vento. Non c'è un luogo simile sull'intero pianeta.
Trascorriamo la prima notte accampati a Port Vato, una cittadina sulla costa alla base del vulcano, alto 1270 metri. Il mattino seguente, subito dopo l'alba, iniziamo la nostra faticosa camminata su per le pendici del vulcano. Mentre ci addentriamo nel fino della giungla, percorrendo il letto asciutto di un fiume, cerco di scoprire le ragioni che hanno spinto Carsten Peter a venire qui.
Avanziamo sul terreno ricoperto da nere ceneri vulcaniche, che scrocchiano sono i nostri passi; ci affanniamo per scavalcare lucenti macigni di lava solidificata; e Peter 41 anni, sorride emozionato. A 15 anni andai in vacanza in Italia con i miei genitori, racconta. Mi portarono a visitare l'Etna: appena lo vidi, mi sentii attratto verso l'orlo del cratere. Ero come stregato. I miei tornarono al pullman turistico; mi chiamarono con il clacson, ma io non riuscivo ad allontanarmi. Mi spinsi ancora più vicino al bordo, fino a vedere il fumo dentro il cratere. Immaginai il ribollire del magma, laggiù, sul fondo. E in quel momento rimasi contagiato.
Da allora Peter gira il mondo esplorando vulcani. É stato in Islanda, Etiopia, Indonesia, alle Hawaii, e ancora più lontano. Naturalmente, aggiunge, sono tornato molte volte sull'Etna, il mio primo amore. Da quasi dieci anni, Peter si cala nei crateri, usando tecniche di discesa e risalita a corda singola messe a punto dagli speleologi, e adattate ai vulcani.
Le dimensioni e la potenza di un vulcano non hanno equivalenti sulla Terra, spiega. Crediamo di sapere tutto del nostro pianeta e della sua geologia, ma ti assicuro: quando guardi dentro un cratere, quando vedi con i tuoi occhi cosa accade laggiù, beh, allora ti accorgi che non potrai mai capire tutto fino in fondo. È così potente. Così grande. Peter sorride. Ma penso che più tardi capirai cosa voglio dire, aggiunge.
Comincio ad accorgermi di quella potenza quando, dopo cinque ore di salita, sbuchiamo dalle pendici ripide e dense di vegetazione e mettiamo piede nella caldera. In poche centinaia di metri, il sentiero diventa pianeggiante; palme e canne, che crescevano rigogliose ai bordi della pista, ora appaiono morte e stentate. Nubi di gas e piogge acide soffocano tutta la loro forza vitale.
È la piana di cenere di Ambrim. Larga 12 chilometri, questa calotta di cenere e lava fortemente erosa è spessa più di cento metri. All'altra estremità della piana svettano il Benbow e il Marum, alti quasi 300 metri.
Per proteggerci dall'ambiente ostile, montiamo rapidamente il campo base vicino al bordo della caldera, dietro una piccola sporgenza che la separa dalla giungla. Siamo in un boschetto di palme e felci grandi come alberi, dove il suolo nero è punteggiato di orchidee purpuree che ondeggiano su lunghi steli verdi. Per il resto del pomeriggio montiamo le tende e prepariamo i depositi per le provviste, a prova di pioggia acida.
Il campo è un paradiso affacciato sull'apocalisse. Appena cala il buio, ceniamo e programmiamo l'esplorazione dell'indomani. Il brontolio del vulcano fa da costante sottofondo alle nostre parole. Dopo cena, seguiamo Carsten Peter fino al margine della piana, e ci fermiamo a guardare le nuvole di gas illuminate dalla luce del vulcano. Le cime sono avvolte da uno spettrale bagliore rossastro. Guardate, esclama Peter, indicando un terzo calderone rosso, a mezza costa sul fianco del Marum. Deve essere il Niri Taten. Domani cominciamo da lì. Il mattino seguente, dopo una colazione alle prime luci dell'alba, ci incamminiamo sotto una pioggia leggera. Sarà una passeggiata di parecchi chilometri, tutti in salita.
Cosa significa Niri Taten?, chiedo a Timmy, la nostra guida locale. Niri Taten è un maialetto, risponde. Un porcellino pazzerello. Un maiale matto. Un porcellino che fa un bel po' di scherzi agli uomini.
