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Introduzione
A causa della ripartizione diffusa degli epicentri, e dei relativi meccanismi focali sismici, vari autori hanno ipotizzato (ed implicitamente ammesso) l'esistenza nel Mediterraneo Orientale di "Piccole Placche Rigide" compresse tra le mega placche Africana ed EuroAsiatica. In particolare una di esse è la Placca Egea: il suo limite meridionale è marcato dalla fossa Ellenica (corrispondente ad un fronte convergente) mentre il suo confine orientale è poco distinguibile e marcabile. Il limite settentrionale invece, è considerato divergente e collocato in corrispondenza (circa!) del 39 parallelo nord: esso parte dalla fossa nord Egea ed arriva fino al sistema delle faglie bulgare. Inoltre, questo parallelo corrisponde anche [1] al passaggio tra la crosta intermedia ionica ed una crosta di tipo continentale, [2] alla scomparsa dell'arco vulcanico quaternario (cioè a nord di esso non vi sono più evidenze di tale arco) ed infine [3] alla scomparsa della struttura della fossa ellenica. Infatti, osservando le profondità degli ipocentri dei sismi registrati in tale area, ricostruendone di conseguenza le isobate, è possibile determinare come in corrispondenza del parallelo 39 vi sia una netta distinzione: a sud di esso esiste un piano di Benioff mentre a nord di esso non vi sono ipocentri (posizionati a profondità intermedia) che testimonino l'esistenza di un tale piano.
Scendendo in dettaglio i piani di faglia ricostruiti, le osservazioni sismotettoniche ed i rilevamenti in loco degli stress hanno evidenziato chiaramente i campi di stress associati alle deformazioni attive della litosfera nell'Egeo e nelle regioni attigue. In particolare è possibile notare una fagliazione di tipo inverso nel lato avan-arco e una di tipo distensivo, invece, nella zona di retro-arco.
Queste due zone con caratteristiche deformative differenti sono separate da una “cintura” di faglie inclinate: questa “cintura” rappresenterebbe un’area di passaggio da faglie inverse a faglie normali.
I piani di faglia osservati in tutta questa regione indicherebbero che i vari tipi di movimenti tellurici registrati (sismi), da quelli a bassa intensità a quelli maggiori, sarebbero causati da uno stress regionale dovuto ai processi di subduzione presenti: infatti, mediante indagini geofisiche profonde è stato individuato un corpo immergente con angolo di circa 33° verso nord.
L’attività sismica legata a tale corpo (piano di Benioff) è distribuita nel seguente modo:
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Alta sismicità: con terremoti con magnitudo fino a 8 gradi Richter e localizzati al di sotto della fascia di scarpata continentale dell’arco Ellenico (lungo un’ipotetica linea cha parte dal Peloponneso orientale passa per l’area settentrionale di Creta ed arriva fino a Rodi). Si può ragionevolmente ipotizzare che questa fascia relativamente poco profonda (ipocentri poco e medi profondi) rappresenti la regione di accoppiamento tra litosfera del Mediterraneo orientale (quella in subduzione) e l’arco Egeo vero e proprio in fase di sovrascorrimento.
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Bassa sismicità: con terremoti con magnitudo fino a 7.1 gradi Richter e profondità ipocentrali comprese tra i 100 ed i 180 km. Essa rappresenterebbe il piano di Benioff profondo.
Egeo nel Mesozoico
Le isole di Rodi, di Alimmia e Symi, (queste due ultime isole si trovano rispettivamente a nord ed a ovest di Rodi) sono posizionate nell’area orientale dell’arco Ellenico. In queste isole si possono riconoscere una serie di nappes composte principalmente da carbonati del Mesozoico-Terziario. Sono delle sequenze che rappresenterebbero la copertura sedimentaria del margine meridionale Tetideo e che poi furono separate durante la deformazione Alpina del tardo Paleogene. La stratigrafia di queste sequenze è interpretata come una successione, rappresentativa, della transizione dal sistema di piattaforma carbonatica a quello di bacino mediante la presenza di una scarpata.
La sequenza precedentemente descritta rappresenta le coperture sedimentarie di un margine continentale passivo ma, elemento molto interessante, si evidenziano alcune differenze notevoli rispetto ai margini “moderni” in quanto sono chiaramente registrati degli episodi di estensione senza una chiara evidenza di formazione di crosta oceanica nel settore sud-orientale dell’Egeo.
Gli episodi distensivi sono principalmente 3:
1- Rifting del medio-tardo Trias: prime disaggregazioni delle strutture della piattaforma continentale;
2- Tardo Lias: ulteriore estensione della zona con collasso delle aree a piattaforma e relativa formazione di scarpate carbonatiche;
3- Tardo Creta: ulteriore fenomenologia estensiva con conseguente ulteriore riduzione delle zone di piattaforma. Probabilmente quest’ultimo evento è ricollegabile alla formazione di crosta oceanica più ad est, verso Cipro e la Turchia;
Nel Trias superiore, nella zona ionica, (settore occidentale dell’arco greco, vicino alla catena Ellenica) la stratigrafia ha evidenziato l’esistenza di vasti bassifondi (con battente d’acqua esiguo) ricoperti di calcari e strutture algali.
Mentre nel Lias superiore, sempre nella zona ionica, incomincia a svilupparsi una sedimentazione silicea che porterà successivamente alla formazione delle radiolariti.
Geodinamica nel campo Egeo nel Terziario
I risultati paleo magnetici ottenuti negli ultimi anni, ricavati dalle formazioni “terziarie” del campo Egeo, sono impostati a partire dal Miocene Inferiore. Tali informazioni hanno evidenziato come le strutture geologiche-stratigrafiche presenti in quest’area avessero originariamente un andamento quasi rettilineo con un trend est-ovest. La “curvatura” oggigiorno visibile fu acquisita grazie a due super eventi deformativi:
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Miocene medio. Durante tale periodo avviene il primo (e notevole!) fenomeno deformativo dell’arco Egeo, caratterizzato principalmente da una rotazione accentuata sulle proprie terminazioni laterali: infatti, la parte occidentale (zona dell’Epiro) ruoterà in senso orario mentre quella orientale (zona sud orientale dell’Anatolia) in senso antiorario.
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Pliocene-Quaternario (ultimi 5 M.A.). La rotazione stavolta interesserà soltanto la parte nord-occidentale dell’arco Egeo, con il Polo di Rotazione impostato sull’Adriatico meridionale (in mare).
Questi due eventi sono separati da un intervallo di tempo di circa 7 milioni di anni durante il quale non si sono trovate tracce significative di ulteriori rotazioni.
L’intera regione occidentale, pertanto, corrispondente grosso modo all’area dell’Epiro, avrebbe dunque ruotato di circa 45° in senso orario con un conseguente stiramento “minimo” di circa 100 km.
Inoltre, queste fasi rotazionali possono anche essere correlate con il vulcanesimo calcalino attivo nel Terziario-Quaternario nel Mar Egeo.
Per quanto concerne la catena delle Ellenidi, corrispondente al margine orientale dell’area presa in esame, volendo scendere maggiormente in dettaglio, si può affermare che (a partire dal Miocene superiore fino al Pliocene inferiore), la zona Pre-Apula diviene un margine attivo comportando l’innesco di una compressione dell’arco Egeo: i meccanismi tettonici che si attivano sfruttano le faglie (di tipo normale) che si erano generate nel periodo precedente, durante la fase sinsedimentaria, ribaltandone completamente il movimento (divenendo ora faglie inverse). E’ proprio in questo periodo che la parte ionica della catena Ellenica sovrascorre la piattaforma Apula.
