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Punto Nullo Una nuova teoria sul Vesuvio

Tratto dal "Venerdì", inserto di "La Repubblica", (anno 2005)

Un'eruzione violenta (o peggio catastrofica)? Ipotesi remota. Almeno stando ai dati di una nuova ricerca rassicurante, secondo la quale non ci sarà più nessun botto ma al massimo qualche colata di lava. Il vulcano, infatti, negli anni si è "seduto". Anzi sta sprofondando.

di Alice Andreoli
La notizia è più che buona: la probabilità che il Vesuvio esploda come accadde nel 79 d.C., quando Pompei venne distrutta, è remota. Ciò non significa che il vulcano dormiente non si risveglierà, ma se accadesse non dovrebbe essere di soprassalto. Assai più probabile è invece un'eruzione come quelle dell'Etna, con colate laviche, magari imponenti, ma niente gran botto.
E' questa la conclusione di una ricerca tutta italiana apparsa di recente su una delle più importanti riviste internazionali di geofisica, geophisical Research Letters. Studio che rappresenta una chiave di volta nell'interpretare l'attività del vulcano, soprattutto nel prevederne il futuro, ma che raccoglie anche curiose novità geologiche e persino archeologiche.
La prima fra tutte è che il Vesuvio stà in realtà sprofondando, schiacciato dal suo peso come un sasso nel fango. Un lento afflosciarsi, al ritmo di mezzo centimetro l'anno sul cratere, cominciato da circa 4000 anni, e che continuerà almeno per altri 7 millenni. La seconda novità, è che questo stesso fenomeno di affondamento del vulcano, chiamato in gergo spreading, è, ironia del destino, lo stesso che ha permesso l'emersione dalle acque della zona di Pompei, prima sotto il livello del mare.
Ma andiamo per gradi, innanzitutto lo scenario eruttivo. Il più probabile, come si diceva, è oggi quello di tipo effusivo. Un risveglio più dolce di quanto non si prevedesse fino ad una decina di anni fa, quando la Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile ha approvato il piano di emergenza per un'eventuale evacuazione di 6-700mila abitanti, in 18 comuni vesuviani.
Da qui la necessità di riaggiornare, alla luce dei progressi scientifici, il piano di emergenza su cui gli esperti sono già al lavoro. Presto potrebbe quindi arrivare una sorta di piano B, tarato sulla base di un'eruzione meno catastrofica, in cui potrebbe persino non essere necessario un'evacuazione di massa. L'aggiornamento del Piano, che il prossimo settembre compirà un decennio, è ormai necessario, -  spiega uno degli autori dello studio, Giuseppe Luongo del Dipartimento di geofisica e vulcanologia all'Università Federico II di Napoli, che a questo proposito ha di recente incontrato la Protezione Civile -. "Da un lato ci si aspetta un'eruzione meno drammatica, dall'altro ci sono alcune difficoltà organizzative in più, perché è appurato che una previsione a 15 giorni, è inattendibile, dunque il piano dovrebbe scattare probabilmente a 2 giorni dall'eruzione. In breve se da un lato il rischio di una catastrofe è inferiore, dall'altro c'è meno tempo per organizzare l'evacuazione".
Ma è proprio vero che il Vesuvio sta sprofondando e come mai il ischio di un'eruzione come Pompei sarebbe più remota? "Il nostro lavoro si basa su tre diversi contributi scientifici - dice Andrea Borgia, dell'European Developpement and Research Agency (Edra), primo autore della ricerca -: innanzitutto sui rilevamenti geologici sul campo, quindi sul rilevamento dal satellite, ed infine su un nuovo modello matematico che predice la deformazione del vulcano".
"L'ipotesi è che inizialmente l'edificio vulcanico cresca, ma ad un certo punto cominci ad affondare nella parte più morbida, sui sedimenti argillosi sottostanti" - spiega un altro degli autori, Giovanni Ricciardi dell'Osservatorio vesuviano dell'Istituto Nazionale di geofisica e Vulcanologia (INGV) -. "Comincia così a scivolare, a fratturarsi ed a liberare più facilmente i gas al suo interno diventando potenzialmente meno esplosivo. Questo movimento, allo stesso tempo, corruga i margini del vulcano elevando le aree limitrofe. Da tempo avevamo rilevato l'innalzamento della zona di Pompei e di una linea sul fondale marino a largo del Golfo di Napoli, ma il fenomeno era controverso: qualcuno riteneva che si trattasse di aree dove si infiltrava il magma ed escludeva che il vulcano potesse sprofondare".
Borgia è stato il primo a credere in questa ipotesi, tanto che nel 1992 ha pubblicato su Nature uno studio che dimostrava il fenomeno sull'Etna. La conferma è arrivata dallo spazio: le immagini del satellite mostravano che il vulcano si stava appiattendo, mentre alcune zone limitrofe si sollevavano. Così gli scienziati sono andati a vedere se anche il Vesuvio non stesse sprofondando lentamente come l'Etna. La conferma è arrivata anche in questo caso dai satelliti. "La tecnica di telerilevamento satellitare sfrutta le immagini generate da un radar a bordo di due satelliti della European Space Agency (ESA), Ers-1 e 2" - dice Riccardo Lanari dell'Istituto per il rilevamento elettromagnetico dell'ambiente del Consiglio nazionale delle ricerche di Napoli, che ha curato il contributo dallo Spazio della ricerca -. "Questi satelliti - spiega - consentono di registrare variazioni in altezza della superficie terrestre con una precisione di un millimetro l'anno. Le fotografie arrivano indipendentemente dalle condizioni atmosferiche a cadenza quindicinale, e, grazie alla raccolta di un centinaio di immagini nell'ultimo decennio, siamo riusciti a ricostruire una mappa delle deformazioni del vulcano. Che si possono vedere anche sul sito http://jupiter.irea.cnr.it/gis/webgisnapoli.html ".

