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Punto Nullo Notizie brevi dal Mondo su tematiche ambientali e simili...

In questa sezione si cercherà di tenere aggiornati i flash di agenzia (giornalistica) sulle ultime notizie dal Mondo e dall'Italia. Si tratta di estratti e brevi comunicati e quindi per avere degli approfondimenti si rimanda ai siti originali delle notizie riportate.

Ovviamente, gli argomenti riportati e sottoelencati sono inerenti alla Geologia, Paleontologia, Climatologia, ambiente, animali, ecc.: insomma, temi riguardanti le tematiche di questo sito. Possono esserci anche notizie un po "strane" (intese come anomalie) e/o riguardanti altre discipline scientifiche ma con riflessi su quella Geologica.

Buone letture

 


 

Ricerca in Italia e nel Mondo: problemi e idee (con aggiornamenti)

Varie Notizie Generali
Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 04-20-2009 at 10:48 AM
News & simili dal Mondo >> Varie Notizie Generali

Intervista sulla ricerca: il piano per scegliere le aree di investimento, la riforma degli enti e l'assunzione di nuovi addetti
«Grande opera per attirare cervelli stranieri»
Il ministro Gelmini: nascerà in Italia sul modello del Cern e rilancerà i nostri scienziati. Recupereremo il lavoro precario sulla base del merito e delle necessità. Le risorse deriveranno dalla cancellazione di piccoli progetti senza utilità
Ministro Mariastella Gelmini, per alcuni lei ha dimenticato il mondo della ricerca scientifica che assieme alla pubblica istruzione e all'Università è il suo terzo compito.... «Stiamo lavorando e per giugno sarà pronto il piano nazionale della ricerca in occasione del G8» E che cosa prevede? «Stabiliamo delle priorità per trasformare la situazione di crisi in cui ci troviamo in un'opportunità di rilancio. Le risorse non sono certo ampie ma il settore, grazie anche all'intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, non ha subito tagli». Quali sono le priorità scelte? «Innanzitutto è da valorizzare il settore agroalimentare e ad esso si affiancano l'ambiente e l'energia con le cosiddette "tecnologie verdi", la biomedicina e lo spazio. In quest'ultimo abbiamo maturato alcune competenze da difendere ed esistono già sulla Penisola realtà internazionali importanti, come il centro dell'agenzia spaziale europea di Frascati impegnato proprio sulla ricerca ambientale. Dobbiamo, inoltre, ripensare la programmazione della ricerca adesso inesistente. Ogni ente ha il suo piano ma la loro somma dimostra solo una frammentazione improduttiva. Voglio arrivare ad un progetto ricerca-Paese in cui si concentrano gli interessi tenendo conto delle esigenze della realtà industriale dove i giovani troveranno lavoro». Un' impresa ardua, altre volte tentata senza grandi risultati. Lei come pensa di materializzare questa ambizione? «Attraverso una serie di interventi. Ad esempio, dobbiamo realizzare in Italia una grande infrastruttura di ricerca, come del resto ci chiede l'Unione. Un centro, per capirci, come il Cern di Ginevra, un modello a cui far riferimento per diversi motivi». Quali sarebbero? «Prima di tutto perché è un luogo dove si fa ricerca al top della conoscenza attraendo i cervelli da altri continenti. Al Cern la costruzione del nuovo acceleratore Lhc, al quale hanno dato il contributo centinaia di ricercatori italiani attraverso l' Istituto nazionale di fisica nucleare, si è rivelata la giusta via per alimentare la ricerca, creare innovazione tecnologica nelle aziende coinvolte e sviluppare conoscenze applicabili in altri settori della vita quotidiana. Dagli studi al Cern, oltre all'invenzione del Web è nata anche la nuova macchina adronica con la quale si curano a Pavia i tumori». Con che risorse, se non ci sono, può nascere una nuova grande infrastruttura di ricerca? «Recuperando fondi da piccoli progetti poco utili eliminabili e da mille accordi di programma che rispondono a necessità lontane dalla scienza. Ma vorrei pure utilizzare a tale scopo i fondi Fas gestiti dalla Presidenza del Consiglio che magari finiscono in accordi clientelari. Insomma, eliminando degli sprechi e concentrandoci in una direzione precisa evitando di moltiplicare inutilmente le iniziative». Ma quali sono per lei i problemi più gravi della ricerca italiana: i fondi scarsi, il ridotto numero dei cervelli, le infrastrutture inadeguate.... «Certo, senza soldi è difficile lavorare, ma già nei finanziamenti attuali esistono margini in cui si possono effettuare