Haraldur Sigurdsson, uno dei più eminenti vulcanologi del mondo, cammina al mio fianco nel letto asciutto del fiume, studiando le pareti delle rupi. Indica gli strati di materiale piroclastico: esaminandoli, i vulcanologi possono stabilire il livello di attività di un vulcano. Quanto più potente è l'energia esplosiva sprigionata da un vulcano, tanto più lontano dalla bocca si ritroverà materiale piroclastico grezzo e pesante. Infatti, via via che ci avviciniamo ai crateri, cambia la composizione dell'alveo sotto i nostri piedi: la sabbia nera e sottile cede il posto a pietre grandi come pezzi di carbonella. Ogni vulcano ha le sue impronte digitali chimiche, spiega Sigurdsson. Il contenuto minerale di ciascun vulcano, e la distribuzione degli elementi chimici, variano a seconda della natura del vulcano stesso, cioè delle rocce che lo compongono e della forma delle bocche eruttive.
Questi dati sono molto utili ai vulcanologi. Prendiamo ad esempio l'eruzione del Tambora, nel 1815, in Indonesia, continua Sigurdsson. Ne abbiamo trovato le ceneri quasi ovunque sulla Terra, riconoscendole per la loro particolare impronta chimica. Eruzioni di tale portata si verificano più o meno ogni mille anni. A quanto risulta, l'esplosione del Tambora provocò emissioni di ceneri e anidride solforosa così massicce da bloccare e riflettere la luce del sole. Il 1816 fu un "anno senza estate" in gran parte del mondo, e i raccolti andarono in rovina dalla costa orientale degli Usa all'Europa del Nord.
D'un tratto, a tre chilometri di distanza dietro di noi, sopravvento, il Benbow si esibisce in una fragorosa esplosione. Ci voltiamo a guardare. Attenti, esclama Sigurdsson. Pioggia di cenere in arrivo. E infatti, invece delle solite nuvole bianco-bluastre di vapore e gas, dal cono si leva un pennacchio nero, che lentamente veleggia verso di noi. Passano cinque minuti, ed eccoci inondati dalla cenere: zaini, vestiti, visi, stivali e mantelle si ricoprono di un pulviscolo sabbioso color cacao bagnato.
Sotto la pioggia scura risaliamo il Marum, camminando per un'altra ora sullo sterile suolo vulcanico. La nostra meta è il Niri Taten, un cratere che penetra direttamente nella roccia basaltica, come un gigantesco verme che si è scavato una tana larga 150 metri. Ci fermiamo per indossare caschi di sicurezza e maschere antigas.
Senza questa attrezzatura, sarebbe molto pericoloso, se non impossibile, avvicinarsi al cratere: il vento, che ha raggiunto gli 80 chilometri orari, ci scaglia contro frammenti di pietra e pulviscolo, e dal vulcano si levano dense nuvole velenose di gas di cloro. Nonostante le protezioni, siamo spesso costretti a chiudere gli occhi e trattenere il respiro. Chiamando a raccolta tutte le nostre forze, riusciamo a resistere alle raffiche di vento e ci affacciamo sull'orlo del cratere. L'apertura della bocca, 150 metri più in basso, è semi ostruita da sporgenze rocciose. Non riusciamo a vedere la lava, ma l'interno del cono vulcanico ci offre uno spettacolo meraviglioso: la ripida parete rocciosa è una tavolozza di brillanti colori. Si va dal giallo-sole dello zolfo all'arancione fiammante del ferro ossidato; il verde pastello dei depositi di manganese riveste le rocce più vicine alla bocca, come un tappeto di muschio sempreverde; altre lastre di pietra appaiono sbiancate dalle emissioni di gas di cloro e fluoro.
