Gelo per 4 secoli Poi nell’800 è cambiato tutto |
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| Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 04-10-2009 at 11:26 AM |
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Gelo per 4 secoli Poi nell’800 è cambiato tutto: Guido Visconti: il taglio di alberi provocò basse temperature. Fino alla rivoluzione industriali
"Anche gli inverni, come le altre stagioni, sono sempre stati segnati dai vari cicli manifestati dal clima nel corso dei secoli. E per ciò che sappiamo con le prove raccolte, l’uomo ne risulta un protagonista di primo piano", spiega Guido Visconti, fisico dell’atmosfera all’Università de L’Aquila e direttore del centro di eccellenza dei fenomeni climatici estremi. La storia si può far partire dal Medioevo, quando l’emisfero Nord precipita in una piccola era glaciale. Non era certo terribile come quella prospettata dal film "L’alba del giorno dopo" ancora nelle sale cinematografiche per aggiungere un brivido alle nostre vacanze, ma abbastanza seria da provocare un mare di guai. "Per quattrocento anni gli inverni erano diventati un paio di gradi più freddi della norma - continua Visconti - e altrettanto le altre stagioni, per cui le coltivazioni subirono danni seri, i raccolti divennero scarsi e difficili. Di conseguenza si scatenarono nei vari Paesi gravi carestie, la salute della gente si faceva sempre più precaria, le malattie polmonari portavano facilmente alla morte. Insomma uno scenario nero, scatenato secondo alcune indagini compiute in questi anni, da un intervento improvvido dell’uomo che si mise a tagliare alberi in maniera rilevante, provocando la deforestazione di vaste regioni". Le tracce della piccola era glaciale sono state scoperte studiando i pollini e gli anelli degli alberi la cui velocità di accrescimento dipende dalla temperatura e dell’umidità. Sono metodi indiretti ma buoni per capire che cosa succedeva. Naturalmente tutto diventò più preciso agli inizi del Settecento con l’impiego del termometro. "La riduzione della superficie alberata aveva immediate ripercussioni sul clima - nota Visconti - protraendosi per circa quattro secoli, sino alla metà dell’Ottocento, cioè sino all’arrivo della rivoluzione industriale, quando, protagonista ancora l’uomo, gli inverni diventano meno rigorosi, più miti, sino al 1940". La produzione delle industrie è infatti accompagnata dalla generazione di anidride carbonica e così inizia quel riscaldamento artificiale dell’atmosfera che oggi angustia tutti per le sue inquietanti prospettive, tormentando i politici per l’incapacità a decidere misure adeguate. "Ma dal 1940 al 1970 gli inverni tornano di nuovo a far sentire il loro gelo - precisa lo scienziato - perché per trent’anni registriamo una lieve fase di raffreddamento". La tendenza si inverte in fretta perché da allora la colonnina di mercurio è tornata a salire continuando inesorabile la sua scalata. "E le stagioni invernali sono diventate sempre più miti - conclude Visconti - perché le precipitazioni di pioggia e neve sono diminuite anche del 20% facendo seguire primavere più secche ed estati più calde". Giovanni Caprara
Italia «polare»: l'apocalisse bianca del gennaio 1709
di Nino Gorio, 23 GENNAIO 2009
Il lago di Garda e la laguna di Venezia coperti da una calotta quasi polare, su Roma nevicò dieci volte in meno di un mese. Quell'inverno eccezionale era il culmine di una «piccola glaciazione», in atto dal Medio Evo
Restare bloccati con la nave nel porto di Genova, paralizzato dal ghiaccio. Attraversare con un carro a buoi il Lago di Garda, coperto da una superficie gelata stile calotta polare. Vedere Roma ridotta a una Siberia, sepolta da ben dieci nevicate cadute in meno di un mese. Assistere impotenti alla morte per freddo non solo degli ulivi e delle viti, ma anche di piante resistenti al gelo, come meli, peri e noci. Registrare temperature sotto i – 25° a Parigi, sotto i –29° a Berlino e sotto i –17° persino in una città vista-mare come Venezia. Oggi tutto ciò può sembrarci impossibile, anche in inverni più turbolenti e più rigidi della media, come quello in corso. Eppure l'«apocalisse bianca» descritta sopra ci fu davvero e coinvolse quasi tutta l'Europa: curiosamente, l'unica zona che ne restò indenne fu la Scandinavia, dove le temperature si mantennero relativamente miti. Accadde 300 anni esatti fa, nel gennaio 1709, quando Milano era da poco sotto il dominio degli austriaci, Napoli provvisoriamente anche, e a Roma regnava papa Clemente XI, ex-vescovo di Faenza. Proprio a Faenza, in quell'inverno da brivido (il più freddo che si ricordi), si registrò il record del gelo, almeno per quanto riguarda l'Italia: cronisti dell'epoca riferiscono di un –36°, registrato fuori porta intorno all'Epifania. In realtà gli storici moderni nutrono