degli interventi e rendere più efficaci le disponibilità. Ma più necessario ancora è gestire con managerialità. Entro dicembre completeremo il riordino degli enti di ricerca proprio per arrivare ad una migliore gestione e valorizzare i buoni cervelli che oggi sono mortificati e sono numerosi». I cervelli appunto. Esiste una differenza abissale nel numero con altri Paesi europei. Che cosa intende fare? «Intanto con il recente decreto abbiamo creato quattromila nuovi posti per ricercatore che sono slegati dalla sistemazione dei precari. E non è poco, per cominciare». E i conti con i precari, come li fa. Lavorare in questa condizione non aiuta certo l' entusiasmo. E poi è un'esercito ormai? «Infatti, tra università e ricerca, non sappiamo nemmeno noi quanti siano. Per questo abbiamo avviato un censimento al fine di avere una fotografia precisa della realtà sulla quale incidere. Certo è che con la mancata approvazione della "norma dei 40 anni" si è persa un'importante occasione perché avrebbe consentito, attraverso dei prepensionamenti, di liberare posti nei quali inserire appunto i precari. Però bisogna tener presente che non è possibile stabilizzare tutti, è una proposta demagogica perché non ci sono le risorse necessarie e poi non sarebbe neanche giusto». Perché non lo sarebbe? «Anche qui bisogna distinguere. Non tutti sono precari allo stesso modo. Ed è opportuno valutare qualità e profili tecnici in base agli indirizzi». Un altro male riconosciuto è la scarsa ricerca privata nel nostro Paese. Non c'è più la Montecatini capace di sostenere Giulio Natta al Politecnico di Milano che scopre il Moplen e conquista il Premio Nobel per la chimica, ultimo Nobel nato nella Penisola. Era il 1963. Ha iniziative su questo fronte? «Qualche incentivo, concedere crediti d'imposta come già stiamo facendo e finalizzare meglio le risorse a disposizione. Di più non si può. Le agevolazioni fiscali sono comunque uno strumento utile». Per stimolare il rapporto tra ricerca pubblica e privata negli ultimi anni sono stati creati i distretti tecnologici. I risultati, tuttavia, non sono stati gratificanti e in qualche caso ci si chiede se i fondi siano andati nel posto giusto.... «Affronteremo anche i distretti e taglieremo i progetti che si sono rivelati inadeguati valutando l'impatto avuto sul territorio. L'intervento sarà attuato dall'Agenzia per le nuove tecnologie e non sarà indolore. Ma non si può continuare a finanziare senza un risultato: la selezione è necessaria». Sempre su questa difficile prima linea c' è l'idea del presidente del CNR Luciano Maiani di rilanciare i progetti finalizzati nati negli anni Settanta proprio alla scopo di creare un ponte tra ricerca pubblica e privata fornendo a quest'ultima occasione di nuovi brevetti. Condivide? «Bisogna farli partire: li approvo perché saranno un aiuto prezioso. Ma dovranno seguire gli indirizzi del piano che stiamo preparando». Di tutti gli ostacoli si parla da tempo, ma ce n' è uno forse ancora più grande: i giovani da noi non vedono la ricerca come un mondo per il loro futuro. Coltiva una risposta? «E' forse il problema più grave e anche quello più arduo da risolvere. Per questo bisogna cambiare la scuola e motivare gli insegnanti. E diffondere, soprattutto, la cultura scientifica come stiamo facendo con la commissione presieduta da Luigi Berlinguer con cui sono in perfetto accordo. E i media devono raccontare di più le magnifiche storie dei nostri scienziati».
Giovanni Caprara
TRE MOSSE PER RIPARTIRE (vedremo!)
A PIANO DI RICERCA NAZIONALE Sarà presentato entro giugno in occasione del G8 e stabilirà le priorità su cui lavorare: tra queste, settore agroalimentare, ambiente ed energia, biomedicina e spazio
B GRANDE INFRASTRUTTURA Sarà costruita una «macchina» (sul modello dell' acceleratore Lhc di Ginevra) in grado di effettuare ricerca d' avanguardia a livello internazionale e di attirare scienziati stranieri in Italia
C REVISIONE DEI DISTRETTI TECNOLOGICI Alcuni progetti condotti in questi distretti non hanno prodotto risultati positivi: ci sarà una valutazione dell'impatto sul territorio e un taglio dei programmi considerati inadeguati
92mila i ricercatori in Italia. Usa: 1.220.000. Giappone: 660mila. Germania: 255mila. Inghilterra: 154mila. Francia: 150mila 16 miliardi di euro, la spesa (pubblica e privata) per la ricerca in Italia. In Germania: 60 miliardi. In Francia: 40 miliardi. In Inghilterra: 30
Caprara Giovanni
Pagina 30, (14 marzo 2009) - Corriere della Sera