I bordi del Niri Taten sono troppo friabili per consentire una discesa sicura. Chiunque si calasse con una corda all'interno del cratere potrebbe smuovere massi grandi come un'auto, rischiando di colpire i compagni di cordata. Peter tira fuori una macchina fotografica e teleobiettivo, e subito l'aria caustica corrode le custodie. Per ben due volte, alcuni di noi cadono a terra, spinti dalle terribili raffiche di vento. Dopo un'ora, decidiamo di esaminare anche cratere del Marum. Due vulcani in un giorno solo!, esclama Peter, raggiante. Con la testa protetta dal casco e incassata tra le spalle, continuiamo a respirare nelle maschere, lentamente, come fanno i sub, per utilizzarle al meglio; e intanto andiamo avanti. Il cammino fino al Marum non è lungo, ma è molto pericoloso, Bisogna attraversare i ripidi pendii della montagna, molti dei quali sono solcati da burroni profondi e impraticabili, provocati dall'erosione. Decidiamo di passare li dove i canali sono più stretti: lungo l'orlo del Niri Taten, sottile come la lama di un coltello, a 30 centimetri da un salto a precipizio nel cratere. Avanziamo con cautela, cercando di appoggiare i piedi dove il terreno sembra più stabile, ma a ogni passo rischiamo di cadere. Lo strato superficiale del pendio è fatto di materiale piroclastico friabile; come se non bastasse, adesso marciamo con il vento contrario rispetto al Niri Taten. Intorno a noi i vortici di gas sono così fitti che a volte non vediamo più nulla. Nonostante le maschere antigas, siamo costretti a fermarci e a nascondere il viso tra le braccia. È una marcia estenuante, e molto più lunga del previsto. Ogni passo potrebbe essere l'ultimo. Finalmente raggiungiamo la sommità dell'orlo del cratere, e cominciamo a scendere dall'altra parte. Al riparo della cima, l'ambiente cambia: la luce del sole illumina la cenere sul pendio, e il vento gelido lascia il posto a una brezza gentile.
Assieme a due componenti della spedizione, Franck Tessier e Irène Margaritis, mi precipito giù per la china verso la bocca del Marum. Tessier é un affabile biologo francese di 39 anni, rocciatore straordinario e veterano di questo tipo di avventure. Mentre avanziamo, si strappa la maschera e lancia grida di gioia.
Capisco il suo entusiasmo: davanti a noi la bocca del Marum si spalanca in tutta la sua vastità, abbacinante come un'apparizione, nitida come un dipinto. All'interno della cavità, sporgono tre gradoni di roccia, ciascuno più ampio del precedente, dai colori screziati: il nero dei depositi di cenere si alterna al grigio pallido dell'andesite basaltica. La superficie del lago di lava all'interno del cratere forma, raffreddandosi, una specie di crosta che viene espulsa come un enorme tappo da champagne quando l'attività vulcanica riprende. Sbuffi costanti di vapore escono dai piccoli orifizi sulle pareti: sono le fumarole, che si formano là dove l'acqua sotterranea riscaldata e i gas vulcanici raggiungono la superficie.
Sembra che il mondo stia nascendo adesso, dentro il cratere del Marum. Circa 360 metri più in basso, sul fondo della terza bocca, la più grande, ribolle il lago di lava. È in parte ricoperto da un tetto con tre aperture, simili a lucernari: fiotti di lava rossi e arancio schizzano improvvisi dall'apertura più ampia, larga forse 5 metri. La lava è tre volte più densa dell'acqua. Si muove, gorgoglia e schizza nell'aria con la consistenza di uno sciroppo, anche se può raggiungere i 1200 °c di temperatura. A intervalli di pochi minuti, giganteschi grumi di lava fusa sembrano librarsi in volo al rallentatore, poi, dopo un paio di secondi, dalle viscere della terra si leva un rombo, un tuono assordante, che rimbomba nel cratere e si propaga per tutta la caldera. Lo spettacolo é sconvolgente: lava che sciaborda avanti e indietro, bolle che si formano e scoppiano sulla superficie come polenta in un paiolo. Non riesco a distogliere lo sguardo dalla lava per tutta la durata dell'esplorazione dell'orlo e del cratere. Adesso capisco l'ossessione di Peter. Al calar della sera, il fondo del cratere sparisce nell'ombra, e i bagliori del lago di lava e delle bolle esplosive si fanno ancora più seducenti. Nell'aria del crepuscolo, gli spruzzi risplendono come fuochi d'artificio d'un altro mondo. Sospeso nel cratere del Benbow, il pomeriggio seguente, ho il tempo di riflettere. Questa mattina abbiamo seguito lo stretto crinale fino alla bocca, che si è rivelata abbastanza stabile da permetterci di scendere. Abbiamo fissato la corda, pranzato sotto rade gocce di pioggia acida, e cominciato la nostra discesa nel vulcano. Adesso, aggrappato alla fune sotto di me, Carsten Peter continua a inoltrarsi nel cratere.
Lo seguo, lasciando scorrere altra corda tra le dita. Man mano che scivolo verso il fondo, l'aria vibra con violenza sempre maggiore, e le nubi di gas venefici si fanno più fitte. Ondate di aria compressa mi investono rombando. Stringendo con forza la corda, mi fermo sul margine di una roccia a strapiombo e guardo giù. Il lago di lava è lì che mi aspetta minaccioso, vomitando getti incandescenti e spruzzi arancioni.
