Capitolo 1.0: La Geodinamica del Mediterraneo
Volendo dare un'occhiata d'insieme, alla storia dell'area mediterranea, si possono, grosso modo, individuare due grandi fasi (o "momenti"), evolutive:
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Legato alla formazione dell'Oceano Tetideo, nella vecchia zona occupata dal cratone europeo e dall'Africa. Questa "fase" è anche nota, tecnicamente, come "fase distensiva" e all'incirca dura dal Triassico al Giurassico Medio.
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Legato alla formazione delle catene alpine a seguito della dinamica evolutiva che portò all'apertura ed alla formazione del proto oceano Atlantico. Questo periodo è collocabile dal Giurassico ad oggi. Ovviamente al contrario della fase precedente, questo periodo è caratterizzato da fenomenologie tettoniche di tipo compressivo.
Attenzione: adesso sarò costretto a riassumere e schematizzare notevolmente tutto il processo evolutivo e dinamico precedentemente elencato, (per evitare di tediarVi eccessivamente), e di conseguenza l'evoluzione descritta nei capoversi e paragrafi seguenti sarà, per ovvi motivi, di tipo speditivo.
Nel Triassico esisteva un'area cratonica, quindi estremamente tranquilla da un punto di vista tettonico ed evolutivo, nota con il nome di Pangea, che raggruppava l'Europa e l'Africa: la caratteristica di questa vecchissima zona era data, verosimilmente, dal fatto che la sua porzione occidentale era emersa mentre quella orientale era ricoperta da un mare epicontinentale.
Bene, e fin qui ci siamo .... ma è solo l'inizio! Infatti, a partire dal Triassico medio si innesca un fenomeno espansivo che genera una famiglia enorme di faglie trascorrenti che a loro volta andranno a disarticolare la vecchia e cara Pangea: in sintesi, si rompe tutta e non è più, a partire da questo periodo, un unico ed indivisibile continente. La fase espansiva, tipica proprio di questo periodo, seguirà una dinamica classica e cioè una fase di rifting seguita da una fase di drifting. Tutta questa rottura e frantumazione porterà, successivamente, alla nascita di un nuovo oceano a cui è stato dato il nome di TETIDE.
L'attività di accrescimento crostale, e quindi di espansione dell'Oceano Tetideo, inizia ad indebolirsi a partire dal Giurassico medio per poi arrestarsi completamente nel Giurassico superiore: infatti, a partire da quest'epoca la regione Tetidea inzia ad essere alquanto passiva subendo, di fatto, l'attività geodinamica e tettonica della limitrofa regione Atlantica, poiché tutti i movimenti a cui andrà soggetta saranno, essenzialmente, provocati proprio dal funzionamento della nuova, (ed appena nata), Dorsale Atlantica.
In pratica, poiché la Dorsale Atlantica settentrionale, inizia ad attivarsi a partire dal Giurassico superiore, (per poi regolarizzarsi, come espansione, nel Cretaceo inferiore), con un polo di rotazione alquanto differente da quello relativo all'Atlantico meridionale e con, inoltre, un tasso di espansione, (sempre per la zona settentrionale), alquanto inferiore a quello posseduto da quello meridionale, si può facilmente intuire come tutte queste nuove energie e dinamiche abbiamo influito sull'area della vecchia Pangea e dell'oceano tetideo.
Ma tornando all'area paleo Mediterranea, si possono notare una serie di nuovi fenomeni: infatti, in concomitanza con l'apertura dell'Atlantico si ferma ogni attività di espansione nella zona Tetidea, (in sintesi cessa ogni produzione di crosta oceanica), e soprattutto iniziano delle fasi compressive. Infatti, la crosta precedentemente prodotta viene consumata, inizialmente nella porzione settentrionale, per formare, quindi le prime catene alpine dell'area. Detta in parole povere, la compressione dell'area settentrionale porta all'innesco dell'orogenesi della catena ALPINA, (Giurassico superiore - Cretaceo). Contemporaneamente, la porzione di Tetide meridionale rimane completamente passiva ed inerte.
L'intera area centro settentrionale dell'Oceano Tetideo risulta essere completamente consumata all'Eocene. L'unica eccezione a questa totale distruzione risulta essere un settore orientale, in quanto, esso rimase separato dall'intera dinamica evolutiva di tipo tettonico, a partire dal cambio epoca "Giurassico-Cretaceo".
1.1: Ed il Tirreno?