In seguito, cioè fino all’inizio del Pleistocene, si registra una debolissima attività su tutto il margine:
è plausibile che la litosfera, (sempre del settore occidentale dell’arco Egeo) non subisca che deboli deformazioni. Sempre durante questa fase avviene anche una notevole trasgressione che ricoprirà tutte le strutture precedentemente formate. Nel successivo intervallo, che arriverà fino al Pleistocene medio è possibile osservare una generale riattivazione di tutte le strutture precedentemente formate. Inoltre, si registra anche un forte ispessimento carbonatico della zona pre-Apula senza che però vi siano significative movimentazioni del fronte stesso. Infine, dal Pleistocene medio ad oggi si può osservare un margine di nuovo attivo, comprovato dalla forte sismicità presente, con una leggera attività del fronte (come movimenti) grazie alle faglie inverse presenti.
NATIONAL GEOGRAPHIC, LUGLIO 2000
L'IRA DEGLI DEI di Rick Gore, fotografie di Reza
QUELLA NOTTE A ISTAMBUL
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45 SECONDl di sussulti hanno devastato Adapazarl. La faglia dista circa otto chilometri dalla città, ma la scossa è stata amplificata dal terreno alluvionale incoerente. II cemento, mischiato a sabbia per risparmiare, si è sbriciolato, e i sottili tondini d'acciaio si sono piegati
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TORNANDO ALLA TRADIZIONE pur di sfamare le loro famiglie, le donne di Cevizlik portano le forme di pane fatte in casa al vecchio forno in pietra di un vicino. qui la faglia si è spaccata il 12 novembre, abbassando la strada di due metri e innescando un'altra grande scossa. I danni hanno bloccato per dieci giorni le consegne alimentari.
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IL PIANTO Dl UNA BIMBA guida una squadra di soccorso giapponese tra le rovine di una casa a Düzce. Purtroppo i soccorritori non arriveranno in tempo. Aye Gonca in piedi, sopravvissuta, si scalda al fuoco con la figlia, il suocero e la nipote. Non hanno più casa. Dio risparmi ai miei nemici questa tragedia, dice la donna.
LE TRE DEL MATTINO del 17 agosto '99. Gli abitanti di Gölcuk, in Turchia, se ne vanno a spasso nel parco. Fa troppo caldo per prendere sonno. Camminano sul lungomare del golfo di I'zmit, il braccio del Mar di Marmara rivolto a Oriente. Forse qualcuno parla dei numerosi pesci che saltano fuori dell'acqua avvistati lungo la costa negli ultimi giorni, o della misteriosa comparsa sulle spiagge di granchi e meduse morti. I'zmet Koyun e altri sei giocatori di una squadra locale di calcio se ne stanno invece seduti sulle panchine sotto un salice, rievocando vecchie partite I'zmet, a un certo punto, si alza “Andiamo a casa, ragazzi, oggi devo lavorare”. Di colpo, un'esplosione rimbomba per tutto il golfo. Racconta ora I'zmet: La terra cominciò a tremare; sembrava viva. Il cielo diventò rosso e dal mare emerse una spada di luce. Un'onda alta come una nave venne verso di noi col rombo d'un tuono. Sul lungomare si spalanca un crepaccio, I'zmet lo scavalca con un balzo e inizia a correre verso l'interno "come un ubriaco”! Tre suoi amici si arrampicano sugli alberi. I palazzi crollano, la città viene avvolta da una tempesta di polvere. Poi la polvere si posa e I'zmet si ritrova con l'acqua fino alle ginocchia. Si guarda indietro. Un'ampia parte del lungomare, compreso il parco, è sprofondata nel golfo per più di nove metri. I piani inferiori di due edifici di sette piani si sono sgretolati, affondando anch'essi nel golfo e uccidendo 50 uomini che si trovavano in un bar al pianterreno. Come tutte le persone che incontro sulle coste del Mar di Marmara nei giorni seguenti al terremoto, I'zmet Kolun sembra ancora sotto shock. Seduto sul sellino della bicicletta, guarda gli alberi sommersi e i pali della luce, ormai al largo. Ci sono ancora molti corpi sott'acqua, dice. E molti veicoli. Persino un'auto della polizia con due agenti dentro. Gölcük si trova vicino all'epicentro di uno dei terremoti più disastrosi del Novecento. Il sisma, di magnitudo 7,4, è finito nei titoli di prima pagina dei giornali del mondo intero. Decine di migliaia di morti. Circa 250mila persone senza tetto. E migliaia di miliardi di danni in una delle zone più industrializzate della Turchia. Il terremoto ha seminato devastazione anche a Istanbul che, coi suoi sette milioni di abitanti, sorge a circa 80 chilometri dall'epicentro. Benché il centro città sia rimasto intatto, le scosse hanno distrutto decine di edifici ad Avclar, un quartiere costruito negli ultimi decenni alla periferia occidentale. Migliaia di persone, fuggite dalle case per il terrore, hanno trascorso la none accampate all'aperto sotto tende di fortuna messe insieme in fretta e furia con lenzuola, coperte e asciugamani. È una tragedia che ha toccato direttamente quasi tutti in Turchia, mi spiega Aydin Kudu, mio amico del posto. Centinaia di migliaia di persone si erano spostate qui da]l'intero Paese per lavorare. Tutti abbiamo perso qualcuno. Il terremoto ha avuto origine appena a Est di Gölcuk, a una profondità di circa 15 chilometri nel sottosuolo, lungo la cosiddetta Faglia Nord-anatolica, che è uno squarcio sepolto dalla crosta terrestre. Lo squarcio si estende per 1600 chilometri dalla Turchia orientale fino alla Grecia, e assomiglia per molti versi alla famigerata Faglia di San Andreas, in California. Come la sua sorella americana, la Faglia Nord-anatolica è costituita in realtà da una serie di segmenti di faglie minori che dividono due placche tettoniche: l'Eurasia e il blocco anatolico, molto più piccolo, sul quale si estende gran parte della Turchia. I margini delle due placche sono incastrati, ma le forze geologiche spostano gran parte della placca anatolica a Occidente, verso la Grecia, al un ritmo di circa due metri e mezzo ogni secolo, e ciò crea una pressione sul punto di congiunzione. Quando la spinta raggiunge un determinato valore, uno o più segmenti della faglia si muovono con un Violento sussulto. Se lo spostamento è di lieve entità, il terremoto che ne consegue può essere di magnitudo 6, o anche più debole. Quando però è scattato il segmento che si trovava sotto Gölcuk, l'energia liberata ha messo in movimento altri tre segmenti adiacenti, sia a Est che a Ovest dell'epicentro. Perciò sisma è stato enormemente più violento e drammatico. Sono passati tre giorni dal terremoto. Con Aydin mi dirigo in macchina verso l'epicentro leggendo i titoli dei giornali. Le cifre ufficiali parlano di 6800 morti. I governatori di tre province, incapaci di coordinare i primi soccorsi, sono stati destituiti. I soccorritori, ha cui almeno duemila stranieri, dubitano di trovare qualcuno ancora in vita sotto le macerie. Nella città di Adapazarl, 963 persone sono state seppellite in una fossa comune. Il governo turco ha ordinato altri 10mila sacchi per cadaveri. La distruzione delle infrastrutture di una delle regioni più industrializzate del Paese è "totale' dichiara il segretario generale dell'Associazione degli investitori stranieri. Alla periferia di I'zmit, la città più importante fra quelle più danneggiate dalle scosse, l'aria é impregnata dall'odore