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SOTTO IL MAR NERO

Teorie Geologiche Varie
Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 04-10-2008 at 1:49 PM
Articoli Geologici >> Teorie Geologiche Varie

Su una terra che ha visto alternarsi le civiltà, nei malefici abissi creati da un diluvio preistorico, Robert D. Ballard esplora i misteri sepolti

fotografie di Randy Olson

Il pesce è andato all'inferno, non c'è dubbio. lo issiamo in coperta col verricello: è diventato nero come il carbone e puzza di idrogeno solforato di uova marce, come se fosse davvero reduce da un incontro ravvicinato con i demoni. In realtà il pesce è una zavorra di ferro di 1000 chili che stabilizza la slitta sonar trainata da Northern Horizon, la nostra nave da ricerca oceanica. La slitta stava scandagliando il fondo marino in cerca di oggetti sporgenti dalla fanghiglia. dopo sole 24 ore di immersione, la zavorra è completamente corrosa. I burloni dell'equipe la battezzano prontamente Tetanus, in onore di un estemporaneo Dio greco della ruggine. Del resto il mar nero ha sempre avuto brutta reputazione. Gli antichi greci lo chiamavano Axenos, l'inospitale, per via delle terribili tempeste e delle ostili tribu che vivevano lungo le sue coste.
Conservate nel veleno: a 320 metri di profondità il rov Argus illumina un relitto di 1500 anni fa la prima nave d'epoca classica trovata intatta. Dritto di poppa (1), dritto del timone (2) terminali dell'ossatura (3), puntali (4), e pennoni (5) dimostrano che il materiale organico resiste dove l'ossigeno è stato sostituito dal letale idrogeno solforato. Questa nave di 15 metri è ad una profondità maggiore rispetto alle altre tre scoperte. i relitti A, B, C anch'essi di epoca classica giacciono a profondità minori dove sporadiche ondate di acqua tossica hanno ucciso le teredini che divoravano il legno. Le anfore di Sinop del relitto B forse contenevano pesce salato o olio d'oliva.
Quattro istantanee ci forniscono uno scorcio delle varie civiltà del Mar Nero: una statuina di dea-madre dell'Età del bronzo (a sinistra) trovata a lkiztepe; una lampada a olio a forma di testa africana di epoca romana, forse del II secolo; un'icona dell'Arcangelo Michele, dipinta nell'800, che adornava una chiesa ortodossa di Sinop; il tradizionale "hamam", o bagno pubblico, della città, costruito in epoca ottomana e ancora in funzione dopo 500 anni.
Navighiamo al largo della costa settentrionale turca, vicino all'antico porto di Sinop.
È il nostro quinto anno di ricerca nel Mar Nero, una sorta di fratello minore del Mediterraneo lungo 1100 chilometri e largo 400. A bordo abbiamo un'equipe interdisciplinare specializzata: esperti di robotica, ricercatori e studenti universitari. I giornalisti e la troupe televisiva della National Geographic Society, che ha finanziato in parte il progetto, si contendono le cuccette rimaste con rappresentanti di altri sponsor e funzionari del governo turco.
La superficie del mare scintilla sotto il sole di inizio settembre. Davanti alla prua della nave, le focene danno spettacolo con le loro evoluzioni. I banchi dei mercati di Istanbul sono carichi di palamite, sgombri e "hamsi' le acciughe del Mar Nero. È chiaro che gli strati superiori di queste acque pullulano di vita. Ma allora, per quale motivo 200 metri più in basso (come ha scoperto a sue spese Tetanus) c'è un ambiente così ostile?
Sappiamo che, millenni or sono, il Mar Nero era un lago di acqua dolce isolato dal Mediterraneo, grande circa due terzi quello odierno. Nell'era che oggi chiamiamo Neolitico, la tarda Età della pietra, doveva essere una sorta di oasi nel mezzo di una regione arida. Sappiamo anche che, circa 12mila anni fa, al termine dell'ultima glaciazione, lo scioglimento dei ghiacciai ha causato un innalzamento del livello dei mari, e che il Mediterraneo si è creato un varco nel la valle del Bosforo, riversandosi nel bacino del Mar Nero. L'acqua salata, più densa, si è stabilizzata sul fondo del bacino, lasciando in superficie uno strato di acqua salmastra, più leggera. E poiché nel Mar Nero non esistono le differenze di temperatura che provocano la circolazione delle masse d'acqua negli oceani del nostro pianeta, l'ossigeno dell'atmosfera non ha potuto raggiungere il fondo di questo nuovo mare. Col tempo, vi si è formato il letale idrogeno solforato, che ha soffocato ogni forma di vita. Venticinque anni fa il defunto Willard Bascom, pioniere dell'esplorazione degli abissi marini, avanzava l'ipotesi che il fondo del Mar Nero fosse ricco di relitti ben conservati. L'anossia, cioè la mancanza di ossigeno, comporta infatti l'assenza di organismi perforatori del legno come le teredini (molluschi che si cibano di sostanza organica) e altre forme di vita marina. Perciò, almeno in teoria, legno, tela, carichi come cereali, pelli e persino resti umani, dovrebbero essere rimasti pressoché intatti.