Nell'area occupata, grossomodo, dall'odierno Mar Tirreno si possono ragionevolmente ricostruire ben tre fasi principali di rifting: La prima fase si innesca nel Tortoniano superiore (per poi arrivare fino a tempi intraMessiniani), ed interessa tutta l'area tirrenica. La caratteristica saliente, di questa fase, è data dalla constatazione di come nella porzione di Tirreno meridionale avvenga un marcato assottigliamento crostale, fino ad arrivare, in alcune aree, alla messa in posto di una vera e propria crosta oceanica. Questo fenomeno di assottigliamento non avviene in modo continuo, ma al contrario, per scatti: cioè attraverso più episodi di rifting, di breve durata, guidati da sistemi di faglie listriche orientate Nord-Sud. Tutta questa attività arriverà, nel tempo, a formare un bacino in cui si depositeranno le evaporiti del Messiniano.
Successivamente, si incontra una fase che dura dall'intraMessiniano al Pliocene medio, e "sembra" essersi manifestata solamente nel Tirreno sud-orientale, bacino del Marsili, anche se a dire il vero alcuni effetti di questa attività tettonica sono risentiti dalle catene orogenetiche limitrofe come ad esempio quella della Sardegna.
Infine, l'ultima fase che dura dal Pliocene medio/superiore fino ad oggi. Durante questa fase "finale" è stata ricostruita una rotazione del campo delle tensioni distensive di circa 20/30°: tutto ciò comporta che, le "nuove" faglie trasformi-trascorrenti, siano in realtà parallele alla direzione del margine tirrenico-sud appenninico e normali all'arco Calabro-Peloritano. Sempre in quest'ultima fase si registra un'intensa subsidenza, rifting e messa in posto di ulteriore crosta oceanica: in sintesi questi fenomeni fanno ipotizzare come i meccanismi ed i comportamenti siano analoghi a quelli visti nelle fasi precedenti ma con direzioni diverse, in quanto se, in precedenza la direzione primaria dell'asse di rifting era nord-sud, ora essa è divenuta nordovest-sudest.
1.2: Italia Meridionale
L'evoluzione del Mediterraneo centrale fra presupporre una forte interazione tra il margine africano ed il blocco adriatico a partire dal Miocene medio-superiore, dopo una fase tettonica dominata da una accentuata trascorrenza sinistra tra l'area africana ed la zolla adriatica vera e propria. Infatti, in seguito a questa interazione, le spinte tettoniche verso nordest dell'Africa hanno innescato sia una rotazione antioraria, e sia una relativa migrazione verso nord dell'intero blocco adriatico: questa deriva ha interessato tutte le varie parti comprese quelle precedentemente subdotte e responsabili del vulcanesimo Oligo-Miocenico dell'area sarda.
In pratica sotto le forti spinte dell'Africa, il margine adriatico subdotto ha subito delle fortissime deformazioni fino a raggiungere la sua forma odierna. Non solo! La sismicità profonda associata al vulcanesimo calcalcalino recente, presente nel Tirreno meridionale, sembrano indicare come la deformazione del relitto litosferico sia, ancor'oggi, in atto.
Comunque sia, nella scia del blocco adriatico in rotazione antioraria si è sviluppata un'intensa fase tettonica di natura distensiva, responsabile dell'apertura del bacino tirrenico. Di particolare importanza risulta essere la constatazione di come le spinte provenienti dall'Africa siano state esercitate inizialmente sull'arco Calabro, e quindi sulla parte meridionale del blocco adriatico, può (potenzialmente), spiegare come mai a partire dal Miocene medio-superiore le maggiori deformazioni registrate siano state localizzate nella parte meridionale della penisola italiana e nel bacino tirrenico: infatti, durante questa fase si sono verificati gli scivolamenti gravitativi delle unità Alpine, (visibili oggigiorno a largo della costa Ionica della Calabria).
A nord ed a est, invece, il movimento della microplacca adriatica ha prodotto come risultato finale il rinnovamento delle deformazioni visibili nelle catene delle Alpi e delle Dinaridi: questa nuova fase orogenetica ha preso il nome di "orogenesi NEOALPINA", (si sottolinea che questi due catene montuose provenivano da un lungo periodo di quiete seguente la fase MESOALPINA).
