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Punto Nullo Una nuova teoria sul Vesuvio

Tratto dal "Venerdì", inserto di "La Repubblica", (anno 2005)

Un'eruzione violenta (o peggio catastrofica)? Ipotesi remota. Almeno stando ai dati di una nuova ricerca rassicurante, secondo la quale non ci sarà più nessun botto ma al massimo qualche colata di lava. Il vulcano, infatti, negli anni si è "seduto". Anzi sta sprofondando.

di Alice Andreoli
La notizia è più che buona: la probabilità che il Vesuvio esploda come accadde nel 79 d.C., quando Pompei venne distrutta, è remota. Ciò non significa che il vulcano dormiente non si risveglierà, ma se accadesse non dovrebbe essere di soprassalto. Assai più probabile è invece un'eruzione come quelle dell'Etna, con colate laviche, magari imponenti, ma niente gran botto.
E' questa la conclusione di una ricerca tutta italiana apparsa di recente su una delle più importanti riviste internazionali di geofisica, geophisical Research Letters. Studio che rappresenta una chiave di volta nell'interpretare l'attività del vulcano, soprattutto nel prevederne il futuro, ma che raccoglie anche curiose novità geologiche e persino archeologiche.
La prima fra tutte è che il Vesuvio stà in realtà sprofondando, schiacciato dal suo peso come un sasso nel fango. Un lento afflosciarsi, al ritmo di mezzo centimetro l'anno sul cratere, cominciato da circa 4000 anni, e che continuerà almeno per altri 7 millenni. La seconda novità, è che questo stesso fenomeno di affondamento del vulcano, chiamato in gergo spreading, è, ironia del destino, lo stesso che ha permesso l'emersione dalle acque della zona di Pompei, prima sotto il livello del mare.
Ma andiamo per gradi, innanzitutto lo scenario eruttivo. Il più probabile, come si diceva, è oggi quello di tipo effusivo. Un risveglio più dolce di quanto non si prevedesse fino ad una decina di anni fa, quando la Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile ha approvato il piano di emergenza per un'eventuale evacuazione di 6-700mila abitanti, in 18 comuni vesuviani.
Da qui la necessità di riaggiornare, alla luce dei progressi scientifici, il piano di emergenza su cui gli esperti sono già al lavoro. Presto potrebbe quindi arrivare una sorta di piano B, tarato sulla base di un'eruzione meno catastrofica, in cui potrebbe persino non essere necessario un'evacuazione di massa. L'aggiornamento del Piano, che il prossimo settembre compirà un decennio, è ormai necessario, -  spiega uno degli autori dello studio, Giuseppe Luongo del Dipartimento di geofisica e vulcanologia all'Università Federico II di Napoli, che a questo proposito ha di recente incontrato la Protezione Civile -. "Da un lato ci si aspetta un'eruzione meno drammatica, dall'altro ci sono alcune difficoltà organizzative in più, perché è appurato che una previsione a 15 giorni, è inattendibile, dunque il piano dovrebbe scattare probabilmente a 2 giorni dall'eruzione. In breve se da un lato il rischio di una catastrofe è inferiore, dall'altro c'è meno tempo per organizzare l'evacuazione".
Ma è proprio vero che il Vesuvio sta sprofondando e come mai il ischio di un'eruzione come Pompei sarebbe più remota? "Il nostro lavoro si basa su tre diversi contributi scientifici - dice Andrea Borgia, dell'European Developpement and Research Agency (Edra), primo autore della ricerca -: innanzitutto sui rilevamenti geologici sul campo, quindi sul rilevamento dal satellite, ed infine su un nuovo modello matematico che predice la deformazione del vulcano".
"L'ipotesi è che inizialmente l'edificio vulcanico cresca, ma ad un certo punto cominci ad affondare nella parte più morbida, sui sedimenti argillosi sottostanti" - spiega un altro degli autori, Giovanni Ricciardi dell'Osservatorio vesuviano dell'Istituto Nazionale di geofisica e Vulcanologia (INGV) -. "Comincia così a scivolare, a fratturarsi ed a liberare più facilmente i gas al suo interno diventando potenzialmente meno esplosivo. Questo movimento, allo stesso tempo, corruga i margini del vulcano elevando le aree limitrofe. Da tempo avevamo rilevato l'innalzamento della zona di Pompei e di una linea sul fondale marino a largo del Golfo di Napoli, ma il fenomeno era controverso: qualcuno riteneva che si trattasse di aree dove si infiltrava il magma ed escludeva che il vulcano potesse sprofondare".
Borgia è stato il primo a credere in questa ipotesi, tanto che nel 1992 ha pubblicato su Nature uno studio che dimostrava il fenomeno sull'Etna. La conferma è arrivata dallo spazio: le immagini del satellite mostravano che il vulcano si stava appiattendo, mentre alcune zone limitrofe si sollevavano. Così gli scienziati sono andati a vedere se anche il Vesuvio non stesse sprofondando lentamente come l'Etna. La conferma è arrivata anche in questo caso dai satelliti. "La tecnica di telerilevamento satellitare sfrutta le immagini generate da un radar a bordo di due satelliti della European Space Agency (ESA), Ers-1 e 2" - dice Riccardo Lanari dell'Istituto per il rilevamento elettromagnetico dell'ambiente del Consiglio nazionale delle ricerche di Napoli, che ha curato il contributo dallo Spazio della ricerca -. "Questi satelliti - spiega - consentono di registrare variazioni in altezza della superficie terrestre con una precisione di un millimetro l'anno. Le fotografie arrivano indipendentemente dalle condizioni atmosferiche a cadenza quindicinale, e, grazie alla raccolta di un centinaio di immagini nell'ultimo decennio, siamo riusciti a ricostruire una mappa delle deformazioni del vulcano. Che si possono vedere anche sul sito http://jupiter.irea.cnr.it/gis/webgisnapoli.html ".