Fino a poco tempo fa, nessuno si è preoccupato di verificare l'ipotesi di Bascom. I maggiori archeologi marini, come George Bass, si sono limitati a immersioni in acque poco profonde, certi del fatto che le antiche rotte commerciali seguissero le coste, mantenendosi in vista della terra. Eppure, dovevano esserci stati dei comandanti abbastanza arditi da avventurarsi nell'ignoto pur di risparmiare tempo e denaro.
Ma per scoprire se vi fossero effettivamente relitti ben conservati nelle profondità del Mar Nero, si è dovuto attendere la fine degli anni novanta. Il momento in cui abbiamo dato inizio alla nostra ricerca sembrava ideale: la guerra fredda era finita, e i sottomarini sovietici non pattugliavano più le acque al largo della costa turca. I Paesi che si affacciano sul Mar Nero stavano facendo fronte comune nel tentativo di combattere l'inquinamento e incrementare gli scambi e il commercio. Ancora una volta, il mare poteva diventare un bene comune in grado di unire diverse culture anziché dividerle. Inoltre, avevamo dei nuovi, meravigliosi strumenti. Fissati sulla coperta di poppa della Northern Horizon fanno bella mostra di sé la slitta sonar Dsl-120, che viene trainata dietro Tetanus, e due Rov, robot subacquei telecomandati: Argu5, una piattaforma stabilizzante in acciaio inossidabile delle dimensioni di una piccola auto sportiva, e il suo compagno Little Hercules, un robot più piccolo e sensibile. Quest'ultimo è collegato ad Argus con un cavo, ma possiamo manovrarli entrambi in modo indipendente e usarli per riprendere filmati e fotografie. Il sistema funziona così: rimorchiamo Tetanus, con la slitta sonar al traino, su ampi tratti di fondo marino. Poi ci portiamo sugli obiettivi individuati, dove entrano in gioco i Rov. Caliamo Argus con un cavo d'acciaio mo a]la profondità indicata, e a quel punto Little Hercules si sgancia e perlustra la zona come un segugio al guinzaglio, annusando e frugando un po' ovunque.
Tuttavia, per ridurre l'area da perlustrare, avevamo bisogno di individuare le rotte commerciali che velocizzavano i traffici attraverso il Mar Nero. A questo scopo, arruolo Fredrik Hiebert, giovane archeologo ed esperto di commercio antico. Come crocevie mercantile scegliamo Sinop, che si trova sulla punta settentrionale della costa turca, a 275 chilometri dalla penisola della Crimea, nell'odierna Ucraina. Lungo la rotta da Sinop alla Crimea dovrebbe esserci un tesoro di relitti, afferma subito Fred. Le imbarcazioni commerciali trasportavano carichi importanti per la sopravvivenza della gente che viveva lungo le coste: cera d'api, grano, olio d'oliva. L'Equipe di Fred lavorerà sulla terraferma, esaminando l'antico porto e i suoi dintorni, mentre noi ci concentreremo nella ricerca di navi sul fondo marino. In seguito, combineremo le due attività, fondendo la ricerca a terra e quella in alto mare in un modo mai sperimentato prima. Decidiamo di battezzare la nostra ricerca Black Sea Project, "Progetto Mar Nero".
Ma nel '98 il nostro piano viene scombussolato dalla pubblicazione del Diluvio, un libro di William Ryan e Walter Pitman, geologi della Columbia University. Ricorrendo alla batimetria, al carotaggio dei sedimenti e alla datazione di conchiglie, Ryan e Pitman sono giunti alla conclusione che il trasferimento d'acqua dal Mediterraneo al Mar Nero non avvenne gradualmente, bensì in seguito a un improvviso sfondamento della barriera di terra che si trovava n corrispondenza dell'odierno Bosforo.
La massa d'acqua sfondò la breccia con la forza di 200 cascate del Niagara, spiega Pilman a una conferenza all'Università di Harvard nel '98. L'acqua salata continuò a riversarsi nel lago sottostante finché i due mari si livellarono. All'inizio era solo un rivolo, continua Pitman, poi l'acqua cominciò a scorrere più rapida man mano che scavava il basamento di roccia. Nel giro di qualche mese, divenne un'impetuosa cascata. L'ipotesi di Pitman e Ryan è fondata su carotaggi effettuati nel '93. Le carote, e le conchiglie trovate al loro interno, testimoniano che 7500 anni fa l'acqua salata prese il posto dell'acqua dolce. Questo cambiamento è ancora più evidente in carote prelevate successivamente, in cui il confine tra i due tipi di sedimento ha uno spessore inferiore al millimetro, chiaro segnale di una transizione rapida: in parole povere, un'inondazione.
Senza dubbio, l'umanità dovette vedersela con inondazioni epiche durante la fase finale dell'ultima glaciazione. Con lo scioglimento dei ghiacciai, l'acqua cominciò a riversarsi nella cintura di terra rimasta tra i ghiacci e i litorali marini, in cui era stata confinata ogni forma di vita. L'acqua disciolta fluì nel Mar Nero (allora un lago d'acqua dolce) fino a 10mila anni fa circa, quando le depressioni create dal peso della calotta di ghiaccio eurasiatica in arretramento intrappolarono l'acqua e la dirottarono verso Ovest. Per un certo periodo il livello del lago si abbassò (anche se nel frattempo il livello degli oceani si alzava), poi si stabilizzò circa 150 metri sotto il livello del Mediterraneo, dal quale era separato appena da uno stretto istmo.