2007, Addio Niac, a caccia di idee spaziali
(anche gli altri hanno dei problemi nella ricerca!)

Chiude l'Institute for Advanced Concepts della Nasa: il programma statunitense di ricerca era un importante incubatore di idee
STATI UNITI – L’acronimo è Niac, o forse sarebbe più giusto dire era, perché ormai la notizia è sempre più insistente: i fondi mancano e il programma americano di ricerca è obbligato a chiudere i battenti. Del resto che i finanziamenti per l’ente spaziale fossero a rischio lo si diceva già da tempo e oggi il Guardian dà la notizia ufficiale.
INSTITUTE FOR ADVANCED CONCEPTS – Questa costola «visionaria» della Nasa, appositamente pensata per sviluppare e promuovere idee ardite e rivoluzionarie, nacque nel 1988. I programmi che nel tempo ha promosso il Niac hanno sempre avuto la caratteristica di essere molto spinti, nonostante dovessero anche rispondere al requisito di fattibilità e scientificità. Insomma dovevano essere programmi spaziali realizzabili nei prossimi 10-40 anni, ma dovevano anche avere una forte carica creativa.
ALCUNI PROGETTI – L’elenco dei progetti finanziati dal Niac è un elogio del detto «la realtà supera sempre l’immaginazione». Ogni anno portava avanti una media di dodici progetti: scudi a radiazioni per basi lunari, sistemi di propulsione per il trasporto interplanetario, studi di fattibilità per edifici (anche sotterranei) su Marte, navigazione magnetica, elicotteri in grado di volare tra tempeste fortissime (mesicopter). Provate a spingervi al massimo con l’immaginazione e scoprirete che qualcuno l’ha fatto prima di voi, corredando lo sforzo intuitivo con la fattibilità scientifica. Il Niac era perennemente a caccia di idee geniali e saltuariamente organizzava anche concorsi per reclutare le migliori intuizioni. Tra quelle che suscitò maggior scalpore ci fu l’ascensore spaziale per inviare materiali agli astronauti direttamente in orbita, a un costo ovviamente irrisorio rispetto a quello tradizionale. Un altro programma rivoluzionario, sviluppato dall’Università del Colorado, si chiama New Worlds Imager e prevede lo scatto di fotografie dei pianeti al di fuori del nostro sistema solare, utilizzando la luce delle stelle.
LE REAZIONI – Il Guardian riporta le reazioni rabbiose dell’ex ricercatore della Nasa Keith Cawing che, sul suo sito, si rivolge direttamente all’amministratore del Niac, Mike Griffin. Per un istituto che volava così alto è forse paradossale essersi arenato su un ostacolo così «terreno» come i soldi.
Emanuela Di Pasqua, 22 marzo 2007 link articolo