Poi, in un batter d'occhio, un muro d fitte nubi avvolge tutto in una cappa di grigio. L'aria freme, il fracasso mi disorienta: non riesco più a capire dove sono, perdo la nozione del tempo e della gravità. Sono sopraffatto dall'immensa potenza della collisione tra due placche tettoniche che avviene in questo momento, sotto di me: è questa l'origine del vulcano. Mi sembra non esista null'altro. Il Benbow torna a ruggire. La terra trema. All'improvviso, capisco che non potrò proseguire oltre: mi sono avvicinato quanto basta al fuoco del centro della Terra. Nello stesso istante, le nuvole si disperdono e il Benbow riappare, tra gli sbuffi delle fumarole, con il vapore che sale mulinando dalle pareti. Il grigio scompare e i colori si riaccendono. Più in basso, Carsten Peter raggiunge l'estremità della corda, proprio sopra la bocca esplosiva del vulcano. Estrae una macchina fotografica dalla sua sacca e l'avvicina all'occhio.
Nei giorni seguenti, le piogge torrenziali ci impediscono di tornare a esplorare il Benbow. Dobbiamo affrontare nuove difficoltà: nasce un dissidio con alcuni dei portatori che ci hanno aiutato a trasportare il materiale, e appare chiaro che dovremo lasciare Ambrún appena possibile. In un'ultima, frenetica maratona di 18 ore, i componenti dell'equipe si calano per 360 metri nella bocca del Marum, e fotografano senza sosta il suo lago di lava. Quando emergono dal cratere, trovano il campo in subbuglio. Timmy non riesce a raggiungere un compromesso con i portatori scontenti, e la tensione sale, Alla fine Peter accetta d' abbandonare l'accampamento. Porta con sé una borsa piena di fotografie, tra cui quelle pubblicate qui. E promette che tornerà.

  • Molti insetti sono attratti dai bagliori della lava, perciò muoiono per le esalazioni o il calore. Ecco Chris Heinlein vicino a un cratere attivo con un esemplare. Una volta tornato al campo base, Heinlein può liberarsi dell'attrezzatura protettiva e camminare sulla cenere.
  • Quando il Vesuvio la distrusse, nel 79 d.C., Pompei aveva circa 15mila abitanti, oggi ai piedi del vulcano vivono più di un milione di persone.


IN PROVETTA
Nei sotterranei dell'università di Monaco gli scienziati “giocano” col fuoco per capire i segreti dei vulcani. Ma riusciranno a prevedere l'eruzione del Vesuvio?

di Jurgen Nakott e Mario Tozzi, fotografie di Jan Greune

Il forno non è più grosso di un microonde Donald Bruce Dingwell socchiude lo sportello, rivelando una fiamma arancione che getta bagliori sulle pareti prive di finestre del laboratorio. Sull'apparecchio un termometro segna 1352 gradi centigradi. Protetto da guanti fino ai gomiti, Dingwell prende una lunga pinza e tira fuori un crogiolo di platino incandescente: si usa il platino perché fonde a oltre 1700 gradi e inoltre, essendo un metallo prezioso, non reagisce con la lava liquida che contiene. Dingwell lo porta sul tavolo e lo appoggia su un recipiente piatto, All'inizio, tutti si ustionano e si coprono di vesciche, sorride. Meglio fare attenzione.Questo geologo canadese d 42 anni lavora all'Università Ludwig-Maximillian di Monaco di Baviera. Dall'inizio dell'anno, guida una delle dieci equipe sparse per il mondo che, alla lettera, portano i vulcani in laboratorio. Dingwell esamina il comportamento di vari tipi di lava in diverse condizioni di pressione e temperatura: dati che aiutano a determinare perché un vulcano erutta, in che modo lo farà e fin dove si spingerà la colata di lava prima di solidificarsi. Nei suoi studi, finanziati in buona parte dall'Unione europea, Dingwell presta una particolare attenzione al Vesuvío: È un vulcano ad alto rischio, uno dei maggiori, dice. Il 9 ottobre '99 un crollo ad almeno 5 km di profondità, ha risvegliato l'attenzione sul vulcano più famoso e temuto del pianeta. Nessun rischio imminente, fa eco Lucia Civetta, a capo dell'osservatorio Vesuviano, la più antica istituzione del genere esistente al mondo: sciame sismico a parte, mancano gli altri fenomeni premonitori di