qualche dubbio su questo dato, perché non risulta che la città romagnola disponesse di osservatori meteorologici adeguati, in quegli anni conquista recente ed esclusiva di altre città più importanti. Ma sui –17° di Venezia non ci sono dubbi, anche perché la Laguna ghiacciò completamente. Non era la prima volta che la Serenissima veniva assediata da una calotta simil-polare: infatti si ha notizia di eventi analoghi nel 1432 e nel 1489. E non fu neppure l'ultima, perché nel secolo successivo tutto si ripetè più volte: nel 1740, nel 1747 e nel 1755, quando un drappello di soldati marciò sul «pack» da Mestre al Canal Grande. Però mai il ghiaccio fu spesso (40 cm) e duraturo (23 giorni) come nel 1709. Le gondole iniziarono a liberarsene solo il 29 gennaio. E a febbraio inoltrato intorno a S.Marco galleggiavano ancora molti «iceberg». Senza precedenti né replay fu invece il congelamento del Garda, che di norma gode di un microclima mite. E fenomeno rarissimo, anche se non esclusivo, fu l'analoga sorte dei grandi fiumi, testimoniata da varie fonti: «Addì 23 gennaio ho visto il Po congelato e passare tre persone dalla riva di Guastalla a Correggioverde a piedi, cosa che non si è mai veduta» scriveva un parroco mantovano. E un cronista di Reggio confermava: «Il freddo fu così acuto che gelò il Po per uno spessore di 16 once e passavansi sopra uomini cavalli e carri». A cos'era dovuto quell'inverno così eccezionale? A due fattori combinati: il culmine della cosiddetta «piccola glaciazione» e il prevalere dell'«anticiclone termico russo». La piccola glaciazione è (o meglio fu) un marcato raffreddamento generale del clima terrestre, che si verificò per cause ignote dal XII secolo fino a tutto il ‘700 e al primo ‘800 e che portò fra l'altro all'espansione dei ghiacciai alpini oltre le dimensioni attuali. Dall'800 in poi, come noto, è in atto un fenomeno inverso, che si è particolarmente accentuato negli ultimi decenni. Quanto all'«anticiclone termico russo» (in gergo detto «orso»), è una grande area ad alta pressione e basse temperature, che tuttora si forma quasi ogni inverno nell'atmosfera dell'Asia settentrionale e che tende a dilatarsi a sud-ovest, contrastata dalle correnti atlantiche che soffiano regolarmente sull'Europa e che portano le normali perturbazioni. Quando l'«orso» prevale sulle correnti atlantiche, la temperatura crolla e le perturbazioni si sciolgono in nevicate abbondanti, come quella famosissima che interessò l'Italia nel 1985. Fu per queste due cause combinate che nel primo ‘700 l'Europa si trasformò in una sorta di Siberia. E forse, almeno per un mese, il nascente secolo dei lumi rimpianse il "buio" Medio Evo. Infatti allora, cioè ai tempi dei vichinghi e delle crociate, i passi alpini erano transitabili anche in inverno, in Groenlandia («Terra Verde») si coltivavano cereali, e sulle montagne di Piemonte e Lombardia mandrie di mucche pascolavano a quote oggi impensabili, fin oltre i 3mila metri. Insomma: per quanto buio fosse, il Medio Evo sapeva essere caldo. Per l'agricoltura gli effetti economici di inverni eccezionali come quello di 300 anni fa possono essere disastrosi sul breve termine, ma sono positivi sul lungo. Così nel 1709 raccontava gli effetti a breve un anonimo cronista di Angers (Valle della Loira, Francia): «Tutto quello che era stato seminato andò completamente distrutto. La maggior parte delle galline morì di freddo, e così pure il bestiame nelle stalle. Al poco pollame sopravvissuto si vide congelare e cadere la cresta. Molti uccelli, anatre, pernici, beccacce e merli, morirono e furono trovati stecchiti sulle strade e sugli spessi strati di ghiaccio e di neve. Querce, frassini ed altri alberi di pianura si spaccarono per il gelo: due terzi dei noci morirono. Anche due terzi delle viti perirono, e tra queste le più vecchie». Un altro anonimo, in questo caso toscano, confermava: «Da più di 300 anni non si era visto un freddo simile, soffrendone noci, fichi ed olivi, e salvandosi solo le viti perché erano sepolte dalla neve». Eppure gli inverni rigidissimi che si susseguirono dal ‘400 a tutto il ‘700 permisero il consolidamento dei ghiacciai alpini, immensi serbatoi di acqua, senza i quali non sarebbero state possibili le grandi opere idrauliche che nell'800 portarono l'agricoltura padana ai livelli produttività che conosciamo. In fondo, la saggezza popolare lo diceva da sempre, semplificando tutto in un adagio: «Sotto la neve, pane» link articolo originale
BackIn questa sezione si è cercato di raggruppare tutti gli articoli e/o pubblicazioni che possono avere delle attinenze alle problematiche legate allo studio ed alle scoperte sul clima. Ogni tanto mi sono capitate per le mani anche alcune notizie curiose (a dir poco) e quindi perché togliergli la dignità di farle "gironzolare" in rete?