Il 68% dei ricercatori in Usa assume il Ritalin per ampliare le prestazioni cognitive
Simile alle anfetamine, è utilizzato per il trattamento da deficit dell'attenzione
Sostanze psicotrope per lavorare: le usa uno scienziato su cinque
ROMA - Uno su cinque degli oltre 1400 intervistati da Nature Network, il forum per scienziati diretto dalla rivista Nature, ammette di usare farmaci per migliorare la concentrazione e la memoria. Di questi, la metà svela di assumerne giornalmente. Sono 1427 gli scienziati che hanno compilato un questionario on line: lavorano in 60 paesi e la maggiorparte proviene da Stati Uniti, Regno Unito e Australia. L'indagine si è concentrata su tre farmaci: Ritalin, Modavigil e beta bloccanti. Per capire l'entità del fenomeno, Barbara Sahakian e Sharon Morein-Zamir hanno attivato un forum che consente ai colleghi di rispondere alle domande, rimanendo protetti dall'anonimato.
Il Ritalin (metilfenidato MPH) è assunto in ambito accademico per amplificare le prestazioni cognitive. Questo farmaco, di cui si avvale il 68% degli intervistati, è analogo alle anfetamine ed è utilizzato per il trattamento del disturbo da deficit dell'attenzione e iperattività in bambini (noto come ADHD) e adulti. I ricercatori ricorrono inoltre al Provigil, uno stimolante mentale e ai beta-bloccanti, che fungono anche da ansiolitici e sono i favoriti per chi soffre di ipertensione. L'80% degli interpellati ha dichiarato di essere favorevole all'assunzione di questi medicinali e quasi il 70% ha assicurato di farne uso. "Come professionista - ha scritto uno di loro - è mio diritto utilizzare tutte le risorse disponibili per fare il bene dell'umanità. Se questi farmaci possono contribuire a servire il genere umano, sono autorizzato ad assumerli". All'interno del campione, nonostante sia ancora acceso il dibattito sull'opportunità di prescrivere il Ritalin ai bambini, un terzo si è dichiarato favorevole alla somministrazione in età pediatrica. Queste sostanze sono state usate da sole o in associazione ad altre, fuori del contesto medico, da ben 288 intervistati, che ammettono di assumerli in vista di un particolare impegno scientifico e per annullare il jet lag. Tutti si sono detti disposti a sopportare lievi effetti collaterali pur di accrescere le proprie capacità intellettuali. Si tratta solo di un sondaggio, ma la ricerca mostra come, tra la cura delle malattie e la ricerca del benessere, il confine sia sottile, portando così all'accettazione culturale di sostanze che aumentano le prestazioni. "E' allarmante il fatto che gli scienziati siano alla ricerca di scorciatoie", afferma Wilson Compton, direttore di Epidemiology and Prevention Research all'Us National Institute on Drug Abuse.
(11 aprile 2008),  link articolo


I giovani: «Bella la scienza ma non serve e non aiuta»
Che cosa interessa di più ai giovani della scienza? E come vedono la scienza e il mestiere di scienziato? Le risposte che emergono da un' indagine condotta dal Cnr a cura di Adriana Valente e Loredana Cerbara, sono interessanti e preoccupanti. Gli argomenti che appassionano maggiormente i ragazzi sono tre: lo spazio, la clonazione e gli studi sul cervello. La scelta non stupisce perché sono le tre aree più effervescenti dalle quali zampillano risultati frequenti e aprono visioni da fantascienza. Le note dolenti arrivano dopo. Intanto non hanno molta fiducia sulla possibilità che la ricerca possa aiutare a risolvere i problemi quotidiani come l'inquinamento: c'è solo un po' di fiducia sulle applicazioni della robotica. Ma quello che si rivela davvero gravissimo è l'assoluta sfiducia che la scienza possa aiutare a trovare un lavoro, diventi una professione. Anche se la maggioranza vorrebbe fare il ricercatore (63,8 %) in realtà non si impegna perché è una professione «poco pagata» e di bassissimo prestigio. Tutto ciò non è casuale ed è lo specchio del disinteresse che il nostro Paese rivolge alla scienza sia nel privato che nel pubblico. Nessuno la propone per il futuro personale o del Paese. Sarebbe interessante sapere se Mariastella Gelmini, ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca intende far cambiare opinione ai ragazzi e, soprattutto, in che modo.
Caprara Giovanni
Pagina 27, (7 giugno 2008) - Corriere della Sera


