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Spruzzare zolfo nella stratosfera (e altro), dice il Nobel Crutzen. Però si rischia la siccità |
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| Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 09-08-2009 at 2:10 PM |
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Effetto serra, sfida quasi persa: così gli inventori ci salveranno Clima in pericolo: non combattendo le cause bisogna almeno attaccare gli effetti
di RICCARDO STAGLIANOSPECCHI orbitali per riflettere i raggi del sole. Polvere di ferro negli oceani per ingrassare il plancton, gran divoratore di anidride carbonica. Super-aspiratori che succhiano tonnellate di CO2, tipo deumidificatori su scala mondo. Sono solo alcuni dei progetti di geoengineering, l'ingegnerizzazione della Terra, ultima frontiera nella lotta al cambiamento climatico. Sanno di fantascienza e invece sono concreti come i business plan delle centinaia di aziende che hanno deciso di scommetterci. E non si dubita tanto sul se funzioneranno, quanto su che tipo di effetti collaterali potranno avere. Perché quando si comincia a "giocare a fare Dio" non si sa mai dove si va a finire.La premessa teorica è chiara. Molte attività umane, il consumo scriteriato di energia in testa, devastano l'ambiente. Gli inquilini del pianeta però, nonostante allarmi sempre più insistiti e apocalittici, non ne vogliono sapere di cambiare stile di vita. Se non si riesce a intervenire sulle cause, constatano quindi alcuni scienziati, almeno attacchiamo gli effetti. Una sorta di ambientalismo pragmatico, "a valle" che si arrende all'incorreggibilità "a monte" degli uomini e cerca di rimediare con il primato della tecnica.Il fatto è, come sancisce la convenzione Onu sul cambiamento climatico del '92, che il livello "pericoloso" di gas serra nell'atmosfera è di 450 parti per milione (ppm). Oggi siamo a 385. Prima della rivoluzione industriale erano 280. Bisogna fare qualcosa prima che la situazione diventi, alla lettera, irrespirabile.Sull'ultimo numero dell'autorevole bimestrale Bulletin of atomic scientists Alan Robock, direttore del Centro per le previsioni ambientali della Rutgers University, mette per iscritto tutte le sue perplessità sul nuovo approccio. Una delle proposte più discusse è quella del Nobel Paul Crutzen di spruzzare delle specie di mega-aerosol di zolfo nella stratosfera. Le particelle schermerebbero la luce del sole e raffredderebbero la Terra. Che funziona si è capito nel '91 quando il vulcano Pinatubo, nelle Filippine, eruttò. I 20 megatoni di gas di zolfo nell'aria lasciarono una nuvola che effetivamente raffreddò il pianeta per i due anni successivi.Col tempo ci si è accorti però che il miracolo aveva alcune controindicazioni. Riducendo le precipitazioni aumenta il rischio di siccità per centinaia di milioni di persone. E più zolfo significa anche una più rapida erosione della fascia d'ozono. Le grandi distese d'acqua ricadono invece sotto la giurisdizione sperimentale delle americane Climos e Planktos. Entrambe stanno provando a contrastare il riscaldamento reclutando un alleato invertebrato: il fitoplancton. Disseminare gli oceani con polvere di ferro moltiplica la presenza del vegetale specializzato nell'assorbire il CO2.L'australiana Ocean Nourishment Corporation mira allo stesso bersaglio usando come concime l'urea. La Atmocean del New Mexico usa invece delle pompe in profondità per portare in superficie acque più fredde e ricche di forme viventi che, alimentando le alghe, sequestrerebbero il diossido di carbonio.Solo negli Stati Uniti sono circa 400 le compagnie private che hanno fatto della "mitigazione del CO2" la loro missione societaria. Un numero destinato a triplicarsi entro i prossimi due anni, stima la società di consulenza Point Carbon. E se il prossimo presidente Usa introdurrà dei tetti più stringenti all'inquinamento industriale, anche il valore delle società che aiutano a contrastarlo schizzerà.Ci scommette la Global Research Technologies che produce aspiratori grossi come un container in grado di assorbire l'anidride carbonica dall'aria e, attraverso una serie di reazioni chimiche, trasformarla in materiali inerti da seppellire in località isolate. Una