una futura attività eruttiva di carattere esplosivo. Ma i pareri sono contrastanti e alcuni esperti ricordano che il vulcano è ancora ben attivo e che non si può stabilire con certezza di quale tipo sarà l'eruzione prossima ventura. I vulcanologi dividono i rigurgiti infuocati del manto terrestre in tre categorie. Da un lato ci sono le eruzioni con colate d lava, come quelle dell'Etna: in questi casi il magma è fluido e libera facilmente i gas prodotti all'interno della Terra, perciò non si crea una forte pressione. Di tanto intanto la lava trabocca, ma la popolazione vi si è adattata, come dimostrano le vigne e i castagneti che crescono sulle fertili pendici del vulcano siciliano. Tra le crepe della lava solida tuttavia sbuca qua e lá il tetto di una casa, a prova che vulcano non dà nessuna garanzia di comportarsi bene.La seconda categoria comprende i vulcani con eruzioni esplosive, come il Pinatubo, nelle Filippine. Qui la lava non riesce a liberare i gas, e all'interno del vulcano si crea una formidabile pressione Nel '91 le nubi di ceneri prodotte dal Pinatubo salirono fino a 30 km nell'atmosfera. A parte gli effetti distruttivi sulla zona colpita, un'eruzione del genere ha conseguenze notevoli a livello globale. Per i climatologi, dice Dingwell, questi vulcani sono come cannoni che rotolano sul ponte di una nave: impossibile prevedere in quale direzione faranno fuoco. Le eruzioni esplosive possono sconvolgere tutti gli schemi e le previsioni sull'andamento del clima. Ad esempio, le ceneri del Pinatubo hanno rallentato a più riprese riscaldamento globale, facendo schermo ai raggi solari tutto intorno alla Terra.
La terza categoria comprende le eruzioni piroclastiche, come quella del monte St. Helens, negli Usa, vent'anni fa (vedi GEOGRAPHIC di maggio 2000), o quella dell'Unzen, in Giappone, nel '91. È il tipo peggiore. Un'eruzione piroclastica scatena un inferno di cenere, lava e detriti infuocati che supera gli 800 gradi, e si riversa sul territorio alla velocità di un treno in corsa, non lasciando scampo alla popolazione.
La prossima eruzione del Vesuvio potrebbe essere di questa natura. Lo scenario di confronto non è però quello distruttivo del 79 d.C., con l'abbacinante shock termico che uccise gli abitanti di Ercolano e Pompei. Gli scienziati fanno invece riferimento all'ultima eruzione piroclastica del Vesuvio, quella del 1631, che costò la vita ad almeno 5000 persone. Se si ripetesse oggi, l'effetto potrebbe essere di gran lunga più devastante, visto che le pendici del vulcano sono tra le zone più densamente popolate d'Italia e d'Europa. Portici, ad esempio, conta oltre 70mila abitanti su una superficie di soli quattro chilometri quadrati. Una nuova eruzione sarebbe preceduta da terremoti, sollevamento sensibile del suolo, apertura di aperture nel terreno e nascita di nuove fumarole. Nel 1631 il Vesuvio diede chiari e ripetuti segnali d'allarme per almeno dieci ore. Con gli strumenti a disposizione oggi, si avrebbero almeno un paio di settimane d'anticipo per mettere in atto piano elaborato dalla Protezione civile, che predispone tempi e modi per l'evacuazione di ciascun quartiere, isolato e persino edificio. Ad esempio, i 26mila abitanti di San Giuseppe Vesuviano dovrebbero dirigersi, in treno e in auto verso la Lombardia, a scaglioni di circa 3000 persone al giorno. In teoria, si prevede di evacuare fino a un milione di persone in una settimana. Con i loro studi, Dingwell e la sua equipe puntano a rendere sempre più tempestivi ed efficaci i sistemi di preallarme. I vulcanologi di Monaco mescolano i minerali ed esaminano le proprietà della lava così creata in laboratorio. Riproducono le condizioni esistenti nel sottosuolo, frantumando grumi di lava sottoposti ad alta pressione, dentro pesanti recipienti di metallo, e analizzando le particelle così prodotte. In questo modo si cerca di capire in quali condizioni il magma glutinoso si trasforma di colpo in un'emulsione esplosiva di gas, lava e roccia rovente.