L'ultimo passo è stato quello di definire un modello matematico in grado di prevedere quello che accadrà in futuro. "Il modello che abbiamo elaborato - dice Borgia - indica che il Vesuvio si trova ad un terzo della sua deformazione totale. In più, siamo in grado di fornire una conferma anche chimica, basata cioè sulla composizione del magma. Insomma, a nostro avviso, il rischio di un'esplosione forte è basso".
La previsione si basa sulla concentrazione della silice nel magma eruttato direttamente correlata all'esplosività: al suo aumentare aumenta la probabilità che un'eruzione esplosiva sia catastrofica, e nelle ultime eruzioni (472 d.C., 1631 e 1944), il Vesuvio ha registrato una progressiva diminuzione della silice insieme allo sprofondamento. Persino i dati archeologici indicherebbero che il vulcano sprofonda. Sembra infatti che nell'età del Bronzo Pompei fosse ancora coperta dal mare e che la sua emersione sia stata possibile proprio grazie al sollevamento degli strati argillosi "strizzati" dallo sprofondamento del Vesuvio. I primi insediamenti in quest'area risalgono infatti all'Età del Ferro e solo qualche millennio più tardi il Vesuvio, dopo averla fatta riemergere dal mare, ha seppellito Pompei nella cenere. In tempi in cui probabilmente il vulcano era meno stanco di oggi.

 


Chi c'è dietro l'agenzia che ha elaborato questo studio. E altri.

Cervelli in fuga, tornate a casa

Chi conosce la European Developpement and Research Agency (Edra), fondata da Andrea Borgia, primo autore dei nuovi studi sul Vesuvio? Non ha neanche un sito web, eppure produce ricerca di alto profilo in campo geologico e si pone come obiettivo anche quello di riallacciare i rapporti con i cervelli in fuga, i nostri giovani ricercatori all'estero che vengono coinvolti nei progetti di quest'ente italiano senza fini di lucro. "I finanziamenti sono pochi e li dedichiamo tutti ai progetti ed alle trasferte dei giovani. Dunque niente sito web - spiega Andrea Borgia -. Anche lui è stato un cervello in fuga perché dopo la laurea in geologia all'Università di Firenze è emigrato negli USA,  dove ha conseguito un dottorato a Princeton e ha iniziato la carriera di ricercatore collaborando persino con la NASA. Poi è tornato in Italia, da precario, all'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, dove il concorso non è arrivato, almeno non per lui. Perciò ha pensato, dopo aver fondato EDRA, di mettersi in proprio come consulente, ora per il ministero dell'Ambiente. "Dal 1992, quando è nata EDRA, abbiamo portato avanti circa 40 progetti di ricerca, sia per grandi istituzioni come l'Unesco e la Fao, che per l'industria italiana. I soldi per richiamare i cervelli dall'estero non ci sono, ma collaborando con il nostro paese possono almeno non perdere i contatti".



Monte St Helens, La forza della Natura

Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 03-21-2008 at 11:08 AM
Perchè, sotto sotto, il Vesuvio è un problema sempre meno esplosivo >>

Monte St Helens, La forza della Natura
national geographic, maggio 2000

Nel maggio di vent'anni fa il monte St. Helens esplodeva con una potenza 500 volte superiore alla bomba di Hiroshima. Oggi sulle devastate pendici del vulcano più giovane e più attivo del nord ovest americano sta tornando la vita: si perpetua così un ciclo infinito di distruzione e di rinascita l'eruzione del 1980 ha lasciato un cratere largo circa 2 km. Ogni anno ben 600mila visitatori si recano sulla cresta che ha preso il nome del geologo David Johnston. Lo scienziato si trovava qui, a 8 km dalla vetta, quando fu ucciso dall'esplosione. l'eruzione del St. Helens ha prodotto la frana più grande finora registrata dagli archivi di national geographic: la quiete prima della tempesta (foto) negli anni '40 questi bagnanti si godevano in tutta tranquillità le acque del lago spirit ai piedi del monte st. Helens. Pochi decenni dopo, il 18 maggio 1980, lo stesso lago si è trasformato in un mare in tempesta in seguito alla terribile eruzione del st. Helens. una valanga di pietre e cenere ha trasformato la zona in un paesaggio lunare interrando la sponda meridionale del lago e innalzando il livello dell'acqua di 60 metri. A distanza di vent'anni i tronchi degli alberi strappati alla montagna galleggiano ancora sul lago spirit, ora parte di una zona di ricerca chiusa al pubblico. questa immagine non è mai stata pubblicata su national Geographic

Dl ROWE FINDLEY e FOTOGRAFIE Dl JIM RICHARDSON
 ROWE FINDLEY si è già occupato dell'eruzione del St, Helens per GEOGRAPHIC nell'80. TIM RICHARDSON, fotografo free lance, ha illustrato il servizio "Cascadia: vita di fuoco", dedicato alla storia geologica del Nord Ovest americano, apparso sul numero di maggio del '98.