Secondo i calcoli di Pitman, nel caso che sia avvenuta la rottura di quella barriera, il livello del Mar Nero deve essersi alzato di circa 15 centimetri al giorno. Di conseguenza, chiunque vivesse lungo la costa settentrionale, che delimitava le basse steppe eurasiatiche, sarebbe stato costretto ad arretrare di oltre un chilometro al giorno; chi si trovava sulla costa turca, invece, potrebbe aver trovato rifugio sulle vicine montagne. Ma la velocità dell'inondazione deve aver concesso poco tempo per smantellare le abitazioni e organizzare un'evacuazione. Quindi i beni delle vittime della catastrofe sono rimasti intatti sotto mare, come racchiusi in capsule temporali.
La tentazione di includere le ricerche sull'inondazione nel nostro progetto è irresistibile.
Tanto più che, dati gli scarsi apporti sedimentari fluviali, le acque costiere intorno a Sinop costituiscono un luogo ideale per cercare prove di un'antica spiaggia d'acqua dolce. La decisione è presa: oltre alle navi affondate, cercheremo l'antica spiaggia, ampliando lo studio del mare dalla sua genesi neolitica fino ai tempi moderni. In realtà, il Progetto Mar Nero ha inizio nell'estate del '96. Nelle prime due estati la squadra di terraferma perlustra sistematicamente, a piedi, la penisola di Sinop, individuando centinaia di siti archeologici dal Neolitico all'epoca bizantina. Nel '98 arriva sul posto la squadra di mare, con il compito di localizzare col sonar obiettivi potenziali nelle acque circostanti. È un criterio di ricerca archeologico innovativo e a tutto campo, in cui le squadre di terra e di mare utilizzano gli stessi metodi di rilevazione basati sull'uso dei transetti per individuare i manufatti. In questo modo, possiamo ottenere una mappa di Sinop e delle sue acque tracciata dalle cime dei monti al fondo del mare. Questo è un sito archeologico vivente, mi dice Fred Hiebert quando lo incontro con Owen Doonan, capo della squadra di terra, nell'estate del '99. Gli uomini dell'equipe stando percorrendo a piedi strisce di territorio (i transetti) larghe un metro, e hanno raccolto oltre 4000 frammenti di ceramica di villaggi greci, romani, bizantini e ottomani. Abbiamo rinvenuto le testimonianze di 3-4mila anni di insediamenti e di un commercio fiorente, racconta Hiebert. Ma il mio primo compito di quell'estate è rintracciare l'antica spiaggia, che secondo Ryan e Pitman si troverebbe 150 metri sotto la superficie del mare. Per le nostre ricerche, abbiamo noleggiato e allestito alcuni pescherecci locali, che però potremo utilizzare solo fino a settembre, quando comincerà la stagione della pesca alle palamite. L'11 luglio ci dirigiamo verso un punto circa 30 chilometri a Est di Sinop per una serie di passaggi esplorativi col sonar.
Nel pomeriggio, il mio assistente mi convoca al monitor del sonar. Il fondo sottostante appare come un gigantesco puzzle, diverso da ogni altra cosa che abbia mai visto sott'acqua. Al margine di questo mosaico, vedo una formazione che assomiglia a una barra di sabbia seguita da una berma, una specie di argine creato dal movimento delle onde lungo una spiaggia. ci siamo!
Abbiamo trovato l'antica spiaggia, ora dobbiamo documentarla, ma il tempo volge al brutto. Mi sveglio al suono dei rami che picchiano contro i vetri della mia finestra; per due giorni, la baia rimane agitata dai marosi. Ma con l'arrivo a Sinop di George Bass, considerato da molti il decano degli archeologi marini, il tempo, come per miracolo, si rimette. Sto per trovare qualcosa, dico a Bass. Sto per recuperare dei sassi e delle conchiglie di quell'antico litorale. Salpiamo il giorno stesso, ma nel primo pomeriggio il mare si è di nuovo ingrossato, e le apparecchiature del sonar ondeggiano pericolosamente. Calare un Rov per scattare una foto sarebbe disastroso, così decido di mandare giù una semplice, antiquata benna.
Quando la benna torna su, siamo tutti in coperta. Infilo le mani nel grumo di fango grigiastro, e ne tiro fuori qualche pietra e conchiglia. Lancio un sasso a George, e vedo il suo volto che si illumina: è tondo! Un sasso di spiaggia. Ormai non ci sono più dubbi: si tratta della spiaggia dell'antico lago di acqua dolce. Questi sassi hanno sfregato gli uni contro gli altri per secoli.
Incredibile!, esclama Bass. Poi mi fissa con quell'aria scettica che ho imparato ad aspettarmi da lui. Adesso ci serve un po' di fortuna. Si riferisce al fatto che trovare prove di un insediamento umano in corrispondenza della spiaggia dipende completamente dalla sorte. Le speranze sono alle stelle e Noè è sulla lingua di tutti, anche se in realtà non abbiamo altro che una manciata di sassi tondi e qualche conchiglia.
