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Punto Nullo Scoperte sul passato della Terra

L'evoluzione dell'uomo continua, anzi accelera (articolo dalle conseguenze molto profonde)

Teorie Evolutive
Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 10-27-2008 at 12:21 PM
Paleontologia e fossili >> Teorie Evolutive

Quindi dovrebbe avere ragione Gould
In contrasto con la diffusa teoria secondo cui l'evoluzione avrebbe subito un rallentamento o addirittura una battuta d'arresto nei confronti dell'uomo moderno, uno studio appena pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) descrive gli ultimi 40.000 anni come un periodo di intensissimi cambiamenti evolutivi, trainati dalla crescita esponenziale della popolazione umana e dai cambiamenti culturali.
Secondo le stime riportate da John Hawks e colleghi dell'Università del Wisconsin a Madison nell'articolo, La selezione positiva negli ultimi 5000 anni - a partire cioè dall'Età della pietra - avrebbe operato a un tasso cento volte superiore a quello di ogni altro periodo precedente della storia dell'umanità. Molti dei nuovi "aggiustamenti" genetici avrebbero riguardato i cambiamenti nella dieta collegati all'avvento dell'agricoltura e la resistenza a malattie di carattere epidemico, che sono diventate i più importanti nemici dell'uomo con lo sviluppo delle civiltà.
"In termini evolutivo - osserva Hawks - le culture che crescono lentamente sono svantaggiate, ma la massiccia crescita delle popolazioni umane ha condotto a molte più mutazioni genetiche. E ogni mutazione che sia vantaggiosa per le persone ha la possibilità di essere selezionata e quindi fissata."
Secondo Hawks, questi risultati possono condurre a un ampio ripensamento dell'evoluzione umana, che aggiunge: "Noi siamo geneticamente più differenti dalle persone che vivevano 5000 anni fa di quanto non lo fossero esse dai Neanderthal". Per quanto la correlazione fra dimensione di una popolazione e selezione naturale non sia affatto nuova risalendo allo stesso Darwin, la possibilità di fornirne una quantificazione dimostrabile, notano gli autori, è una conseguenza del successo del Progetto genoma umano. Per giungere alle loro conclusioni, Hawks e colleghi hanno sfruttato i dati dell'International HapMap Project, che cataloga le somiglianze e le differenze genetiche negli esseri umani studiando i geni di distinti campioni di popolazioni in tutto il pianeta. Finora la HapMap è stata utilizzata sostanzialmente per cercare di identificare la correlazione fra geni e malattie, ma essa può servire per tracciare una mappa delle variazioni genetiche a partire dalla popolazione umana ancestrale.
Il progetto HapMap cataloga le differenze individuali nel DNA date dai polimorfismi a singolo nucleotide (SNPs) e finora ne ha classificati circa 4 milioni sui 10 milioni che si ritiene interessino il genoma umano. Il progetto ha anche identificato diverse regioni del DNA, o aplotipi, che contengono un gran numero di SNPs e che sono condivisi da molti individui. Concentrandosi sul fenomeno chiamato disequilibrio di linkage, grazie a una serie di test i ricercatori sono riusciti a raccogliere prove che la selezione ha operato attivamente su circa 1800 geni, pari a circa il sette per cento del patrimonio genetico. (gg)
(10 dicembre 2007)© 1999 - 2007 Le Scienze S.p.A.