 VIVIAMO TRA FUOCO E GHIACCIO. Lo penso mentre sorvolo in elicottero il cratere del monte St. Helens, un luogo apparentemente pacifico, ma che  appena vent'anni fa era un infernale calderone di fuoco Il 27 marzo dell'80 questo vulcano innevato alto 2949 metri diede vita a una serie di eruzioni che catalizzarono l'attenzione del mondo intero. Il 18 maggio la montagna esplose, provocando la più grande frana mai documentata. La sommità si abbassò di ben 400 metri Nel disastro, persero la vita 57 persone, nonché un numero incalcolabile di uccelli e altri animali. Circa 600 chilometri quadrati di foreste, prati  e torrenti di montagna si trasformarono in una desolata landa color grigio cenere.
 La coltre di cenere tramutò il giorno in notte nelle zone centrali e orientali dello Stato di Washington, poi si diffuse in altre parti del mondo. Oggi, quegli eventi che ho vissuto in prima persona sembrano appartenere a una vita passata. Prima della grande eruzione del 18 maggio, io, come tutti gli osservatori della montagna, accoglievo con innocente emozione ogni sussulto dell'irrequieto vulcano. Poi però le cose sono cambiate. Ho assistito alla scomparsa di un mondo idilliaco, e ho perso amici preziosi. Da quel momento, una profonda sensazione di tristezza non mi ha mai abbandonato. Con il tempo questa tristezza si è attenuata. Ma, anche a distanza di anni, di tanto in tanto orna a farsi sentire. So che è un pensiero irrazionale, ma sono arrivato a considerare questa montagna come un essere malvagio. Adesso il cratere appare quasi benevolo, pacifico e mansueto sotto le tonnellate di neve e ghiaccio che, anche d'estate, ne ricoprono le pendici e la caldera. Il vento ha spolverato la neve con volute di cenere grigia, l'ha scolpita di onde fino a renderla simile a un mare. Qua e là, la neve punteggia persino l'irregolare duomo di lava dove la roccia fusa ha continuato ad affiorare fino all'86. Alla fine dell'estate dell'80 il duomo era alto circa 60 metri, e vi si poteva passeggiare attorno. Oggi, dopo essersi distrutto e ricostruito più volte, misura 270 metri d'altezza e oltre 900 di larghezza, arrivando quasi a toccare le pareti Est e Ovest del cratere. I geologi che lo tengono sotto controllo vi atterrano in elicottero con grande cautela, attenti ai blocchi che si distaccano dalle pareti e piombano verso il basso sollevando nubi di polvere che alcuni osservatori inesperti scambiano per attività vulcanica. L'area devastata si estende a ventaglio in direzione Nord, Est e Ovest fino a 25 chilometri di distanza dal vulcano. Dopo il crollo del versante Nord del cratere, questa zona (grande più di tre volte la città di Milano) è stala investita in pieno dai gas incandescenti. Dall'elicottero, vedo i tronchi sbiancati delle gigantesche conifere abbattute dall'onda d'urto. Giacciono ancora a terra, disposti a raggiera. Ma scorgo anche i segni della vita che rinasce: in lontananza, vasti pendii cominciano a tingersi di verde, mentre più vicino spuntano grandi colonie di piante. Persino nel più brullo di questi paesaggi, il cosiddetto Pumice Plain (Pianura di Pomice), che declina dalla parete Nord del cratere, un'attenta osservazione rivela piccoli e coraggiosi avamposti vegetali. Nell'estate dell'80, questa zona si presentava come un paesaggio lunare apparentemente privo di vita, una tavola spoglia e inerte. Mentre l'elicottero atterra, ricordo le parole di alcuni scienziati: il vuoto causato dall'eruzione si trasformerà in fonte di vita. E ora, ho il privilegio di assistere alla realizzazione di quella profezia.
 MA PER ME, IL TERRENO di prova decisivo di questo processo di rinascita è il caotico labirinto di collinette della North Fork Toutle R'ver Valley. Si tratta di una serie di cumuli depositati dalla valanga di detriti seguita al crollo della vetta e del fianco Nord del vulcano. 4uesto paesaggio senza vita, un ammasso di cenere, pietre e detriti scagliati a terra in pochi, terribili istanti e poi coperti da flussi piroclastici infuocati, è scolpito nella mia memoria come la quintessenza della desolazione. Oggi, in questo luogo martoriato si snoda un sentiero che percorro a piedi, in una visita guidata da due scienziati che hanno studiato a lungo l'impatto del vulcano. Quando l'eruzione finisce, non è affatto finita. L'effetto continua. Peter Frenzen, studioso del Monumento vulcanico nazionale monte St. Helens, introduce così la nostra passeggiata. È affiancato da Jerry Franklin, ricercatore dell'Università di Washington a Seattle. Mentre in me c'è una tendenza a personificare la montagna, i due studiosi hanno un approccio scientificamente oggettivo, accompagnato dall'entusiasmo che deriva dalla possibilità di studiare, secondo la definizione di Terry,"il retaggio di una devastazione naturale" di così vaste proporzioni. Data l'estrema fragilità della zona, non ci è permesso di allontanarci dal sentiero neppure di un passo. Entro breve, ci troviamo in una delle prime zone in cui si è fatta strada la vita: un allegro giardino di fiori di campo. Lupino, fuoco della prateria, composita perlacea ed epilobio multicolori sono abbarbicati sulla ruvida pietra grigia. Salici e ontani si stagliano contro il cielo, alcuni di questi ultimi abbastanza alti da ombreggiare il nostro serpeggiante viottolo. Le radici, nonché le foglie e gli steli in decomposizione di questa avanguardia vegetale forniscono il materiale organico necessario a trasformare il pietrisco vulcanico in suolo in grado di sostenere la vita. Ruscelli e pozze scintillanti accolgono rane e coleotteri acquatici. Ai nostri piedi, minuscoli rospi balzano qua e là, tanti da far sembrare vivo il terreno stesso. Ciuffi d'erba carichi di semi ondeggiano al soffio irregolare della brezza. Le piante e gli alberi che vediamo sono opportunisti, adattati alle condizioni estreme delle stagioni e dell'altitudine, attrezzati