Per lo meno, le prove scientifiche sono inconfutabili. Nell'intervallo fra una stagione e l'altra, facciamo datare le conchiglie col metodo del radiocarbonio: risalgono dai 2800 ai 15mila anni fa, e il punto di transizione tra le vecchie conchiglie d'acqua dolce e quelle più recenti d'acqua salata si aggira sui 7500 anni fa, data che corrisponde a quella calcolata da Ryan e Pitman per il passaggio da lago a mare. Tuttavia, un elemento fa sorgere degli interrogativi: tra il materiale c'è anche un pezzo di legno che risale a 3500 anni fa. Come è possibile che si trovasse lì, nell'acqua bassa, lontano dall'abisso privo di ossigeno, e come ha potuto conservarsi così a lungo?
Nel settembre 2000, arriviamo al largo di Sinop sulla Northern Horizon e cominciamo a trainare la nostra slitta sonar da Est a Ovest, poco più a Sud dell'antica linea costiera, in cerca di tracce di insediamenti umani. Compiliamo un elenco degli obiettivi; uno in particolare, il sito 82 appare molto promettente.
Il 9 settembre caliamo Little Hercules. Il faro del robot illumina un vortice di meduse, gamberi e plancton. Il Rov tocca il fondo e solleva una zolla. Il sedimento sottostante, ricco di idrogeno solforato, è nero come la pece.
Alle 10.30 del mattino gli apparecchi fotografici sono sul fondo e serpeggia il malumore.
Niente legno, niente obiettivo in vista. Alle 11.00 Little Hercules si sta muovendo a 90-100 metri di profondità, a circa 20 chilometri dalla costa, quando si imbatte in quel che sembra una costruzione, con pali di legno e pietre squadrate semisepolte nei sedimenti.
Tutti gli occhi sono incollati al monitor. Porca vacca!, esclama Fred Hiebert. Sembra un edificio di canne e fango! Una casa crollata! Guardate: ecco i rami e i blocchi di fango!
Il Rov gira intorno al sito. Speravo di trovare delle pietre disposte con un certo ordine, magari un pezzo di muro, qualcosa di lineare. Ma ci si può accontentare: abbiamo trovato dei pali di legno nel punto esatto in cui ci aspettavamo di scoprire tracce di presenza umana, un centinaio di metri più a monte rispetto all'antico litorale. Il ritrovamento scatena una raffica di email, telefonate e conferenze stampa. Viviamo attimi di esaltazione, ma anche di forte dubbio. Siamo in prima pagina, ma non sappiamo ancora per certo se abbiamo a che fare con le prove dell'esistenza di una civiltà finora sconosciuta lungo le coste del Mar Nero, o con un cumulo di rifiuti.
Un mese dopo, i nostri dubbi vengono confermati: la datazione al radiocarbonio stabilisce che il legname è recente, depositato negli ultimi 200 anni. Tuttavia, i blocchi di pietra (non databili col radiocarbonio) restano un problema aperto.
Trattiamolo come un sito archeologico sulla terraferma, consiglia Fred. In fondo, è proprio questo. Dobbiamo effettuare degli scavi. Due giorni dopo la scoperta, ci raggiungono a bordo Cheryl Ward, dell'Istituto di Archeologia nautica del Texas, e Tohn Broadwater del Noaa (Agenzia Usa per lo studio dell'atmosfera e degli oceani). Studiamo il filmato con attenzione, discutiamo e teorizziamo, e alla fine ogni archeologo e professore è concorde: a prescindere dal legno, abbiamo trovato materiale lavorato dall'uomo vicino all'antica costa, e questo materiale doveva trovarsi lì anche prima dell'inondazione.
Sono consapevole del fatto che non bisogna giungere a conclusioni affrettate riguardo il legno, ma so anche che l'estate scorsa abbiamo trovato un pezzo di legno di 3500 anni fa fuori dalla zona anossica di conservazione. Perché? Il rompicapo si fa sempre più complesso.
Nella tarda serata dell'11 settembre, Little Hercules si ritrova di fronte uno scenario maestoso: un antico relitto carico di anfore di terracotta, piccole giare, un'ancora di ferro e travi di legno. Secondo Cheryl Ward, si tratta di una nave mercantile bizantina della fine del IV secolo. Le anfore, a forma di carota e chiazzate di nero, vengono certamente da Sinop: come testimoniano le macchie nere, per la loro fabbricazione è stata mischiata all'argilla la sabbia della spiaggia vulcanica di Karakum, vicino a Sinop.
Il collegamento fra mare e la costa è stato stabilito. Qualche anfora potrebbe anche avere il tappo d'argilla o di sughero intatto, e in quel caso contenere ancora il resto del carico: sardine, olio d'oliva o vino. Le anfore di Sinop si trovano lungo tutto il litorale del Mar Nero, spiega Fred. Ma finora non ne avevamo mai trovate lungo le rotte commerciali.
È il nostro momento. In serata incappiamo in un secondo relitto con un altro carico di anfore e molto più legname, forse parte della chiglia. Non vediamo elementi di fissaggio o segni di giunti per unire ha loro le tavole.
Abbiamo trovato del legname di navi romano-bizantine a profondità che non dovrebbero essere prive di ossigeno. Cosa significa? I pescatori di Sinop parlano di "acque velenose" fluttuanti. É possibile che esista una zona dove anossia va e viene?