macchina sarebbe in grado di far fuori una tonnellata di CO2 al giorno. Ne servirebbero 30 milioni per neutralizzare 10 milioni di tonnellate all'anno, circa un terzo delle emissioni totali. I costi all'inizio sarebbero di 250 dollari a tonnellata per scendere, giura su Usa Today il geofisico della British Columbia Klaus Lackner, a 30 dollari una volta a regime.Il problema sembra più di prospettiva che di soldi. Ken Caldeira, climatologo a Stanford, ha fatto le simulazioni e i conti sul mensile Wired: "Con 100 milioni di dollari all'anno si potrebbe spruzzare lo zolfo nella stratosfera". Ma se un'altra amministrazione interrompesse questi punturoni spaziali la temperatura prenderebbe a galoppare di nuovo a 10-20 volte il ritmo attuale, provocando un rialzo di 7 gradi Fahrenheit al decennio e mettendo in pericolo la sopravvivenza.Insomma, indietro non si torna. Aggiungete un'obiezione psicologica ma cruciale: se le gente crederà di avere trovato una soluzione tecnologica ai problemi del clima non farà più niente per inquinare meno. Un po' quel che si argomenta contro le pillole del colesterolo rispetto all'esercizio fisico e alla dieta sana.L'argomento è però elettoralmente seducente, almeno per i pasdaran vicini all'amministrazione Bush. E infatti all'inizio di giugno l'American Enterprise Institute ha ospitato un entusiastico convegno dal titolo "Geoengineering: un approccio rivoluzionario al cambiamento climatico". È lo stesso think tank che, finanziato da Exxon-Mobil e altri grandi inquinatori, pagava i ricercatori disposti a scrivere articoli ridicolizzanti il global warming. Con uno sponsor così, c'è da stare in campana.(23 giugno 2008) LINK ARTICOLO
Raffreddare il pianeta con l'agricoltura
La scelta delle varietà con albedo maggiore, equivarrebbe in un secolo all'eliminazione degli effetti di 195 miliardi di tonnellate di CO2
Selezionando attentamente le varietà di specie vegetali alimentari coltivate, buona parte dell'Europa e del Nord America potrebbe ottenere un raffreddamento ambientale di circa 1°C nel corso della bella stagione: lo afferma uno studio condotto da ricercatori dell'Università di Bristol pubblicato sull'ultimo numero della rivista Current Biology. Ciò corrisponde a un raffreddamento annuale globale di circa 0,1°C, quasi il 20% dell'aumento di temperatura globale totale dall'inizio della rivoluzione industriale. Già di per sé la coltivazione agricola determina in generale un raffreddamento, dato che la luce riflessa nello spazio (albedo) da queste piante è maggiore rispetto alla quella riflessa dalla vegetazione naturale. Le differenti varietà di queste piante variano però notevolmente per albedo e quindi selezionando e utilizzando ampiamente quelle con albedo più elevata si potrebbe ottenere un effetto significativo. "Abbiamo valutato l'effetto del nostro approccio con un modello climatologico globale. Scegliendo fra le varietà correnti, la nostra stima sull'aumento di riflessione ci porta a prevedere che le temperature estive potrebbero ridursi di oltre 1°C per gran parte dell'America settentrionale centrale e alle medie latitudini dell'Eurasia. Infine, un ulteriore raffreddamento regionale potrebbe essere ottenuto con incroci selettivi o con modificazioni genetiche per ottimizzare l'albedo della pianta", ha detto Andy Ridgwell, che ha diretto lo studio. Secondo i calcoli dei ricercatori, questa scelta equivarrebbe all'eliminazione nel corso del prossimo secolo degli effetti di 195 miliardi di tonnellate di CO2 emesse in atmosfera. I ricercatori sottolineano che, a differenza di quella per i biocombustibili, questa strategia potrebbe essere perseguita senza alterare le produzioni agricole, sia in termini di resa che di tipo di vegetale coltivato. "Noi proponiamo di scegliere fra le differenti varietà delle stesse specie di coltura per massimizzare la riflessione della luce e non di cambiare il tipo di pianta, anche se questo potrebbe anch'essa produrre benefici climatici." (gg) link articolo
Nuvole artificiali, scudo bianco che salverà la Terra
Studio danese: spariamole con i cannoni. Sistema ideato per riflettere i raggi solari e sconfiggere il "global warming"