del petrolio. Dalla raffineria Tüpras, la più grande della Turchia, si levano volute di fumo nero. Sull'autostrada, si vede gente che cammina trascinandosi dietro le valige. I soccorritori trasferiscono i cadaveri nel palazzo del ghiaccio, adibito per la triste occasione a obitorio. Ci fermiamo davanti a un mucchio di blocchi di cemento: è quel che resta di un'abitazione di sei piani. Dalle macerie spuntano pezzi di moquette, copriletti e frammenti di mobili. Una squadra di soccorso, all'opera con una scavatrice cerca di rimuovere, cauta, i detriti. Gli occhi arrossati e le facce stanche, i cittadini si affollano attorno all'edificio crollato. Molti stringono ha le braccia album di fotografie; guardano le immagini dei propri cari, nella vana speranza che siano ancora in vita. D'un tratto, si alza un grido. È emerso un corpo. Gli operai estraggono con delicatezza il cadavere di una donna. Tutti accorrono, ma nessun la riconosce. É difficile, commenta qualcuno “I volti sono così gonfi e anneriti”. Mi sento un intruso, e per di più impotente. Cosa posso dire a questa gente?, chiedo ad Aydin. Gecmis olsun. risponde, "Speriamo che sia finita'! La gente corre a salutare un vecchio che ha la testa e le braccia fasciate. È Mustafa Çifttepe, uno dei sette sopravvissuti al crollo. È appena tornato dall'ospedale. Sua moglie e suo figlio non ce l'hanno fatta. Racconta suo genero, Ersin Güzey, che vive a New York: È rimasto intrappolato là sotto per 17 ore. Alle prime notizie del disastro, Ersin e sua moglie sono saltati sul primo volo per Istanbul. Mentre il suocero parla, Ersin traduce: Ero a letto con mia moglie, al secondo piano, quando la terra ha cominciato a tremare. Mia moglie ha urlato:"Alzati, alzati!'! Una parete è caduta verso di me fermandosi a cinque centimetri dal mio naso. Avevo paura di muovermi, nel timore che tutto crollasse e mi stritolasse. riuscivo solo a pregare. E ho chiamato mio figlio. Il figlio, mi informa un vicino di Mustafa, nome VedatAktas, è stato trovato nella stanza accanto, con i pantaloni a mezza gamba, schiacciato. Vedat inveisce contro l'appaltatore che ha costruito il palazzo. Le strutture di quest'edificio contenevano soltanto la metà dell'acciaio che avrebbero dovuto avere, dice. E questo lo chiamano cemento, aggiunge lasciandone cadere a terra un pezzo che si sbriciola all'istante. Somiglia più alla sabbia. Il bilancio dei mori aumenta, e la stessa rabbia di Vedat si diffonde in tutta la Turchia. La pressante domanda di case, risvegliata dalla rapida urbanizzazione avvenuta di recente, ha spinto gli imprenditori a costruire migliaia di palazzi in tempi rapidi e con materiali scadenti. Molti appaltatori, per negligenza, o perché corrotti, non hanno rispettato le norme edilizie antisismiche. E infatti proprio questi nuovi edifici sono stati i più colpiti dal sisma. Mentre ce ne andiamo, mi rivolgo al vecchio tutto bendato: Gecmis olsun. Lui annuisce, con gli occhi pieni di lacrime. CI INOLTRIAMO nella zona disastrata, e diamo un passaggio a un uomo diretto a Gölcük. Sua nipote è morta lì, con il marito, e lui va a controllare che non ci siano altri parenti dispersi. Il sole scotta e l'aria è opprimente. Vedo ovunque mucchi di rovine che un tempo sono stati palazzi, moschee e negozi. Gli edifici ancora in piedi sembrano quasi tutti pronti a crollare. Il traffico procede a rilento dietro ai bulldozer impiegati per sgombrare le macerie. Migliaia di soccorritori sudati e stremati fendono i blocchi di cemento con i martelli pneumatici. L'odore della morte riempie l'aria. Ci copriamo anche noi il volto con le mascherine chirurgiche per filtrare la polvere, gli odori e i microrganismi. Incontriamo due insegnanti, marito e moglie, seduti su un prato, circondati da un divano, una tavola da pranzo con relative sedie, e vari altri mobili che hanno recuperato in un palazzo vicino. Ci indicano la loro vecchia casa. Il nostro appartamento era al quinto piano, dice l'uomo, Gönúl Güzel. Adesso è precipitato giù al terzo. I piani superiori sono crollati, e si sono ammassati nei primi due. Gli inquilini che abitavano in basso sono tutti morti. Chi sa che cosa avverrà di noi, sospira la moglie Yücel. La gente ci porta da mangiare, ma come si fa ad avere appetito. A Yalova, un centro turistico, incontriamo Hakh Akyazl, un amico di Aydin. L'uomo ha gli occhi tumefatti, e a voce bassa, lentamente, ci racconta la sua storia. Ha appena sepolto sua sorella, un medico che abitava lì in un nuovo quartiere. Erano stati in vacanza insieme nell'Egeo. Lei aveva deciso di prolungare il soggiorno ed era tornata a Yalova a prendere altri vestiti. Sentita la notizia del terremoto, Hakh si é precipitato a casa della sorella e ha trovato soltanto macerie. Sul posto non c'erano squadre di soccorso. Da solo, ha lavorato per 12 ore finché è riuscito a raggiungere la camera da letto dell'appartamento dov'era la sorella, senza vita. È il tramonto. Ci imbarchiamo su un traghetto che da Valova porta a Istanbul attraverso il Mar di Marmara. La nave molla gli ormeggi e io osservo gli autocarri che si avvicinano alla banchina per scaricare in mare tonnellate di macerie. È l'unico modo di liberarsene. La nostra nave è piena di passeggeri in lutto, e il sole al tramonto colora l'acqua di un rosso intenso. È come se avessimo assistito a mille funerali, tutti celebrati nello stesso giorno. La mattina successiva, all'Università tecnica di Istanbul, interroghiamo i geologi tutti indaffarati per tentare di capire esattamente cosa sia successo lungo la Faglia Nord-anatolica. Sapevamo che la prossima rottura si sarebbe probabilmente verificata nella zona di Gölcm, afferma Rob Reilinger, un geofisico americano del Mit (Massachusetts Institute of Technology). Reilinger usa il Sistema di posizionamento globale basato sui satelliti (Global positioning system, Gps) per individuare deformazioni o rigonfiamenti sulla superficie terrestre, che segnalano dove la pressione sta aumentando nel sottosuolo. Però non sapevamo quando si sarebbe verificato il terremoto, né quanta parte della faglia si sarebbe messa in moto. La scienza è in grado di spiegare alcuni dei fenomeni legati al sisma che ha sconvolto Gölcük. Il lampo di luce che I'zmet Koyun ha visto sopra il Mar di Marmara era forse un'esplosione di gas metano liberato dai sedimenti sul fondo del golfo. Le meduse e i granchi morti osservati a Gölcuk potrebbero essere stati uccisi da un altro gas, il radon, proveniente dalle rocce della crosta terrestre e diffuso nell'acqua subito prima della rottura. Per molti altri fattori, tuttavia, manca ancora una spiegazione. Allo stesso modo, esistono parecchi elementi che preoccupano gli scienziati. Secondo il geologo Aykut Barka, questo terremoto è parte di una seguenža, iniziata nel '39, che interessa la Faglia Nord-anaolica vicino alla sua estremità orientale. Fino a oggi, in Turchia, ogni sezione della faglia si è mossa in media ogni due o trecento anni. Prima di questo sisma, l'unico tratto della faglia principale che nel XX secolo non si era mosso era quello che andava dalla città di Bolu, circa 150 chilometri a Est di Gölcuk, fino all'estremità occidentale