per attecchire in questo vuoto ostile. I lupini hanno un ruolo chiave: i batteri sulle loro radici liberano azoto, indispensabile per tutte le piante. Sugli ontani si formano semi alati che volano trasportati dal vento. Dove una volta imperversavano le letali raffiche dell'eruzione, venti meno impetuosi diffondono semi e terriccio. Anche uccelli e altri animali partecipano al processo di rinascita trasportando i semi, mangiandoli e depositandoli attraverso gli escrementi. Scavando le loro tane, i gopher penetrano nel manto di cenere e riportano in superficie il terriccio. Sul sentiero vediamo anche degli escrementi che testimoniano il passaggio di alci. A differenza delle creature piccole, i grand animali non hanno trovato riparo durante l'eruzione, che ha ucciso quasi 2000 alci, una piccola mandria di capre delle nevi e migliaia di cervi muli. L'anno scorso le capre avvistate erano ancora poche, ma i cervi erano molti e gli alci erano tornati numerosi come prima. Con grande soddisfazione degli studiosi, cui è stata offerta un'occasione unica per osservare e imparare, i responsabili del Monumento nazionale hanno deciso di lasciare che la natura segua il suo corso. In sostanza, qui si può osservare una versione accelerata e in formato ridotto di quanto è accaduto in tempi lunghissimi durante l'infanzia del nostro pianeta, dal periodo del brodo primordiale a quello in cui i primi semi venivano trasportati dal vento. Come ricominciano da zero le forme di vita? Centinaia di appezzamenti campione sono oggetto di studio da parte di decine di ricercatori che seguono i cicli della successione ecologica.
 In seguito all'eruzione dell'80, la società di legname Weyerhaeuser ha avviato un corso di emergenza in gestione forestale. Gli alberi che popolavano gli oltre 27mila ettari della loro silvicoltura sul monte St. Helens sono andati distrutti o abbattuti e sono rimasti a marcire o preda degli insetti tra le ceneri che si raffreddavano Le operazioni di salvataggio e piantatura si sono svolte a ritmi frenetici, ricorda Dick Ford. Oggi Ford dirige il Forest Learning Center (Centro di apprendimento forestale) della società, creato per spiegare ai visitatori gli effetti dell'esplosione sulla foresta. Bisognava agire tempestivamente, racconta. Avevamo perso tre accampamenti per i taglialegna e molti chilometri di strade e ferrovie. Nella zona arrivarono mille operai, e colonne senza fine di camion che trasportavano centinaia di carichi al giorno nelle segherie limitrofe; fu tagliata una quantità di legname sufficiente per costruire 85mila case fornite di tre camere da letto ognuna. Il rimboschimento cominciò l'inverno seguente, piantando le radici degli alberelli nel suolo coperto dalla cenere. Certi alberi sono già alti 17 metri, dice Dick. Prevediamo di effettuare il primo taglio nel 2024.
 GLI EFFETTI DELL'ERUZIONE hanno sconvolto anche molte vite umane. Quel fatidico 18 maggio Donna Parker si trovava fuori della sua casa a Canby, nell'Oregon, a 110 chilometri dal St. Helens. Da li, osservava la colonna di cenere nero/blu che si espandeva minacciosa nel cielo di un terso mattino domenicale. Sono salita sulla collina per vedere meglio, ricorda, e ho pensato: che fortuna, lassù non c'è nessuno dei miei. Poi, però, Donna ha scoperto che suo fratello William P. Parker e la moglie Teanne erano dispersi. Poco dopo, grazie a una ricerca aerea, il furgone della coppia è stato avvistato su uno sperone coperto di cenere del Coldwater Rdge. Il caso ha voluto che quell'immagine sia comparsa su NATIONAL GEOGRAPHIC, nel gennaio dell'8l. Nel furgone c'era un rullino fotografico rimasto miracolosamente intatto. In un'inquadratura, si vede mio fratello seduto sullo stesso ceppo fotografato nella rivista. Era stata scattata il giorno prima della sua morte. Donna non riusciva più a trovare pace, e perciò decise di sistemare una croce di legno bianca là dove erano morti Wiam e Teanne. Ma c'erano state altre vittime nella zona, ha cui alcuni amici di lunga data, e così il numero delle croci piantate da Donna è salito a dodici. Ho cercato di visitarle a ogni anniversario dell'eruzione, lasciando un fiore su ognuna. Nel primo anniversario del disastro, il furgone di William Parker è stato recuperato da alcuni suoi amici. Lo hanno portato a casa, hanno soffiato via la cenere dalla calotta delle punterie e installato una batteria nuova, racconta Donna. Si è messo in moto subito. Lo abbiamo dato ai suoi compagni di pesca, che lo hanno rimesso a posto. Secondo le ultime notizie, ora è in Alaska e funziona ancora.
 L'immagine di quel furgone che circola per l'Alaska è di grande conforto per chi ha subito perdite o è rimasto traumatizzato dall'eruzione. Penso di capirlo, anche perché questa storia mi ha coinvolto personalmente più di ogni altra che io abbia scritto. Avendo trascorso diverse settimane sul posto per seguire le eruzioni, sono diventato amico di molte persone; alcune di loro poi sono morte, o hanno perduto i loro cari oppure sono sfuggite per miracolo la furia dell'eruzione. Gladys Dodge Robards, 87 anni, ha assistito al disastro da 50 chilometri di distanza: dalla veranda della sua casa vicino al lago Silver. Gladys adorava quella zona: da ragazza, aveva lavorato all"'Harmony Fas Lodge' un albergo sul lago Spirit, ai piedi del monte St. Helens. È stato suo figlio John a raccontarle i dettagli la gigantesca frana seguita all'eruzione, il lago Spirit che si era gonfiato di 60 metri, l'albergo che era rúnasto sepolto assieme alle cascate di 45 metri da cui prendeva il nome. Passato qualche tempo, John comincia a chiedersi perché la madre non proponga mai di andare a vedere il nuovo paesaggio, neppure quando si inaugura l'Osservatorio Johnston  Ridge (a soli 8 chilometri dal cratere), dove viene ha l'altro presentato un filmato di 16 minuti sul vulcano; al termine lo schermo si solleva per rivelare una gigantesca finestra panoramica che incornicia la montagna. Un giorno, ho deciso di portare mia madre al centro visitatori Johnston Ridge, dice John. L'ho accompagnata a vedere il film. Alla fine, quando lo schermo si è sollevato mostrando il cratere, lei è scoppiata in lacrime. Credo che abbia accettato soltanto allora quanto è accaduto.