di ANTONIO CIANCIULLO ROMA - Una flotta da combattimento climatico per dichiarare guerra al global warming. Millenovecento navi schierate sugli oceani per sparare raffiche di pulviscolo a 5 chilometri di altezza, in modo da seminare nuclei di condensazione capaci di far nascere nuvole. In questo modo, utilizzando l'umidità dei mari per favorire il processo, si può creare uno schermo contro le radiazioni solari, uno scudo per respingere al di là dell'atmosfera una parte del calore in entrata. L'idea, rilanciata ieri dal Times e dal Financial Times, porta la firma del Copenaghen Consensus Center, un think tank diretto da Bjorn Lomborg, il docente di statistica diventato famoso dopo aver scritto "L'ambientalista scettico". Secondo lo studio del Copenaghen Consensus Center, creare artificialmente le nuvole è meno costoso, in termini di riscaldamento evitato, delle politiche di riduzione delle emissioni che minano la stabilità del clima. Invece di riportare gli ecosistemi in equilibrio riducendo il peso dei fattori che li hanno sconvolti, e cioè tagliando i gas serra, il gruppo di Lomborg propone una cura basata sull'aumento dell'artificializzazione. La geoingegneria, figlia degli studi condotti durante la guerra fredda per modificare il tempo in territorio nemico, mira a prendere con la forza il controllo del clima non solo creando nuvole ma usando un intero arsenale di strumenti d'attacco. Ad esempio imbiancando le nubi esistenti, cioè spruzzando piccole gocce di acqua di mare nella parte bassa dell'atmosfera per modificare l'albedo delle nuvole, cioè la loro capacità di riflettere la luce solare. Oppure "fertilizzando" gli oceani con polvere di ferro, con iniezioni di azoto o con il rimescolamento delle acque profonde per far proliferare le alghe e catturare, grazie alla loro crescita, anidride carbonica. O ancora sparando grandi quantità di zolfo nell'atmosfera per simulare l'effetto di un'eruzione vulcanica che crea una nube di particelle in grado di schermare la radiazione solare. Ipotesi dal sapore di fantascienza che però si sono già trasformate in possibile business per le centinaia di aziende che hanno fiutato l'affare inventando una nuova specializzazione: l'ingegneria su scala planetaria. Una prospettiva che lascia perplessi i più autorevoli climatologi. Secondo Susan Salomon, dell'americana Noaa #National Oceanic and Atmospheric Administration#, "le proposte di geoingegneria comportano rischi consistenti". La maggior parte degli scienziati è convinta che i pericoli siano di gran lunga maggiori dei potenziali vantaggi: la fertilizzazione degli oceani, gli aerosol stratosferici, gli specchi orbitanti per riflettere la luce del sole sono tecniche non sperimentate che alterano in modo imprevedibile il funzionamento di sistemi complessi. Nel caso delle nuvole artificiali si può modificare la piovosità di aree critiche come l'Amazzonia, un ecosistema fondamentale per la sicurezza climatica. Nel caso della simulazione di un'eruzione vulcanica aumentano le piogge acide e si danneggia l'agricoltura. Le nuvole stesse costituiscono un elemento di incertezza perché la loro presenza può avere due conseguenze opposte: a una certa altezza respingono le radiazioni solari in arrivo raffreddando l'atmosfera, a una quota inferiore moltiplicano l'effetto serra. Sarebbero abbastanza alte quelle che si potrebbero creare con i "cannoni" che sparano le particelle addensanti? Vale la pena dirottare a questo scopo risorse destinate alla creazione di un sistema energetico più efficiente? Sul Bullettin of the atomic scientist Alan Robock, direttore del Centro per le previsioni ambientali della Rutgers University, ha pubblicato un'analisi titolata "Venti ragioni per cui la geoingegneria può essere una cattiva idea" elencando una serie di controindicazioni. La progressiva acidificazione degli oceani che non si può arrestare senza un drastico taglio delle emissioni di anidride carbonica, cioè senza abbattere l'uso dei combustibili fossili e la deforestazione. La distruzione da parte degli aerosol dello strato di ozono, un disastro che renderebbe inutili gli accordi di salvaguardia firmati a Montreal. L'impossibilità di tornare indietro una volta rotto l'equilibrio della natura. (8 agosto 2009) link
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