Questi esperimenti sono l'anello che lega la ricerca vulcanologica sul campo a quella eseguita al computer. Dall'analisi delle rocce posso dedurre il comportamento di diversi tipi di lava, dice Dingwell, mentre al computer posso simulare tutte Le combinazioni immaginabili di minerali, e i loro comportamenti. Ma solo gli esperimenti in laboratorio mostrano quanto le simulazioni si avvicinino alle condizioni esistenti in natura. Una natura che, nell'epoca della globalizzazione, può gettare lo scompiglio nei sistemi economici mondiali. Spiega Dingwell: Quando uno tsunami, la terribile onda anomala causata dai vulcani sottomarini, si abbatte sulle coste del Giappone, i danni provocati all'economia locale si ripercuotono sui mercati azionari di tutto il mondo. Nei laboratori di Monaco, simili a catacombe a prova di fuoco, si lavora per ridurre il più possibile queste ripercussioni, dando l'allarme per tempo. In ogni caso, si tratta di esperimenti affascinanti. Il termometro del forno balza a 1350 gradi, e la seconda portata di lava è servita.

DENTRO IL VULCANO, NATIONAL GEOGRAPHIC, DICEMBRE 2000

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Se la popolazione non venisse evacuata, si rischiano 300 mila vittime
Vesuvio: prossima eruzione simulata in 4D
Uno studio del prof. Neri dell'Istituto geofisico e vulcanologico di Pisa. La zona a nord-est di Napoli è protetta dal monte Somma

PISA - Dal 1944, anno della sua ultima eruzione, il Vesuvio ha fatto dormire sonni tranquilli ai cittadini di Napoli e delle altre città che si trovano ai piedi del vulcano campano. Ma secondo uno studio condotto da Augusto Neri, professore dell'Istituto geofisico e vulcanologico di Pisa e pubblicata sulla rivista scientifica «Geophysical Research Letters», se il Vesuvio tornasse in attività e la popolazione non fosse evacuata prima dell'eruzione, l'attività del vulcano provocherebbe la morte di quasi 300 mila persone.
VITTIME - Il numero delle vittime sarebbe confermato dalla prima simulazione tridimensionale prolungata nel tempo (4D) realizzata da un supercomputer che ha analizzato nel dettaglio le conseguenze di un'improvvisa azione del Vesuvio. Altri 200 mila abitanti che vivono nella cosiddetta «zona rossa», situata nell'area a nord-est di Napoli, avrebbero però maggior tempo per salvarsi e scappare grazie alla presenza del monte Somma, che agirebbe da barriera naturale e frenerebbe l'attività del vulcano.
4D - La più grande e famosa eruzione del Vesuvio fu quella del 79 d.C., quando il vulcano distrusse Ercolano e Pompei e uccise oltre 16 mila persone. Ma, a quanto sembra, un'eventuale nuova eruzione provocherebbe una tragedia molto più grande. «Per la prima volta, grazie a questo studio in 4D, abbiamo capito che i flussi piroclastici colpiranno in un secondo momento alcune zone», afferma Neri. «Sembra che il monte Somma in una situazione del genere sarà un'effettiva barriera. Ma ciò non significa che alcune popolazioni siano al sicuro».
PIANO DI EVACUAZIONE - Naturalmente esiste un piano per evacuare gli abitanti se l'ipotesi dell'eruzione del Vesuvio si tramutasse in realtà. Secondo le autorità, i cittadini che vivono in 18 città in un raggio di 7 km attorno al vulcano sarebbero evacuate in una settimana. Tramite lo studio in 4D è possibile capire quali Comuni è meglio evacuare per primi e quali invece saranno colpiti successivamente. «Abbiamo già informato e passato il nostro studio alla Protezione civile», afferma il professor Neri. «Si servirà di questa simulazione per preparare l'eventuale vera evacuazione d'emergenza».
ERCOLANO E POMPEI - Secondo Peter Baxter, dell'Istituto di Sanità pubblica dell'Università di Cambridge, che ha partecipato allo studio, se il Vesuvio ritornasse in attività si comportebbe come nel passato e le colate laviche arriverebbero nelle zone situate a sud del vulcano, proprio dove oggi si trovano Pompei ed Ercolano con i loro reperti storici. «I flussi piroclastici colpirebbero la zona a sud con Ercolano e Pompei, quella vicino al mare», dice lo studioso.
Francesco Tortora
28 febbraio 2007, link


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