del Mar di Marmara, per una lunghezza totale di circa 350 chilometri. Ora, i quattro segmenti di faglia che si sono attivati il 17 agosto misurano, tutti insieme, soltanto 110 chilometri, rispetto ai 350 a rischio. È verosimile perciò che il sisma abbia creato nuove tensioni nei segmenti ancora integri. L'inquietudine maggiore riguarda circa 160 chilometri della faglia, che sono ancora bloccati e giacciono in profondità sotto il Mar di Marmara, e passano a meno di 25 chilometri da Istanbul. Gli scienziati non conoscono bene la struttura di questo tratto, ma sanno per certo che esso presenta dei pericoli. Nicholas Ambraseys, studioso dei terremoti storici all'Imperial College di Londra, osserva che dal I secolo d.C. in poi la regione di Marmara è stata colpita da 40 terremoti di magnitudo pari o superiore a 7. Nel 1509, e poi ancora nel 1966, due massicci sommovimenti tellurici distrussero gran parte di Istanbul. Potrebbero essere stati entrambi parti di un ciclo di rottura della durata di 250 anni. Adesso alcuni esperti prevedono che nei prossimi decenni, nel mare a Sud di Istanbul si produrranno eventi sismici (uno o più) di intensità almeno pari al terremoto del 17 agosto. Che impatto avrà il prossimo sisma di Istanbul? Quale sarà la sua potenza? In parte, dipenderà dalla distanza del centro cittadino dall'epicentro. Ma anche da come si muoveranno i segmenti della faglia sotto al Mar di Marmara, se tutti insieme o separatamente. In caso di rottura generale il terremoto potrebbe raggiungere magnitudo 7,8: circa 0,4 gradi in più rispetto al terremoto di agosto. È trascorsa una settimana dal disastro. La Marina turca mi accorda il permesso di visitare il punto in cui la Faglia Nord-anatolica ha prodotto i danni più spettacolari: il Centro di comando navale di Gölcm, dov'è la Base della Marina militare più grande della Turchia. Quando il terremoto ha investito il golfo di I'zmit, ha devastato l'intera base: oltre agli edifici abbattuti, ha lasciato centinaia di morti. Diamo un'occhiata in giro sotto una pioggia battente. Ci fa da scorta il giovane tenente Selfuk Poyaz. La pioggia fa bene, dice il tenente. Lava via quest'odore di morte che penetra ovunque. Per profumare la mia macchina e i miei vestiti, uso acqua di colonia. SelSuk Poyaz ci conduce a un prato per mostrarci un rigonfiamento del terreno che pare la tana di una gigantesca talpa, e che corre per l'intera Base, creando una specie di scarpata alta diversi metri. Lungo il pendio si accatastano le macerie di quello che era il circolo degli ufficiali, e dove molti sono morti nel sonno. Seguiamo questa specie di tana finché diventa una spaccatura nel terreno, larga al punto che devo scavalcarla con un balzo. La spaccatura ha rotto un muro di pietra, scaraventandone un pezzo due metri più in là, in mezzo alla strada che un tempo costeggiava. Allo stesso modo, un intero palazzo si è spostato oltre la striscia d'asfalto e per parecchi metri. IL TERREMOTO CONTINUA a infliggere sofferenze, anche se ormai, giorno dopo giorno, scompare dalle pagine dei giornali. Torno in Turchia a fine ottobre. Il bilancio ufficiale dei morti parla di oltre 17mila vittime (ma la realtà potrebbe essere ben peggiore, forse il doppio). L'inverno incalza, e malgrado le organizzazioni umanitarie (come la Mezzaluna Rossa) distribuiscono cibo a sufficienza per tutti, i vestiti pesanti rimangono, chissà perché, nei magazzini del governo. Con più di 85mila edifici distrutti o inagibili, circa 40mila famiglie vivono ancora in 168 tendopoli. E le tende attrezzate per fronteggiare l'inverno sono davvero poche. Ma c'è anche un altro disagio, più sottile, psicologico. Molti uomini, ormai senza lavoro, non hanno nulla da fare. E i caffè, dov'erano soliti ritrovarsi, sono in gran parte scomparsi, sostituiti qua e là da tende. Ad Adapazarl la strage ha colpito gli insegnanti, tanto che in un distretto scolastico ne restano due per 2000 studenti. Le donne, prive della casa, hanno forse sofferto ancor di più. Non hanno un luogo per riunirsi, dice Mebuse Tekay, coordinatrice di 128 gruppi di volontari di organizzazioni non governative. Eppure, malgrado la tragedia, Mebuse sottolinea i cambiamenti positivi indotti dal terremoto. Sono crollati anche molti tabù, dice. Qui molti pensavano che la Turchia non avesse amici nel mondo, tranne i turchi emigrati. Ma vista la quantità di stranieri venuti ad aiutarci, ora dobbiamo ricrederci. Persino i greci ci hanno teso la mano. la televisione ha mostrato le immagini di una squadra di soccorso greca che piangeva dopo aver salvato un bambino. Sono accorsi, fra i primi, anche molti artisti turchi, personaggi diciamo controcorrente. Perciò, nei settori tradizionalisti, ora si è ammorbidito il pregiudizio verso i maschi coi capelli lunghi e gli orecchini, e le donne in minigonna. Il 12 novembre, la Faglia Nord-anatolica colpisce ancora Le sollecitazioni del terremoto di agosto hanno favorito un movimento lungo un segmento di faglia più a Est della rottura precedente. Il secondo sisma raggiunge magnitudo 7,1. Benché interessi una zona meno popolata, lascia dietro di sé oltre 800 vittime e almeno 5000 feriti. A Kayafll, il padre e il fratello maggiore di Özgur Akbulut hanno appena Lasciato la moschea quando la terra sobbalza, e il minareto crolla, uccidendoli. Nel resto della città, quasi tutti gli altri edifici resistono. Incontro Özgür, 15 anni, in un freddo mattino di dicembre nel vicino villaggio di Handanoglu, dove il ragazzo vive in una tenda con i parenti sopravvissuti. Parlo con gli uomini del villaggio nel salone di una fattoria rimasta in piedi. Özgur siede in silenzio accanto al la stufa, scaldandosi le mani. Ogni tanto sorride, ma per lo più il suo sguardo è fisso e assente. Questi terremoti sono prove mandate da Dio, dice Mehmet Bayndlr, un novantaduenne tutto grinzoso. Dovremmo costruire le case come si faceva una volta, col legno di castagno. Quelle non vanno giù. Per quanto sia più piccola, Kayafll sembra una copia esatta di Gölcm: strade fiancheggiate da edifici distrutti e persone in lutto che lottano per ricostruire. Torno a Gölcük (che dista circa 130 chilometri) per vedere come se l'è cavata la gente nei mesi che sono passati. L'incubo non è finito. I bulldozer hanno spazzato via la maggior parte delle macerie, e fuori città sono sorte abitazioni provvisorie, prefabbricate. Ma Gölcm è ancora una città sconvolta. Ritrovo I'zmet Koyun in un casa sul lungomare. Non c'è molto altro da fare, dice mentre beviamo il té con i suoi amici. Gölcm è morta. La maggior parte della gente se n'è andata. Il governo non ha ancora deciso se ricostruire l'intera città oppure no. Al tramonto, I'zmet mi accompagna in riva al mare, proprio nel punto da dove ha visto crollare Gölcm. Ci arrampichiamo su travi contorte e blocchi di cemento incrostati di fango, fino all'edificio di sette piani dove, nel bar sommerso dall'acqua, sono morti 50 uomini. Guardiamo l'acqua che sciaborda in quello che una volta era il terzo piano del palazzo. Non sono ancora riemersi i corpi di tredici persone, dice I'zmet. Sta calando la notte, e io non so dire altro: Gecmis Olsum. Speriamo che sia finita.