Maggio 2006:
Vi segnalo questo link,
in esso potete trovare le ultime elaborazioni, curate dall'ESA, in ambito degli incendi planetari visibili in contemporanea per tutto il mondo ... c'è da mettersi le mani nei capelli!!!!
Agosto 2006
Ed ecco un link che merita per approfondire o capire la teoria del caos (o dell'effetto farfalla) ... molto importante per comprendere alcune teorie legate al clima:
Gennaio 2007:
Per vedere l'andamento delle temperature nel Nord Atlantico
Per vedere l'andamento delle temperature nel mar Artico
Ipotesi di Mercer
Uno dei primi eminenti geologi a sollevare l'allarme sulla possibilità che il riscaldamento globale potesse dare il via ad un collasso della coltre glaciale antartica fu J.H.. Mercer della Ohio State University. Il ragionamento dello studioso nasce dalla considerazione che lo spesso strato di ghiaccio che ricopre grati parte dell'Antartide occidentale poggia su un substrato roccioso molto al di sotto del livello del mare pertanto l'americano ipotizzò come implicitamente questa coltre di ghiacci fosse assai instabile. Pertanto se l'effetto serra dovesse riscaldare la regione polare antartica la calotta glaciale galleggiante che circonda l'Antartide occidentale inizierebbe a scomparire. Di conseguenza privata di questo contrafforte, la coltre continentale si disintegrerebbe rapidamente provocando l'inondazione delle zone costiere di tutto il mondo. Il disastroso scenario dipinto da Mercer era in gran parte teorico, ma egli faceva rilevare come la calotta glaciale dell'Antartide occidentale potesse di fatto essersi fusa almeno una volta in passato. Tra circa 110.000 e 130.000 anni fa la Terra sperimentò una storia climatica eccezionalmente simile a ciò che si è verificato negli ultimi 20.000 anni, ovvero un riscaldamento relativamente brusco dopo i rigori di una glaciazione. Quell'antico riscaldamento potrebbe avere portato a condizioni un poco più calde delle attuali. Molti geologi ritengono che il livello del mare di allora fosse circa cinque metri più elevato di quanto sia oggi: proprio la differenza che verrebbe prodotta dalla fusione della coltre glaciale dell'Antartide occidentale.
Con poche eccezioni, gli scienziati ritengono di avere stabilito un valore attendibile per il tasso del recente sollevamento del livello marino: 2 mm all'anno. Ma la questione fondamentale che ancora deve essere risolta è: questa tendenza è destinata a rimanere costante o il sollevamento accelererà in risposta al riscaldamento climatico? Per risolvere questo problema, i geologi hanno cercato di ricostruire le fluttuazioni de! livello del mare nel passato, avvenute in risposta a cambiamenti climatici. Fairbariks, per esempio, ha studiato una specie di corallo che cresce In prossimità della superficie marina, particolarmente nei Caraibi. Facendo profondi sondaggi nelle scogliere coralline di Barbados e individuando antichi campioni di questa specie, egli e i suoi colleghi hanno potuto seguire l'innalzamento del livello del mare a partire dalla fine dell'ultima glaciazione, quando enormi quantità d'acqua erano ancora intrappolate nelle calotte glaciali polari e gli oceani erano circa 120 metri più bassi di quanto non siano oggi. Anche se la documentazione ricavata dai coralli mostra episodi corrispondenti a una crescita del livello del mare anche di 2-3 centimetri all'anno, Fairbanks fa notare che questi valori si riferiscono a una situazione assai differente da quella attuale. A quei tempi, da 10.000 a 20.000 anni fa, le grandi coltri di ghiaccio che avevano ricoperto buona parte del Nord America e dell'Europa erano nel pieno della fusione e gli oceani stavano ricevendo immani quantità d'acqua da questi continenti. La documentazione più recente relativa al livello del mare indica una progressiva diminuzione del tasso di crescita, con una sostanziale stagnazione negli ultimissimi millenni. Quindi l'attuale regime climatologico sembrerebbe tendere a livelli del mare relativamente stabili.
Ma Joln B. Anderson della Rice Umversity non è d'accordo Questo ricercatore sostiene che negli ultimi 10.000 anni, vi sono stati almeno tre episodi di rapido incremento del livello del mare, ma essi sono invisibili nella documentazione fornita dai coralli (utilizzati in altre ricerche per trovare prove di innalzamenti e/o abbassamenti del livello medio marino). Il più recente episodio di improvviso innalzamento del livello del mare che Anderson riconosce avviene intorno al 2000 a.C..
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