Comunque sia, alcune evidenze tettoniche fanno anche ipotizzare come dopo il Pliocene medio l'apertura del bacino tirrenico si sia alquanto attenuata, (come velocità) e che quindi, se si suppone che il Tirreno si sia formato ed aperto a seguito della rotazione della placca Adriatica, tale rallentamento sia implicitamente collegato ad uno smorzamento della migrazione dell'area adriatica. Questo rallentamento potrebbe essere stato causato dal fatto che nel margine orientale dell'Adriatico non vi era più litosfera assottigliata da consumare. Inoltre, sempre sul bordo orientale del blocco Adriatico, si andava sviluppando una situazione alquanto critica a causa della convergenza su di essa dei blocchi Africano, Adriatico ed Egeo.
Bene: ora viene il bello! Infatti, dopo il Pliocene medio la spinta dell'Africa non viene più assorbita dalla traslazione del blocco Adriatico e di conseguenza si innesca una più intensa deformazione della litosfera subdotta nella zona dell'arco Calabro. Inoltre, a causa della forte torsione indotta dalla spinta dell'Africa, la parte più meridionale del margine Adriatico subdotto, (sottostante l'attuale bacino Ionico), ha subito notevoli sforzi tensionali che ne hanno, probabilmente, causato un forte assottigliamento, e, forse, anche lacerazioni nella piastra in subduzione sotto la Calabria verso il Mar Tirreno. Bisogna, però, ora prestare attenzione come secondo i modelli evolutivi geodinamici finora riportati non vi sia alcuna spiegazione fornita sulla posizione e sul comportamento della Faglia Apula. Non viene neppure spiegato come quest'area in subduzione si comporti con l'adiacente area Apula e come potenzialmente quest'ultima possa reagire ai campi tensionali indotti.
Comunque sia, nella scia della migrazione della piastra subdotta si viene a sviluppare una depressione sotto l'area ionica che potenzialmente indurre una flessione verso il basso della soprastante litosfera.
Per quanto concerne il Canale di Sicilia, a seguito di evidenze tettoniche, stratigrafiche, geofisiche, vulcanologiche si possono riconoscere due fasi tettoniche ben distinte di tipo primario: la prima di tipo compressivo che, probabilmente, si interrompe nel Miocene superiore, rappresenta un primo stadio evolutivo riconducibile all'interazione Africa-Adriatico, che causa un raccorciamento strutturale nella regione dell'arco calabro con il relativo inarcamento del blocco pelagico; quindi si innesca la seconda fase di tipo (chiaramente), distensivo che parte dal Pliocene medio e prosegue, ed è innescata dall'apertura del bacino tirrenico che, creando spazio a nord della Sicilia, rende possibile il rilascio nella struttura superficiale litosferica dell'energia elastica accumulata dalla fase precedente nell'area di collisione, (come ad esempio le varie zone sottoposte ad inarcamento crostale). Questo rilascio di energia ha causato il disaccoppiamento della Sicilia dal margine africano producendo un campo di sforzi di tipo distensivo nel canale di Sicilia. Inoltre, il fatto che il bacino tirrenico si andava formando progressivamente da ovest verso est potrebbe anche spiegare perché la deriva verso nord della Sicilia stessa abbia avuto anche una componente rotazionale in senso orario.
Contemporaneamente al verificarsi della tettonica distensiva nella struttura superficiale, in profondità sotto il Canale di Sicilia l'Africa continua ad esercitare una spinta attiva sul margine adriatico subdotto. Tale aspetto potrebbe facilmente spiegare perché il maggior rilascio di energia sismica nel Tirreno meridionale avvenga fra i 250 ed i 350 km di profondità.
1.3: Area Apula: questa grande "sconosciuta"
Misure paleomagnetiche (compiute nella Grecia Nord Occidentale, nel Gargano, nella Puglia Meridionale) hanno permesso di ricostruire un differente comportamento rotazionale, del settore meridionale rispetto a quello settentrionale, della dorsale Apula. Si ricorda che per anni è stata abbastanza accesa la controversia fra diversi autori anglosassoni ed italiani in merito al fatto che l'area adriatica debba essere considerata o un promontorio della placca africana o una microplacca autonoma vera e propria (detta Adria).
Comunque sia la zona di deformazione dove è avvenuto lo svincolo tra la parte settentrionale e quella meridionale è verosimilmente da identificarsi nel sistema di faglie regionali conosciute come Faglie delle Tremiti e Faglia Mattiwata, (con probabile coinvolgimento delle aree circostanti).