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UNA CREPA LATERALE si è aperta sotto una casa di Kavakblçkl durante il sisma del novembre scorso. Pochi i danni, grazie alle travi di legno che hanno assorbito |'urto. Nel villaggio, sono crollati i tre edifici in cemento, ma le case tradizionali hanno resistito, come avevano già fatto per secoli.
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MEHMET KARABULUT torna a casa dopo un controllo medico, passando davanti ai resti di un minareto crollato a Cevizlik. Le scosse lo hanno sorpreso in un caffè con gli amici. Sepolto dai mattoni e le travi del soffitto, si è fratturato quattro costole ed è rimasto zoppo. Anche la mia drogheria è crollata: ora forse alleverò mucche, dice.
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L'IRA DEGLI DEI, NATIONAL GEOGRAPHIC, LUGLIO 2000 Il fotografo REZA, iraniano di nascita, vive a Parigi. Sono sue le fotografie di "Mar Caspio" (maggio '99) dell'articolo "Il fiume del Drago Nero" (febbraio 2000).
UNA STORIA SCRITTA COL FUOCO Crocevia di popoli e culture che nella storia hanno imparato a convivere con un ambiente geologicamente violento, l'Anatolia è anche il punto d'incontro di placche tettoniche. Vicino alla città di Van (Turchia Orientale) i resti di un castello ottomano coprono le rovine di fortezze che risalgono al IX secolo a.C. Il castello costruito su una collina nata dalla collisione fra due placche guarda il lago di Van (il secondo del medio oriente) lungo 120 km, creato a sua volta da un'eruzione che bloccò il corso dei fiumi. CUMULI DI MACERIE LUNGO LE SPONDE DEL MAR DI MARMARA. Poi il paesaggi della Turchia orientale, spoglio e roccioso. Ho fatto questo viaggio con il cuore stretto in una morsa. Non so più quante volte ho ripetuto la frase "Gecmis Olsum" "Speriamo che sia finita" ai sopravvissuti dei terremoti nei dintorni di Istanbul. Ma so bene cosa la gente di qui non vuole sentirsi dire: che non finirà mai. In nessun altra parte del mondo come in quest'area, dall'estremità orientale della Turchia alla punta Ovest della Grecia, la civiltà dell'uomo ha combattuto una guerra senza quartiere (e senza fine) contro la natura. Nel I secolo a.C., Antioco I, re dell'antica regione della Commagene, si fece costruire un mausoleo sulla vetta di una montagna alta 2150 metri, il Monte Nemrut. Lassù, disse Antioco I, la sua tomba avrebbe resistito per sempre a insulti del tempo. Attorno al tumulo, disposte su terrazzamenti, sorgeva un pantheon di enormi statue di dei ed eroi con i quali il re sperava di ricongiungersi dopo la morte. Antioco non sapeva granché di geologia. E altrettanto si può dire dell'autista che mi sta accompagnando al Monte Nemrut dalla città turca di Kâhta. Ecco perché qui ci sono i terremoti, dice indicando i pozzi petroliferi disseminati tutt'intorno nel paesaggio roccioso: Pompano fuori il petrolio e la terra sprofonda. Annuisco. So bene che non riuscirei mai a fargli cambiare idea, a spiegargli che l'intervento dell'uomo è ben poca cosa rispetto alle titaniche energie della Terra. Eppure, una volta in vetta al Nemrut abbiamo la prova davanti agli occhi. Il tumulo di Antioco I oggi è alto solo 45 metri. Nel corso dei secoli, molte delle pietre con cui è costruito sono precipitate giù per la montagna. Domani, tra un secolo (o chissà quando), il mausoleo non esisterà più e la bara del re verrà scoperchiata proprio dai terribili sconvolgimenti tellurici che Antioco pensava di poter neutralizzare costruendo la sua tomba così in alto. Osservo i volti di Zeus, Eracle e Apollo scolpiti nella pietra, tutte opere dell'ingegno umano ora percorse da crepe o rovesciate a terra. Attorno a me vedo le opere della geologia, la vera padrona di questi luoghi: rocce calcaree e argillose che, formatesi su un profondo fondale marino, nel corso del tempo sono state spinte in alto fino a diventare catene montuose. Anche Le statue del mausoleo di Antioco sono scolpite nello stesso calcare. Per molto tempo, in questa parte del mondo, gli uomini hanno attribuito gli improvvisi e violenti cambiamenti della morfologia terrestre a interventi soprannaturali. Nel 464 a.C. un terremoto distrusse Sparta innescando una rivolta dei servi: gli antichi Greci se la presero con Poseidone "scuotitore della Terra'? Perfino lo scorso anno, all'indomani del terremoto che ha devastato la periferia di Atene, un prete del monastero di San Cipríano mi ha spiegato che la catastrofe andava interpretata come un ammonimento di Dio: ci è stato inflitto per scuoterci dalla nostra condizione di peccatori. Rob Renger, un geofisico del Mit (Massachussetts Institute of Technology), offre la sua spiegazione scientifica. È in corso uno scontro fra continenti su vasta scala, dice. L'Africa e l'Arabia si spingono verso Nord entrando in collisione con l'Eurasia. É un fenomeno che va avanti da oltre Cinque milioni ai anni generando un complesso intreccio di processi geologici. Cominciata nella Turchia orientale, la collisione coinvolge la maggior parte della penisola dell'Anatolia. L'Arabia, che si muove verso Nord un po' più velocemente dell'Africa, è stata la prima a colpire e quando ha toccato il sottosuolo dell'Eurasia, ha spinto verso l'alto non solo il Monte Nemrut ma anche la catena del Caucaso. In seguito a questa collisione, lo spessore della crosta continentale nella Turchia orientale è aumentato. Oggi è di 45 chilometri, mentre più a Ovest, intorno ad Amara, è di 40 chilometri. Prima di questo fenomeno, la regione era più o meno al livello del mare Adesso è diventata un altopiano che raggiunge i 1500-2000 metri di altezza. In alcuni punti, la compressione provocata dallo scontro ha i continenti ha sollevato aree che un tempo appartenevano al fondale marino, trasformandole in montagne. Ma la maggior parte delle rocce è stata invece respinta in basso, verso il mantello terrestre. La roccia, fondendosi, si è trasformata in magma, ed è tornata in superficie attraverso fessure, dando vita a vulcani come il Monte Ararat, ultimo leggendario approdo dell'arca di Noè. Alto 5137 metri, il Monte Ararat (insieme alla montagna sorella, il Piccolo Ararat), domina la frontiera ha Turchia e Iran. Gli antichi credevano che queste vette merlettate di neve, fossero primo lembo di terraferma riemerso dopo una spaventosa inondazione. Nessuno dei due vulcani, a memoria d'uomo, ha scatenato eruzioni. Ma ciò che gli abitanti della Turchia orientale devono temere sono soprattutto i terremoti. La compressione esercitata dal movimento dell'Arabia verso Nord, spinge la Turchia verso Ovest a scarti, come due dita che schiaccino una ciliegia per farne uscire il nocciolo. Nei secoli, nessuna città della Turchia ha mai sofferto tanto per i sommovimenti tellurici come l'antica