L'ultimo passo è stato quello di definire un modello matematico in grado di prevedere quello che accadrà in futuro. "Il modello che abbiamo elaborato - dice Borgia - indica che il Vesuvio si trova ad un terzo della sua deformazione totale. In più, siamo in grado di fornire una conferma anche chimica, basata cioè sulla composizione del magma. Insomma, a nostro avviso, il rischio di un'esplosione forte è basso".
La previsione si basa sulla concentrazione della silice nel magma eruttato direttamente correlata all'esplosività: al suo aumentare aumenta la probabilità che un'eruzione esplosiva sia catastrofica, e nelle ultime eruzioni (472 d.C., 1631 e 1944), il Vesuvio ha registrato una progressiva diminuzione della silice insieme allo sprofondamento. Persino i dati archeologici indicherebbero che il vulcano sprofonda. Sembra infatti che nell'età del Bronzo Pompei fosse ancora coperta dal mare e che la sua emersione sia stata possibile proprio grazie al sollevamento degli strati argillosi "strizzati" dallo sprofondamento del Vesuvio. I primi insediamenti in quest'area risalgono infatti all'Età del Ferro e solo qualche millennio più tardi il Vesuvio, dopo averla fatta riemergere dal mare, ha seppellito Pompei nella cenere. In tempi in cui probabilmente il vulcano era meno stanco di oggi.

 


Chi c'è dietro l'agenzia che ha elaborato questo studio. E altri.

Cervelli in fuga, tornate a casa

Chi conosce la European Developpement and Research Agency (Edra), fondata da Andrea Borgia, primo autore dei nuovi studi sul Vesuvio? Non ha neanche un sito web, eppure produce ricerca di alto profilo in campo geologico e si pone come obiettivo anche quello di riallacciare i rapporti con i cervelli in fuga, i nostri giovani ricercatori all'estero che vengono coinvolti nei progetti di quest'ente italiano senza fini di lucro. "I finanziamenti sono pochi e li dedichiamo tutti ai progetti ed alle trasferte dei giovani. Dunque niente sito web - spiega Andrea Borgia -. Anche lui è stato un cervello in fuga perché dopo la laurea in geologia all'Università di Firenze è emigrato negli USA,  dove ha conseguito un dottorato a Princeton e ha iniziato la carriera di ricercatore collaborando persino con la NASA. Poi è tornato in Italia, da precario, all'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, dove il concorso non è arrivato, almeno non per lui. Perciò ha pensato, dopo aver fondato EDRA, di mettersi in proprio come consulente, ora per il ministero dell'Ambiente. "Dal 1992, quando è nata EDRA, abbiamo portato avanti circa 40 progetti di ricerca, sia per grandi istituzioni come l'Unesco e la Fao, che per l'industria italiana. I soldi per richiamare i cervelli dall'estero non ci sono, ma collaborando con il nostro paese possono almeno non perdere i contatti".



ERCOLANO - ALTRI SEGRETI SVELATI

Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 01-24-2008 at 1:56 PM
Perchè, sotto sotto, il Vesuvio è un problema sempre meno esplosivo >>

Testi: Lucio Morettini e Rosalba Ciranni
consulente scientifico per la vulcanologia: Aldo Marturano
consulenti scientifici per la paleopatologia: Gino Fornaciari, Marielva Torino, Rosalba Ciranni.