In un caffè sul molo di Sinop, incontro Sucru Gumus, pescatore di 75 anni. I pesci conoscono l'acqua velenosa, dice. E vanno altrove. Prima, queste acque velenose si trovavano a 90 metri di profondità. Adesso arrivano a volte a 50 metri, addirittura a 20. Certi giorni caliamo le reti a strascico e peschiamo; altri giorni troviamo i pesci già morti e le reti annerite. Temiamo che il Mar Nero possa morire nel giro di 15 anni.
Se lo strato velenoso è davvero mobile, è chiaro che può essere evitato dai pesci in grado di nuotare liberamente che vivono in mare aperto, ma non dalle creature bentoniche, abitanti del Fondo marino come crostacei, molluschi e, naturalmente, le teredini. Ciò spiegherebbe perché si conserva anche il legno immerso in acque non completamente anossiche.
Ma come si spiegherebbe questa fluttuazione? Consultando dei testi di oceanografia russi, scopro una soluzione logica: il confine tra l'acqua velenosa e gli strati superiori non è un piano orizzontale, ma presenta un rigonfiamento al centro. Il rigonfiamento è instabile per natura, e quando il maltempo agita la superficie marina, l'energia si trasferisce ai margini della convessità, generando delle onde interne. Quindi sono proprio queste onde, spostandosi sotto la superficie prima verso la costa poi nella direzione opposta, a creare una zona in cui il legno resiste in acque meno profonde di quanto supponessimo.
La zona si trova quindi tutt'intorno al Mar Nero, a una profondità tra gli 80 e i 100 metri.
Martedì 19 settembre, gli uomini del turno di notte scoprono un terzo relitto, una nave del IV-VI secolo, a 105 metri dal primo. Questo ha tre pile di anfore coperte dai sedimenti, ma poco legno in vista.
A questo punto, ci resta un solo obiettivo: scandagliare il fondo fangoso oltre i 200 metri di profondità. Ma intorno ai 215 metri la piattaforma continentale precipita di colpo, e la scarpata è coperta di detriti provocati dalle frane. La Turchia settentrionale si trova a cavallo della Faglia anatolica, dove i terremoti continuano a stravolgere il territorio da milioni di anni. Il centro vero e proprio del Mar Nero, a oltre 2000 metri di profondità, dovrebbe essere libero dalle frane, ma impiegheremmo talmente tanto per arrivarci e calare le apparecchiature che forse non ne varrebbe la pena. Ci dirigiamo comunque verso "Anossia' lo sterile cuore di tenebra dove il plancton, che a profondità minori danzava alla luce del faro, è inerte e si limita a precipitare. Ma a soli due giorni dal termine della spedizione, la nostra pazienza viene ricompensata. Vagando nel deserto liquido a 300 metri di profondità, Little Hercules si imbatte in ciò che inizialmente pare un miraggio: un relitto che si staglia dal fondo in tutta la sua imponenza, perfettamente eretto e con un albero che svetta per dieci metri d'altezza.
Portando il Rov più vicino, non riusciamo a scorgere traccia di parti metalliche, sartiame, né vele di tela. I casi sono due: o il relitto apparteneva a una cultura molto povera, o a una molto antica. É lungo circa 15 metri, lavorato a mano, coperto da un sottile manto di limo e talmente ben conservato nell'acqua anossica che gli archeologi marini sono tuttora in estasi.
Pur essendo un vascello tardo romano o protobizantino di 1500 anni fa (risale al 410-520 d.C. circa), legno di cui è composto sembra essere stato lavorato ieri. Nessuno ha mai visto una nave di legno del mondo classico così ben conservata. Anche il suo carico dovrebbe essere intatto, e potrebbe contenere innumerevoli risposte alle congetture di una generazione di storici e archeologi marini. É un ritrovamento straordinario!, esclama Cheryl Ward. Non c'è traccia di decomposizione. Riesco a vedere i puntali intagliati a mano e dritto del timone. È come se la nave avesse appena lasciato il molo. Ward Bascom aveva ragione. Il fondo del Mar Nero, antitesi della vita, è l'ambiente ideale per le navi di legno. Se poi consideriamo che prima dell'inondazione questo era un lago di acqua dolce, quindi privo di molluschi che scavano il legno, ci troviamo di fronte a una situazione a dir poco incredibile: esiste infatti la possibilità che ogni nave che navigò e affondò nel Mar Nero, dalle prime peregrinazioni dell'uomo fino ai nostri giorni (stiamo parlando di forse 50mila relitti), si sia conservata intana. Nel veleno. Possiamo recuperare questi relitti? Riusciremo a svelarne i segreti? Che senso ha rubare qualche foto a uno scafo se poi resta comunque un mistero? È proprio per questo che sto costruendo Hercules, il primo batiescavatore robotizzato per l'esplorazione archeologica al mondo, che dovrebbe essere completato entro il 2002. Hercules rappresenterà i miei occhi, ma anche il mio piccone, la mia spazzola e le mie mani. La nostra prossima meta sarà il mare al largo della Bulgaria, vicino al delta del Danubio. Cercheremo e scaveremo. E, ancora una volta, scenderemo agli inferi.