 HARRY R. TRUMAN RIPETEVA che avrebbe preferito morire piuttosto che vedere la sua bella montagna ridona a un orrendo guscio di se stessa. Purtroppo, il suo desiderio è stato esaudito. Nonostante abbia avuto più di un'occasione per fuggire, Harry ha scelto di rimanere nel suo "St. Helens Lodge' un albergo anch'esso sulle sponde del lago Spirit. oggi quel che resta di Harry è ancora lì, con il suo stuolo di gatti e, dicono, 38 bottiglie di Bourbon, sepolto da decine di metri di detriti e dalle acque del lago. Harry gestiva l'albergo con la moglie Edna. Aveva amato la sua montagna per mezzo secolo, tanto che si era creata una sorta di comunione spirituale. Io parlo con la montagna e lei parla con me, era solito dire. Fra i suoi molti talenti, Harry aveva il dono ai raccontare storie condite di imprecazioni e parolacce. Ho conosciuto Harry qualche settimana prima del disastro del 18 maggio. Più di recente, sono andato a Kelso per far visita a suo cognato, D. O. "Buck" Whiting. Edna diceva che Harry sarebbe diventato famoso, ricorda Buck. Edna è morta nel '78 e da allora Harry aveva cominciato a disinteressarsi della gestione dell'albergo.  Poi, nel marzo dell'80, cominciarono le eruzioni. Quando Harry dichiarò che sarebbe rimasto comunque nell'albergo, suscitò l'attenzione generale. Gli piacevano tutte quelle interviste, le cineprese, gli elicotteri che atterravano davanti alla sua porta. Dopo la sua morte, sono stati scritti libri e canzoni su di lui; è persino venuta una troupe di Hollywood per trarne un film. È stato allora che ci sono tornate alla mente le parole di Edna. Col passare del tempo, stanno entrando nella leggenda anche altri personaggi, morti vegliando il vulcano. In un punto di osservazione 13 chilometri a Nord Ovest del cratere, Reid Blackburn, fotografo ventisettenne del Vancouver Columbian ha scattato le sue ultime quattro fotografie proprio mentre gli piombava addosso quel devastante muro di gas e cenere. La pellicola è stata rovinata dal calore. Nonostante si fosse rifugiato in un'automobile, Reid non è riuscito a salvarsi. Sua moglie Fay cita con orgoglio il fondo per borse di studio costiwito a nome di Reid, del quale hanno beneficiato già 18 aspiranti fotoreporter. David Tohnston era stato assegnato a una postazione del Servizio geologico americano (Usgs) otto chilometri a Nord Ovest del St. Helens. A trent'anni, era già esperto di stratovulcani esplosivi, soprattutto quelli dell'Alaska. David era consapevole dei rischi, ma l'idea di poter imparare cose nuove lo affascinava. È stato lui a inviare al mondo il messaggio radio alle 8,32 della domenica del 18 maggio 1980: Vancouver! Vancouver! Ci siamo, La sua roulotte, il veicolo che la trainava e le apparecchiature sono stati spazzati via dalla cresta, e di David non si è più trovata traccia. Oggi, in segno di omaggio, la cresta, il centro visitatori costruito vicino al luogo dov'era David quando ha lanciato l'ultimo messaggio e un osservatorio vulcanologico di Vancouver, nello Stato di Washington, portano tutti il suo nome.
 VADO ALL'OSSERVATORIO David A. Johnston per parlare con il geologo Dan Mer. Quel fatale mattino, Mer era stato incaricato di raggiungere l'amico David alla postazione di monitoraggio. Provvidenzialmente, la riparazione di una macchina fotografica ritardò la sua partenza, quanto bastò per salvargli la vita. Ora il geologo dirige il Programma di assistenza per disastri di origine vulcanica (Vdap), una piccola equipe di vulcanologi pronta a partire con poche ore di preavviso per qualsiasi località del mondo in cui vi sia il rischio di un'imminente eruzione. Il monte St. Helens ci ha insegnato molto sul comportamento degli stratovulcani, spiega Miller. Grazie a queste lezioni, siamo in grado di prevedere con accuratezza sempre maggiore l'eventualità di un'eruzione. Una volta installati i nostri strumenti di controllo, otteniamo letture istantanee via radio, i computer provvedono a elaborare i dati raccolti sul campo relativi a movimenti sismici, deformazione ed emissioni di gas. Possono per esempio segnalare la risalita del magma all'interno della montagna. Quando i grafici di queste componenti mostrano tre curve ascensionali più o meno coincidenti, scatta l'allarme. Oggi, con il Vdap, possiamo utilizzare l'esperienza fatta qui nel monitoraggio delle aree minacciate, e salvare vite umane e beni.
 la decisione di avviare il programma è stata presa in seguito a un'eruzione avvenuta in Colombia nell'85, quando una remota vetta andina chiamata Nevado del Ruiz ha inondato i ghiacciai circostanti di rocce e ceneri incandescenti, provocando il loro scioglimento. Come conseguenza, una serie di monumentali colate di fango sono piombati a valle lungo le le gole e i corsi d'acqua. In un solo villaggio sono morte circa 23mila persone. Se l'allarme fosse scattato in tempo, forse avrebbero potuto mettersi in salvo. È stata proprio questa consapevolezza a spingere l'Usgs e l'Ufficio americano per l'assistenza ai disastri all'estero a creare il Vdap. L'equipe ha già risposto ad oltre 20 appelli da tutto il mondo, ma è nelle Filippine che ha ottenuto il suo successo più notevole. Le cose sono andate così: lungo la costa di Luzon, la maggiore e più popolata delle isole dell'arcipelago, si trova una fila di vulcani, tra cui il monte Pinatubo. Queste cime fanno parte dell'Anello di Fuoco che circonda l'Oceano Pacifico e comprende i vulcani dell'Alaska e delle Cascate. All'inizio dell'aprile '91, era stata segnalata sul Pinatubo una serie di piccole eruzioni e terremoti, che andavano gradualmente intensificandosi. poco dopo, i geologi filippini chiedevano al Vdap di aiutarli nel monitoraggio del vulcano, che stava rivelando un comportamento straordinariamente simile a quello che aveva preceduto l'eruzione del St. Helens. All'inizio di giugno, una serie di terremoti sotto  Pinatubo indicava che il magma era in movimento. Le precedenti eruzioni avevano liberato gas incandescenti e colate di fango lungo i fianchi della montagna e su vaste pianure alluvionali. La zona a rischio comprendeva le case di mezzo milione di abitanti del centro di Luzon. Su consiglio degli scienziati, venne avviata un'evacuazione controllata.