Lo rivela una ricerca genetica condotta da scienziati di vari paesi
La comunità di Homo sapiens si divise e andò vicina all'estinzione
L'umanità rischiò di scomparire per le condizioni climatiche
di LUIGI BIGNAMI
Ai primi Homo sapiens mancò poco, davvero molto poco, per estinguersi per sempre e per noi, loro discendenti, non ci sarebbe stata storia. E' quanto risulta da una ricerca genetica condotta da un'equipe di scienziati internazionali e pubblicata sulla rivista scientifica American Journal of Human Genetics. La storia andò così: l'umanità iniziò a distinguersi dalle altre specie 200.000 anni fa. Circa 150.000 anni or sono, però, si divise in due gruppi distinti che iniziarono a evolvere in due specie differenti e tali rimasero per circa 100.000 anni, prima di riunirsi appena in tempo e dare vita di nuovo all'unica specie di Homo sapiens oggi esistente. Questo fu il più lungo periodo della storia dell'uomo durante il quale due gruppi di popolazione rimasero separate tra di loro.
Quando, circa 60.000 anni fa, l'Homo sapiens iniziò a lasciare l'Africa, nella sua prima grande migrazione, le tracce di questa divisione erano ancora ben presenti.
"La fusione che permise l'umanità di fondersi di nuovo in un'unica specie avvenne circa 40.000 anni fa", ha spiegato Doron Behar del Rambam Medical Center di Haifa (Israele), che ha partecipato alla ricerca. La divisione della popolazione in due gruppi si verificò in seguito alle aride condizioni climatiche cui furono interessati i nostri più antichi antenati dell'Africa meridionale e orientale, che costrinse la società primitiva a cercare nuove aree per la loro sopravvivenza. Sono numerose infatti, le testimonianze geologiche dell'epoca, che dimostrerebbero tale violento e veloce cambiamento climatico. Spiega Spencer Wells, responsabile del Genographic Project a cui fa capo la ricerca: "Da sempre si è ipotizzato che l'originale popolazione dell'Homo sapiens che abitava nell'Africa sub-Sahariana, fosse composta da un gruppo di persone molto piccolo, ma che si era sempre mosso più o meno tutto assieme. In realtà la ricerca ci dice che le cose andarono diversamente". Ma perché i ricercatori ipotizzano che l'umanità si avvicinò addirittura all'estinzione? "Perché - dice Wells - i due gruppi di persone erano ridotti a poche centinaia di individui, un numero che può facilmente portare alla scomparsa di una specie. Si diedero davvero molto da fare per riuscire a sopravvivere".
Le conclusioni della ricerca sono giunte dopo che Wells e colleghi hanno analizzato 624 genomi completi del DNA mitocondriale, che passa da madre in figlia, di numerose popolazioni che oggi abitano l'Africa sub-Sahariana e questo ha permesso di capire come l'umanità si è evoluta nel passato.
La ricerca ha trovato consensi e opposizioni: Peter Foster dell'università Anglia Ruskin (Gran Bretagna) ha detto che le conclusioni di questo studio non gli sono particolarmente nuove, perché già nel 1977 era arrivato alle medesime conclusioni, ma allora non venne creduto fino in fondo. Altri ricercatori invece, sostengono che lo scenario primordiale dell'umanità potrebbe avere avuto una storia diversa e che al momento le prove mitocondriali non sarebbero sufficienti a sostenere al 100% la validità della teoria. Sta di fatto, che se fosse vera, ci siamo davvero solo per un soffio.
(26 aprile 2008), link articolo


Ma qualcuno non la pensa così!
L'evoluzione dell'uomo? Finita
I maschi fanno figli quando sono troppo giovani e così ci sono poche «mutazioni» nel Dna
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
LONDRA — «L’evoluzione umana è finita». Per secoli scienziati e scrittori di fantascienza hanno cercato di tracciare un identikit dell’Uomo del Futuro, immaginandolo come superuomo o al contrario come un flaccido fruitore-schiavo delle nuove tecnologie che permetterebbero di vivere senza muovere un muscolo, usando telecomandi attivati dalla forza del pensiero. Ebbene: l’ultima teoria è che il Future Man sarà semplicemente uguale a quello di oggi, perchè le forze che guidano l’evoluzione — selezione naturale e mutazioni genetiche — si sarebbero quasi esaurite. Lo sostiene uno studio dell’University College di Londra.
I MOTIVI - Il professor Steve Jones sostiene che ci sono tre motivi per i quali non si registrano più importanti mutazioni genetiche: per la maggior parte della storia dell’uomo le condizioni di vita erano così dure sulla terra che la selezione naturale era forte, mentre ora con il progresso tecnologico, essere per esempio più temprati al freddo non aiuta. Poi, nell’era della globalizzazione, le popolazioni separate dal resto del mondo di fatto non esistono più. Terzo fattore, il più rilevante secondo gli scienziati dell’University College di London, è che ci sono pochi padri in età avanzata. «Nei maschi il numero di divisioni cellulari necessarie per arrivare da uno spermatogonio (precursore dello spermatozoo) fino alla formazione di uno spermatozoo maturo cresce con il passare degli anni. Ogni volta che c’è una divisione c’è la possibilità di un errore, di una mutazione. Per un uomo di 29 anni si verificano circa 300 divisioni tra lo sperma che lo ha generato e quello e quello che passa al figlio: ogni divisione crea un’opportunità di errore, mutazione ed evoluzione». Il genetista inglese ha fatto l’esempio del genitore di 29 anni non a caso: è l’età media in cui si diventa padre in Occidente. «Per un genitore di 50 anni invece, il numero di divisioni è superiore a mille: perciò aumentano le possibilità di mutazioni».
IL SULTANO - Il professor Jones cita il caso un po’ mitico di Moulay Ismail, sultano del Marocco, che nel Diciottesimo secolo avrebbe avuto 888 figli, contribuendo non poco all’evoluzione. Fatti i conti avrebbe dovuto giacersi con 1.2 donne ogni giorno per 60 anni (ma questa è un’altra storia di cui in caso si potrebbero occupare i sessuologi). In conclusione: padri più giovani uguale niente più evoluzione e quindi niente superuomo, ma anche niente minus habens incollato a un telecomando e incapace di altro.
Guido Santevecchi 07 ottobre 2008

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