L'Italia investe la metà o un quarto di quanto fanno gli altri paesi europei
La ricerca ambientale va a fondo: Si lavora per mille euro al mese
Sempre più a rischio il lavoro di biologi, zoologi e geologi.
E le infrazioni segnalate dalla Ue costano milioni di euro

L'Italia, il “giardino d’Europa” che a turno i vari governi di sinistra e di destra invitano a visitare, versa in stato di abbandono, lasciato in buona parte al suo destino. Le persone chiamate alla sua “manutenzione” non guadagnano più 1000-1200 euro al mese, spesso lorde. Il Bel Paese spende pochissimo per la ricerca ambientale e naturalistica e chi la svolge lo fa più per passione che per altro. Negli ultimi 50 anni l’investimento generale dell’Italia per “ricerca e sviluppo” non ha mai superato l’1% del Pil, cioè tra la metà e un quarto di quanto non abbiamo sempre fatto gli altri paesi europei sviluppati. In questa fetta, già striminzita, alla ricerca naturalistica sono sempre rimaste briciole, visto che è la cenerentola dei vari rami della “conoscenza”. Con i tagli alla spesa del 2008, la situazione è ulteriormente peggiorata. Ma se i vari governi hanno sempre avuto il “braccino corto” per il lavoro sul territorio di biologi, geologi e zoologi, ora ci vuole una manica larga per pagare i danni non solo d’immagine che questa politica ha prodotto. A cominciare dalle multe e dalle sanzioni che ci piovono addosso dalla Commissione Ue per non aver rispettato direttive che, come paese membro, abbiamo sottoscritto e non abbiamo onorato. Non preoccuparsi della propria natura non ha costi solo economici o di immagine. Disboscamenti, edilizia selvaggia, smaltimento senza regole dei rifiuti, anche tossici, oltre alle multe della Ue, comportano frane, case distrutte, malattie, vittime. L’Abruzzo è solo l’ultima enorme ferita, e la notizia che 180 ricercatori precari dell'Istituto di geofisica rischiano il posto di lavoro è come buttarci sopra del sale. Altre ferite si possono aprire, è inutile fingere di non saperlo, come sottolinea l’ultimo dossier dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) che, come ha scritto Gianantonio Stella sul Corriere della Sera del 9 aprile, “dovrebbe togliere il sonno”. “I comuni italiani interessati da frane – è scritto nel rapporto - sono ad oggi 5.596, pari al 69% del totale», e quelli che corrono pericoli di livello «molto elevato» sono 2.839. Queste frane «sono le calamità naturali che si ripetono con maggiore frequenza e causano, dopo i terremoti, il maggior numero di vittime e di danni a centri abitati, infrastrutture, beni ambientali, storici e culturali». Eppure, tra i 132 Prin (Progetti di rilevante interesse nazionale) finanziati nel 2007 in tutta Italia per il settore “Scienze biologiche”, solo quattro riguardavano fauna, flora e ambiente.
I COSTI EUROPEI – Nei lontani tempi della Cee, per la precisione nel 1992, i paesi membri firmavano la direttiva “Habitat”, nella quale si fissavano i principi per la tutela di territorio, animali e vegetazione. Tra questi l’istituzione dei Sic (Siti di interesse comunitario), come dire che questi luoghi di particolare valore naturalistico sono un bene comune di tutta l’Europa; sui quali vanno fatte ricerche, preparate relazioni, eseguiti interventi. Chi non lo fa, oltre al danno che produce al proprio territorio e alla gente che ci vive, ha anche la beffa di pagare multe o di dover investire una valanga di soldi per rimediare alle inadempienze messe all’indice dalla Ue. A oggi sono 176 le procedure di infrazione aperte dalla Commissione Ue nei confronti dell’Italia e, tra queste, 50 sono tutte su violazioni ambientali. Siamo finiti sotto i riflettori europei diverse volte, a cominciare dalla condanna emessa dalla