 Il 15 giugno l'accumulo di pressione nel pinatubo culminava con un'eruzione dieci volte superiore a quella del St. Helens, un'esplosione che ha lasciato una caldera di circa 2 km.
 Ma circa 100 mila vite umane sono state salvate. Il Pinatubo ci ha regalato una grande soddisfazione, dice Mer. È stata la nostra ricompensa per anni di duro lavoro. Gli uomini dell'equipe corrono gravi rischi per la loro incolumità personale, in particolare quando si tratta di sistemare strumenti di controllo sui vulcani che stanno risvegliandosi. Infatti, finché arrivano le prime letture dei dati, i vulcani rimangono una minaccia imprevedibile.
 Durante l'eruzione del St. Helens, le colate di fango si sono spinte attraverso la Toutle Valley, oltre il fiume Cowlitz, fino al maestoso Columbia. È a quel punto che è dovuto intervenire il Genio dell'Esercito Usa. Il canale navigabile del Columbia è stato letteralmente interrato dall'enorme quantità di cenere, tanto che le imbarcazioni dirette verso l'oceano sono rimaste bloccate. I genieri dell'esercito hanno dovuto dragare i canali del fiume e compiere accurati sopralluoghi dei nuovi laghi del bacino superiore del Toutle, creati dai detriti delle colate di fango. Per scongiurare il rischio che cedano le dighe naturali di questi laghi, causando nuove colate di fango a valle, gli esperti hanno rinforzato gli sbarramenti e i canali emissari. Per la stessa ragione, hanno scavato un tunnel sfioratore di 2,5 chilometri che parte dal lago Spirit, attraversa una montagna e sfocia nel bacino del Coldwater. Senza il tunnel, il livello delle acque del lago spirit continuerebbe a salire, tracimando sulla massa instabile di detriti vulcanici depositata dalla frana seguita all'eruzione. Questo processo potrebbe provocare un'altra gigantesca colata di fango, replicando il disastro dell'80.
 SFRUTTO LA MIA ULTIMA GIORNATA al St. Helens per visitare il versante sudorientale della montagna, dove una colata di fango ha portato alla luce tracce inaspettate di un'antica eruzione. L'erosione ha creato un profondo canalone, rivelando le linee serpeggianti di un'eruzione preistorica che fece scaturire torrenti di lava. Passeggio lungo un sentiero costeggiato da un torrente di montagna che offre suggestivi contrasti ha la pietra scura e frastagliata, e i colori degli abeti e dei fiori selvatici. Mentre mi allontano in automobile, rivolgo un'ultima occhiata alla montagna: il candore della neve fresca si staglia contro i vertiginosi pendii scuri ullinati dal sole che si affaccia tra le nubi. Alla base del monte, pendii desolati dove spuntano tracce di nuova vita si estendono fino ai margini di foreste intatte. Trovo confortanti questi segni di ripresa, e non vedo l'ora che in questo paesaggio tornino le maestose foreste vergini e scintillanti torrenti di montagna che esistevano prima dell'eruzione. È un processo che viene definito "recupero", anche se in realtà non è che uno dei tanti cicli della grande ruota di perenne cambiamento della natura, in cui tutto, prima o poi, si ripete. Nell'avvicendamento, vi sono specie che spariscono e nuove forme di vita che compaiono. La sorprendente volontà di sopravvivenza della vita ha la stessa forza di un vulcano, di un terremoto o di un'inondazione. Nel corso dei millenni, il monte St. Helens ha eruttato più o meno una volta ogni cento anni, spesso con intensità maggiore rispetto al disastro dell'80. Gran parte della vetta che vediamo oggi ha solo 4000 anni: un nonnulla nella scala del tempo geologico. La strada che si allontana dal St. Helens passa per Cougar. La via principale di questa cittadina non sembra più la stessa senza il "Wildwood Inn'? Nell'80, i proprietari dell'albergo, Mort e Sandy Mortensen, servivano un pollo fritto fenomenale. Mort è scomparso otto mesi fa, dopo una lunga malattia, e più di recente il locale è stato distrutto da un incendio. Sandy però è sopravvissuta al duro colpo, ed è un grande piacere farle visita. Parliamo di quelle settimane di tarda primavera tra la prima eruzione e quella definitiva, quando la città era invasa dai giornalisti e imperversava una sorta di follia collettiva. In quei giorni, il "Wildwood Inn" era diventato un punto di riferimento per cronisti affamati e assetati venuti da lontano per seguire le vicende della montagna. C'era sempre qualcuno che cercava di intervistarmi mentre lavoravo, e a volte rispondevo dicendo sciocchezze, ricorda Sandy. Una sera ero molto stanca, e qualcuno mi ha piazzato un microfono n faccia chiedendomi come facevo a sapere che la montagna sarebbe esplosa. Io ho ribattuto, "Perché ieri notte ho visto quaranta Bigfoot attraversare la città, e avevano tutti la valigia'? Un uomo al bancone si è alzato immediatamente ed è andato al telefono. Il giorno dopo ho Ñsto le mie parole riportate sul "New York Times".
 Il Bigfoot (Piede grande), o Sasquatch, è una sorta di Yeti americano, un leggendario gigante mezzo uomo e mezzo bestia che lascia impronte enormi. Ma poiché da qualche tempo non si hanno più notizie di avvistamenti, può darsi che si sia davvero trasferito. Se è così, Bigfoot, sappi che sentiamo la tua mancanza. Torna a casa, per favore.