Se tutto ciò è verosimile, ma micro-placca adriatica (o comunque sia l'area adriatica) è da inquadrarsi in un nuovo modello avente due unità in differente evoluzione: una a nord delle latitudini garganiche e una a sud di esse. Un'altra particolarità che emerge da tale zona è la quasi assenza di attività sismica: infatti, l'unica attività (debole) registrata oggigiorno (e finora ricostruita), sarebbe presente a largo del Gargano. Un'ulteriore prova di tutto ciò è data dalla batimetria del Mar Adriatico: essa infatti evidenzia un andamento alquanto pianeggiante.
Tutto ciò concorre a dimostrare un basso livello di deformazioni presenti nell'area Adriatica e quindi l'esistenza implicita di un blocco con comportamento rigido, racchiuso da circostanti fasce fortemente deformate (simile a quello del mar Caspio). Questo blocco, inoltre, avrebbe ruotato in modo omogeneo sul Polo Eureliano.
In ogni caso la l'area Adriatica può essere vista come una gigantesca struttura staccatesi dalla placca africana e oggigiorno in consunzione lungo tutti i propri margini ad eccezione di quello meridionale costituito dal Mar Ionio. Il Distacco dall'Africa sarebbe comunque iniziato a partire dal trias Medio-Superiore. Nel Dogger si sarebbe definita la separazione completa con tanto di produzione di crosta oceanica (area a Cobblestones). Sempre nel Dogger, inoltre, vi sono evidenti tracce stratigrafiche di un marcato passaggio da condizioni di piattaforma a quelle di mare più profondo lungo tutti i margini della placca Adriatica.
Successivamente, all'inizio dell'Eocene-Oligocene i margini orientali assieme a quelli settentrionali iniziano deformarsi: siamo alla genesi della formazione delle catene Dinariche e delle Alpi Meridionali. Nell'Oligocene, poi, inizia a collidere anche il margine occidentale con conseguente generazione degli Appennini: tale processo continuerà anche per tutto il Miocene ed il Pliocene. Nella parte più esterna della placca Adriatica, cioè nella Fossa Bradanica e nella Valle Padana, i movimenti più accentuati e deformativi si verificheranno nel Miocene Superiore - Pliocene Inferiore. Inoltre, una buona parte del Mar Adriatico centro settentrionale rimarrà emersa dal Creta al Pliocene.
Concludendo molti autori definiscono il limite meridionale della placca Adriatica in corrispondenza del Canale d'Otranto. Bene. In seguito alle analisi compiute sui profili da me visionati, posso ragionevolmente affermare che tale conclusione è essenzialmente corretta anche se in realtà il limite ricercato sarebbe opportuno collocarlo in corrispondenza dell'isola di Corfù: tutti questo perché i profili sismici hanno evidenziato la presenza di una "struttura sismica" che mostra un netto cambiamento del segnale a nord ed a sud di essa, nonché di un netto cambiamento delle strutture tettoniche presenti (sempre a nord e a sud si essa). Pertanto, a mio avviso, tale struttura potrebbe essere ragionevolmente identificata come il limite meridionale, da un punto di vista strutturale e tettonico, della placca Adriatica.