metropoli di Antiochia. Nel 115 d.C. un sisma sconvolse la città. L'imperatore Traiano ne attribuì la colpa ai cristiani e ordinò di dare in pasto ai leoni il vescovo Ignazio. Il rimedio non funzionò per molto, e nel 458 d.C. le mura crollarono di nuovo. Nel 526, afferma lo storico Procopio, un altro terremoto uccise circa 300mila persone. Forse le vittime non furono così numerose ma nello stesso anno si verificarono altre violente scosse. Nel 542, Antiochia fu colpita da un'epidemia di peste, e nel 573 invasa dai Persiani. Un altro sussulto della Terra, nel 588, concluse un secolo devastante. Per la moderna Antakya, che sorge sul sito dell'antica metropoli, le cose non vanno meglio. Nel 1872, 'un terzo della città fu raso al suolo. I geologi sanno che Antakya sorge vicino al punto di congiunzione di tre importanti faglie, una delle quali ha origine sotto il Mar Morto. Ma allora, perché la gente continua a costruire proprio in questo punto? Perché è un importante crocevia, rispondono alcuni. Perché, secondo altri, il clima è mite e la terra fertile. Abbiamo sempre vissuto con il rischio. Se non erano i terremoti, erano le invasioni, commenta l'uomo d'affari Toseph Naseh. A dire il vero, in Anatolia le invasioni sono state frequenti quasi quanto i terremoti. Ma, per strano che possa sembrare, la violenza della Terra ha anche aiutato i popoli che abitavano il cuore della Turchia a difendersi dalle incursioni degli eserciti stranieri. In Cappadocia, per esempio, grandi masse di cenere vulcanica si sono depositate sul terreno negli ultimi milioni di anni. Raffreddandosi, e per effetto dell'erosione, la cenere si è via via trasformata in un mantello di roccia tenerissima. Gli uomini potevano così scavarvi dei rifugi (e addirittura intere città segrete) per nascondersi all'arrivo degli invasori. Ecco la Cappadocia! esclama Lars-Eric Möre, il pilota della mongolfiera che mi porta a spasso nel cielo. Insieme con un drappello di turisti, sorvolo un paesaggio di rocce che sembrano luoghi muniti di porte e finestre. Come quasi tutti i fenomeni geologici nella regione, le valanghe di materiale vulcanico nella Cappadocia si sono verificate a causa dell'avvicinamento dell'Africa all'Anatolia. Con l'avanzare del continente, la densa roccia del fondale oceanico si immerse sotto la Turchia (un processo chiamato "subduzione"), e via via che la roccia, ricca d'acqua, si inabissava, amalgamandosi con il mantello generò quel particolare magma esploso poi in tutta la Cappadocia. I geologi ritengono conclusa l'era del vulcanismo, ma la subduzione del fondo marino continua ancora sotto il Mar Egeo, verso Ovest. Il fondo marino, inabissandosi, esercita una potente trazione trascinando verso l'Africa la crosta dell'Egeo. Il risultato é stato uno "stiramento" e un assottigliamento di questo mare. Quella che una volta era terra asciutta, è diventata un continente sommerso. Il momento di trazione, inoltre, crea uno spazio libero verso quale può spostarsi l'Anatolia, spinta a Est dall'Arabia. Buona parte della deriva verso Ovest dell'Anatolia, avviene su una spaccatura geologica particolarmente insidiosa conosciuta con il nome di Faglia Nord-anatolica. Questa faglia separa l'Anatolia dal resto dell'Eurasia e corre da Est a Ovest proprio a Sud del Mar Nero. Arrivata a circa 120 chilometri dal Mar di Marmara, si divide in almeno due rami. Quel mare, che raggiunge la profondità di 1200 metri, è in realtà una spaccatura creata dalla tensione tra i rami della faglia, che, proseguendo verso Ovest, attraversa il Mar Egeo e arriva in Grecia. Nell'area del Mar di Marmara la Faglia Nord-anatolica ha causato spaventose devastazioni. Negli ultimi 2000 anni sono stati registrati quasi 600 terremoti, di cui circa 40 di magnitudo 7 o superiore. Nicomedia è stata ripetutamente distrutta, e la stessa Istanbul, negli ultimi 5 secoli, è stata duramente colpita da quattro terremoti. Sempre la stessa faglia potrebbe aver favorito l'evento più catastrofico della storia del Mar di Marmara: una gigantesca inondazione avvenuta circa 7500 anni fa che riempi il bacino del Mar Nero. È l'opinione di due geologi della Columbia University, Bill Ryan e Walter Pitman: i due studiosi hanno dimostrato che, alla fine dell'era glaciale, il Mar Nero era molto più basso e più piccolo di oggi. Con lo scioglimento dei ghiacciai, l'innalzamento del livello del mare scavò un canale (l'attuale Bosforo), che mise in comunicazione il Mar di Marmara con il bacino del Mar Nero. Forse a causa di un sisma, un'enorme massa d'acqua precipitò lungo una scarpata a Nord dell'attuale Istanbul, e continuò a scorrere per più di cento giorni riempiendo il bacino del Mar Nero fino a portarlo al livello del mare. L'alluvione deve aver indotto tutti gli abitanti di quella che un tempo era stata la costa, ad abbandonare i propri villaggi. Forse, secondo Ryan e Pitman, questa sequenza di eventi ispirò anche la storia del Diluvio Universale. E' UNA GIORNATA DI BURRASCA. Risalgo il Bosforo per andare a vedere da vicino il punto in cui il famoso stretto si allarga nel Mar Nero, il presunto sito dello sfondamento. Qui, dove una volta irruppe il Mediterraneo, le acque si fanno più agitate. Le onde sballottano i pescherecci carichi di pesce azzurro. Non mi meraviglia che gli antichi temessero questo passaggio. Nella mitologia greca, i promontori sulle due sponde del Bosforo erano grandi rocce che scontrandosi in continuazione una contro l'altra, impedivano alle navi di addentrarsi nel Mar Nero. Le rocce si fermarono per sempre solo quando Giasone e i suoi Argonauti ebbero l'ardire di affrontare lo stretto e superarlo. La Faglia Nord-anatolica ha giocato un ruolo anche nella formazione di un altro stretto della Turchia, quello dei Dardanelli, che con i suoi 60 chilometri di lunghezza mette in comunicazione il Mar di Marmara con il Mar Egeo. Percorro in auto la penisola di Gallipoli e osservo le navi che battono bandiera di diversi Paesi dirigersi verso l'antica Bisanzio. Qui, nel 480 a.C., il re persiano Serse costruì un ponte di barche nel tentativo, poi fallito, di invadere l'antica Grecia. Più di un secolo più tardi, nel 334 a.C., Alessandro Magno, lanciato alla conquista del mondo, a percorrere la stessa strada nella direzione opposta. Nella Prima guerra mondiale, Turchi e Alleati si batterono furiosamente per il controllo dei Dardanelli. Anche questo luogo Ñve nelmito: qui infatti fu combattuta la guerra di Troia. La posta in gioco era il dominio sulla città che durante l'intera Età del bronzo controllò l'accesso allo stretto. Nell'Odissea Omero racconta l'inganno escogitato dall'eroe greco Ulisse che pose fine a quella guerra. I soldati greci si nascosero all'interno di un grande cavallo di legno che i