  • Bob Ballard racconta le vicissitudini dell'esplorazione nel Mar Nero e il futuro del progetto in una intervista online a: nationalgeographic.com/ngm/0105

NATIONAL GEOGRAPHIC, MAGGIO 2001

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Che cosa Tratta?

Questa sezione si prefigge lo scopo di raccogliere materiale pubblicato tramite diversi mezzi e fonti, al fine di fornire (in modo schematico), una serie di contributi ai vari lettori: attenzione che spesso si tratta di tracce di tipo divulgativo e, quindi, se desidera approfondire maggiormente determinati argomenti occorrerà rivolgersi alle classiche biblioteche o simili.


Un sito interessante in merito alle tematiche da impatto meteorico e relative dinamiche cinetiche: giusto per schiarirsi un poco le idee.
LINK 1

LINK 2

LINK 3


Ecco invece un sito con un'interessante raccolta di articoli in ambito paleontologico.
Un interessante sito che analizza i risultati storici (e gli effetti) dei vulcani nel tempo con tabelle ricostruite e riassuntive dei maggiori eventi:

Dove possiamo trovare i supervulcani? Queste sono le zone in cui potrebbe risvegliarsi un supervulcano (attenzione il termine supervulcano non è scientifico ma nasce impropriamente da una trasmissione/documentario fatta dal National Geographic):

  • Mount Aniakchak, Alaska, Stati Uniti
  • Aso, Kyushu, Giappone
  • Campi Flegrei, Campania, Italia
  • Kikai Caldera, Ryukyu Islands, Giappone
  • Long Valley Caldera, California, Stati Uniti
  • Monte Mazama, Oregon, Stati Uniti (ora Crater Lake)
  • Lago Taupo, North Island, Nuova Zelanda
  • Lago Toba, Sumatra, Indonesia
  • Valle Grande, New Mexico, Stati Uniti
  • Monte Warning, Nuovo Galles del Sud, Australia
  • Yellowstone Caldera, Wyoming, Stati Uniti
  • Mar Mediterraneo, Sicily, Italy

Vi segnalo questo indirizzo per fare ricerche in databases veramente enorme sugli tsunami del passato (è quello da cui ho attinto anch'io per integrare la sezione "Storia della Terra" (sulla cronologia dei grandi eventi del passato).