Un Paio di definizioni:
Repubblica — 23 ottobre 1992 pagina 39 sezione: CULTURA
Il Meridione d' Italia si sta separando. Nel vero senso della parola. Mentre la Sardegna, il Nord, il Centro della penisola migrano verso nord, il resto dell'Italia punta decisamente verso l' Albania. E rapidamente, dal punto di vista dei tempi geologici: ogni anno la costa pugliese si avvicina a quella albanese di quattro centimetri e mezzo. La causa sta nella ripartizione della penisola sui due frammenti di crosta terrestre che si contendono il Mediteraneo: la "piattaforma Eurasiatica" sospinta a nord e la gigantesca "piattaforma Africana", che va a Est. Tra alcuni milioni di anni la frattura sarà evidente e dovrebbe tagliare in due l'Italia, lungo una verticale tesa tra il Friuli e le isole Eolie, passando per le coste abbruzzesi e per Napoli. Questa ipotesi sul destino geologico dell'Italia sta prendendo sempre più consistenza man mano che alle misurazioni degli spostamenti della crosta terrestre compiute sulla Terra si aggiungono quelle fatte con l'aiuto dei satelliti. E nuove conferme sono attese tra breve, quando diventerà operativo il secondo satellite, destinato esclusivamente a tale compito, che sta per essere messo in orbita dallo shuttle partito ieri pomeriggio da Cape Canaveral. E' il Lageos 2 (Laser Geodynamics satellite), commissionato dall'Agenzia Spaziale Italiana all' Alenia Spazio. E' una palla di alluminio e ottone di 60 centimetri di diametro ricoperta da 426 prismi riflettenti. Assomiglia a una di quelle sfere coperte di specchietti che, ruotando sul soffitto dei night club, squarcia l' oscurità del locale riflettendo sottili raggi luminosi. Oggi, dopo l' uscita dalla navetta, alla quota di 296 chilometri, il Lageos 2 sarà portato su un'orbita di 5.900 chilometri dal motore razzo Iris (Italian research interim stage) prodotto da Alenia e Bpb (gruppo Fiat). Il compito del satellite è di far rimbalzare verso Terra i raggi laser che gli verranno sparati contro quando attraverserà il tratto di cielo sovrastante uno dei 65 osservatori sparsi per il mondo. E' la rete internazionale di stazioni che ha il compito di misurare lo spostamento del frammento di crosta terrestre su cui esse sono localizzate. Da questi dati è possibile ricavare una mappa degli slittamenti dei vari pezzi in cui è frammentata la crosta terrestre e, indirettamente avanzare previsioni sui terremoti. La stazione italiana è il centro di Geodesia spaziale di Matera, gestito dalla Telespazio per conto dell'Agenzia spaziale italiana. "Calcolando il tempo impiegato dal raggio di luce, sparato da un cannone laser molto potente, - spiega Giovanni Sylos Labini dell' Asi, direttore del centro materano - per tornare a terra, dopo essere stato riflesso dal satellite, è possibile misurare spostamenti annuali della crosta terrestre con una precisione di due centimetri. Queste misure vengono poi costantemente confrontate e integrate con gli spostamenti della crosta terrestre che si possono calcolare con altri sistemi. Uno ha come punto di riferimento alcune quasar, stelle poste ai confini dell'Universo, scelte di comune accordo con tutti gli altri centri. Un altro utilizza una costellazione di satelliti, il Gps, messa in orbita dagli americani e originariamente destinata solo a scopi militari. Infine il terzo sistema di riferimento è la Luna grazie ai riflettori per raggi laser sparati da Terra lasciati dalle missioni Apollo e dalle sonde sovietiche". "Dalle misure che sinora sono state eseguite con questi sistemi - spiega Marco Fermi della Telespazio, responsabile dell'analisi dei dati al centro di Matera - abbiamo potuto elaborare una mappa dei movimenti del Mediterraneo attraverso la determinazione dei movimenti delle sette stazioni europee (nel disegno in alto a destra). Gli spostamenti che ci risultano con le misurazioni fatte dallo spazio coincidono con quelli previsti da Mister e Jordan in base alle osservazioni geologiche terrestri. Ma il movimento della crosta terrestre su cui poggia la stazione di Matera è molto più veloce. Tra le numerose ipotesi che si possono costruire su questa scoperta, la più affascinate è quella che dà una nuova visione del profondo del Mediterraneo. Le due piattaforme, quella eurasiatica e quella africana non si fronteggerebbero più al di sotto della penisola italica, come prevede la mappa disegnata dai due geologi, ma lungo un confine che passa per il Meridione". I geologi accolgono l' ipotesi con molta prudenza. "L'idea di una piattaforma africana estesa al Sud Italia non è nuova" dice Enzo Boschi, presidente dell'Istituto nazionale di geofisica. "Ma i dati ottenuti con i sistemi spaziali - continua Boschi - non sono ancora sufficientemente precisi né per predire i terremoti, operazione che è possibile fare ma con misure a terra e su piccole distanze, né per dire che l'ipotesi di un avvicinamento dell'Italia all'Africa prevalga su quella dell'Italia in 'marcia' verso il nord d'Europa. Le osservazioni terrestri che siamo in grado di formulare ci indicano per ora un solo punto di confine certo. E' quello che passa per le isole Eolie, al di sotto delle quali vi è un' intensa attività sismica che, per la grande profondità a cui avviene, è rilevabile solo con gli strumenti. E' il segno certo che in quel punto la crosta terrestre, spinta da Sud, sta sprofondando . Da qui poi si potrebbe ipotizzare una linea di frattura che tira diritta vero nord, sino al Friuli".
ARNALDO D' AMICO
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