troiani introdussero entro le mura della loro città senza sospettare nulla. Eccomi qui, proprio davanti a quelle mura, con Manhed Korfmann, archeologo dell'Università di Tübinga. Korfmann mi espone un'altra teoria sul cavallo d Troia. Vede quelle crepe?, dice Korrmann indicando le pesanti pietre grigie della torre. In genere si ritiene che siano causate da terremoti. Korfmann ha una sua tesi. Secondo lui, gli antichi Greci si scontrarono molte volte con i Troiani nel corso dei secoli. Troia, infatti, situata strategicamente sullo stretto dei Dardanelli, controllava anche le fonti di approvvigionamento di metalli del Mar Nero. A un certo punto, pensa Korfmann, un sisma potrebbe aver distrutto le mura di cinta della città, consentendo finalmente ai Greci di impadronirsene. Per ringraziare Poseidone del provvidenziale terremoto, i Greci potrebbero aver eretto un cavallo, animale sacro al dio del mare. Intorno al 500 d.C., due terremoti particolarmente violenti distrussero Troia una volta per tutte. Un'ondata senza precedenti di sommovimenti tellurici (dalla metà del IV secolo fino alla metà del VI) colpì tutte le più importanti città della Turchia sudoccidentale: Pergamo, Ahodsia, Efeso, Smirne. Questa sconcertante sequenza, chiamata "parossismo sismico bizantino antico' può aver avuto origine in un massiccio spostamento di placche dalla Palestina a Creta. Per la gente di quel tempo non fu un gran bel periodo, commenta Brian Rose, archeologo dell'Università di Cincinnati. La Terra tremava in continuazione. All'origine della maggior parte dei terremoti che tormentano la regione egea della Turchia c'è una forza chiamata "distensione'. Mentre la placca africana, nel suo processo di subduzione, stira e assottiglia la crosta, si aprono grandi sistemi di fenditure note come "fosse tettoniche'? Le fosse tettoniche diventano vallate che si riempiono di fertile materiale sedimentario. Nell'Egeo, la distensione ha arricchito il terreno della Turchia sudoccidentale. Ma lo stesso processo, sviluppandosi troppo rapidamente e accompagnato da secoli di deforestazione, ha agevolato l'accumulo di sedimenti in alcuni luoghi, trasformando i corsi d'acqua in paludi e favorendo così, fino a poco tempo fa, la diffusione della malaria. Insieme con I'lhan Kayan, geografo dell'Università Egea, visito la valle del Piccolo Meandro a Sud di Smirne. Nel centro di questa valle gli strati di sedimenti sono profondi anche 27 metri, dice Kayan. Se avessimo un gigantesco aspirapolvere per risucchiare tutto il limo, entrerebbe il mare. A complicare la vita degli abitanti di Efeso non erano solo i capricci del suolo, ma anche il continuo accumulo di sedimenti, benché, tra le antiche città della regione, questo sia il luogo meglio conservato. Kayan mi accompagna su una collina che sovrasta il sito del tempio di Artemide, costruito nel VI secolo a.C. in onore della dea della caccia. Probabile che il grande tempio sia stato costruito sulla costa, dice I'lhan. Oggi si riesce a malapena a scorgere l'Egeo. L'accumulo dei sedimenti ha spostato la linea della costa di otto chilometri verso Ovest. Respinta così nell'entroterra, Efeso perse gran parte della sua vitalità economica. Inoltre, i cristiani non erano particolarmente desiderosi di tenere in vita una città traboccante di monumenti pagani. Eppure l'imponente tempio di marmo che una volta sorgeva sotto di noi fu una delle più grandi realizzazioni dell'umanità, tanto da venir annoverata tra le Sette Meraviglie del mondo antico. LUNGO LA TURCHIA DEL SUD, a causa dei processi di distensione, le zone costiere sono invece sprofondate nel Mediterraneo. Nella cittadina di Úcağiz noleggio una barca e faccio un giro sue acque di una baia che un tempo non esisteva. Secondo gli scienziati, qui sotto c'è un anfiteatro romano, spiega il comandante, Ibráhún Turan. Arriviamo a Kekova, un'isola che si sta immergendo nel mare. Una volta era una città bizantina. Navighiamo lungo la costa, punteggiata da edifici che stanno sprofondando. Le fondamenta delle case sono già sott'acqua, al di sotto delta chiglia dea nostra imbarcazione. Kekova affonda, e sull'altra sponda dell'Egeo, in Grecia, la terra si sta sollevando rapidamente. Stathis Stiros, un geologo dell'Università di Patrasso, mi accompagna lungo le sponde meridionali del golfo di Corinto, uno spettacolare specchio di mare che divide la Grecia continentale dal Peloponneso. Sulla costa Est del golfo, stiamo in piedi su dei blocchi di pietra che furono collocati sott'acqua nel 500 a.C. per costruire il porto di Corinto, una ricca città, famosa per le sue ceramiche. Stiros mi indica dei fori scavati nella roccia da animali marini. Questi buchi sono stati fatti sott'acqua, e ora si trovano circa un metro sopra il livello del mare, dice. L'intera costa Sud del golfo si sta sollevando. Stiros mi porta ancora più a Ovest, su una terrazza di roccia. Qui, diecimila anni fa, i coralli vivevano a una profondità di circa 9 metri e ora si trovano a circa 6 metri al di sopra del bagnasciuga. Sulle montagne a strapiombo, passeggiamo tra le rovine della città di Aigeira, a 300 metri di altezza. Anche qui, circa 120mila anni fa, ci saremmo trovati al livello del mare. In buona sostanza, il golfo di Corinto altro non è se non una fossa tettonica che continua a sprofondare. La stessa forza di distensione che fa sentire la sua influenza sull'Anatolia occidentale e sull'Egeo, separò il Peloponneso dal resto della Grecia. Ma, cosa ancor più importante, lo stesso territorio è assediato da un'altra minaccia che già conosciamo. Tutta la Grecia centrale è stata raggiunta dalla Faglia Nord-anatolica, spiega Rolando Armijo, geologo dell'Institut de Physique du Globe di Parigi. Il ramo più settentrionale della faglia spinge le montagne verso l'alto, compreso il Monte Olimpo. Il ramo meridionale sta arrivando circa 100 chilometri più a Sud. Il golfo di Corinto e Atene si trovano sulla sua estremità. Via via che la faglia si avvicina, la terra si spacca. Noi la chiamiamo, "l'area dei danni". Il 7 settembre del '99 un sisma di magnitudo 5,9 colpì Atene per 15 secondi: le vittime furono 143 e i senzatetto più di 50mila. I terremoti si sono verificati con maggior frequenza nell'area sudoccidentale di Atene, nel Peloponneso, devastando alcune delle grandi città dell'antica Grecia, come spiega Iphiyenia Tournavitou, che conduce scavi archeologici nell'antica Micene. le famiglie dell'aristocrazia micenea diedero vita a una delle grandi potenze del mondo greco nel XIV e XIII secolo a.C. Ma le mura della loro cittadella non furono certo in grado di resistere alle forze della Terra. Come tutte le grandi città della regione, anche Micene, nel corso della sua storia, ha dovuto sopportare numerosi terremoti. Nel 