Produzione: CNR, Bologna, 2000.

Una leggenda, tramandataci da Dionisio di Alicarnasso, narra che Ercole, di ritorno dall'Iberia si fermò in un luogo ameno dell'attuale baia di Napoli, ove fondò una città, Ercolano - in realtà fondata da una popolazione osca - città che non ebbe mai l'importanza della vicina Neapolis e neppure di Pompei, più favorita negli scambi commerciali con l'entroterra per la vicinanza del fiume Sarno. Prove ne sono le strade prive dei solchi scavati dai carri, così frequenti invece nelle strade di Pompei, dove evidentemente vi era un intenso traffico di veicoli. Gli abitanti di Ercolano erano certamente dediti alla pesca, ma in città veniva svolto il piccolo commercio oltre a qualche modesta attività speculativa, come locazioni e piccoli prestiti. La posizione geografica e il clima mite fecero di Ercolano un luogo di villeggiatura, soprattutto per i ceti più ricchi ed aristocratici della vicina Neapolis. Sorsero così splendide dimore, ricche di decorazioni marmoree, statue ed affreschi. La villa dei cervi è un esempio del gusto estetico di allora. Straordinari mosaici decoravano un po' ovunque le costruzioni della città. Vi erano ovviamente anche le abitazioni popolari, alcune sviluppate in altezza, in più piani. Anche Ercolano aveva le sue bellissime terme, luogo d'incontro in città importante per la vita sociale.
Successivamente venne costruito un nuovo complesso termale vicino al mare, ancora più piacevole: le terme suburbane. Nei primi giorni di agosto del '79 dopo Cristo vi furono alcuni casi di terremoto e, all'alba del 24, il Vesuvio esplose in una delle sue più terribili eruzioni, per un intero giorno, distruggendo Ercolano, insieme con Pompei e con tutti gli altri insediamenti lungo le pendici del vulcano. Testimone oculare, Plinio il Giovane ci ha tramandato in un racconto minuzioso la drammatica descrizione della fine di Ercolano in due lettere a Tacito, in cui racconta anche la morte dello zio, il grande naturalista, avvenuta lì durante il cataclisma. Quella notte il terremoto fu così violento che tutto pareva non già muoversi, ma ballare. Uscirono dalle case per paura dei crolli e arrivati all'aperto, tutti assistettero a fenomeni strani: i veicoli avanzavano ora in un senso ora in un altro, benché il luogo fosse del tutto piano; le pietre non rimanevano al loro posto; il mare sembrava riassorbito in se stesso, quasi cacciato indietro, quasi lasciato indietro dal terremoto. La spiaggia era avanzata e molti animali marini, rimasti in secco, vi giacevano morti. Dall'altro lato si vedeva una spaventosa nuvola nera, con guizzi di fuoco. Una densa caligine li seguiva, dilagando sul terreno. Ercolano, dopo la sua distruzione rimase quasi dimenticata e sulle sue rovine nel medioevo sorse la città di Resina, oggi nuovamente Ercolano. Solo nella prima metà del settecento, soprattutto per interessamento di Carlo di Borbone e poi dei suoi successori, presero inizio gli scavi, che proseguirono saltuariamente durante tutto l'ottocento. Ma fu solo nel 1927 che l'archeologo Amedeo Maiuri diede inizio ad una campagna regolare di scavi, riportando alla luce gran parte della città. Si ebbe così un'idea impressionante del terribile evento. Un esempio: anche le eleganti terme suburbane erano state invase dalla massa fluida che investì la città. Delle terme si è arrivati così a liberare il tepidarium, ma solo fino ad una stanza a volta, rimasta completamente riempita da una massa solidificata e questo offre una idea della quantità di materia che si era insinuata sin lì. Più in basso, sulla spiaggia, importanti scavi, iniziati nel 1982 sul fronte a mare della città, hanno riportato alla luce l'area posta inferiormente al piano delle case. L'antica spiaggia era arretrata di 300 metri rispetto all'attuale. Vi si trovano 12 camere a volta, tutte uguali - i fornici - che molto probabilmente avevano una funzione di sostegno delle costruzioni sovrastanti e che erano utilizzate dagli ercolanesi, quasi certamente, come rimessaggio per le barche.
Il fatto che le ricerche archeologiche precedenti non avevano messo in luce altro che una decina di resti umani fece presumere che gran parte della popolazione - circa 4500 persone - si fosse messa in salvo fuggendo, avendo intuito la gravità dell'evento. Nella zona della spiaggia i recenti scavi hanno fatto scoprire anche 270 scheletri umani, in gran parte all'interno dei fornici. Il resto, circa una decina di individui, era sparso sull'arenile, ove è riapparso anche lo scheletro di un cavallo. Si tratta di una scoperta scientificamente importante, perché ci si trova davanti ad un campione di popolazione di epoca romana inaspettatamente numeroso. Nei pressi delle terme suburbane sono venuti alla luce anche i resti di una grande barca. Una muraglia alta 23 metri, costituita di materiale vulcanico che si depositò nella zona, è frutto degli scavi che hanno fatto riaffiorare i fornici. Il Vesuvio, nella eruzione del '79 D.C., iniziò l'attività con l'apertura esplosiva del cratere e l'emissione di cenere bianca. Passò poi alla fase cosiddetta pliniana, durante la quale