Le Storegga Slides (fra le più grandi frane sottomarine mai registrate) avvenute nella piattaforma continentale della Norvegia intorno al 6.100 a.C. (vedi anche la pagina la storia del pianeta).

Comunque sia si tratta di una teoria emersa con forza negli ultimi anni e studiata soprattutto dalle Università del nord Europa in quanto gli effetti ricostruiti di tale evento hanno colpito soprattutto gli stati che si affacciano sul mare del nord. In sintesi si tratterebbe di una gigantesca frana sottomarina che ha coinvolto la scarpata continentale e che, come conseguenza, generò un gigantesco tsunami (secondo alcuni ricercatori esso sarebbe stato ben più consistente di quello di Sumatra 2004).
Alcuni studiosi riconducono tali assestamento geomorfologici sottomarini agli idrati di metano e/o a cambiamenti climatici.

Un paio di considerazioni sugli Idrati di Metano:

[1]  Fondali marini agli idrati di metano 
Solo ora gli scienziati sembrano cominciare a interessarsi ai depositi di biidrati di metano ghiacciati che si trovano sul fondo dei mari.Si tratta di una particolare composizione chimica molto diffusa sui fondali marini a una profondità superiore ai trecento metri e che potrebbero rappresentare delle novità rilevanti per comprendere meglio il ciclo del carbonio sulla Terra e avere delle interessanti applicazioni commerciali. Lo studio di questi depositi, soprattutto per motivi estrattivi, è estremamente complesso. Un blocco di idrati di gas ha la consistenza del ghiaccio. Portato alla superficie, fonde e rilascia metano, uno dei gas serra. Le riserve di metano contenute in questi depositi sono enormi. Per la prima volta sono stati presentati a Nizza nel corso del meeting della European Geophysical Society, della American Geophysical Union e della European Union of Geosciences i risultati di una campagna scientifica in alto mare condotta proprio allo scopo di analizzare questi particolarissimi cristalli. I prelievi sono stati effettuati al largo delle coste dell'Oregon (USA) e hanno permesso di portare in superficie una serie di questi particolari fiocchi di neve.Secondo Erwin Suess del Research Center for Marine Geosciences (GEOMAR) di Kiel "a quelle particolari condizioni di pressione e temperatura il metano non potrebbe esistere in quelle forma". 14 aprile 2003
http://ulisse.sissa.it/site/public/ScienzaSette/s7_18apr03_5.htm

[2]  Idrati di metano: rischi di tsunami
Il pericolo non è imminente ma già 8.000 anni fa l'Europa del nord venne sconvolta da un repentino innalzamento della temperature che sciolse gli idrati di metano che si trovano lungo la scarpata della piattaforma continentale. Da un articolo in Inglese:
http://www.thisisnorthscotland.co.uk/displayNode.jsp?nodeId=149483&command=displayContent&sourceNode=149251&contentPK=13348453

Gli idrati di metano, cosa sono
Di che si tratta? «Si tratta di cristalli di ghiaccio – o gas idrati – composti di gas e metano, intrappolati da milioni di anni sotto ai margini continentali a causa dell’alta pressione e delle basse temperature», spiega John Farrell, responsabile scientifico della ricerca, che vede impegnati i migliori istituti oceanografici di venti nazioni, Italia compresa: «Riteniamo che sotto gli oceani ne esistano giacimenti immensi». A sollevare euforia tra gli esperti è la possibilità del loro sfruttamento commerciale in tempi forse, brevi. «Molto dipende dal prezzo del gas naturale», si sbilancia Farrel, «se la domanda fosse alta, basterebbero quindici anni». Nel frattempo, «la prima cosa da fare è censire i punti dove noi riteniamo possano trovarsi i giacimenti maggiori, un compito che potrebbe richiedere anni».
Già, dove sono i giacimenti? «Quasi sicuramente le zone più ricche corrispondono alle cosiddette zone di subduzione, dove i margini di una zolla tettonica scendono al di sotto di un’altra», spiega l’esperto. Una circostanza, questa, in grado di guardare all’Oceano Pacifico – martoriato da vulcani e terremoti – come area privilegiata, e che spiega il grande interesse alle ricerche del Giappone, quasi del tutto privo di giacimenti di petrolio ma potenzialmente ricco di metano all’interno delle acque territoriali. Non a caso, ricercatori giapponesi hanno lanciato la prima idea pompare acqua calda in modo da disaggregare le molecole di acqua e gas e formare pozze di metano “pronto da estrarre”.