Le catastrofi naturali suscitano un senso d'impotenza di fronte alla forza della natura. Come reagire? Dite la vostra  all'indirizzo: www.nationalgeographic.com/ngm/0005
  • Le cascate Loowit sgorgano dal cratere, mutando l'aspetto del versante Nord del vulcano. Si pensa che una gola nella roccia debba avere migliaia, perfino centinaia di migliaia di anni, ma questa si è formata in meno di dieci, dice Peter Frenzen, studioso del Monumento, che si disseta con la neve in scioglimento del cratere. La neve che si accumula nelle zone in ombra sta formando un ghiacciaio.
  • I tappeti di alghe del fiume Toutle portano nuova vita.  Bisognose di sole e di acque ricche di minerali, queste piante si sono insediate poco dopo il disastro, ma moriranno quando l'ombra degli alberi tornerà sulle sponde del fiume. Lentamente l'ecosistema si rigenera.
  • Un mese prima del disastro, il pennacchio di vapore che nasconde la vetta segnala il fuoco nel suo interno. La risalita del magma preme contro il fianco Nord, provocando una frana che spazza via la sommità abbassandola di 400 m (sotto). Un'esplosione libera una nube piroclastica: 600 km2 di foresta sono rasi al suolo. La neve primaverile, però, protegge germogli, semi e animali in letargo. La rinascita non è compromessa. Se l'eruzione fosse avvenuta in agosto, il paesaggio avrebbe mantenuto un aspetto lunare molto più a lungo, dice David Wood, fitoecologo dell'Università statale della California a Chico.
  • E DALLE CENERI  Rispunta La vita. Siamo tutti rimasti sorpresi per la velocità con cui la vita è tornata in questo paesaggio, dice l'ecologo David Wood. Pensavamo che sarebbe trascorso parecchio tempo prima di veder rinascere qualcosa. invece, nell'arco di pochi anni gli studiosi hanno visto flora e fauna insediarsi nei nuovi ambienti creati dagli sconvolgimenti geologici causati dall'eruzione. Oggi la ricolonizzazione è già a buon punto (a destra). Del resto, in quest'area la natura ha già trionfato molte volte sulle catastrofi: il vulcano attuale (nato dalla collisione tra la placca Juan de Fuca e quella nordamericana, in basso si è formato negli ultimi 4000 anni (qui sotto).