il vulcano iniziò ad emettere una colonna molto densa di materiale: ogni volta che il magma non riusciva a sostenere la colonna, questa collassava e una quantità enorme di materiale sospeso cominciava a scendere lungo i fianchi del monte. Si trattava di materia molto fluida che lungo la discesa si separava in due strati, uno - chiamato flow - molto lento perché in contatto col terreno che lo rallentava, che si raffreddava molto lentamente, e una parte, più leggera e più rapida perché scorreva al di sopra - chiamata surge - più liquida, scendeva assai veloce incuneandosi in ogni spazio. Studi stratigrafici permettono di comprendere cosa accadde e di descrivere la successione degli eventi. In particolare è molto interessante comprendere cosa accadde nell'arenile e nei fornici, cioè in quella zona in cui si sono trovati i 270 scheletri. E' stata studiata la stratigrafia dei depositi vulcanici situati all'interno di un fornice e di una parte della spiaggia antistante. Si è trovato che il primo surge dopo aver invaso tutta la città, ricoprì la spiaggia, estendendosi anche nei fornici. Questo strato mostra che era carico di frammenti di rocce, laterizi, tegole e pezzi di intonaco, raccolti mentre la massa attraversava la città. Anche gli scheletri delle vittime vennero inglobati. Furono le ceneri che determinarono in brevissimo tempo la morte dei fuggitivi. Il secondo strato concerne il flow, che era più lento, più caldo e in maggior quantità: a circa 400 gradi era capace di carbonizzare i corpi e il materiale organico. Aveva più capacità di trasporto e per questo vi sono inglobati pezzi di colonne, di mura, di pareti. Seguono poi altre serie di surge di flow. I fornici avevano ospitato un numero di persone variabile da 15 a 40, che si erano raccolte in gran parte verso il fondo, illudendosi di proteggersi meglio. Gli scheletri sono stati rimossi quasi tutti, meno che in alcuni fornici, dove è stato possibile rilevare che gli scheletri non rimossi sono ancora nella posizione originaria, con le parti ossee ancora in connessione, in evidente posizione composta: alcuni erano ancora abbracciati. Le ossa non presentavano fratture e traumi, e questo prova che il primo surge era costituito da materiale fino, leggero e non tanto caldo da bruciare i corpi. Oggetti di rara bellezza furono trovati solo accanto ad una decina di corpi e questo fa pensare che la maggior parte dei morti appartenesse ai ceti più poveri della città. Il ritrovamento di un intero corredo di strumenti chirurgici e del loro astuccio ha suggerito che tra le vittime potesse esservi anche un medico. Il ritrovamento di un numero così ingente di resti umani rappresentò e rappresenta tuttora un evento eccezionale. Si è pensato di indagare le malattie di cui soffrivano gli ercolanesi dell'epoca.
Le indagini paleopatologiche hanno riguardato soprattutto le malattie dentarie, sia perché si è dovuto operare senza rimuovere i corpi, sia perché i denti rappresentavano l'unico elemento quantificabile. Le osservazioni furono eseguite sugli scheletri di 54 individui appartenenti a 41 adulti e a 13 bambini, ben visibili, ben conservati, in condizioni scheletriche: ciò ha consentito la sicura attribuzione di mascella e mandibola allo stesso individuo. Già ad un primo esame è apparso che l'apparato dentale era in ottimo stato. Lo studio di 1.257 denti ha rivelato che solo il 3,8% soffriva di carie, rispetto ad un valore medio di 9,9%. I romani mangiavano molto zucchero, molto miele e frutta secca, sostanze cariogene. E' stata rivelata la presenza di macchie bianche nello smalto ed anche di linee di irregolarità, la cosiddetta ipoplasia dello smalto. Questi segni sono noti in odontoiatria come normalmente causati da episodi di alimentazione carente o da malattia. Si sa che l'alimentazione, anche nei ceti meno abbienti, era soddisfacente. Cibi carioceni e bassa percentuale di carie, buona alimentazione e iplopasia dello smalto sono situazioni contraddittorie. E' noto che l'assunzione di fluoro tramite l'acqua in età evolutiva protegge i denti dall'attacco della carie, ma un suo eccesso provoca macchie e linee nello smalto, che rientrano nel quadro clinico dell'intossicazione da fluoro, la fluorosi. Lo stato osservato poteva essere imputato all'acqua di cui facevano uso gli antichi ercolanesi. Si sono studiate numerose sezioni di denti e si è trovata la presenza di fluorosi. Le analisi chimiche effettuate con microsonde accoppiate al microscopio elettronico hanno confermato un contenuto molto alto di fluoro nello smalto. Del resto gli abitanti attuali della città presentano caratteristiche analoghe, perché l'acqua dell'area circumvesuviana a oriente di Napoli è ancora molto ricca di fluoro. Abbiamo così potuto vedere come l'intervento di differenti discipline può svelare molti segreti.
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Se la popolazione non venisse evacuata, si rischiano 300 mila vittime
Vesuvio: prossima eruzione simulata in 4D
Uno studio del prof. Neri dell'Istituto geofisico e vulcanologico di Pisa. La zona a nord-est di Napoli è protetta dal monte Somma