1250 a.C. la città fu parzialmente distrutta, dice Tournavitou. Nei nostri scavi troviamo i resti di persone sepolte sotto le macerie delle loro case. La cittadella venne rapidamente ricostruita e ampliata ma poi, cinquant'anni più tardi, arrivò un altro sisma, ancora più violento. Micene non riuscì più a risollevarsi davvero. Probabilmente, con la città crollò anche l'aristocrazia dominante. L'economia micenea fu forse indebolita dalle scorrerie di invasori che intralciavano il libero commercio nel Mediterraneo, ma gli archeologi pensano che proprio le scosse sismiche furono la causa determinante della fine di Micene. Anche per Troia andò così. Le mura furono abbattute dai terremoti, e i Greci riuscirono a impadronirsene. La maggior parte degli studiosi pensa inoltre che gli sconvolgimenti tellurici, e in particolare una spaventosa eruzione vulcanica avvenuta intorno al 1600 a.C. sull'isola di Santorino, siano all'origine del declino dell'influente cultura minoica sulla vicina isola di Creta. L'eruzione di Santorino, una delle più grandi della storia, è stata studiata da due scienziati, Floyd McCoy e Grant Heiken. Le loro ricerche sono state finanziate grazie a un fondo della National Geographic Society. Un'eruzione più modesta precedette la vera grande esplosione vulcanica. Messi sull'avviso, gli abitanti del luogo forse fuggirono in tempo, e infatti dagli scavi archeologici non è emerso nessuno scheletro umano. La grande catastrofe ebbe inizio con una pioggia di leggera pietra pomice che seppellì la città di Akrotiri sono un manto di polvere spesso molte migliaia di metri. L'acqua del mare si riversò poi nella bocca del vulcano che stava crollando, mescolandosi al magma e ai gas: una miscela esplosiva. L'enorme quantità di vapore acqueo prodotto dal mare trasformò un'eruzione già di per sé violenta in una catastrofe naturale al di là di ogni immaginazione. Spiega McCoy: Il peggior tipo di eruzione che si possa verificare sul nostro pianeta. Le ceneri e la pomice di Santorini ricaddero su Creta, 115 chilometri più a Sud. Gli tsunami (onde anomale generate dai terremoti) si abbatterono sulla costa settentrionale dell'isola affondando probabilmente molte navi minoiche. Per la città marinara di Creta fu un disastro. Le ceneri, inoltre, distrussero probabilmente i raccolti e l'erba di cui si nutriva il bestiame. Almeno un secolo prima un grande terremoto aveva raso al suolo il palazzo di Cnosso, il cuore del potere minoico, racconta Eleni Hatzah, della British School di Atene. I Cretesi lo ricostruirono ancora più grane, avviandosi verso il momento più alto della loro civiltà. Più o meno net medesimo periodo dell'eruzione di Santorini, un altro sisma danneggiò seriamente l'edificio. Nei decenni che seguirono tutti i più importanti palazzi di Creta furono distrutti dal fuoco (probabilmente appiccato dagli invasori), e infine i Micenei conquistarono il controllo dell'isola. Via via che l'Africa si avvicina (ora dista solo 325 chilometri a Sud) i terremoti continuano a tormentare Creta. la parte orientale dell'isola affonda, mentre quella occidentale si sta decisamente sollevando. Basandosi sulla datazione dei gusci di animali marini che vivono al livello del mare, il geografo Paolo Pirazzoli, del Consiglio delle ricerche francese, ha scoperto le prove di uno stupefacente innalzamento del terreno (9 metri) prodotto da un singolo sisma. Secondo Pirazzoli, il fenomeno si verificò il 21 luglio del 365 d.C., giorno in cui il Mediterraneo fu sconvolto da un grande tsunami. All'estremità della costa occidentale di Creta, quella spaventosa spinta verso l'alto sollevò il porto ellenistico di Falasarna fino a 6 metri sopra il livello del mare. È l'ultimo giorno del mio viaggio. Mi arrampico su per la montagna alle spalle della città. Il pendio è disseminato di massi tagliati dalle vicine scogliere e trascinati fin quassù molto tempo fa per costruire le fondamenta. Per far nascere questa città sono state spese così tante energie, e ora non ne rimangono che le rovine. Ricordo ciò che ho visto dopo il terremoto di Smirne e mi chiedo perché tutta quella gente ha dovuto morire. Davvero non possiamo fare nulla? davvero tutti i nostri sforzi sono inutili? Ricordo la città di Adapazari, vicino all'epicentro del terremoto di Smirne, che ho visitato tre mesi dopo il sisma. La ricostruzione era già cominciata. Le strade fangose pulsavano di vita. Molti abitanti vivevano nelle tende, ma una nuova energia si avvertiva nell'aria. Su questa montagna spazzata dal vento, mi viene da pensare che noi uomini non siamo poi così impotenti. Resistere è possibile. Possediamo la scaltrezza di Ulisse e la grandezza di Omero, e anche la vanità di Antioco. In noi risiede la forza dell'immaginazione e dell'amore, la sofferenza per le tragedie che ci colpiscono ma anche la capacità di immaginare un nuovo giorno e una nuova vita. Sappiamo rialzarci in piedi. Con la forza della nostra umanità possiamo affrontare anche i peggiori insulti della natura. E questo che ci sostiene, anche di fronte alla violenza della Terra.
PRIMA DEL DILUVIO:NUOVE PROVE DELLA CATASTROFE Un tempo, chi cercava le prove del diluvio biblico esplorava le pendici del Monte Ararat nella speranza di trovare frammenti della mitica arca di Noè. oggi gli scienziati sono sempre più convinti che 7500 anni fa (quindi in un'epoca abbastanza vicina per consentire la nascita e la memoria di un mito si sia verificata una disastrosa inondazione del Mar Nero). Al termine dell'ultima era glaciale, 12mila anni fa, il Mar Nero era un piccolo lago d'acqua dolce. Nei millenni seguenti, i ghiacciai si sciolsero innalzando il livello dei mari. Si pensava che fosse andata così anche per il mar Nero. Oggi la teoria è un'altra: nel punto dove si trova il Bosforo, esisteva una diga naturale che trattenne a lungo le acque montanti del Mar ai Marmara. Poi la diga cedette e nel Mar Nero (allora 150 metri più in basso) si riversarono almeno 40 chilometri cubici d'acqua al giorno. Il mare deve aver allagato la terra per mesi al ritmo di un chilometro e mezzo al giorno. E la teoria dei geologi marini William Ryan e Walter Pitman, che nel '93, hanno trovato, sulla sponda Nord del mare, sedimenti e resti di vita marina che confortano questa ipotesi. La scorsa estate, poi l'esploratore oceanico Bob Ballard ha scoperto, vicino alla sponda Sud, una spiaggia, immersa a 150 metri di profondità. Sono emerse rocce e conchiglie lacustri, (cioè di animali d'acqua dolce) risalenti a 7800 anni fa e conchiglie d'acqua marina di 7300 anni. Il lago d'acqua dolce sarebbe stato invaso da acqua salata. Ora Ballard vuole cercare su questa costa immersa i resti di insediamenti umani.
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