Ghiaccio esplosivo
Sembrerebbe facile, ma non lo è. Gli stessi esperti americani non nascondono gli ostacoli ancora da scavalcare. Il rischio è che l’affare si trasformi in un boomerang per il clima terrestre: «Improvvisi rilasci di gas metano, che incombusto è un potente gas serra, potrebbe accelerare il riscaldamento globale», ammette Farrell, «con conseguenze disastrose sul clima e sugli oceani». Ugualmente inquietante è la possibilità di esplosioni accidentali. «Basta un leggero rialzo della temperatura dell’acqua di qualche grado», spiega Farrell, «perché le molecole di gas, altamente instabili, esplodano provocando voragini sul fondo oceanico. Se questo accadesse in prossimità di oleodotti li farebbe saltare in aria, provocando colossali sversamenti in mare».
Deflagrazioni accidentali del “ghiaccio esplosivo”, come è stato subito battezzato dai ricercatori, si sarebbero già verificati in passato. A testimoniarlo sarebbero soprattutto le analisi sul plankton, alcune anomalie di crescita del quale sembrano essere giustificate – secondo gli esperti – solo con il rilascio di gas metano in mare. In alcuni casi, queste esplosioni hanno avuto effetti davvero catastrofici: «Verissimo», conferma Farrell, «scoppi accidentali di depositi di gas idrati potrebbero essere all’origine di alcuni cambiamenti climatici degli ultimi 50mila anni, e di frane e cataclismi sottomarini. Per esempio, la gigantesca onda tsunami che ha investito il Nord Europa 8000 anni fa».
Rischi non trascurabili, insomma, ma che non sembrano spegnere l’entusiasmo dei ricercatori. Dopo il successo dell’ultima spedizione nell’Atlantico, è stata già annunciata una nuova partenza: colonna portante delle ricerche, ancora una volta, la nave Joideas Resolution, il più sofisticato laboratorio scientifico navigante del mondo, in grado di compiere trivellazioni fino a 8200 metri di profondità, estrarre campioni di roccia e portarli intatti in superficie. Stavolta farà rotta nel Pacifico settentrionale, proprio di fronte alla coste dell’Oregon. Qui, trivellazioni sperimentali hanno evidenziato un giacimento di cristalli di gas ancora più ricco di quello dell’Atlantico. Il prezzo del petrolio continua a crescere, e la ricerca continua.
http://italy.indymedia.org/news/2005/10/910556.php  (teoria di storegga)

oppure no ...?

L'origine del riscaldamento climatico (di 40.000 anni fa)
Uno studio individua nelle zone umide l'origine del fenomeno, in contrasto con la teoria secondo cui una grande quantità di metano fu liberata dai clatrati presenti nell'oceano


Forse è attinente oppure no, ma dategli un'occhiata 

19.04.2006
Il ciclo del carbonio tra Giurassico e Cretaceo
Secondo le ipotesi, fu sconvolto da un improvviso rilascio di CO2 o di metano dal fondo dell'oceano
Un'improvvisa emissione di carbonio su larga scala, dovuta al rilascio di riserve di anidride carbonica immagazzinata sul fondo dell’Oceano: fu questa probabilmente la causa di un notevole incremento relativo del carbonio 12 rispetto al carbonio 13 scoperto nei sedimenti vecchi di centinaia di milioni di anni da Yvonne van Breugel dell’Università di Utrecht.
Si tratta, a ben guardare, di un processo simile a quello in atto tutt’ora. Si sta assistendo attualmente all’incremento della concentrazione di biossido di carbonio in atmosfera in conseguenza della massiccia utilizzazione di combustibili fossili, che apparentemente ha portato con sé un incremento relativo dell’isotopo del carbonio con 12 neutroni. Come conseguenza, il rapporto degli isotopi stabili C13/C12 ha mostrato una diminuzione dello 0,1 per cento. Tenuto conto di ciò, non è chiaro quale fenomeno naturale abbia potuto innescare tra i periodi Giurassico e Cretaceo, tra 180 e 120 milioni di anni fa, un processo simile, quattro volte più intenso. Nei fossili di alghe marine e piante terrestri datate a quel periodo, infatti, la van Breugel ha trovato un decremento di tale rapporto pari allo 0,4 per cento. Secondo la ricercatrice, ciò indicherebbe variazioni del ciclo del carbonio su larga scala, e su una scala temporale di alcune decine di migliaia di anni, dovute a un improvviso rilascio in atmosfera di C12, legato in molecole di anidride carbonica o metano, probabilmente proveniente dai gas idrati immagazzinati sul fondo dell’oceano entrati in contatto con magma.
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