 NATIONAL GEOGRAPHIC, MAGGIO 2000
 MONTE ST. HELENS

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Se la popolazione non venisse evacuata, si rischiano 300 mila vittime
Vesuvio: prossima eruzione simulata in 4D
Uno studio del prof. Neri dell'Istituto geofisico e vulcanologico di Pisa. La zona a nord-est di Napoli è protetta dal monte Somma

PISA - Dal 1944, anno della sua ultima eruzione, il Vesuvio ha fatto dormire sonni tranquilli ai cittadini di Napoli e delle altre città che si trovano ai piedi del vulcano campano. Ma secondo uno studio condotto da Augusto Neri, professore dell'Istituto geofisico e vulcanologico di Pisa e pubblicata sulla rivista scientifica «Geophysical Research Letters», se il Vesuvio tornasse in attività e la popolazione non fosse evacuata prima dell'eruzione, l'attività del vulcano provocherebbe la morte di quasi 300 mila persone.
VITTIME - Il numero delle vittime sarebbe confermato dalla prima simulazione tridimensionale prolungata nel tempo (4D) realizzata da un supercomputer che ha analizzato nel dettaglio le conseguenze di un'improvvisa azione del Vesuvio. Altri 200 mila abitanti che vivono nella cosiddetta «zona rossa», situata nell'area a nord-est di Napoli, avrebbero però maggior tempo per salvarsi e scappare grazie alla presenza del monte Somma, che agirebbe da barriera naturale e frenerebbe l'attività del vulcano.
4D - La più grande e famosa eruzione del Vesuvio fu quella del 79 d.C., quando il vulcano distrusse Ercolano e Pompei e uccise oltre 16 mila persone. Ma, a quanto sembra, un'eventuale nuova eruzione provocherebbe una tragedia molto più grande. «Per la prima volta, grazie a questo studio in 4D, abbiamo capito che i flussi piroclastici colpiranno in un secondo momento alcune zone», afferma Neri. «Sembra che il monte Somma in una situazione del genere sarà un'effettiva barriera. Ma ciò non significa che alcune popolazioni siano al sicuro».
PIANO DI EVACUAZIONE - Naturalmente esiste un piano per evacuare gli abitanti se l'ipotesi dell'eruzione del Vesuvio si tramutasse in realtà. Secondo le autorità, i cittadini che vivono in 18 città in un raggio di 7 km attorno al vulcano sarebbero evacuate in una settimana. Tramite lo studio in 4D è possibile capire quali Comuni è meglio evacuare per primi e quali invece saranno colpiti successivamente. «Abbiamo già informato e passato il nostro studio alla Protezione civile», afferma il professor Neri. «Si servirà di questa simulazione per preparare l'eventuale vera evacuazione d'emergenza».
ERCOLANO E POMPEI - Secondo Peter Baxter, dell'Istituto di Sanità pubblica dell'Università di Cambridge, che ha partecipato allo studio, se il Vesuvio ritornasse in attività si comportebbe come nel passato e le colate laviche arriverebbero nelle zone situate a sud del vulcano, proprio dove oggi si trovano Pompei ed Ercolano con i loro reperti storici. «I flussi piroclastici colpirebbero la zona a sud con Ercolano e Pompei, quella vicino al mare», dice lo studioso.
Francesco Tortora
28 febbraio 2007, link


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