PISA - Dal 1944, anno della sua ultima eruzione, il Vesuvio ha fatto dormire sonni tranquilli ai cittadini di Napoli e delle altre città che si trovano ai piedi del vulcano campano. Ma secondo uno studio condotto da Augusto Neri, professore dell'Istituto geofisico e vulcanologico di Pisa e pubblicata sulla rivista scientifica «Geophysical Research Letters», se il Vesuvio tornasse in attività e la popolazione non fosse evacuata prima dell'eruzione, l'attività del vulcano provocherebbe la morte di quasi 300 mila persone.
VITTIME - Il numero delle vittime sarebbe confermato dalla prima simulazione tridimensionale prolungata nel tempo (4D) realizzata da un supercomputer che ha analizzato nel dettaglio le conseguenze di un'improvvisa azione del Vesuvio. Altri 200 mila abitanti che vivono nella cosiddetta «zona rossa», situata nell'area a nord-est di Napoli, avrebbero però maggior tempo per salvarsi e scappare grazie alla presenza del monte Somma, che agirebbe da barriera naturale e frenerebbe l'attività del vulcano.
4D - La più grande e famosa eruzione del Vesuvio fu quella del 79 d.C., quando il vulcano distrusse Ercolano e Pompei e uccise oltre 16 mila persone. Ma, a quanto sembra, un'eventuale nuova eruzione provocherebbe una tragedia molto più grande. «Per la prima volta, grazie a questo studio in 4D, abbiamo capito che i flussi piroclastici colpiranno in un secondo momento alcune zone», afferma Neri. «Sembra che il monte Somma in una situazione del genere sarà un'effettiva barriera. Ma ciò non significa che alcune popolazioni siano al sicuro».
PIANO DI EVACUAZIONE - Naturalmente esiste un piano per evacuare gli abitanti se l'ipotesi dell'eruzione del Vesuvio si tramutasse in realtà. Secondo le autorità, i cittadini che vivono in 18 città in un raggio di 7 km attorno al vulcano sarebbero evacuate in una settimana. Tramite lo studio in 4D è possibile capire quali Comuni è meglio evacuare per primi e quali invece saranno colpiti successivamente. «Abbiamo già informato e passato il nostro studio alla Protezione civile», afferma il professor Neri. «Si servirà di questa simulazione per preparare l'eventuale vera evacuazione d'emergenza».
ERCOLANO E POMPEI - Secondo Peter Baxter, dell'Istituto di Sanità pubblica dell'Università di Cambridge, che ha partecipato allo studio, se il Vesuvio ritornasse in attività si comportebbe come nel passato e le colate laviche arriverebbero nelle zone situate a sud del vulcano, proprio dove oggi si trovano Pompei ed Ercolano con i loro reperti storici. «I flussi piroclastici colpirebbero la zona a sud con Ercolano e Pompei, quella vicino al mare», dice lo studioso.
Francesco Tortora
28 febbraio 2007, link


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