Corte di Giustizia per la violazione della direttiva sullo smaltimento dei rifiuti. Le discariche abusive elencate nella relazione della Corte arrivano al totale di 4866. Solo in tema di rifiuti, e solo per quanto riguarda la Campania, per dare un’ordine di grandezza delle cifre, la procedura comporta “un impatto finanziario negativo sul bilancio dello Stato di 150 milioni di euro nel solo 2008, dovuto all’istituzione di un fondo per l’emergenza”. “E’ un fiume di denaro che non si può quantificare quello che l’Italia paga in modo diretto o indiretto per le violazioni del diritto comunitario in tema ambientale - spiega l’europarlamentare del gruppo dei Verdi Monica Frassoni. Lo spirito europeista di un paese lo si misura anche dal modo in cui applica le leggi che lui stesso adotta».
E in Italia in questi anni sono piovute a decine le “messe in mora” emesse dalla Commissioni Ue, o le condanne della Corte di giustizia. Si va dalla violazione delle norme in materia di valutazione
ambientali del piano regolatore di un singolo comune, alla costruzione di “una terza linea” di un inceneritore, agli interventi edilizi in una baia della Sardegna, alle concessioni autostradali. E ancora, deferimenti alla Corte di giustizia, “per cattiva applicazione e disapplicazione della direttiva 79/409CEE art. 9 sulla caccia in deroga in Veneto (LR n.17 del 2004), in relazione alla caccia in deroga a specie protette in Sardegna. Ma ci sono anche almeno altre 10 regioni italiane che sono finite nel mirino della Corte di giustizia per la non osservanza della direttiva sulla tutela degli uccelli selvatici. Non si contano i deferimenti in relazione a costruzioni nei pressi, o addirittura all’interno, dei Siti di interesse naturalistico. Nel mirino europeo l’Italia ci è anche finita per l’inquinamento dell’aria, e per tutta la questione del rimborso spese di salute”.
VITA DA RICERCATORE – Ma se si spendono tanti soldi per rimediare ai danni fatti, in Italia chi ha i titoli per prevenirli ne prende pochissimi. I ricercatori continuano a lavorare facendo quasi sempre salti mortali che ricordano più il volontariato che non una professione indispensabile in un paese che crede nelle sue bellezze naturali e investe per conservarle. Anni di studio alle spalle, spesso all’estero, e poi mille euro al mese in Italia, a volte anche lordi, per seguire progetti di ricerca naturalistica e ambientale che, se da un lato ci mettono al riparo dalle sanzioni europee, dall’altro servono a proteggere il nostro territorio. La gran parte del lavoro si svolge “sul campo”. «Non esistono weekend, o giornate di otto ore – spiega la biologa Elisabetta De Carli. Io lavoro nel ramo della ricerca degli uccelli nidificanti e si comincia a lavorare prima dell’alba. Se la stagione lo permette a volte si dorme in macchina, oppure si cerca ospitalità da conoscenti. A volte, se i fondi lo permettono, si sta anche in pensione. Ma è raro». «Io uso spesso un furgone attrezzato a camper – spiega l’erpetologo Vincenzo Ferri, che studia anfibi e rettili -. Una volta sono stato svegliato di notte dai carabinieri con pistola alla mano. Da allora prima di parcheggiarmi nella zona dove devo lavorare passo sempre dalla caserma più vicina ad avvisare». Sempre con poco più di mille euro al mese c’è anche chi come Elena Patriarca, lavora solo di notte, visto che studia i pipistrelli. O chi sta in barca per settimane, come il biologo marino Francesco Maria Passarelli che sottolinea come un altro problema che i ricercatori devono fronteggiare «è quello di dover anticipare tutte le spese per il lavoro che viene richiesto dalle strutture pubbliche».
Stefano Rodi, 13 aprile 2009



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